fortissimo falli il tempo per dare opera a’ studi, che ti avrebbero
appreso esistere il linguaggio di cui accusi il difetto, per quanto
abbiano fatto i nostri oppressori, non nei libri soltanto, ma eziandio
nei trecento mila marinari italiani che l’usano, e che con esso
in modo uniforme, se ne togli le poche accidentalità dei dialetti,
ricambiano i loro pensieri. La favella ch’e’ parlano e che forse tu
tieni a vile, come patrimonio plebeo, è invece il più nobile, il più
poetico di tutti i tecnici idiomi; e mal s’avvisa colui che tenta
sfatarlo, e sostituire a’ que’ modi ingenui e nativi un lessico
di conio straniero, qual s’apprende nelle scuole e nelle scempie
traduzioni de’ libri francesi od inglesi che in esse corrono. Tale è
pur troppo il vezzo odierno: dispettare le patrie gemme, e in quella
vece far pompa di fronzoli e di forestiero ciarpame. Farfalloni e
scapucci da spiritare. Lascia, amico mio, le _imbarcazioni_ al loro
vero significato, cioè all’atto dell’imbarcare e non alla barca: lascia
le altre voci da te memorate, come quelle che non hanno aria e fattezze
nostrane, e vi sostituisci i vocaboli di _palischermo_, _burchio_,
_burchiello_, _sandalo_, _schifo_, _gondola_, _scafo_ e di altri
piccioli legni fatti per servizio di grandi navigli, e tali da non
dilungarsi troppo dal lido. Scendiamo al vero e originale linguaggio
de’ marinai non adulterato per anco da oltramontana barbarie; ivi ci
verrà fatto di rinvenire inesplorati tesori d’evidenza, di bellezza
e di forza. Esso è tuttavia quello, da pochi casi infuori, in cui
dettaronsi opere famose ed immortali; a questo è mestieri rivolgersi,
questo adoperare soltanto; poichè di tal guisa potrem dirsi veri
italiani, stretti almeno nella unità della lingua, ch’è tanta parte
della nazione. Nè tutto ciò tu ignori per fermo; ad ogni modo
pensandoci un po’ adentro, rileverai di leggieri la sovrana venustà
d’una lingua, alle cui fonti attinsero un giorno tutte le nazioni
civili.
_N. B._--Non posso negare che più volte mi passò, come in nube, alla
mente, che una unica lingua esistesse fra la gente di mare: ma i casi
della mia vita non mi consentirono di svolgere gli antichi scrittori
e raffrontarli colla parlata di bordo, talchè l’ebbi in conto di
sciatta e dammeno. Or son lieto che tu venga a scaltrirmi dell’error
mio; e perciò entrambi ti sarem tenutissimi ove ti piaccia per intero
accertarcene.
_E. S._--Sie, sie; mano dunque alle prove.
_A._--Non arduo l’assunto; anzi tu stesso, o Nino, verrai in mio
soccorso, tu che la storia d’Italia hai, si può dir, sulle dita.
_N. B._--Come c’entra la storia?
_A._--Assai più di quanto a primo aspetto non mostra. Non io posso
invero consentire col Graser[4] ed altri tedeschi, che il più del
nostro glossario marittimo fanno derivare dai Greci; questo ben so
che gli avi nostri non tolsero nè dalla Grecia, nè da Cartagine la
loro scienza navale, bensì da’ primitivi Pelasgi, dal cui _carabo_
ci vennero le voci _caracca_ e _caravella_, or ite in disuso, e da’
Tirreni od Etruschi, cioè da quelle stirpi italiche che prima d’ogni
altro popolo ebbero vivezza di traffici e potenza d’armi navali,
e rimontano tanto alto ne’ secoli, che la leggenda pone aver essi
assaliti gli stessi Argonauti e rotti in guisa, che il solo Glauco
giunse a scamparne.
N. B._--Pur la storia ci afferma, che non _il popolo etrusco, bensì una
quinquereme cartaginese, sbattuta dal fortunale sulle spiaggie latine,
insegnò a’ figli di Romolo il modo di costrurre i loro navigli.
_A._--Non àssi a dare soverchio peso ad un fatto, che forse contribuì
a migliorare, non a creare le loro triremi, le quali foggiavansi
sull’andare di quelle che usciano dai gloriosi porti di Gravisca, di
Vetulonia, Tarquinia, Alsio, Vulci, Luni ed Ardea. Se pertanto nell’età
più lontane eravi una marineria italica, egli è giocoforza ammettere
altresì l’esistenza di una lingua navale, che la triplice Etruria
propagò in quelle parti della penisola in cui allargò il suo dominio,
e di cui più tardi fu maestra, come avvenne di tante altre discipline,
ai Romani. Vero è che la lingua etrusca è per noi buio pesto, tanto
è ancora il mistero che sopra v’incombe; ma per quanto ragguarda la
lingua latina, i dotti ben sanno ch’essa ha di molti contatti col
volgare de’ marinai.
_N. B._--La mi sembra, a dir vero, alquanto marchiana.
_A._--I libri de’ classici ce ne offrono a macca le prove.
Infatti........
_E. S._--Cessa dall’anfanarti sopra un tale negozio. Io mi so di latino
quanto un pescecane......
_N. B._--E tu intanto con questi armeggî di parole, tu ci esci di
carreggiata.
_A._--Non parmi. Caduta la potenza latina e trasferitasi la sede
dell’impero a Bisanzio, la necessità di conservare in soggezione le
provincie che man mano staccavansi, indusse i successori di Costantino
a costrurre grandi armate navali, e le città italiche furono quelle che
somministrarono legni e marinai, essendo soltanto in esse ancor viva
l’arte del navigare, dacchè un editto d’Onorio e Teodosio[5] vietava,
sotto pena del capo, ammaestrar gli stranieri nelle nautiche industrie.
Una lingua marinaresca non potea dunque neppur allora far difetto fra
noi. Intanto dalle rovine d’Aquileja sorgeva Venezia; Genova, Pisa,
Ancona ed Amalfi assettavansi a libero reggimento, e le navi loro con
quelle di Civitavecchia, di Ravenna e di Rimini furono le sole, che
nella universale barbarie facessero sventolare i lor temuti vessilli
per ogni lido. A chi non son noti gli eroici ardimenti delle nostre
città marinare? Pochi per altro sospettano che il linguaggio parlato
allora ne’ nostri navigli fosse quello istesso che corre oggidì sulle
labbra della gente di mare.
_N. B._--Avrei a grado d’esserne per intero chiarito.
A.--Nulla di più agevole. In un rapido sguardo dato a’ tuoi libri,
m’occorse vedere i _Documenti riguardanti le due crociate di San
Luigi IX_ re di Francia, raccolti ed illustrati dal nostro Belgrano.
Eccoli appunto. Io trovo in essi nelle _Proposte dei R. Commissarî al
Comune di Genova e nella ratifica delle medesime nel marzo del 1246_,
adoperato ne’ termini tecnici quell’istesso volgare che abbiam tuttavia
sulle labbra, salvo, che come i tempi portavano, si dà a’ vocaboli una
terminazione latina.
_N. B._--L’istesso nostro volgare, dicesti?
A.--Cessa ogni dubbio allorchè l’evidenza sottentra. Io vi veggo usate
le voci: _patrone_, _carena_, _coperta_, _cantiere_, _palischermo_,
_gondola_, _sartie_, _timone_, _albero_, _penna_, _antenne_, _veloni_,
_vela di cotone_, _artimone_, _terzaruolo_, _àncora_, cantari,
_canape_, _veggia o botte_, _mezzaruola_, _barca_, sentina, _barrili_,
_castello di poppa_, _remi_, _marinai_, _fornitori_, _albero di prora_,
_nocchiero_, _saettie_, _panfili_. E nelle _Convenzioni_ stipulate
a Parigi nell’ottobre dello stesso anno fra gli ambasciatori del
re e Guglielmo di Varazze procuratore del nostro Comune, vi leggo:
_nolo_, _catena_, _grippia_, _gomena_, _amanti_, _giunco_, _candele_,
_stanghe_, _annelli_, _baliste_ ed altre.
Gl’istessi vocaboli adopera anche il notaio Leonino da Sesto[6],
stipulando il 26 novembre del 1268 i patti per l’apprestamento di due
navi fra la città nostra e gl’inviati di re Luigi: anzi vi ritrovo
eziandio le voci seguenti taciute nei documenti anteriori:--_nave_,
_candelizze_, _anchini_, _paranco_, _fionchi_, _fionchi a senale_,
_taglie pei fionchi_, _oste_, _orze_, _morganale_, _parome_,
_pantenna_, _trozza con mantelletti e bigotte_, _gabbia_, _sàgala_,
_arbore di mezzo_, _taglia_, _poggie_, _poggiastrelle_, _pezzi di_
abete, _antenna di proda di mezzo e del velone_, _imbrogli_, _gavitelli
di rame_, _provei_, _duglie di grippie_, _sparzina per rimburchio
della barca di cantiere_, _scandaglio_, _arganello_, _calderone_,
_palischermo_, _grappino_....--
_E. S._--Affè ch’io non voglio incaponirmi più oltre. E a dire che
siamo innanzi al trecento......
_A._--Date ora con la scorta dell’istesso notaio uno sguardo
a’ fornimenti, che su per giù son quei d’oggidì, coi loro nomi
moderni:--_maracci_, _magugli_, _ascie_, _ascioni_, _chiodaie_,
_verrocchi_, _verrine_, _lampioni_, _lampade di vetro_, _stadere_,
_piccozze_, _manichette_, _lucerne_, _scalpelli_, _armadio_, _catene
con grappino_, _pajuoli per la pece_, _cazzuole_, _martinetti_,
_leve_, _cassa_, _barrili_, _quartaruoli_, _lancie_, _gittarole_,
_taglie a tre occhi_, _puleggie di luccio_, _stazza per la stiva_,
_pennati o manganelli_.--E seguono altri nomi d’arredi, che ci vennero
pur essi dagli avi nostri, e ch’io mi passo dal leggere, perchè d’uso
non esclusivo dei naviganti.
_N. B._--Tu m’hai messo sopra una via in cui son nuovo affatto, e
troppe cose mi restano ancora a conoscere, per iscorgere nelle tue
proposizioni quella evidenza, a cui dianzi accennavi. Io punto non
disconosco che le testè lette voci sono ancor verdi tra noi, come lo
furono otto secoli addietro; ma un centinaio di vocaboli non basterebbe
ancora a provare che questo linguaggio risalga inalterato oltre il
mille.
_A._--A questo io m’attendeva e l’ho caro, per rafforzar di vantaggio
la mia qualsiasi dimostrazione. Sappi adunque che l’idioma navale seguì
le sorti istesse dell’idioma comune.
_N. B._--La parte dovea seguire il suo tutto: la cosa va di suo piede.
_A._--Appunto. La favella nazionale non nacque per fermo dal
corrompimento del latino o da loquele barbariche, come per alcuni si
tiene; essa costituiva la lingua volgare o pedestre di Roma, e salì
soltanto in onore al primo sorgere de’ nostri comuni. Tanto avvenne
del linguaggio marinaresco, di cui ci occorrono per altro non lievi
riscontri negli autori latini; esso balza dalle tenebre de’ bassi tempi
bello, intero e potente di vita, quando le città nostre cominciavano a
lanciare le loro formidabili armate nelle più lontane regioni. Senonchè
assai scarsi a noi ne giunsero i documenti, poichè allora più che a
scrivere intendevasi a fare; ma però di tal peso, da porre in sodo che
una tal lingua era in ogni sua parte completa, e che i modi adoperati
ne’ vari porti italiani punto non differiano tra loro. Vaglia a tal
uopo il raffronto tra i vocali usati nei documenti genovesi con quelli
di uno scrittore toscano, vissuto pochi anni appresso, cioè Francesco
da Barberino, che nel 1290 cantava:
_Quinal_ porta e _ternale_,
_Senale_ e _quadernale_,
_Manti_, _prodani_ e _poggia_,
_Poppesi_ et _orcipoggia_,
_Scandagli_ et _orce_ e _funi_
E _canapi comuni_.....
Se vedessi avvenire
Che vento ti rompesse
L’_arbore grande_ tuo,
Metti nel loco suo
_L’arbore tuo minore_;
S’abbatte quel, può torre
L’_antenna_, e lei rizzare
Finchè luce t’appare;
In luogo di _timoni_
Fa _spere_ e in acqua poni[7].
............
..........
_Vele grandi_ e _veloni_,
_Terzaruoli_ e _parpaglioni_ ...
Egli ci somministra eziandio i seguenti vocaboli: _calafati_,
_marangone_, _palombaro_, _timoniero_, _prodero_, _gabbiere_, _pennese
o ponnese_, _far getto_, _lupo_ per vela negra, _savornare_ per metter
zavorra, _velare_, _ventare_.
_N. B._--Scarsi davvero i nostri scrittori di cose nautiche, se c’è
mestieri far capo perfino a’ poeti.
_A._--Se per altro tutti si raccogliessero i passi di quegli autori
che ragguardano le materie navali e le opere di chi largamente ne
scrisse, come i libri del Crescenzio[8], del Pantera[9], del De
Rosa[10], e in ispecie l’_Arte del navigare_ di Bernardo Acciaiuolo
(1580), non che le relazioni de’ nostri viaggiatori da Marco Polo a
tutto il secolo XVII, si avrebbe un’ampia e preziosa raccolta, da far
testimonianza che l’antica nostra terminologia si travasò pressochè
intatta ne’ tempi presenti.
_N. B._--Da troppi anni ho appreso a sputar sottovento e a battere
l’acqua salata per poter avere dimestichezza con gli autori da te
allegati: ma se i documenti prodotti non mi consentono di porre in
forse un tal fatto per quanto s’attiene al sartiame e agli attrezzi
della nave, tu meco dei consentire che il linguaggio nautico non è
circoscritto, come già dissi, in così angusti confini.
_A._--Tu mi stringi i panni addosso di guisa, che se avessi men
buona causa alle mani, mi terrei affatto perduto. Ma, per santa
Firmina, ho scudo sì saldo da mandare a vuoto i tuoi colpi. Parte
assai rilevante di questo linguaggio è l’armamento de’ legni, di cui
tacciono il documento genovese e il poeta fiorentino; ma al loro
diffetto largamente soccorre lo _Statuto marittimo_ d’Ancona, anteriore
al secolo XIV, nel suo cap. LXXIX in cui tratta _De le arme che se
de’ portare in nave per li marinari_. Non sono un Pico mirandolano
io da tenerlo chiovato nella memoria; ma mi fo mallevadore ch’ivi
potrai riscontrare le voci--_bombarde_, _schioppi_, _palle di ferro_,
_balestre di staffa_, _verettoni_, _lancie_, _corazze_, _pavesi_,
_gorzali_, _barbute o cervelliere_, _spade e coltello_--voci ancora
comuni tra noi e costituenti l’intero arsenale di guerra a que’ giorni.
_N. B._--E sia pure che arredi, attrezzature e armamento non abbiano
mutato il primitivo lor nome; ma per altro la fraseologia de’ nostri
cantieri, dappoichè tanto alto salì la meccanica, dee aver subìto
cangiamenti notevoli. A cose nuove, parole nuove.
_A._--Per me ti rispondano questi versi dell’Alighieri:
Quale nell’Arzanà de’ Viniziani
Bolle l’inverno la tenace pece
A rimpalmare i legni lor non sani,
Che navigar non ponno, e in quella vece
Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa
Le coste a quel che più viaggi fece;
Chi ribatte da proda e chi da poppa:
Altri fa remi ed altri volge sarte:
Chi terzaruolo ed artimon rintoppa.
_N. B._--Sublime, anzi divino poeta! Con che magiche tinte non ti pinge
le cose! Ma se gli antichi vocaboli non subirono alterazione veruna, i
progressi delle arti industriali han di necessità dovuto recar nuove
voci, significanti nuovi arnesi ignoti agli antichi, come _bolina_,
_fiocco_, _bompresso_ e altri tali. È saria di mestieri esser cieco,
per non addarsi, che dalla galea che pugnava alla battaglia di Meloria
o di Curzola, ai _Monitor_ americani ed al nostro _Affondatore_, ci
corre.
_A._--Ci corre, ch’il nega? La scienza ha disteso le sue grandi ali:
abbiamo ingrandite le navi omai tramutate in città galleggianti, ed i
lor movimenti si resero di tanto più agevoli e in un più sicuri; ma nè
le navi, nè il loro governo cangiarono natura per modo da dovere crear
nuove parole. Nè scalza il mio ragionamento il vedere alcune poche
voci estere, quali son quelle da te allegate, radicarsi fra noi in un
cogli oggetti che esprimono. Necessità lo esigeva, non avendo essi il
loro riscontro nella lingua italiana. In simil guisa abbiam comuni
con gli Arabi le parole: _barca_, _feluca_, _fregata_, _galeotta_,
_schifo_, _caravella_, _saettia_, _gomena_, _calafatare_, _cala_,
_cavo_, _caravana_, _almirante_ e forse altre: ma chi fossero i primi
ad usarle, se essi o i padri nostri ignoriamo: niuno per altro vorrà
omai ritenerle quai voci straniere. Comunque sia, di fronte a un numero
assai scarso di vocaboli a noi derivati da altre nazioni, io veggo
tutti i popoli del mediterraneo arricchire le lor parlature marittime
di modi italiani. E noi da esse ben soventi accettiam queste voci,
quasi merce venuta di fuori e nuove di zecca, dove, studiate un po’
addentro ci sveleranno l’origine loro casalinga e domestica.
_N. B._--Non posso mandarla giù così di leggieri.
_A._--Non intendo per certo far forza alle tue convinzioni: pur
abbondano siffattamente le prove, vuoi storiche, vuoi filologiche, che
forse avranno una qualche efficacia sull’animo tuo. Ditemi, amici: vi
venne innanzi giammai il nome di qualche ammiraglio straniero, che dal
X fino a tutto il secolo XVI abbia governato armate italiane?
_N. B._--Non valgo a rammentarlo.
_E. S._--Ned io.
_A._--Sapreste all’incontro farmi il nome dei nostri, che per conto
d’estere nazioni costrussero o comandarono navi o veleggiarono in
traccia d’ignote regioni?
_N. B._--E a chi non son noti? Essi sono d’altronde in tal numero, che
non è lieve assunto il passarli a rassegna. Toccherò de’ principali
soltanto. Fino dal 1317 Dionigi il Liberale re di Portogallo tirava
a’ suoi stipendi col titolo d’ammiraglio Emanuele Pessagno di Genova,
coll’obbligo di condur seco venti altri capitani di navi genovesi i
quali dovessero costrurre, comandare e governare le armate di quella
corona. Dal Pessagno ad Amerigo Vespucci, che fu pure a’ servigi del re
Don Emanuele, il Portogallo per ben due secoli vide salir le sue navi
da comandanti ed equipaggi italiani. Nulla dirò della Spagna, sapendo
ognuno ch’ebbe nel 1492 a suo ammiraglio Colombo, e affidò l’alto
ufficio di piloto maggiore a Sebastiano Caboto, e fu quindi illustrata
da quel Pigafetta, che fu il narratore del primo viaggio fattosi
intorno al globo. Venendo alla Francia, trovo che le sue armate, da
Carlo Magno ad Enrico II, furono comandate da duci italiani, e ne fan
testimonio i nomi di Bonifacio, Adimaro, Ruffin Volta, Ranier Grimaldi,
i Doria, il Verazzani e lo Strozzi. Chi manco ebbe d’uopo di noi fu
l’Inghilterra; ma non così che Enrico VII non chiamasse a se Giovanni e
Sebastiano Caboto, che scoprì Terra Nuova, e descrisse gran parte delle
coste americane, da cui tentò primamente un passaggio nell’Indie.
_E. S_.--Aggiungo che non solo Enrico VII, ma eziandio Enrico VIII
s’ebbe dalla Signoria veneta artefici di navi e marinai di cui
difettava allor l’Inghilterra; che altri pur n’ebbe nel 1540 Gustavo di
Svezia; che i nostri Pietro Veglia e Nicolò Sagri crearono le armate di
Carlo V; che Sigismondo re di Polonia popolò de’ nostri costruttori e
capitani gli arsenali di Danzica, donde uscì il naviglio ch’egli oppose
al re di Danimarca. Nè la Russia fu estranea alla luce che allora
Italia raggiava sulle industrie navali, poichè gli uomini di mare che
Pietro il Grande chiese a Venezia, addottrinarono quei barbari popoli
a domesticarsi co’ flutti, e Doroteo Alimari insegnò loro il metodo per
calcolare le longitudini. Di simili fatti riboccano, ben il sapete, le
storie[11].
_A._--E da questi fatti appunto raccolgo, che se i nostri furon
quelli che precedettero a gran pezza le altre nazioni nelle nautiche
imprese, se loro appresero a costrurre le navi e a governarle; se
fino dal secolo XII non conosciamo altri viaggiatori, scopritori e
descrittori di terre, da italiani infuori, noi dobbiamo a buon diritto
inferirne, che il nostro linguaggio marino era già intero e venia
recato dovunque dai ducento mila marinai che salivano le seimila navi
delle repubbliche veneta e genovese. Che se una qualche affinità di
vocaboli si riscontra, a mo’ d’esempio, nella lingua navale francese
con l’italiana, non furono i nostri per fermo che tolsero a imprestito
una fraseologia di cui non avean di mestieri: sì bene i francesi, cui
apprendemmo a designare con italici nomi navi, attrezzi ed arredi, che
i nostri, unici allora, sapeano costrurre, maneggiare e descrivere.
_N. B._--Non so che opporre; ma certo i nostri superbi vicini non si
adagieranno così di leggieri in questa sentenza.
_A._--Che monta? Gl’insegnamenti della storia non van soggetti al
mareggio delle passioni, e la Francia è ricca di troppe altre glorie
per usurparci anche il lembo di un manto che le direbbe assai male.
Infatti per bocca de’ suoi scrittori essa appunto rafferma la verità di
quanto andai finora toccando.
_N. B._--E come?
_A._--Parecchi di loro posero mano a raccogliere i lor modi
marinareschi, ciò che non abbiamo ancor saputo far noi. Rammento fra
questi il Clairac, il Fournier e l’Ozanam, che scrissero nel secolo
XVII, facendo ampia testimonianza dell’italianità di una gran parte
del loro glossario nautico, come potrai sincerarti, facendo ricerca
delle loro opere, senza ch’io più avanti ne dica; tanto più che mi
resta a rincalzare il mio primo assunto col presidio di quelle prove
filologiche, di cui pur ora fei cenno.
_E. S_.--Nè tanto si vuole da te, sprovveduti quai siamo di simili
studi per poterti seguire nelle tue argomentazioni.
_N. B._--Nelle quali starebbe ad ogni modo per te la vittoria e a noi
lo smacco della sconfitta per non avere armi da opporti. E invero
già fin d’ora ogni arme ci hai cavato di mano. Ma pria di rendermi
a discrezione, avrei caro che tu mi assennassi intorno a certe voci
di bordo, alcune delle quali, come troppo rozze e plebee, dovrebbero
omai sostituirsi con nomi più ragionevoli, ed altre che puzzano di
francese lontano un miglio. E trattando delle prime, ti par egli
lecito convertire la nave in un serraglio d’animali? Imperocchè io vi
trovo: _grue_, _cicogna_, _camello_, _biscia_, _cavallo_, _cavalloni_,
_pecorelle_, _aspe_, _serpe_, _cani_, _cicale_, _colombe_, _montoni_,
_gazze_, _chiocciole_, _gabbiani_, _capone_, _delfini_, _code di topo_,
_barbe di gatto_ e chi più n’ha, più ne metta; tutti nomi bestiali,
i più d’attrezzi marinareschi, nomi che accusano la rozzezza di un
linguaggio costretto dalla sua povertà a far sue queste voci, affatto
aliene alle cose del mare. _ A._--Ciò che tu chiami rozzezza, io
chiamo, e sia con tua pace, una fioritura poetica oltre ogni dire,
poichè per mezzo di leggiadri traslati vengono a significarsi cose ed
arnesi, ch’hanno una stretta relazione cogli oggetti da cui derivarono
il nome. E vaglia il vero; quelle robuste travi che sporgono dal
bordo, ai fianchi ed a poppa del bastimento e sulle quali si alzano
pesi, non rassembrano esse il lunghissimo collo della _grue_, che loro
die’ il nome? Ciò dirai pure della _cicogna_, giacchè _far cicogna_
null’altro, s’io non erro, significa fuorchè mantigliare un pennone
sotto un angolo acuto, per farlo servire esso pure all’ufficio di
grue, cioè d’innalzar gravi pesi. E che troverai di più appropriato
del nome di _camelli_ assegnato a quella specie di puntoni pieni
d’acqua, posti uno per parte, sotto ai fianchi della nave e resi
tali, che vuotati del loro contenuto, lasciano ch’essa emerga e che
superi più facilmente un qualche basso fondo che fosse di ostacolo al
suo passaggio? Nè ti movano a schifo le _biscie_, il cui nome parmi
convenientissimo a quegli intagli fatti sulle piane o matere, a destra
e a sinistra del paramezzale, per lo scolo dell’acqua lungo i canali
della sentina, acciò fluisca verso le trombe. Che dirò del _cavallo_,
ossia di quel risalto di sabbia che le correnti van talora ammassando
nel fondo del mare o alla foce de’ fiumi? Questo parlar per immagini
non è vera poesia? E tale ti parrà eziandio la dizione: il mar _fa
cavalloni_: il mar _fa pecorelle_, quando come ben sai, sotto l’azione
del vento irrompono le ondate impetuose, o veggonsi i flutti increspati
biancheggiar di lontano e coprirsi di spuma; onde a ragion il poeta
cantava:
........in sembianza
Di bioccoli saltavano le spume,
Che fanno spesso negli equorei paschi
Di lanigere torme errar la gente[12].
Senonchè io mal potrei qui su due piedi e nuovo in siffatte materie,
mostrarti la dicevolezza e la leggiadria delle altre voci, che dal
regno animale passarono a specificare oggetti marinareschi; assai
meglio a te verrà fatto d’apprezzare queste metafore e rilevarne le
convenienze, ove tu voglia ad una ad una raffrontarle fra loro.
_N. B._--Non potrai per altro negarmi che un torrente di voci bastarde
non sia pervenuto d’oltre alpe a laidire il nostro linguaggio. E queste
voci son tante ch’io mal saprei dove annaspare. Ecco: _babordo_,
_tribordo_, _amaca_, _ammarra_, _dematare_, _combatto_, _ghinderessa_,
_trelingaggio_, _canotto_, _salvataggio_, _doblaggio_, _boa_,
_plancia_, _gambeduna, arpanta_, _culare_, _madune_, _buteverso_, e
perfino, Dio cel perdoni, il nome de’ venti, forestiero pur esso, e
universalmente accettato._
A._--Vero pur troppo; ma dimmi: non senti salirti le vampe del rossore
sul viso, quando per significar cosa ch’ha il suo proprio vocabolo
nella patria favella, scendiamo a mendicare una locuzione straniera?
Sostituisci al babordo e al tribordo, _destra_ e _sinistra_: ad
amaca, _branda_, _ormeggio_ ad ammarra: _disalberare_ ad amatare:
_combattimento_ a combatto, e via di questo tenore: giacchè io non vo’
atteggiarmi a dottore in una materia, in cui tu hai il vantaggio su me
del cento per uno.
_N. B._--Infatti questo bastardume di voci va sempre più scomparendo.
Pure, dacchè m’hai tirato in ballo, lascia ch’io danzi e ch’io vuoti il
mio sacco. Vedi tu quel bastimento là presso il _mandraccio_ in punto
di salpare? Esso è un _brigantino_ presto a _far rotta_; _mandraccio_,
_brigantino_ e _far rotta_, tre voci in fede mia, che nulla han
d’italiano. Quella catena lassù che tien dritto l’albero e immoto al
suo posto, è una _landra_, che vale _puttana_. Ti par da tenersene?
Vero è che accanto alle _landre_ troviamo eziandio le _bigotte_, e non
so come se la dicono insieme. Le parole _stazzo_, _calumare_, _randa_,
_straglio_, _ralinga_ non son da strapazzo, e lana da pettinarsi col
fuoco? Da che cavammo le _tonnellate_? Non è egli ridicolo chiamar
_pappafico_ una vela? Ove andremo a pescare il decoro e l’italianità di
tai voci?