Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerim

NOTA DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori di punteggiatura e di stampa.

--L’indice non è compreso nell’opera originale; ne è stato prodotto ed

aggiunto uno a cura del trascrittore

INDICE

PAGE

_AL MARE! AL MARE!_ 5

_PROEMIO_ 7

_DIALOGO I._ 41

_DIALOGO II._ 85

LINGUAGGIO

E

PROVERBI MARINARESCHI

PER

EMANUELE CELESIA

[Illustrazione: LOGO]

GENOVA

TIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO-MUTI

1884

_Proprietà letteraria_

_AL MARE! AL MARE!_

UN grido egli è questo che omai dovrebbe erompere dal cuore d’ogni

Italiano, a cui la dignità della patria non sia un _nome vano senza

soggetto_.

Cieco chi non ne vede le prepotenti ragioni; sciagurato chi, pur

veggendole, non s’adopera con ogni nerbo nell’onorato proposito.

Cui tolto è il fare, concorra almeno coll’opera della eccitatrice

parola.

Poco io t’offero, o leggitore, e per giunta, merce stantia; ma gli è

quanto io possa, non dirò già di meglio, ma di men reo.

_PROEMIO_

SULLA costa orientale a poche miglia da Genova, siede murata sul mare,

Camogli, terra operosa e ricca se altra fu mai. È munita di un porto

che guarda verso ponente, e d’un molo ove si ormeggiano le navi, e che

lo ripara alcun po’ dalle folate de’ venti. Quando soffiano impetuosi

i rifoli di tramontana e di greco, impedendo ai legni l’approdo di

Portofino e di Genova, e’ trovano in questa stazione un ben sicuro

ricetto.

Il nome de’ Camogliesi e il loro ardimento son noti e celebrati

per ogni dove. Niuna città meglio di questa Amalfi novella seppe

comprendere la forza che viene dall’aggregare i piccioli capitali a

compiere grandissime imprese. Su queste prode, ove sortiva la culla

l’eroico Nicoloso da Recco, vive il tipo dei più intrepidi marinari

ch’abbiano mai solcato l’oceano. E non gli uomini soltanto hanno i

flutti in conto di vera lor patria, ma le donne istesse fan talmente

a fidanza col mare, da crederle non degenere seme di quelle Liguri

antiche, di cui diceano i Romani--_aver esse l’ardimento degli uomini,

come gli uomini la vigoria delle fiere_.--

Udite memorabile caso. Correva il 24 aprile del 1855, e il _Cresus_,

vascello inglese portentoso per l’ampiezza delle sue forme, carico

d’armi e di salmerie destinate all’esercito che combatteva in Crimea,

riparava, balestrato dalla tempesta, nell’acque di San Fruttuoso.

Fischiava il maestrale, così fiero ne’ nostri rivaggi, il quale

sforzando le gabbie, i trevi, la randa e la trinchettina, rendeva

impossibile il governo della nave. Invano i marinai davano opera ad

arridare sartie e stragli, a ghindare alberetti di gabbia, a stendere

le velaccie, le velacine, i coltellacci e gli scopamari; ogni lor

prova era vana. Ben aveano cignato i palischermi, trincato l’albero

di rispetto, tesato le manovre correnti e mainato le grandi antenne

per issar le vele di fortuna; il mare infuriava più minaccioso, e

il povero legno, presi tutti i terzaruoli e archeggiando di bolina,

vedeasi quasi perduto. In così fiere distrette una voce tremenda fra

il sibilo degli aquiloni e lo scrosciar delle vele s’udì echeggiare

sulla tolda--_Il fuoco! Il fuoco!_--E una colonna di fumo tra i cui

vortici scoppiettavano innumerevoli scintille, dava indizio certissimo

che le fiamme eransi appiccate alla nave. Si ebbe sul primo speranza

che l’incendio potesse venir tosto domato dai potenti ingegni ond’era

fornito il naviglio; infatti si pose mano alle trombe, affaticandosi

in mille guise i marinai a soffocare le fiamme. Ogni sforzo dovea

cadere infruttuoso. Le vampe ringagliardite dalle rafiche di tramontana

guizzano su per le sartie sino al calcese, e fanno impeto in ogni parte

del ponte; cade incenerita l’attrezzatura degli alberi e delle vele, e

in più luoghi l’istesso cordame già sta per ardere; l’opera dell’uomo

omai torna impotente contro quella furia divoratrice, che con mille

lingue di fuoco slanciasi ovunque. Le strida, gli urli, i clamori vanno

alle stelle.

Cadeva la sera. Al tetro baglior delle fiamme riverberate sui

flutti, vedresti i marinai estereffatti gittarsi ne’ palischermi,

e allontanandosi a voga arrancata, far prova di superare le ondate

smaniose e afferrare le sponde; ma invano pur troppo; che grossi marosi

venendo lor sopra gli tranghiottian negli abissi.

Gli uomini di San Fruttuoso discesi sul lido contemplavano intanto

l’orrendo spettacolo e fremendo di rabbia stracciavansi i capelli,

per non veder modo a portar soccorso di sorte alcuna a quelle vittime

dell’acqua e del fuoco. I più animosi erano bensì corsi a sferrare

i loro burchielli, e gittatisi in essi aveano tentato, punzando sui

remi, di rompere l’impeto de’ cavalloni furenti; ma, eccoti, scostati

appena dal lido, onde gigantesche spinte da fiero rovaio, rovesciarsi

sui navicelli e affondarli. Taciti e con le pugne serrate i superstiti

guardavansi in volto, e talora una fiera bestemmia irrompeva dalle lor

labbra, per non poter dimostrarsi, quali erano veramente, gagliardi

di cuore; quand’ecco scivolar loro dinanzi, quasi aereo fantasma, un

leggiero schifetto, che ora elevandosi sulle creste de’ flutti, or

ruinando ne’ cavi gorghi, traeva alla volta di quel gigante dell’acque,

omai converso in un ardente vulcano. Al sinistro lume dell’incendio

vedeansi in questa saettia due giovani donne, che con robusta mano

battendo dei remi, parea comandassero ai flutti; correndo a golfo

lanciato s’appressarono al _Cresus_, e quasi prendessero a scherno i

vortici delle fiamme irrompenti e la furia dell’onde, agevolarono a

molti de’ naufraghi un modo di scampo. Maria e Caterina Avegno si è il

nome delle liguri eroine. L’infelice Maria, più l’altrui che la propria

salvazione curando, lasciava in quei pelaghi miseramente la vita[1].

Pochi istanti appresso, la nave più che a mezzo combusta, girando in

globo sopra se stessa, inabissavasi nelle profondità del mare.

Su queste rive, e proprio in Camogli, viveva nel 1859 Emilio

Schiaffino, che reduce da lontani viaggi, traeva in onesta agiatezza,

frutto di lunghi traffici marinareschi, i suoi giorni. Toccava allora

i cinquant’anni d’età, ma forte e spigliato di membra, abbronzato dal

sole de’ tropici e sciolto ne’ modi, era, sotto ruvida scorza, la

miglior pasta d’uomo che mai. I marinai di Camogli, di Recco, di Santa

Margherita e di Rapallo lo avevano in conto del più sperto capitano

di nave de’ tempi suoi; a lui facean capo ne’ casi di grave momento,

lui consultavano prima d’avventurarsi in qualche viaggio ed eleggeano

arbitro nelle quistioni delle stalie, delle carature, delle avarie e

de’ noleggi che talora sorgeano: e gli armatori non ponean mano alla

costruzione di un naviglio qualsiasi, se innanzi tutto e’ non ne avesse

giudicati per buoni i disegni, l’attrezzatura e perfino il legname.

Non eravi uomo da quanto lui per conoscere il mare. Lo si vedeva

quando il cielo buttavasi al tristo, incamminarsi lungo le prode e

fiutar la tempesta. Che è quel punto nero là in fondo? È una nave che

lotta disperatamente co’ flutti; è uno schifo peschereccio che non

può arrivare la spiaggia. E tolti senz’altro con se due compagni, e

talora anche solo, saltava sul primo guzzo che gli dava tra i piedi,

staccavane il canape, e abbrancati i remi, giù un’arrancata, e via di

lungo sugli irati frangenti. Lo vedeano dal lido questo lupo di mare

salire, discendere e salire di nuovo sulle onde arruffate, e in mezzo

al turbine, saldo sul suo palischermo, abbordare il legno in pericolo,

e aprirgli una qualche via di salvezza.

Egli aveva lunga pezza meditata e fatta sua la sentenza di Franklin,

il quale c’insegna esser debito nostro d’onorare il mare, non solo

come fonte inesausta di materiali vantaggi, ma eziandio come educatore

possente del sentimento morale. Quanto l’umano intelletto, ei pensava,

non si è affinato nel veleggiare l’oceano! Quanto le sue facoltà

non si rinfrancarono nel combattere contr’esso! Di quai severi ed

utili insegnamenti non ci fu dispensiero! Qual tesoro di cognizioni,

d’esperienza e di saggezza dovè l’uomo acquistare, anzi che egli

potesse spiegar le sue vele sulla distesa dell’acque, solcarle colle

sue navi per ogni verso, esplorare le coste irte di promontorî e

di bricche, misurarne le sterminate voragini, tramutare infine

l’Atlantico, sto per dire, in una strada ferrata! Eppure v’ha qualche

cosa di più sublime che il mare istesso, e questa eziandio è opera

sua: la potenza intellettiva che il mare ha svolto in coloro che a

lui s’affidarono, fino al giorno in cui lor fu dato di stendere la

vittrice mano sulla sua ondosa criniera, e calcolare, quasi problema

algebrico, il cerchio annuale de’ suoi turbini, sottoposti pur essi

ad un movimento di rotazione e a una legge indeclinabile, al pari di

quella che governa il corso delle comete e degli astri.

Assorto in questi pensieri, ei divisava continuo il modo di migliorare

le condizioni della gente di mare, e rigenerarla a nuova vita. E invero

i nostri marini, dal capitano fino all’ultimo mozzo, quanto erano

valenti di braccio e capaci di governare per sola pratica una nave fra

traversie d’ogni fatta, altrettanto andavano quasi digiuni di quelle

cognizioni scientifiche, che pur si richieggono a formare un intrepido

capitano, un destro pilota, un buon marinaio. Oggidì l’arte nautica

è una scienza, anzi un complesso di scienze difficilissime, le quali

hanno il lor fondamento non tanto sull’esercizio del navigare, quanto

eziandio sopra i libri. Ed ei, lo Schiaffino, che gran parte della sua

giovinezza avea speso sui legni americani ed inglesi, e conosciuto di

quanto sapere andassero forniti i loro equipaggi, non potea mandar giù

in santa pace la crassa ignoranza, che in Italia ancora offendea la

gente dedita al mare.

Inoltre; le povere condizioni del semplice marinaio lo affliggevano

d’assai; poichè se è a sperare, ei pensava, che le molte scuole

nautiche, ond’è ricca l’Italia, possano dare al paese una generazione

di naviganti che risponda alle necessità odierne, e tale da

rivaleggiare colle altre nazioni, il misero marinaio che non può

usare a tale scuole, e che va privo perfino dei primi elementi di

lettere, trarrà sempre povera e grama la vita. Così questa classe tanto

benemerita de’ nostri commerci, di costume integro ed onesto, fiera

come leone e in un mansueta al pari d’agnello, esempio d’ogni virtù

religiosa e domestica, questa classe che incallisce sul remo e il più

del tempo disgiunta da cari suoi, si mitre di un frusto muffito per

raggranellare di che sostentare la moglie diletta e i figliuoli, non

troverà mai chi la sollevi alla vera dignità di uomo.

I suoi disegni d’avvantaggiare le sorti dei marinai e di educarli

possibilmente alla scienza, erano in lui raffermati da quotidiani

avvenimenti che vieppiù lo accendeano nella sua fede.

Lungo la spiaggia di Sori sorge a uscio e tetto un abituro, che diresti

privo di ogni ben di Dio. È notte alta; sovra un nudo giaciglio dormono

tre fanciulletti, a cui sonni veglia una madre ancora giovane d’anni,

ma pallida e rifinita dalle protratte vigilie. Com’è stile delle

donne delle nostre costiere, essa è intenta a condurre innanzi alcuni

merletti; senonchè più che al lavoro, corrono i suoi sguardi a specie

lare il sinistro aspetto del cielo, che poteva affissare dall’aperta

finestra. E l’orizzonte mostravasi tetro e il mare a montoni, cagione

a quella misera d’infinita amarezza, certa qual era che in quelle

acque aveva l’istesso giorno dato fondo il naviglio, che dopo un anno

di lontananza recava alle sue braccia uno sposo adorato. Ella vedea

con terrore alla luce de’ lampi l’agitarsi d’una nave in contrasto co’

flutti; e quando il vento per brevi istanti taceva, pareale udire le

strida de’ marinai invocanti soccorso. E allora cacciato a terra il

suo tombolo, accendea prestamente una lampada ad un’immagine sacra che

pendea sopra il capezzale, e svegliati di botto i figliuoli traeali

innanzi a quella dicendo fra i singhiozzi--pregate, viscere mie,

pregate la Madonna di Monte Allegro che vi renda salvo il genitore--.

E pregavano quegli innocenti levando al cielo le loro manine, mentre

appunto il furore dell’onde e gli schianti del vento si faceano

maggiori. Ed ella guardava lontan lontano sul mare, quando un lampo

illuminando di tetro bagliore la solitudine dell’acque, le lasciò

scorgere un uomo che disperatamente lottando co’ flutti tentava

afferrare la sponda. Il cuore le balza nel petto: una voce interna le

grida--è quegli il tuo sposo--. E forsennata di gioia cade innanzi

all’immagine di Nostra Donna; indi strettosi al seno il minor de’

figliuoli e gli altri traendo per mano, scende deviata alla spiaggia

per raccogliere nelle sue braccia l’uom del suo cuore. Infelice! Un

immane maroso le sbatte a’ piedi un cadavere.

Traeano in quella da’ vicini casolari alla riva non pochi marinai,

desiosi di recare, se lor tornasse possibile, un qualche soccorrimento

alla nave, che dai fatti segnali argomentavano versasse in grave

pericolo. Ma intanto un nodo di vento la mandava ad infrangersi contro

gli scogli del litorale. Miserabile vista! Il corpo del naviglio

giaceva a metà sepolto ne’ flutti; il fianco di dritta sfondato, gli

alberi e i pennoni divelti, distrutto il traverso, i pavesi recisi,

infranta la ruota di poppa. Tutti i naviganti per altro, stante la

vicinanza del lido, ebbero salve le vite, da quello infuori, che

smanioso di scendere a terra, volle tentare a nuoto l’arduo tragitto.

Non è a dire se i marinai accorsi alla riva si adoperassero a pro’

di que’ sventurati. Senonchè vista la salma del loro compagno, e

accertatisi che ne’ suoi polsi non batteva più vita, lo tennero bello

e spacciato; pur alcuni per tentare un’ultima prova, lo sospesero in

guisa che dovesse dar fuori l’acqua ingollata. Altri s’adoperarono

attorno alla donna, che uscita de’ sensi per avere in quel naufrago

riconosciuto il proprio consorte, venia trasportata in un co’

figlioletti nella sua casicciuola.

Die’ la sorte che mentre appunto que’ marinai, tenendo bocconi il

sommerso, tentavano di fargli rigettar l’ acqua dal petto nella

speranza di rivocarlo alla vita, si recasse in quel luogo Emilio

Schiaffino, disceso anch’egli alla spiaggia per veder modo di

provvedere alla salvazione di coloro che avean fatto naufragio. E vista

quella buona ed ignara gente affaticarsi in così misera guisa intorno

all’annegato, battendosi fieramente la fronte--non vedete, gridava,

ch’egli è questo appunto il modo di soffocarlo?--E fattolo recar senza

indugio nel vicino tugurio--ciascuno attenda, diceva, al modo che àssi

a porre in opera nel soccorrere gli asfitici per sommersione. Ho fede

che in manco d’un’ora questo cadavere sarà reso alla vita--. I marinai

si ricambiavano dubitosi uno sguardo e taceano.

Ei cominciò a farlo spogliare tagliando le vesti madide e ricercando

se avesse lesioni in qualche parte del corpo. Indi fattolo collocare

orizzontalmente sur un letticiuolo, e avvoltolo in coperte di lana,

inclinavalo alcun poco dal lato destro, e trattane la lingua fuor

della bocca, la mantenne così sporgente per mezzo di un anello

elastico, di cui egli andava munito, e che affisse sulla lingua

medesima e sott’esso il mento, collo scopo evidente di riattivarne

la respirazione artificiale. Ciò fatto, postosi dietro il corpo del

naufrago, afferrò d’ambo i lati la parte superiore del braccio presso

la spalla, e così saldamente tenendolo, prese a tirare a se spalle e

braccia, sollevandole alquanto e riconducendole quindi nella prima

lor posizione. Questa operazione diretta ad effettuare energici

movimenti di _inspirazione_ e di _espirazione_ ripetè lungamente, ma

pur senza effetto di sorte alcuna. Senonchè egli aveva troppa fede nei

risultamenti della scienza per porne l’esito in forse, e ben sapea per

innumerevoli esempi, che spesso occorrono parecchie ore d’applicazione

ordinata e metodica dei mezzi di soccorrimento, quando in ispecie la

estrazione del naufrago è assai ritardata.

Comandò allora che un marinaio tenesse per i piè saldamente il

cadavere, a ragione avvisando, che agitandosi tutto il corpo, mal

si otterrebbe l’effetto di far dilatare il torace ed entrar l’aria

nelle vie respiratorie. Quindi appigliandosi ad un altro metodo usato

anch’esso con frutto in simili casi, prese ad elevare le braccia

dell’annegato, portandole sopra la testa e quindi riconducendole nello

stato lor naturale. Questa operazione interrompeva talora per applicare

le mani ai lati del petto, e imprimere brusche scosse al cadavere,

scosse che valgono il più delle volte a rianimarne la respirazione:

nè s’ingannava. Alcuni istanti appresso un lungo respiro accusava nel

povero sommerso il ritorno alla vita; i marinai guardansi trasognati;

il creduto estinto apre gli occhi.... La scienza aveva trionfato!

Ma l’ardente amore dello Schiaffino verso i suoi simili non appagavasi

a tanto, e pensando a ciò che già fecero Americani ed Inglesi a

tutela de’ naviganti, divisava il modo di stabilire in que’ paraggi

una _Stazione barometrica_ e una _Società di Salvamento pei naufragî_

sull’andare di quella che il Cogan e l’Haves fin dal 1774 fondavano in

Inghilterra. Quel negozio non era invero de’ più facili, porgendosi

avversi od incerti i maggiorenti di que’ luoghi e l’ignoranza de’

suoi stessi compagni. Se è destino, diceano, che il nostro fato si

compia, qual forza umana potrà lottare coll’oceano infuriato e contro

il demone della tempesta? La Madonna del Boschetto saprà alla peggio

camparci da ogni sinistro; più delle vostre stazioni o società di

Salvamento varrà a schermirci da ogni traversia l’accrescere le

_carature_ dovute alla Chiesa. Imperocchè àssi a sapere che da’ que’

lidi non salpa mai nave che non sia costituita in società commerciale,

ponendo ciascuno, secondo i proprî averi, quel tanto di danaro che si

richiede; queste parti son dette _carati_, e alcune di esse soglionsi

assegnare al Santuario del luogo, acciò la Madonna franchi il legno

da ogni fortuna, e faccia prosperare i suoi traffici. Di questa guisa

rendendo maggiormente partecipe ai lucri del bastimento la Chiesa, que’

semplici uomini sfatavano ogni altro mezzo che gli ponesse al coperto

dei pericoli della navigazione.

Non ostante questa ed altre contrarietà di tal fatta, venne il dì in

cui potè mandare ad effetto il suo onesto disegno.

Bella e lieta terra è Rapallo, culla di intrepidi navigatori e di quel

Biagio Assereto che nelle acque di Ponza ruppe l’armata di due monarchi

e gli ebbe captivi. Ivi sortiva del pari i natali quel Bartolomeo

Magiocco, che i nostri marinai hanno in conto di loro patrono. E chi

non ne conosce il più che umano ardimento? Era la notte del 6 di

luglio 1550, e i Saraceni guidati dal feroce corsaro Dragut mettevano

a ruba la terra, insozzandosi nel sangue de’ cittadini, e sfrenando

le proterve lor voglie nelle vergini che trascinavano sui lor negri

_Caramussali_ e sulle loro _Maone_. Il Magiocco, desto a quell’insolito

frastuono, balza dal letto, e udito che costoro traevano prigioniera

la sua fidanzata, armatosi di un coltello che primo gli venne alle

mani, si cacciò fra l’orde nemiche, e aggroppatosi intorno i più prodi

fra i suoi, fe’ tal macello de’ Mussulmani, che costrinse alla fuga i

superstiti, non senza prima aver tolto dalle lor mani la vergine del

suo cuore.

Inauguravasi appunto a Rapallo alcuni anni addietro un cantiere, e i

reggitori di quel luogo per invogliare i capitani a far ivi costrurre i

lor bastimenti, avean promesso roma e toma agli armatori. Lo Schiaffino

allettato dai grossi premî e dallo sgravio di ogni balzello che faceasi

alle ferramenta e a’ legnami, avea posto ivi mano alla costruzione

d’un naviglio. Tirati dalla fede che riponevano intera nella valentia

e nella onestà sua, tutti correvano a gara per ottenere un qualche

carato, sia sul corpo come sul carico: e perfino i marinai non si

teneano dal profferirgli il loro peculio in tanti anni di fatiche

ammassato. Ei prescelse appunto le offerte di questi, promettendo loro

altresì di prenderli al servizio del legno nelle diverse lor qualità

di mozzi, velieri, gabbieri, contromastri, nostruomini, timonieri,

macchinisti e piloti, alla sola condizione ch’e’ sapessero leggere,

scrivere e far di conto.--Voi qui avete, ei dicea loro, una scuola

serale per chi ancora va ignaro de’ primi elementi di lettere: avete

una scuola nautica per chi già li possiede. Fino a primavera inoltrata

il legno non sarà in punto: mettete a profitto questa invernata, ed

io torrò meco i migliori tra voi.--Non è a dire se quei marinai mossi

dai larghi guadagni ch’ei facea balenare a’ loro occhi, dessero opera

assidua alla scuola, e ogni loro ingegno ponessero a riuscire valenti.

Imperciocchè e’ voleva altresì istrutti i suoi marinai per recare ad

effetto un suo vagheggiato disegno sul linguaggio navale. Non era

no lo Schiaffino un uomo di lettere; ma il divario che correa fra

questo linguaggio, qual si attinge dai libri più usati, con la parlata

comune de’ marinai, divario, fonte talora d’equivoci nel comando e

nel governo della nave, gli avea persuaso la necessità di attenersi

a quel di essi, che meglio rispondesse allo scopo. Ma con qual

criterio procedere in quella bisogna? La lingua de’ libri, scorretta,

imbastardita da voci straniere, non poteva andargli a versi a patto

veruno; quella de’ marinai concisa, colorita, vibrata, cadea per altro

sovente nel triviale e nel fango. Tale era il suo avviso: e perciò

volea culta la sua gente di bordo, poichè quasi per istinto sentiva,

che quel linguaggio deterso da alcune macchie di pronuncia, d’elisioni,

di eufonismi e di modi talora scurrili e proprî del dialetto soltanto,

avrebbe finito per trionfare.

Quanto egli assennatamente sentisse avremo campo a dimostrare nei

seguenti _Dialoghi_.

Intanto nel cantiere tutto era in moto: le maestranze affaticavansi

quali alla struttura del corpo della nave, quali ad assestare gli

attrezzi; argani volanti issavano enormi legni: fervea l’opera ne’

magazzini, ardean le fucine, da cui spricciavano le scorie infiammate

a guisa di fuochi artificiali; mastri d’ascia, legnaiuoli, calafati,

carradori, bozzellai, funaiuoli e trivieri senza confusione veruna

in piccolo spazio affrettavano i loro lavori. Vedevi là da un lato

ammonticchiarsi le contre e le scotte; più in là le boline separate

dalle drizze: cataste di bigote disposte a seconda de’ fori: ghiere,

cigale, radancie, penzoli, castagne, trozze, paterassi e bozze di più

ragioni. Lo Schiaffino avea cavato l’abete da Danzica: la quercia da

Brema: questa per le interne parti; quella per l’ossatura di fuori.

Volle d’olmo lo scafo, come quello che nutrendosi di acqua, fa ottima

prova nelle parti sommerse. E qui ti occorreano allo sguardo sparsi

sulla spiaggia i fasciami de’ tavoloni per l’interno rivestimento del

naviglio, non che le serrette per coprire internamente il fondo e il

fianco della carena: e traversi, puntelli, pilastri e lapazze. In

altre parti bolliva il catrame, e i pegolieri ne imbeveano i filacci

per poi torcerli in corde, mentre altri ne spalmavano le gomene ed i

legnami per meglio securarli dagli effetti dell’umidore e dai tarli.

Era ovunque una faccenda ed una pressa che mal potrebbe significarsi a

parole.

E già la nave faceva di sè bella mostra: tutti maravigliavano la

sveltezza delle sue forme, il garbo dell’ossatura, del fasciame, delle

paratie, la maestria delle sue proporzioni, la leggiadria della

chiglia, delle ruote, degli stamenali e d’ogni altro nautico arredo.

Era un legno veramente magnifico; staggiava mille ottocento tonnellate:

munianlo due alberi: un albero di trinchetto con trinchetto di goletta,

parocchetto e velaccio di trinchetto; e un albero di maestra con randa

e freccia, una trinchettina, il fiocco e vele di straglio. Aggiungi una

macchina di trecento cavalli ad alta pressione, che poneva in moto una

elice doppia, la quale assicurava alla nave una velocità tale da poter

filare sino a diciasette miglia all’ora.

Messo in assetto il naviglio, non altro restava che la cerimonia del

suo battesimo e la formazione del ruolo dell’equipaggio.

Era un bel mattino di giugno e tutto il paese di Rapallo e gli uomini

di Pagana, di Santa Margherita, di Portofino e delle terre contermini,

messi a festa, traevano ne’ pressi del cantiere per assistere al varo.

Il legno addobbato a gala con la pavesata adorna d’arazzi e bandiere

d’ogni taglio e colore, tirava a sè gli sguardi di tutti. Il vessillo

nazionale sbatteva al picco di mezzana; all’estremità dell’albero

di maestra, lo stendardo della Croce rossa in campo d’argento.

Brulicavano d’immensa moltitudine i lidi: il mare istesso formicolava

di trabaccoli, di burchielli, di guzzi, di tartanelle, di schelmi, di

fuste, di bilancelle e di zattere: tutto insomma il barchereccio del

golfo. Le campane scioglievansi a gioia: risonavano attorno allegre

canzoni. Bandiere, orifiamme e pennoncelli dovunque.

Un degno sacerdote salito sopra la tolda compie i prescritti riti, e

spargendo d’acque lustrali la nave, imponeale per ordine del capitano

il nome di _Biagio Assereto_, il valoroso domatore dei re d’Aragona e

Navarra. Ciò fatto, un fischio acutissimo s’ode echeggiare sul ponte:

gli occhi di ognuno si convertono al legno: cadono a un tratto i

ritegni che teneanlo fermo alla riva: vanno a terra i puntelli: una

specie di tremito agita la gran mole che comincia a barcollare: fra

tanto popolo accorso non udresti una voce, un sospiro; e soltanto dopo

che il naviglio strisciando sulle guide spalmate di grasso, prese,

fumigando, l’abbrivo al mare che tosto il cinse de’ suoi liquidi

amplessi, un clamore infinito di urli di gioia andò a ferire le stelle.

Il dì appresso i marinai che s’erano offerti allo Schiaffino,

raccoglievansi nella di lui casa per dare i lor nomi sul registro

dell’equipaggio, e fermare le condizioni della loro ascrizione. Trenta

egli ne elesse destri, intelligenti e animosi giovani, per mezzo de’

quali sperava poter rigenerare negli abiti della vita e nella lingua

navale le marinaresche popolazioni della costiera orientale; indi,

accomiattandoli--domani, ei disse loro, alla punta del giorno noi farem

vela.--

E alla punta del giorno il capitano saliva la nave, ma ombrato il

volto, qual chi teme una imminente sventura. Gli uomini dell’equipaggio

erano tutti al posto dai diversi uffici loro assegnato; i macchinisti,

il pilota attendeano i comandi: e i comandi mai non impartivansi.

Eppure l’aspetto del mare e del cielo annunciava che superato

agevolmente il capo di Portofino, in poche velate sarebbesi imboccato

il porto di Genova, ove la nave dovea completare il proprio armamento

e prendere il carico. Due altri bastimenti ch’erano in que’ paraggi

sull’àncore, aveano già preso del largo; i marinai non poteano insomma

comprendere l’esitazione dello Schiaffino nel dar gli ordini della

partenza. Peggio poi quando invece dell’ordine di salpare, s’udì

il capitano comandare di mettersi in panna, di gettar l’àncore,

d’ammainare i bastardi e le antenne, come se minacciasse un fortunale.

Una parte dell’equipaggio fu eziandio licenziata a scendere a terra.

E invero l’occhio espertissimo dello Schiaffino avvisava qualche cosa

di sinistro sulla faccia delle acque e del cielo; lontan lontano

s’udiva come un ronzio propagarsi sulle ancor quiete marine, foriero

certissimo di non remota procella; vedeansi le nubi sbandare per rombi

diversi; correan le onde non grandi, ma però spesse ed acute, e agitate

da un cotal moto che all’occhio indagatore nulla prometteva di bene.

L’aria impregnata d’elettrico: una lunga schiera di augelli rigava il

cielo, e volgeasi rapidamente alla terra. Egli aveva inoltre osservato

il barometro che improvviso scendeva: avea spiato la formazione dei

cirri e gli aloni: tutto indicavagli insomma lo appressarsi della

tempesta: ed ei volea cogliere il destro non solo di scampare la nave,

ma di porre ad esecuzione una sua antica proposta.

E la tempesta non si fe’ attendere a lungo, e furiosa per modo, che

i due legni che avevano prima sferrato, vedeansi da lungi lottare

penosamente contro l’urto dei venti che gli sbalestrava nelle

scogliere del Capo, e contro le infuriate onde che parean seppellirli

entro i lor vortici. E fu loro mestieri pel gran travaglio alleggerire

gli scafi, ciondolarli alle bande, usare ogni argomento dell’arte per

impedire che le àncore si rompessero sulle marre dei ronzoni. A mala

pena poggiando alla banda, e filando gli ormeggi per occhio, poteano

sostenersi sui flutti. Per contro il _Biagio Assereto_ non uscito da

quel securo seno, prendeva a scherno ogni ira di mare e di cielo.

S’addiedero allora i marinai ch’aveano collo Schiaffino posto il piè a

terra, da qual tremendo pericolo ei seppe francarli.

--Non avevi tu visto le procellarie e gli altri augelli marini aliare

sinistramente sui flutti?

--La luna è al secondo suo quarto; ieri il sole tramontò listato di

macchie ... cattivi pronostici per mettersi a vela.

--Ben l’indicava la salvastrella che incartocciavasi, e il trifoglio

che levava ritti ritti i suoi steli.

--Che la burrasca fosse imminente diceanlo le mosche che succhiellavano

più vivamente le carni; le passere che facevano uno strano cinguettare

sugli alberi; le api che non si discostavano dai loro alveari; i

lombrichi che usciano di terra; il suono delle campane che udiasi ben

di lontano ...--

E fedeli al proverbio che canta: _della sapienza di poi son piene

le fosse_, tutti allora erano certi, che sarebbe stata follia lo

sciogliere i canapi. Nondimeno compresi di viva riconoscenza traeano

presso il lor capitano.

Stava egli allora a colloquio col sindaco e i maggiorenti del luogo

in una sala della sua casa per avvisare sulla possibilità di recare

un qualche soccorso ai due legni in procinto di naufragare, e fremea

per l’impotenza di liberarli da un imminente disastro. La venuta de’

marinai e la presenza degli uomini più notevoli del paese parvegli

occasione propizia per incarnare un suo antico disegno; ond’è che

levatosi e raccoltigli intorno a sè, così prese a dire:

--Voi vedete, amici e compagni, l’impossibilità in cui per manco di

mezzi noi siamo di recare un qualche soccorrimento a quei miseri. Ma

s’e’ versano in gravi distrette, gli è perchè l’hanno eglino stessi

voluto; io per certissimi indizi gli avevo ammoniti a non fidarsi

oggi al femminile sorriso del mare; le sue carezze nascondevano il

tradimento. E se or non c’è dato volare in loro aiuto, tutta su voi

ne ricade la colpa, o signori; ed io terrei questo pel più bel giorno

della mia vita, se vi piacesse avvisar meco al modo di prevenire le

fortune di mare, e di rendere affatto innocui i naufragî.--

Queste parole pronunciate coll’accento di sicurezza propria dell’uomo

di mare, scossero profondamente gli astanti, i quali per bocca del

sindaco--parlate, gli dissero; che àssi a fare per scongiurare i danni

gravissimi che ad ogni istante gettano nella desolazione le nostre

famiglie? Noi siam tutti presti a mandare ad effetto quanto voi saprete

proporci. Parlate.--

In quello istante parve che l’uragano rimettesse alquanto della sua

furia; il capitano, appuntato il suo cannocchiale, vide un de’ legni

correre al largo, mure a sinistra, sotto le sue vele basse, le vele di

gabbia, i parrocchetti, la brigantina ed i fiocchi; stava anzi in quel

punto issando i coltellacci e i papaffichi. Anche l’altro naviglio,

vinta la traversia, spiegava al vento il trevo della maestra, e serrata

la mezzana, facea, correndo, la prua a Portofino. Ond’egli con animo

più rimesso, così parlò loro:

--Voi conoscete il noto adagio: _chi s’aiuta, Dio l’aiuta_: ma noi

siamo ancor lontani dal metterlo in pratica. Chiamare Dio e i Santi

in mezzo ai pericoli della sconvolta natura, gli è certo un ottimo

avviso; ma meglio ancor tornerebbe il prevenire questi pericoli, dacchè

la scienza ci ha porto il modo di prevederli e schermircene. Uditemi.

Non v’ha capitano il quale non sappia che le brusche oscillazioni

barometriche accusano quasi sempre lo scoppiare d’una tempesta.

Quindi è che le navi van provvedute di barometri, che il capitano ad

ogni tratto consulta, ma che troppo spesso non sa interpretare, nè

porre in relazione con le condizioni geografiche del luogo, con la

temperatura e co’ fenomeni elettrici dell’atmosfera. Ma se i lavori

dell’_Associazione Marittima_ fondata dallo illustre Maury andranno,

come ne ho fede, ogni dì più allargandosi, gli uomini di mare cresciuti

alla scienza sapranno antivedere non solo la procella e i perturbamenti

dell’aria, ma diminuirne eziandio la frequenza e cansarne i pericoli.--

--Senonchè i piccioli legni di cabotaggio e i navicelli de’ pescatori,

tanto esposti nei nostri rivaggi ai furori dei libecci, van privi di

questi notevoli ammonimenti, e quand’anche ne fossero in possessione,

non saprebbero oggidì per la loro ignoranza cavarne costrutto veruno.

Eppure in altre nazioni e specialmente in Inghilterra si venne in loro

aiuto. Il duca di Northumberland propose, non è molto, a Tomaso Sopwith

presidente della _Società meteorologica_ l’istituzione di _Osservatorî_

nei numerosi villaggi de’ pescatori disseminati su quelle costiere.

Era suo intento tutelare le vite e gli averi di tanti uomini laboriosi

mediante la previsione del tempo, qual ci viene indicata dalle

osservazioni barometriche e meteorologiche. Accolta con plauso una tale

proposta, Sopwith e Gleisher si diedero con ogni studio ad erigere

stazioni meteorologiche, e furono tenuti in conto di veri benefattori

dei marinai di quelle spiaggie, i quali appresero a breve andare l’uso

di quelli strumenti, di cui vollero farsi mallevadori e custodi. Ond’è

che tali stazioni moltiplicarono in pochi anni per modo, che quasi

tutta la costa n’è oggi fornita; i loro salutevoli effetti son senza

numero. Io vi propongo adunque anzitutto la fondazione di uno di questi

osservatorî, i cui risultamenti varranno a risparmiare alla nostra

riviera non poche vittime per ciascun anno.--

--Nè questo è tutto. Io leggeva poc’anzi ne’ vostri occhi e in ogni

vostro atto un desiderio ardentissimo di correre a salvezza di que’

due legni, che sordi ai responsi della scienza, osavano incauti

avventurarsi ad una calma infedele. Salvarli! È presto detto; voi mi

conoscete, e v’è noto se io mi sia tale da indietreggiare in faccia

al pericolo. Ma con questo furiare d’acqua e di venti, io non potea

trascinare i miei compagni a inevitabile perdizione. Rammentate ciò

ch’io testè vi diceva: che se, cioè, non mi venìa fatto di recare

soccorso ai pericolanti fratelli, dovete voi soli tenervene in colpa.

Ed eccomi pronto a chiarirvene. Avete voi mai pensato a fondare su

queste prode, così esposte ai turbini ed alle procelle, una _Società

di Salvamento_? Avete voi i così detti _canotti di salvataggio_, quali

si hanno dalle più colte nazioni? Voi per certo da me non pretendete

l’istoria di queste lancie di salvamento che devonsi a Enrico

Greatheard, ingegnere inglese, nè il modo della loro costruzione. Io

vi dirò solo esser tali, che il loro sommergimento riesce impossibile,

perchè formate in guisa, da far loro d’un tratto cambiare direzione

per evitare o superare i marosi irrompenti: e munite di aperture

nel fondo per lasciar colar l’acqua che talor le ricopre. Mediante

questi agili arnesi torna assai facile lanciarsi ne’ flutti agitati, e

volare in soccorso dei naufraghi. Nulla dirò di tanti altri mezzi, e

in ispecie dell’_artiglieria di salvamento_, che consta di un grosso

archibuso, con cui si scaglia un canapetto raccomandato a una freccia

di punta barbonata, che conficcandosi in qualche tavola del naviglio

sbattuto dall’onde, serve ai pericolanti per istabilire l’andrivello

o altra via di salvazione. Vi basti sapere che migliaia di naufragî

devono a questi congegni la vita.--

Il capitano taceva, e spiava negli occhi degli astanti l’effetto

delle sue proposte. E questo fu tale da doversene assai tenere. Primi

i marinai con quella eloquenza che appalesa l’interna agitazione

dell’animo, levando in alto i loro berretti, ruppero in un grido,

dicendo--vogliamo una stazione anche noi: vogliamo la lancia di

salvamento.--E poste le mani ai borselli, proffersero chi più chi meno

la loro moneta per la compra degli strumenti opportuni. Senonchè il

capo del comune e gli altri più cospicui signori, mal comportando che

venissero gravati que’ marinai per un’opera che tornava a beneficio di

tutta la terra, si tolsero essi stessi l’incarico di fondar la stazione

e provveder gli altri arnesi; talchè giova sperare che tra non molto

i paesi litorani della costiera orientale andran muniti di questi

possenti mezzi di preveder le tempeste e scongiurare i naufragî.

Poche ore appresso sul _Biagio Assereto_ tutto era in moto; il grido

che comanda la rotta risuonò per la tolda--Orza alla banda!--E tosto

vedevi il legno spiegar le sue vele, il trinchetto, la brigantina, la

gabbia, i coltellacci, le vele di freccia e di straglio, e cazzate le

scotte, pigliare i venti e l’abbrivo. Tirò subito al largo virando

a ponente: e lasciandosi addietro i curvi rivaggi e le insenate del

golfo, doppiò il capo di Portofino, le cui roccie cadenti quasi a fil

di sinopia sul mare, il sole volgente all’occaso colorava di caldissime

tinte. Allora apparvero a dritta in tutta la pompa della loro bellezza

i lieti prospetti e le ingiardinate prode della riviera, spiranti un

incognito indistinto di profumi e di odori. Rifletteva lo specchio

delle acque il verde delle soprastanti colline: ma tra quel tripudio

della terra, delle acque e del cielo i marinai cessavano a un tratto le

allegre canzoni, e quasi tirati da magica forza correan collo sguardo

alle piagge fuggenti. Era infatti quell’ora, che come divinamente canta

il poeta:

....volve ’l disio

A’ naviganti, e intenerisce il core

Lo dì ch’han detto a’ dolci amici addio:[2]

dileguavano da lungi i contorni de’ monti, e le ombre si distendeano

sui flutti. In quel religioso silenzio un’ardente preghiera alla Stella

del mare, a N. D. di Monte Allegro correa sulle labbra di tutti, dal

capitano al mozzetto di poppa.

Intanto la nave filando dieci nodi all’ora, col trinchetto e la borda

allargata di buon braccio, lasciandosi addietro una via schiumeggiante

che allungavasi fin oltre la vista, imboccava quasi a levata di sole

il porto di Genova. Meraviglioso prospetto! L’astro del giorno indora

cupole e torri, e accompagna, sto per dire, la città che scende

degradando dai monti, irti di baluardi e castella, per riposarsi nella

curva sua rada. Eccoti innanzi una selva di navi, su cui s’innalza

il Faro superbo, con sotto le batterie fioreggianti; e dovunque sui

sbarcatoi, moli e banchine una pressa, un agitarsi che accusa la

vivezza de’ traffici, onde si privilegia la metropoli della Liguria.

S’udì allora squittire acuto il fischietto del capitano, e i marinai

salirono di botto in coperta ad eseguirne i comandi. Ed egli fatte

imbrogliare le vele, ammainare antenne e pennoni, ordinò si desse fondo

ai ferri e si legassero a terra i provesi.

Nel tempo ch’ei spese a porre in pieno assetto la nave, in un porto

frequentato da legni di tutte le marine italiane, lo Schiaffino

ebbe campo vastissimo di studiarne la parlatura e raffrontarla con

la lingua de’ libri, ma pur senza cavarne un chiaro e determinato

costrutto; finchè sorse quel giorno in cui di proposito potè provocare

la trattazione di un argomento che tanto stavagli a cuore. Come ciò

avvenisse e qual ne fosse l’effetto, vedran que’ leggitori ai quali

possa dirsi con Dante:

O voi che siete in piccioletta barca

Desiderosi d’ascoltar, seguite

Dietro al mio legno che cantando varca[3].

_DIALOGO I._

AL comando dell’_Assereto_ venia dallo Schiaffino, già troppo oltre

negli anni per commettersi ancora alle fortune di mare, preposto Nino

Bixio, già in fama d’intrepido marinaio, al pari di valoroso guerriero.

Nato sui flutti, avvezzo da primi anni suoi a lottare coll’impeto

degli uragani, ei v’attinse quella tempra di ferro e quell’ardimento

indomabile, di cui die’ sì nobili prove nella meravigliosa epopea del

risorgimento italiano. E lustro a’ più doppi maggiore sarebbe, siccome

io penso, a lui derivato, e avrebbe l’Italia aggiunto il di lui nome

a quello de’ più insigni ammiragli, se al povero mozzo del _Pilade_

e _Oreste_, avezzo a salire in coffa per il passo del gatto, (egli

ha comune con Garibaldi la gloria d’aver fatto le prime sue armi in

quell’umile uffizio) fosse arrisa sì amica la sorte, da conseguire,

anzichè d’un corpo d’esercito, il comando supremo di una armata navale.

Tale era infatti il desiderio più intenso della sua vita.

Volgeva il maggio del 1866, e la guerra contro l’Austria stava per

iscoppiare. Il naviglio italiano raccoglieasi in Ancona: e se l’intera

nazione ponea piena fede nelle sue schiere di terra, punto non dubitava

che i marinai liguri e veneziani avriano al primo urto conquassate

nell’Adriatico le forze nemiche. Con questa certezza nel cuore

null’altro attendeasi che la scelta d’un ammiraglio, il quale aprisse

a’ nostri prodi la via del trionfo.

Narrò allora la fama che Nino Bixio sollecitasse un’udienza a re

Vittorio Emanuele che l’ebbe sempre assai caro. Fattosi innanzi a

lui--Sire, ei diceva, manca un duce all’armata che voglia e sappia

vincere ad ogni costo; io ve ne chieggo il comando. Siavi mallevadore

della vittoria il mio capo e quello de’ figli miei. Io fo qui

sacramento di seppellirmi tra i flutti, o di tornar vincitore--.

Povero Nino! Parecchi dì appresso avvenne lo scontrazzo di Lissa, che

gli seppe più micidiale d’un coltello nel cuore.

Con la _passione_ del mare nell’anima, passione che più tardi lo

spinse ad abbandonare l’esercito e gli onori di generale per lanciarsi

un’altra volta in mezzo all’oceano, e aprir nuove vie nelle regioni

dell’Indo-Cina al commercio italiano, non è a dire se accettasse di

gran cuore il comando offertogli dallo Schiaffino. Perciò attese con

sollecita cura a completar l’armamento della nave e a rifornirla di

quanto i moderni trovati sapeano offrire di meglio.

Diè la sorte che nel gennaio del 1860 in una delle quotidiane sue

visite all’_Assereto_ io gli fossi compagno; e benchè quasi nuovo

alle cose marittime, ebbi campo non solo ad ammirare la sua pratica

marinaresca, ma e la sua profonda scienza nelle nautiche discipline.

Avresti detto non aver egli atteso ad altro in sua vita che agli studi

navali.

In quella occasione, stimolatovi dallo Schiaffino, che più volte

s’era aperto con me intorno la convenienza d’unificare il linguaggio

marinaresco, io mi proposi di fare appunto cadere il discorso su questo

argomento. Infatti dopo l’asciolvere passammo in una camera che era

insieme armeria, biblioteca e gabinetto di fisica e di metereologia,

tante armi, libri, macchine, areometri e strumenti d’ogni ragione

aveavi raccolto; ivi ebbe luogo fra noi il dialogo, che a un dipresso

qui intendo trascrivere.

_Autore._--Tu hai veramente tutte le parti che si convengono a valente

capitano navale, come mostrasti posseder quelle di prode soldato: e ben

a ragione la patria attende da te ancora gran cose.

_Nino Bixio._--Non amo gl’incensi, tu il sai; il poco che mi fu dato

operare era sacro debito di figlio verso la comun madre, l’Italia, il

cui nome, per Dio, sarà fatto ognor da me rispettare.

_A._--Cominciamo adunque a rispettarlo noi stessi. Se io testè ti lodai

(e ogni lode invero è scarso tributo a’ tuoi meriti), gli è per meglio

aprirmi la via, non dirò a un biasimo, bensì ad una esortazione, che

per tuo mezzo vorrei indirizzare agli uomini di mare, e della quale

per carità verso la patria vorrai tener conto.

_N. B._--Parla, parla; in te riconosco pur sempre il franco e leale

amico de’ nostri primi anni: e ben sai ch’amor di patria ha in me tal

potenza, da dar fuoco, ove occorra, a Santa Barbara e far saltare in

aria la nave. Altro che tener conto delle tue esortazioni!

_A._--Sollo; ma so del pari che non soltanto ne’ grandi cimenti si

serve la patria; e ch’è mestieri riconoscerla sempre, in tutte le

operazioni della vita, in tutte le ore, ne’ più minuti atti nostri. Da

qual nazione cavasti le macchine, gli arnesi, il fornimento insomma

della tua nave?

_Emilio Schiaffino._--Dall’Inghilterra, e ciò per espresso consiglio di

Nino.

_A._--Io non vo’ cercar le ragioni per certo valevoli che ti mossero

ad acquistare ogni arredo da costruttori stranieri, mentre si hanno in

casa officine e operai........

_N. B._--Oh questo poi gli è un voler spingere l’amor della patria

oltre i debiti confini del giusto.

_A._--Forse. Ma quando sento sulle tue labbra e su quelle di

tutti i capitani di mare suonar voci straniere scrie, scrie, e

assegnar barbari nomi ad arnesi e cose ch’han vocaboli italiani e

leggiadrissimi, non mi avrai per soverchiamente severo, se te ne fo’

riprensione in nome di quella patria, ch’ha dritto di sentire usata

da suoi figli e a bordo delle sue navi la propria favella, anzichè un

gergo non suo.

_N. B._--Converrei teco assai di buon grado, se l’Italia possedesse

al pari degli altri popoli una favella marittima comune a tutti

i suoi figli; ma niuno ignora che corre fra essi un divario così

spiccato e notevole, che il nome di ogni attrezzo cambia di punto in

bianco ne’ vari porti italiani. Ciò non comprendono i letterati di

professione, sprofondati ne’ lor libri e non usi all’aperto conversare

colla gente di mare; ma noi che co’ tuoi classici c’andiamo un po’

grossi, noi, dico, sappiamo che una _imbarcazione_, a mo’ di esempio,

si chiama _passerella_, _caicco_ a Venezia, _canotto_, _jola_ a

Genova, _pallone_, _serenì_ a Napoli, e va dicendo. Del resto, ciò

è naturale. I governi che si succedettero in Italia nei due ultimi

secoli, intesero a conciarla per modo, che i suoi figliuoli non si

credessero membri d’una sola famiglia; onde ne venne che non potè

costituirsi un linguaggio marinaresco, che fosse glorioso patrimonio

dell’intera nazione. Ne’ tempi a noi più vicini, dopo il misfatto del

1815, Napoli si sequestrò dalla Italia, l’Austria imbastardì la flotta

veneta, Toscana, smarrite le splendide tradizioni de’ cavalieri di

Santo Stefano, non ebbe, si può dire, più navi: e quanto a Genova, le

fu imposta dal Piemonte, ben sai, la camicia di Nesso, cioè la favella

francese, che soltanto nel 1836 potè tôrsi di dosso. Conseguenza di

questi fatti si è la mancanza di un unico linguaggio che sia vivo e si

mova e si parli sulla tolda delle navi italiane. Ond’è che ciascuno di

noi adopera i proprî vocaboli, o quelli che più gli tornano acconci,

senza che per questo l’Italia n’abbia a scapitare d’un pelo, come non

scapitò mai per l’uso inveterato e costante de’ suoi vari dialetti. Se

fosse altrimenti......

Linguaggio e proverbi marinareschi · 第 1 / 5 段