I PAESI DELLE VALANGHE

Dalla vetta delle Alpi al mare Mediterraneo corrono poche centinaia di

chilometri, mentre parecchie migliaia la separano dai mari del Nord.

Questo fatto spiega la diversa struttura dei due versanti, dei quali il

meridionale precipita per via di immani scoscendimenti nella valle del

Po, e s'allunga, e si spiana e digrada negli ondulati altipiani della

Svizzera il settentrionale.

Ci sono tre diverse regioni alpine. La montagnosa al basso, l'alpestre

nel mezzo, l'alpina propriamente detta in alto. Chi scende in Italia pei

valichi delle Alpi Cozie, Graie o Pennine, avverte subito il limite ed

il carattere di ogni regione. Appena lasciati i deserti nevosi, la

regione alpina gli sorride con un tranquillo aspetto pastorale. La valle

si rompe in più branche come una scala enorme, e fra l'una branca e

l'altra è una pianura placidissima, una conca verde dove il torrente

corre quieto come un ruscello e spesso dilagando alimenta le lussuriose

vegetazioni. I villaggi vi sono lindi ed agiati, anzi non hanno di

villaggio che il nome e il campanile, tanto le case si sparpagliano qua

e là volte a quel poco sole di cui tutte vogliono la sua parte.

Il centro, la parrocchia, raccoglie appena intorno a sè tre o quattro

fuochi: quello del parroco, la casa comunale, la scuola, spesso un

albergo, qualche volta il tabaccaio che smercia pane, droghe, fettuccie,

carta, chiodi, olio di ricino e confetti. Il resto del villaggio è

sminuzzato in tanti casali di due o tre fuochi, dove al solito dimorano

i diversi rami di una stessa famiglia. Ogni casa ha, davanti, la sua

pezza di prato, il suo orto glorioso di quattro o cinque girasoli e il

tronco mozzato infitto nella terra che getta acqua per un tubetto di

ferro.

Qui la gente dimora tutta nel fondo della valle. Si vedono bensì su per

le coste della montagna e fino rasente le ghiacciaie, dei casolari

pastorizi (chiamati _Meire_, _Grangie_ o _Alpi_); ma a questi salgono

per lo più i mandriani della pianura e non vi soggiornano che i tre mesi

della state. L'inverno, quelli del paese o s'industriano trafficando

intorno per il mondo o si tappano nelle stalle e vi impigriscono in

minuterie tranquille, e pulite che sembrano trastulli. Per essi il

lavoro invernale, meglio che di sostentare la vita, è un mezzo di

ammazzare la giornata e più la sera. Si baloccano in piccoli ordigni per

aprir l'uscio o la botola del fieno senza muover di posto, per abbassare

dall'assito, ond'è rivestita la parete, un piano che faccia da tavolino

e rialzarlo senza che ne appaia la mostra, si lambiccano il cervello a

perfezionare le morsette di legno destinate ad assicurare contro il

vento i panni sciorinati al sole, o a trovare un nuovo congegno per

l'aspo o una nuova zangola per sbattervi il burro. I più utilitarii

fanno mestole o cucchiai di legno, o riparano le minute avarìe della

casa. Da ciò deriva alla casa un'aria agiata e patriarcale, che non

inganna. L'alta montagna elesse i suoi abitanti. È avvenuta la naturale

selezione darwiniana: chi non ebbe forza e sostanze da camparvi con

agiatezza, o dovette soccombere o ne sloggiò. La miseria della quale

vedremo tanti impensati esempi nel basso, non è compatibile colle

asprezze del clima e cogli scarsi prodotti del suolo alpino. La frase

pare paradossale, ma non è. La terra frutta così poco, che solamente i

ricchi ne posseggono, e non essendovi traffichi nè industrie, chi non ha

rendite o possedimenti, non trova la via di campare. Nei villaggi della

regione alpina non vi hanno mendicanti o ve li attira nella buona

stagione la ressa dei forestieri; non vi si incontrano quei visi sparuti

di morente, quegli occhi febbrili pieni di timidità supplichevole, che

attristano i grossi borghi della media vallata, nè i mostricciatoli

rugosi, cenciosi, luridi e paurosi, obbrobrio e pietà della razza umana.

La terra, le case, la gente, tutto è disposto e apparecchiato per la

consueta guerra contro le stagioni. Del gran nemico alpino che è la

valanga, tutti, lassù, sanno misurare il peso e l'impeto e prevedere le

mosse e spiare i passi, tutti conoscono della valle i punti vulnerabili

ed i sicuri. E perchè la giacitura della casa non è imposta nè da

assoluta necessità di lavori agresti, nè da assoluta ristrettezza di

spazio, la casa sorge sempre al riparo del noto ed atteso flagello. Dove

il pericolo diventa consuetudinario, l'uomo industrioso ne scampa o se

ne giova; il solco squarciato dalla valanga serve l'estate a guidare in

basso le abbattute d'alberi. Ma questa placida zona che pare una Tempe

ha poco spessore. A un tratto, la valle, in luogo di rompersi in branche

e ripiani, rovina tutta verso la pianura. Sembra che ogni montagna

cerchi invano un punto sicuro dove posare, sicchè tutte, una dopo

l'altra affondino la base e la smarriscano in una voragine smisurata.

Non più spazi piani di terreno in mezzo alla valle: le due chine opposte

si avventano l'una sull'altra e incassano il torrente. In luogo dei

declivi ammorbiditi da una foresta fitta d'abeti o dal bel cuscino dei

prati, rovine di massi titanici fra i quali il monte lacerato mostra la

sua ignea ossatura. Una vegetazione arborea bastarda, dove

intisichiscono insieme gli ultimi pini e le prime querce e i primi noci.

E via la valle precipita a rigiri rapidi e brevi, sempre serrata e

sempre echeggiante per le acque sbattute, e via la strada si sviluppa,

tagliata quasi sempre a mezza costa, dominante dall'alto il torrente,

attraversante gruppi di case cui, d'estate la folta ombra dei castani, e

d'inverno, la montagna di contro, rubano il pochissimo sole, sicchè

anche quando è più secca la canicola, esce dai loro usci un tanfo

umidiccio e lungo le loro muraglie un loto perenne vi si appiccica ai

piedi. E quando dopo parecchie ore di cammino, la gora si apre al largo

dove a mala pena capisce un borguccio tutto pigiato intorno la chiesa,

vi pare di affacciarvi al gran padre Oceano e di respirarne i liberi

venti. Questo segue ben inteso delle valli minori e la pittura sarebbe

un po' carica per le grandi vallate, le quali hanno spesso un letto

largo e fertile. Ma anche in quelle i monti che le fiancheggiano

precipitano per via di fenditure enormi, levigate come tavole di

lavagna, le quali tolgono al paese l'aspetto mansueto che incontrammo

più in alto e gli danno un carattere di violenza selvaggia e grandiosa.

Mentre in alto il prato e la foresta attestano solamente la feracità del

suolo e rammentano le beate leggende dell'Eden, qui le varie ardue

colture accusano la fatica dell'uomo. E colla fatica, il bisogno e gli

stenti. I grossi borghi tagliati in mezzo dalla via maestra, non sono

più disseminati per le praterie, ma si aggruppano avari di spazio e

respirano poca aria dalle viuzze strette e senza sole. Il terreno ha

troppo valore perchè lo si getti in larghezze signorili. I frutti del

suolo sono già molti e varii, sicchè la terra lavorata può bastare alla

vita dell'uomo. Ma quale vita! E quale lavoro! Quel poco pane il villano

deve cercarselo dove lo trova, contendendolo al sole, alla neve, alle

frane, ai torrentelli divoratori, al vento gelido di tramontana, alle

brinate primaverili. Di qui un lusso faticoso di muri e muriccioli, di

trincee, di valli militareschi, di pilastrini d'ogni forma, e grandezza

per reggere le pergole; opere di continua e solerte difesa contro i

continui e solerti nemici, le quali richiedono una vigilanza quotidiana

e vicina. Perciò le case agresti sorgono dove la dura necessità lo

comanda. Dove la montagna, fra dirupi impraticabili, spiana un

pratellino, ivi qualche eroe del bisogno improvvisa un'oasi che sa di

miracolo. L'inverno ha già perduto la crudezza micidiale di poc'anzi.

Anche miserrimo, qui l'uomo può durare in uno stato che somiglia la vita

e questo basta a tanti infelici i quali arrischiano mille volte di

morire, pure di trascinare l'agonia.

I forestieri che attraversano quei paesi, diretti alle alture

salutifere, la mente nutrita delle frasi letterarie di _fieri e robusti

alpigiani_, di _tempre ferree_ e via discorrendo, stupiscono della

realtà e calunniano la razza montanina, la quale è ancora in parte e fu

tutta quanta fortissima in origine e dotata delle migliori attività

umane, ma venne via via negli stenti e per la dimenticanza in cui fu

lasciata, e più andrà in avvenire, logorando la fibra e intimidendo gli

spiriti.

Chi dalla valle maggiore sale i fianchi delle montagne o s'interna per

le gole, vi scopre certi brandelli di paesucci, viluppi di tuguri,

perduti in luoghi così inospiti che si credono disabitati. La chiesa

valligiana serve per lo più a una ventina di villaggetti aggrappati a

sporgenze rocciose quasi impercettibili, sospesi a mezza costa con un

abisso sul capo ed uno ai piedi, terribilmente pittoreschi, dei quali

l'estate nasconde il miserrimo aspetto e l'inverno rivela l'esistenza

sempre pericolante. Se una valanga piombasse dall'alto della rupe che li

_protegge_, li spazzerebbe di netto. Ma chi pensò, edificandoli, se la

valanga li avrebbe un giorno colpiti? Ben altra cura li collocò dove

stanno e ve li mantiene. Nella regione alpestre la valanga non ha il suo

corso normale e prevedibile. Essa non è flagello di ogni anno, mentre la

fame lo è di ogni giorno. Ciò spiega le vittime dell'inverno passato e

ne fa temere di nuove ogni anno.

Novelle e paesi valdostani · 第 21 / 23 题