LA LEGGENDA DEL PICCOLO SAN BERNARDO

Interrogato una volta dagli ufficiali dello Stato Maggiore Sardo, che

nome avesse la giogaia che separa il Monte Bianco dalla Valle del

Piccolo San Bernardo, il rettore dell'Ospizio rispose:

--Si chiama: «_Miravidi_».

Era il nome che egli nella caldezza del suo amore per quell'Alpe le

aveva imposto, che aveva serbato fino allora per sè solo, godendosi la

dimestichezza di fare a nomignoli colla montagna; ma venutogli il destro

di registrarlo e di eternarlo forse sulle carte, egli lo aveva colto di

volo colla prontezza accorta degli innamorati che hanno sempre sveglia

la cura esaltatrice.

Il nome di _Miravidi_ fu segnato, credo, su qualche carta e meriterebbe

di essere su tutte. Quella costiera vide infatti e vede tuttavia

mirabili cose, non mai viste altrove.

Vede la gola stretta e scura che fu chiamata l'_Allée Blanche_ dalla

doppia cintura di nevati che la fascia: vede l'azzurro lago di _Combal_,

più cangiante che un cielo estivo in giorno tempestoso, nel quale il

ghiacciaio della Brenva immerge i suoi procellosi cavalloni rassodati, e

dove sorsero forse gli ultimi ripari del popolo dei Salassi, che vanta

le ultime resistenze opposte in Europa alle Aquile Romane. Vede foreste

fitte di quanti alberi poterono i secoli seminarvi, dove biancheggiano

qua e là, cadaveri secolari, stranamente paurosi, i tronchi fulminati

delle _Arolle_ e dei Larici. E vede levarsi dalla sua più bassa radice e

quindi giganteggiare più che da ogni altra parte, la mole ossuta del

Monte Bianco, che scende per dorsi e gradi in Savoia e piomba a picco in

questa primissima valle d'Italia. Le cime che da Chamonix e più lungi da

Ginevra appaiono ammorbidite dal cuscino delle ghiacciaie, mostrano alla

giogaia di _Miravidi_ le coste taglienti e travagliate dai fulmini. Di

là sono vette, di qua, creste; di là, il monte s'adagia e oscura il

cielo col profilo bianchissimo dalle curve larghe e gravi, di qua s'erge

e frastaglia l'orizzonte con una selva di torri, di pinnacoli, di

antenne colore del rame. Nessun altro dei grandi gruppi Alpini, nè

questo da altri versanti, spiega così intera la smisurata faccia de'

suoi fianchi. Le vallate per lo più procedono perpendicolari od oblique

all'asse del monte che le sbarra, cosicchè di questo non appare a chi le

risale se non lo spazio compreso fra le due chine che le fiancheggiano.

Qui ai piedi del Monte Bianco corre un vallone parallelo al suo asse:

dalle vette di _Miravidi_ l'occhio ne abbraccia tutta la distesa, misura

tutta la base da gigante, vede scintillare tutte le acque che esso versa

in Italia.

Dalla parte di mezzodì si affaccia alla costiera di _Miravidi_, la

verdissima valle del Piccolo San Bernardo; la più corta, la più varia,

fra quante sono tributarie della Dora Baltea, dominata dalle ghiacciaie

del Ruitor le cui acque formano in alto il lago di Santa Margherita e

scendono poscia nella fertile conca della Thuille per via di stupende

cascate fra i boschi.

Donde viene quel nome di Ruitor? Di quale termine celtico o gaelico è

derivato? Il linguaggio alpino è pieno di tali vocaboli, discesi coi

secoli e vincitori delle lingue moderne, delle barbariche e ciò che più

conta della latina: parole che sotto l'involucro delle nuove desinenze

serbando il nocciolo antico, ci recano la voce e in parte rispecchiano

l'animo dei primissimi stabili abitatori di queste regioni. Si direbbe

che la robusta struttura delle terre durate senza mutamento al passaggio

dei secoli, abbia irrobustito le parole primamente adoperate a

significarne gli accidenti: e, come l'Alpe si chiama Graja dalla voce

celtica _Grau_ (grigio biancastro) e la catena che vi s'allaccia verso

Oriente, è detta Pennina, da _Penn_ che dal celtico significa: _sommità_

e Dora, proviene da _Dour_ (acqua) e moltissime altre ve ne hanno che io

ignoro e sanno i filologi, e più ancora che sa il popolo ed i filologi

non sanno.

Già ai tempi di Roma si disputava intorno l'origine di tali nomi. Tito

Livio al Libro XXI, Cap. 38, raccoglie e confuta l'opinione che la voce

_Pennina_ derivasse da _Punica_ per essere Annibale passato in Italia

traversando l'Alpe di quel nome, locchè certo non fece, e che il nome di

_Alpe Graja_, dato all'attuale Piccolo San Bernardo provenisse da

_Greca_ per esservi passato Ercole Tebano. Qui comincia la _leggenda_

del Piccolo San Bernardo: _leggenda_, non _storia_; in causa appunto di

questo favoloso passaggio di Ercole. Plinio secondo ne discorre come di

voce in gran credito, e al popolo dei Salassi che abitava queste

regioni, vantano alcuni la discendenza da un Cordelus, figlio di

Statielo, che si vuole fosse uno dei capi dell'esercito di Ercole,

quando il semi-dio traversò l'Italia. Ercole valicò dunque il colle del

Piccolo San Bernardo? Se mai, fu tornando dalle favolose colonne, dopo

di avere congiunto insieme il Mediterraneo e l'Oceano. Vi andò seguendo

la costiera Libica; ne sarà tornato per Spagna e Gallia, donde per

l'Alpe Graja o per il Colle di Tenda sarà sceso in Italia. Ma il viaggio

ed il valico sembrano piuttosto una mera favola dei Romani ellenizzanti;

favola ispirata forse dalla maravigliosa asperità di queste regioni. Se

è vero che ai tempi di Cesare, una strada carreggiabile valicasse il

giogo del Piccolo San Bernardo (Alpis Graja) si capisce come i Romani

affacciandosi la prima volta a questo robustissimo nodo alpino e vedendo

già domata dall'uomo la selvatichezza dei luoghi, abbiano attribuito la

stupenda opera ad Ercole.

Prima di Cesare e prima di Annibale, superarono questo giogo torme

armate di Galli chiomati ed erano frequenti i commerci fra gli abitanti

della Tarantasia (Centroni) e quelli della Val d'Aosta (Salassi). Vi

passò Annibale? Gli storici romani, non nominano i luoghi donde egli

scese di Spagna per le Gallie in Italia, e perchè si contentano di

descriverne l'aspetto e perchè le montagne, dal più al meno, si

somigliano tutte; ogni valico alpino, da quello di Tenda al Gottardo,

vanta quel passaggio ed in ognuno di essi i disputanti eruditi, trovano

caratteri locali che, le elastiche interpretazioni aiutando,

corrispondono ai testi. La disputa ferveva ai tempi di Seneca, nè è

verosimile che sia mai definita, se qualche carcassa d'elefante o molti

scheletri umani riconosciuti di razza etiopica, scavati un giorno a caso

in qualche gola alpina, non faranno testimonianza del vero. La cosa non

è assolutamente impossibile, nè improbabile, perchè il giorno prima di

affrontare l'ultimo giogo, l'esercito cartaginese cadde e lo superò, in

un agguato tesogli dalle popolazioni indigene, e vi lasciò morti uomini

e bestie da soma. Comunque sia, in favore del Piccolo San Bernardo,

oltre le solite corrispondenze, che è facile rintracciare dovunque, sta

il fatto dell'agevole strada e la affermazione di L. Celio, il quale, a

soli cinque anni dalla discesa di Annibale, scrive che questi passò per

_Cremonis jugum_ nel quale Cremonis jugum si ravvisa il Monte Crammont,

ultimo della catena di _Miravidi_, all'ombra del quale chi scende in

Italia dal Piccolo San Bernardo, deve per forza passare. Ciò basti, se

non alla storia, alla leggenda del Piccolo San Bernardo e scusi gli

abitanti delle terre vicine, se chiamano: Cerchio d'Annibale, un cerchio

druidico, tuttora visibile sulla spianata presso l'Ospizio.

Il Monte Bianco, la cui testa, il _Penn_ gaelico, soverchia la costiera

di _Miravidi_ e sta spiando oltre nella valle, avrebbe dunque veduto

passare le schiere Puniche, i cavalieri Numidi e le nuove moli degli

elefanti. E, ad Annibale, se vi passò, e a Cesare, il quale vi passò di

certo, apparve da quelle cime la stessissima vista che noi vediamo, non

mutata affatto nè di forme, nè di colori, nè di misure, nè di

minutissimi particolari. Locchè con altrettanta esattezza non si può

dire di altri luoghi, fuorchè del mare al largo donde non si scoprono

terre, o ne appare solamente il profilo. Le costiere o presero o

perdettero spazio, si aprirono porti o si chiusero, s'internarono alcune

città litorali, e, delle rimaste, variò affatto l'aspetto ed il colore.

Le pianure, o furono tosate di foreste o imboschirono e fruttificarono

per diverse colture. Chissà se date le spalle ai monti della Sabina,

Coriolano più riconoscerebbe la campagna romana? Dovunque entra come

elemento del quadro, l'opera dell'uomo, il quadro è in tutto od in parte

mutato e sulle Alpi stesse altri valichi somiglianti, causa l'indole

diruta delle roccie, mostrano ora nuovi scoscendimenti e nuove rovine.

Qui, grazie il loro dolce pendìo non è verosimile che le chine

circostanti, abbiano addolcito o inasprito il primitivo profilo; nè mai

su queste cime crebbero alberi, nè vi germogliò altro che l'erba fitta

dei prati. I secoli vi passarono senza lasciare traccia, senza abbattere

e senza edificare; il suolo ha una immobilità morta: nulla trasforma e

nulla cancella. Sulla grande spianata della sommità, le pietre che

segnavano il tempio druidico, emergono ora dalla terra come già emersero

quando vi convenivano i Salassi preganti. Oramai è corso un secolo

dall'anno che il mal guidato esercito piemontese invernò attendato su

quelle alture, impotente difesa regia contro le schiere della prima

repubblica francese; e il suolo serba ancora le traccie d'ogni tenda,

sicchè si può contarne il numero e aggirarle tutte quante e discernere

dalla diversa impronta le tende capitane dalle soldatesche. Le erbe di

cento estati rinnovati, i venti e le nebbie di cento autunni e di cento

primavere, le nevi di cento inverni, non valsero, non che a colmare, a

far meno profondi i fossatelli incisi intorno quelle fragili dimore di

tela. Fida terra che nella sua povertà ha tanta tenacia di memoria,

terra amica della storia e degna di storia, dove l'uomo può segnare le

sue gesta in un piccolissimo solco, più durevole che non furono altrove

i portici, i fori, le terme, i circhi e gli altari! Di lassù si può

dire, che la più chiara e sicura contezza che abbiamo di Cesare è

questa: Cesare vide quanto noi qui vediamo. La _Mansione_ romana ora

distrutta, non esisteva ancora ai tempi di Cesare. Fu eretta, credesi,

da Augusto e anticipò al mondo i miracoli di carità per cui è

santificato Bernardo da Mentone. A mille anni d'intervallo, la

previdenza civile di Roma e la pietà religiosa di un monaco, riuscirono

qui all'opera istessa: all'Ospizio dei viandanti. Vide Cesare la colonna

che sorge tuttavia sulla vetta del colle? La tradizione lo afferma, lo

negano gli eruditi. La leggenda vuole che la colonna fosse prima

consacrata al _Dio Penn_ il Dio delle sommità, l'altissimo inaccessibile

e che l'occhio del Dio vi sovrastasse in forma di gemma dotata di virtù

taumaturgiche. Oggi ancora qualche pastore più credulo o più immaginoso

dei compagni, va cercando per le petraie, se mai rinvenisse il divino

occhio, che salverebbe dalla cecità il genere umano. Gli eruditi in quel

masso di marmo cipollino, alto sette metri per un metro di circuito,

ravvisano un'opera romana. La colonna non ha fregi nè ordini; è rude e

salda. Qualche volta l'inverno, la neve, la seppellisce intera, poi la

rende intatta al sole. Seguendo la leggenda, più Dei eterni le diedero

nome e morirono. Dal culto di _Penn_ passò a quello di Giove e si chiamò

da Giove tutta la montagna, poi resse la croce e fu segno del vicino

ricovero ai viandanti assiderati e smarriti. Chissà a quali altri

simboli è destinata, chissà in che diverse lingue sarà chiamata, nelle

quali rintracceranno i curiosi gli elementi delle nostre, come noi nelle

nostre, quelli delle galliche e della latina!

Dopo Cesare, gli eserciti romani valicarono più volte il colle del

Piccolo San Bernardo. Vi correva la grande strada militare, che da

Milano, metteva a Vienna nel Delfinato. Vi passò Gondicaro a capo dei

Burgundi; vi passò forse solo, povero ed esule, Adalberto, figlio

virtuoso (se non gli fu attribuito a virtù il non essere salito al

trono) del turbolento Berengario, marchese d'Ivrea e re d'Italia.

Verso il mille, quando il terrore del finimondo, le frequenti pestilenze

e le carestie, volsero in Europa gli animi e le opere alla pietà ed al

fervore religioso, e furono veduti re ed imperatori aspirare e darsi al

monacato, un santo savoiardo, sui ruderi forse della Mansione romana,

edificò il nuovo Ospizio pei viandanti. Ospizio e fortezza forse ad un

tempo, contro i Saraceni che infestavano le valli di Savoia e del

Vallese. Dei Saraceni sull'Alpe Graja, non è memoria, ma Bernardo di

Mentone sembra averli guerreggiati in quel luogo stesso dove innalzò il

maggiore de' suoi Ospizi; sul Monte Giove, che fu poi il Gran San

Bernardo. Approdavano sulla costa Nizzarda, donde per la Provenza ed il

Piemonte, erano saliti fino in Savoia, in Moriana, in Tarantasia e sul

lago di Ginevra o nel Vallese. Così occuparono i maggiori valichi

dell'Alpe marittima della Cozia e della Pennina: il Monte Ginevra, il

Cenisio ed il Monte Giove. Padroni della Tarantasia e della Valle

d'Aosta, dalla quale mosse a snidarli nel 942, re Ugo di Provenza, è

certo che essi tennero il passo che congiungeva le due Provincie, e, se

Bernardo da Mentone li combattè sul colle di Giove, è probabile che

volendo liberarne la Valle d'Aosta, essendo egli arcidiacono in quella

Cattedrale, li affrontasse pure sull'Alpe Graja.

Chissà che il pacifico ricovero, non sia stato dapprincipio edificio

prettamente belligero; locchè non contrasterebbe nè al suo carattere

religioso, ne alla sua benefica destinazione. Siamo in tempi in cui la

spada poteva essere insieme arme di guerra e segno di fede cristiana, ed

è ovvio credere che fra i seguaci del santo combattessero quegli stessi,

che, cacciati gl'infedeli, si assoggettarono di poi alla rigida

disciplina monacale e si proposero come còmpito quotidiano, continui

miracoli di abnegazione e di carità. Da quel tempo il Piccolo San

Bernardo ebbe normali abitatori, se non che ne venne a poco a poco

scemando il numero, sicchè la casa eretta per convento, finì in

romitaggio.

E seguitò nel corso dei secoli la tragica sfilata degli eserciti ai

quali un tale valico dovette riuscire spesso più faticoso e micidiale

che una battaglia. Durante due secoli, il XIII ed il XIV, in luogo dei

soldati sfiniti e sbigottiti, l'Ospizio vide passare con norma consueta,

le fastose e gioconde cavalcate dei Conti di Savoia che si recavano in

gran pompa di Ciamberì in Aosta a tenervi le corti di giustizia.

Ogni sette anni il Sovrano superava il colle e scendeva, con signoresca

accompagnatura, nelle terre de' suoi fedeli vassalli Valdostani. Quel

valico consacrava la sua sovranità. Entrando in Val d'Aosta per il passo

del Piccolo San Bernardo, il Conte di Savoia trovava sul confine tutta

la nobiltà della valle, radunata a fargli omaggio. Se giungeva per altra

via, non gli era dovuto alcun solenne ricevimento. Quella era la via

sacra, la sola degna di passarvi principescamente il principe, di

meritare al principe l'omaggio della sudditanza. Appena varcato il

confine, ogni castello era rimesso nelle sue mani, non già con lustra

esteriore, ma sibbene con propria ed efficace consegna, tanto che, ad

ognuno di essi egli deputava speciali governatori, che lo occupavano nel

suo nome finchè egli soggiornava nella vallata. Così, dinanzi la sua

pacifica magistratura, i piccoli ed i grandi vassalli deponevano il

potere e l'alterigia. Nè tale rinunzia era dei soli litiganti, ma di

quanti sedevano col sovrano nella corte di giustizia; nè costituiva una

prestazione feudalesca dovuta al Sovrano. Sovrano era il Conte di Savoia

in Valle d'Aosta, sempre e per qualunque via vi accedesse, ma solo

passando per il Piccolo San Bernardo, egli esercitava della sovranità,

la più sacra prerogativa, la giudiziaria, e a quella sola i signori

Valdostani concedevano la totale rinunzia delle proprie forze.

Nel 1600, Carlo Emanuele I guidò per l'Alpe Graja 10,000 soldati,

diretto alla terra di Mommegliano in Savoia, che trovò occupata dagli

eserciti di re Enrico IV. Nel 1630 vi salì, di Savoia, il principe

Tommaso di Carignano, perseguito dalle soverchianti forze del re Luigi

VIII; valicato il colle, si accampò sulla montagna che fronteggia il

villaggio della Thuille, dove appaiono ancora i resti dei suoi ridotti.

Nel 1691, regnando Vittorio Amedeo II, un esercito francese comandato

dal marchese De la Huguette, scese per quel valico in Valle d'Aosta,

arse quanti villaggi trovò per strada, devastò e pose a sacco la città

di Aosta, scorrazzò le terre e tornò con ostaggi in Savoia. Tornano i

Francesi dopo tredici anni guidati dal La Feuillade, raggiungono a Bard

il Vendome, occupano tutti i castelli, tengono per due anni la valle

sotto il retto ma doloroso governo del marchese di Kercado, e finalmente

ne sgombrano l'anno 1706, dopo la battaglia di Torino, riconducendo seco

i nuovi reggimenti del marchese De Vibrave scesi pur ora dal colle.

E qui per dieci anni segue un continuo valicare e rivalicare di

soldatesche d'ogni gente e d'ogni maniera, non sempre nemiche ma sempre

infeste. Al villaggio della Thuille, il primo che s'incontri scendendo

dal Piccolo San Bernardo in Italia, durano anche oggi il terrore e la

memoria di lontane stragi e rapine; io intesi ancora raccontare lungo la

valle una grande vittoria che una mano di contadini riportò, ora sono

assai più di cent'anni, su di un formidabile esercito francese. Si

tratta credo della resistenza opposta l'anno 1708, nella stretta di

Pierre-Taillée, al marchese di Mouroy ed ai suoi quattro o cinquemila

soldati. I Francesi, occupata la Valdigne, cioè l'alto bacino che

comprende i villaggi di Entrèves, Courmayeur, St-Didier, Morgex e La

Salle, volgevano verso Aosta; alle chiuse di Pierre-Taillée, gli

abitanti delle terre vicine e pochi soldati, sbarrarono loro il passo.

Il luogo è tale da non potersi a forza superare senza grandissima

strage; il Mouroy, fallitogli il primo impeto, abbandonò l'impresa,

sgombrò la Valdigne, e il Piccolo San Bernardo lo vide tornarsene

scornato in Savoia. Vera battaglia non vi fu; ma i difensori, benchè

scarsissimi di numero, avrebbero avuto animo e campo da sostenerla e da

trionfarne. Nessuno dei valligiani rammenta ora il nome del capitano

nemico, nè la data dell'impresa, nè la cagione della guerra; ma il fatto

smarrito in una incerta nebbia leggendaria, amplificato dagli anni,

prende nelle loro menti una grandezza epica, e il luogo, già più aspro e

solenne delle Termopili, diventa altrettanto glorioso.

Nel 1742, Carlo Emmanuele III guadagna il Piccolo San Bernardo con un

fiorito esercito e scaccia di Savoia gli Spagnuoli. Carlo Emmanuele

conosceva il valico; vi era passato undici anni addietro, quasi solo,

pensieroso e presago forse degli imminenti drammi domestici. Veniva di

Ciamberì e affrettava verso Torino temendo non ve lo precedesse per il

Moncenisio il padre Vittorio Amedeo, geloso di riprendere l'abdicato

potere. Triste sorte che tale dissidio dovesse nascere fra tali sovrani,

degni tutti e due del trono, ultimi gloriosi fra i rampolli del ramo

diretto di Savoia. Dopo di essi fino al regno di Carlo Alberto lo Stato

cadde in miserrimi principi. L'ultima, la più triste fra le notevoli

memorie del Piccolo San Bernardo è documento della loro insipienza. Fino

allora le torme armate affrettavano per l'ardua montagna, premurose di

scansarne i pericoli, già terribili al solo passaggio: nessuno aveva mai

osato attendare un esercito in tali luoghi e mantenernelo per

l'invernata. Chi può dire i disagi, gli stenti, il freddo, le malattie,

gli scoramenti patiti dalle milizie piemontesi durante l'inverno del

1793? In regioni, dove le spesse muraglie della casa, le doppie

vetriate, le tavole che fasciano le pareti di ogni stanza, sono

impotente difesa contro la violenza delle bufere, o lo stagnare delle

gelide nebbie invernali; tende di tela o baracche di assi mal connesse,

erano tetto e casa a soldati mal nutriti, mal vestiti e peggio guidati.

Non li sosteneva nè la speranza di prossime vittorie, nè la fiducia nei

capitani, nè l'esempio dei principi. Comandava un austriaco, salito agli

alti gradi militari per perizia diplomatica, più curante di infeudare

all'Austria il regno Sardo, che di combattere il comune avversario

repubblicano. E mentre sulla spianata e sui fianchi del colle il vento

divelleva le tende e la neve turbinando spegneva il fuoco dei bivacchi,

mentre la canna gelida dei fucili spellava le mani ai soldati e le

orribili malattie dei paesi nordici spopolavano il campo, il duca di

Monferrato vi traeva seco un seguito di cinquanta domestici, due dei

quali specialmente destinati a preparare il caffè della Sua Altezza

Reale.

Qui finisce la triste storia del Piccolo San Bernardo. Il frequente

scorrazzare di eserciti nostrani e stranieri fu a questi monti più causa

di danno che di gloria. Il loro valico non fu mai interamente conteso ai

soldati che vi salivano da questa o da quella parte; le sorti delle

guerre non si decidevano fra queste gole selvaggie: nessuno di questi

luoghi ebbe il gramo compenso di dar nome a giornate famose. La loro

oscurità non li salvò dalla rovina, la rovina infeconda non li additò

alla gratitudine della storia. Calpestate, devastate, dissanguate, arse,

queste terre, che diedero agli eserciti piemontesi i migliori soldati,

non ne ebbero onori di lapidi e di monumenti; il detto: felici i popoli

che non hanno storia, fu loro per più secoli bugiardo.

Ora, da molti anni, la pace dell'Ospizio non è turbata; la casa ospitale

esercita quietamente il suo sacro ministero. Le balze echeggiano

l'estate per colpi di cannone, e sulle creste, dove parve temerario il

camoscio, corrono ordinate e sicure le compagnie alpine; ma la loro

presenza non è minacciosa, ma i villaggi le salutano con grida di gioia.

Studiano nell'Alpe la grande fortezza italica, e forse, quando un nuovo

esercito straniero salisse a tentarlo, il valico sarebbe ora, per la

prima volta, difeso e conteso. Una battaglia su quelle alture sarebbe

titanica, ma alla gloria di quell'Alpe non occorre sangue. La sua gloria

è quella casa che per secoli combattè e disarmò la nemica natura. E già,

anch'essa ha quasi compita l'opera sua. La scienza vinse la pietà: sotto

il tunnel del Cenisio e del Gottardo, passa in un giorno più gente, che

non ne pericolò in otto secoli sulle giogaie del Piccolo e del Grande

San Bernardo.

Novelle e paesi valdostani · 第 20 / 23 题