LA NEVE

Chi non ha visto la montagna nell'inverno del 1885, non conosce

l'inverno alpino. Gli altri anni è un lembo della terra che tutti

conosciamo; l'anno passato era un paese inverosimile, fuori della

realtà, una scena di sogno fantastico, una visione argentea, smagliante,

l'idea astratta del candore divenuta sensibile senza nulla perdere di

larghezza e di purezza. Passeranno anni ed anni prima che una tale

visione riappaia così perfetta ed immacolata. Parlo ben inteso dei

luoghi agresti, fuori dell'abitato. Tutto ciò che attesta la vita umana

era scomparso o si era trasformato, l'uomo sembrava così estraneo a

quella terra verginale come agli squallidi paesi lunari. E coll'uomo

tutto quanto vive e si muove. Era una immensa bianchezza immobile,

folgorata dal sole, anzi immedesimata col sole, tanto ne rifletteva

interi ed intensi tutti i raggi. È impossibile ridire la dolcezza

profonda di quelle linee e di quel colore; anzi le parole _linea_ e

_colore_ applicate a quello che io vidi e ripenso mi sembrano dure e

povere: non era una linea quella che la montagna segnava sul cielo,

perchè raggiando i contorni si scomponevano e il cielo partecipava del

monte e questo di quello; e non era un colore quell'albore diffuso,

eguale, misto di bianco, di rosa e di trasparenze azzurrine che saliva

dalla terra e si diffondeva per l'aria. Ho tardato a scrivere le

impressioni di quello spettacolo perchè proponendomi di rappresentarlo

con verità, temetti me ne sviasse l'eccitazione dei sensi e dell'animo;

è quasi passato un anno e richiamandolo in mente lo rivedo tal quale e

ne riprovo la stessa maraviglia, mista a non so quale sgomento come di

fatto soprannaturale. Era una bella giornata di Febbraio. Andavo da Pont

Canavese a Ronco in Val Soana, dove mi avevano detto essere caduta la

più colossale fra le colossali valanghe di quell'inverno. Per buona

sorte sul suo passaggio non vi erano case e la ruina non ebbe vittime,

ma la strada che da una borgatella vicina mette a quel capo-luogo ne era

stata interrotta per qualche centinaio di metri e vi si era sovrapposta

una vera montagna di neve insuperabile. Si parlava di scavarvi un tunnel

ma era impresa di più settimane. Il villaggio lontano in realtà da Ronco

una mezz'ora di cammino, se n'era improvvisamente scostato di quattro o

cinque ore disagevoli e pericolose. Partii da Pont sul mezzogiorno, a

piedi ben inteso, contando di giungere a Ronco verso le cinque e di

pernottarvi. La Val Soana, da Pont dove la Soana si getta nell'Orco,

corre fino a Ronco per una stretta profondissima e là si allarga

diramandosi in due branche, detta una Val di Forzo e l'altra Val Prato.

Da Pont fino quasi a Ronco, i fianchi ripidissimi delle montagne

intercettano alla strada la vista delle punte scoscese dove la neve non

regge. Tutto quanto cadeva sotto i miei occhi era bianco, di una

bianchezza immacolata. La neve aveva colmato le forre, sotto la sferza

meridiana non appariva pure uno di quegli enormi solchi oscuri che il

sole estivo incide sui fianchi delle montagne. Nessuna traccia del

torrente: il fondo della valle saliva come una via piena e larga, se non

che ad ora ad ora qualche leggiera gibbosità tradiva i grandi massi

travolti o accavallati nelle piene, e allora erano guanciali

morbidissimi che sembravano dover cedere al minimo peso. La Soana così

rumorosa e spumeggiante trascinava a stento sotto quella spessa crosta

le acque invisibili e silenziose. La neve indurita a cristalli

sfavillava al sole come un corpo metallico; pareva che tutti gli umori

della terra si fossero essiccati, quel mare d'acqua assodata era

asciutto come un deserto di sabbia e rendeva sotto i passi lo

scricchiolio secco del vetro frantumato. La chiarezza uniforme sembrava

allargare gli spazi, l'aspetto solito della montagna ne era così

trasfigurato, che ogni idea di relazione e di confronto con altre valli

diventava assurda. Quello pareva un luogo unico sulla terra, la

continuità non interrotta delle linee e del colore faceva di quel tutto

un corpo solo, una enorme conca d'argento che una macchina favolosa

avrebbe potuto sollevare intera, tanto era soda e compatta.

Ora il sentiero sfiorava la superficie della neve; dai rami degli alberi

vicini giudicavo di quanto sovrastassi al suolo; ora correva sulla terra

nuda fra due muri di neve alti come la mia persona e tanto stretti da

costringermi spesso a passare di sghembo. Imbattutomi una volta in un

uomo che scendeva, non mi fu possibile dargli passo; di inerpicarsi su

per la parete liscia e ghiacciata non c'era verso, tentammo insieme di

scavare un largo, ma la massa compatta avrebbe richiesto troppo lungo

lavoro: si finì ch'egli si mise carponi ed io lo scavalcai. In certi

luoghi i muri salivano d'un tratto fino a tre o quattro metri d'altezza

e l'andito si oscurava sinistramente: il sentiero tagliava lo spessore

di una valanga. Là mi era dato giudicare quanta fosse la potenza della

enorme massa rovinante. Nel suo spaccato apparivano sezioni d'alberi che

un uomo non avrebbe abbracciato. A volte la spaccatura cadeva nel punto

preciso dove era seguito lo schianto, il tronco reciso quasi di netto

mostrava la violenza del colpo; si capiva che la pianta secolare s'era

spezzata senza resistenza, come un fuscello. La gran frana infatti non

sradica, tronca, non le occorre assalire l'ostacolo là dove è più

debole, ma spazza via quanto le contrasta come la palla da fucile che

fora il vetro senza frantumarlo.

Per lo più non si avverte il silenzio che al cessare di un suono. Là il

silenzio era così assoluto da diventare uno dei caratteri positivi del

luogo. Al suo paragone la più tacita delle nostre notti invernali,

sarebbe parsa rumorosa come una fiera. Vi stavo da tre ore e l'avvertivo

continuamente e me ne derivava un innalzamento inusato dell'intelletto,

una attività fantastica straordinaria, tanto che mi domandavo se non

siano i suoni un impedimento all'allargarsi delle idee. Avevo sopratutto

centuplicata la facoltà imaginativa, creavo a me stesso visioni di una

realtà ingannatrice, passavo d'una in altra rapidamente, m'internavo in

ognuna di esse fino a discernervi minutissimi particolari. Mi pareva di

afferrare un nesso logico evidente fra idee e fatti disparàti, di

risalire alla ragione ultima delle cose, di scoprire leggi fisiche, di

illuminare repentinamente certi abissi della mia coscienza, di

affacciarmi alle ultime verità divine. E tutto ciò vertiginosamente, ma

durandomi una chiara serenità d'animo. Certo le idee, cercando ora di

ripensarle, mancavano di determinatezza, erano faccie di verità non

verità intere ed afferrabili, erano lampeggiamenti dell'ingegno, che al

momento rischiaravano forse qualche vero occulto, ma per ripiombarlo

tosto nelle tenebre. Certo ero venuto in una sorta di ebrietà

intellettuale e forse anche fisica, perchè sostenni improbe fatiche

senza stanchezza. Ma quella esaltazione era deliziosa oltre ogni dire, e

ancora mi godo a rammentarla benchè me ne sfuggano gli elementi:

quasi tutta cessa

Mia visïone ed ancor mi distilla

Nel cor, lo dolce che nacque da essa.

Rammento un gruppo di tuguri aggrappati alla falda del monte: piccoli,

tozzi, lerci, puntellati, cadenti, decrepiti, inverosimili. Tre case in

basso, tre case in alto e la strada nel mezzo. Il tetto delle case a

valle copre due terzi della strada ed è a sua volta mezzo coperto dal

tetto delle case a monte, sicchè la strada non vede mai il cielo. La

luce vi scende obliquamente per il vano che corre fra l'altezza del

primo tetto e quella del secondo. Quando piove, l'acqua precipita da un

tetto all'altro e da questo sulla strada che serba tutto l'anno in riga

le bucherelle delle grondaie.

Quei tuguri abitati l'estate i soli giorni che durano i lavori ed i

raccolti nelle terre circostanti, servono l'inverno a deposito di fieno,

foglie, legnami ed attrezzi agricoli. La loro estrema bassezza li fa

parere inginocchiati e l'oscurità della via li impicciolisce ancora,

sicchè fanno pensare a gente rannicchiata che ci viva carponi. Sembrano

balocchi di giganti o tane di pigmei, a nessuno viene in mente che siano

destinati alla razza umana. Tale bassezza, già incredibile l'estate, è

resa più mostruosa dall'inverno. Quando io vi giunsi, i tetti reggevano

un metro di neve, e parevano schiacciati sotto il peso. Traverso la neve

il giorno filtrava nella viuzza con una luce verdognola, fievolissima,

una luce da cripta o da acquario. E nella viuzza dormente era un tepore

di stalla, come vi soffiasse l'alito di un gregge invisibile. Uscito

dalla lucentezza brunita e fredda della valle, quel luogo chiuso,

ombroso e tepido mi parve animato. Entravo colla fantasia negli stambugi

e li vedevo occupati da gente nana e silenziosa. Omuncoli da stare in

boccetta, che mi guardavano dimenando la testa ed ammiccandosi, punto

impauriti della mia corpulenza. Mi pareva di inoltrarmi circospetto per

tema non me ne venisse qualcuno sotto i piedi. Erano in numero

sterminato, bianchi bianchi come la neve, barbe lunghe e capelli lanosi.

Erano i padroni del luogo, della valle, della stagione. La grave rovina

invernale era opera loro. Essi si aggiravano turbinando per l'aria,

piombavano sulle cime, e voltando la neve _per forza di poppa_

l'approdavano sull'orlo delle scogliere, donde la facevano smottare in

valanga. Vedevo le braccia e le manine minuscole agitarsi per l'aria con

segni di minaccia grotteschi e paurosi. E intanto mi sonava nel cervello

non so qual musichetta col sordino che voleva esser gaia ed era di una

tristezza mortale. Quanto tempo mi accompagnò quella musica! Avevo da

un'ora oltrepassato i tuguri e non potevo levarmela dagli orecchi.

Chi ha la mala abitudine di scrivere la notte, conosce certo a prova il

supplizio dei suoni. O versi o prosa, quando egli smette di lavorare e

cerca il sonno, sente la cadenza ritmica della strofa o del periodo,

risonargli stucchevolmente nel cervello. Larve di strofe e di periodi,

metri e frasi, senza parole e senza pensieri, contorni armoniosi vuoti

di sostanza armonica, che ingombrano la mente e li spossano più che non

faccia la cosciente attività del lavoro. Così mi ingombrava il cervello

un inganno sonoro. E gli omuncoli di poc'anzi danzavano al ritmo di

quelle note. Danzavano sulla neve piana, sui cornicioni ghiacciati

minaccianti l'abisso, sui rami scheletriti degli alberi, sui ponti,

sulle croci che sorgono lungo la via. E inchinavano danzando la testa e

la piegavano in cadenza verso le spalle con un garbo infantile, con un

sorriso infantile, che mi empivano l'anima di angoscia. Già ho torto,

credo, di scrivere queste cose, sento di non bastare a rendere anche

lontanamente l'effetto di quelle strane e continue allucinazioni. Chi

non vide lo spettacolo di una grande nevicata alpina, non può

comprendere l'esaltazione che ne deriva ai sensi ed all'intelletto. Gli

scrittori Russi, il Tourguèneff sopra tutti, raccontano e commentano

stupendamente simili errori del cervello. Ma forse l'immacolata e

durevole bianchezza e il profondo silenzio invernale, rendono loro più

facile avvertire non solo le lacrime ed i contorni, ma i sospiri e le

fuggevoli ombre delle cose. E forse la grande pietà che è nelle opere

loro è anch'essa dovuta alla lunga tristezza invernale dei loro paesi,

la quale deve maravigliosamente disporre gli animi ad accogliere e

sviluppare i sentimenti misericordiosi, la tenerezza e l'amore della

sofferenza. Qui in Italia, fuori della valle del Po, chi conosce, chi

immagina con giustezza lo squallore di certe invernate alpine? Le

maggiori nevicate da Firenze in giù, anche a giudicarne dalle più

iperboliche descrizioni, mi parvero sempre tenui e mansuete. Inverno da

dilettanti o di parata, che viene per la mostra e che il primo scirocco

o scioglie o mitiga in gran parte. La neve che ha tre, quattro, cinque

metri di spessore, ha un aspetto ben diverso da quella che si misura a

centimetri. La sua bianchezza è più immacolata, più lucente, più

metallica, non c'è potenza germinativa che vinca e dissodi la sua

compagine, traverso i suoi cristalli, nulla traspare della bruna faccia

terrestre, il suolo ch'essa ricopre ne ha modificata la struttura; le

linee, i profili non sono più quelli. E quella immensa pace bianca a chi

conosce la montagna racconta un convulso disordine di cose. Sotto quei

morbidissimi velluti, i fianchi del monte sono corrosi, lacerati, sparsi

di enormi massi rovinanti, di case frantumate, talora di cadaveri umani.

Tali violenti contrasti sorgono ad ogni passo. Quel dolce candore così

radioso sotto il sole meridiano, così soavemente rosato al tramonto, se

appena il cielo si appanna o cessano i raggi, diventa subitamente

spettrale. Nell'attimo che il sole va sotto, voi passate di scatto dalle

più splendide alle più funeree visioni. Prima sono tesori favolosi:

smeraldi, topazi, rubini, zaffiri e quante altre gemme sfavillano sui

diademi reali ed imperiali, o sul collo e sul petto delle miracolose

madonne, o alla fantasia delle più ingorde cortigiane. Sale da ogni

parte come un incenso di nebbiuzze opaline, la terra irradia

luminosamente per l'aria la sua bianchezza, sembra sciogliersi in

candori e vaporare e confondersi colla fulgente gloria del cielo. Ma

quella gloria è un'agonia. Il manto gemmato si muta sull'attimo in

lenzuolo sepolcrale e nell'aria passa la morte. Passa senza un soffio,

senza un brivido, nella immobilità rigida delle cose. E allora il cielo,

la valle, le montagne, la neve, vi diventano subitamente nemiche e vi

sentite l'anima piccina, vi cadono le forze, vi prende lo sgomento della

pochezza umana. Il mare più torbido, i più spaventevoli uragani danno un

senso meno profondo di paura e di abbandono. Fra la collera degli

elementi, la morte è più vicina, ma meno visibile. Nei grandi

sconvolgimenti delle cose c'è un'esuberanza di vita. L'uomo è trascinato

a combattere e soccombe lottando, il pericolo determinato attira a sè

tutte le facoltà della mente; tutte le attività vitali sono intese a

superarlo; non c'è tempo nè modo di abbandonarsi e di disperare. Qui,

che cos'è che vi minaccia? Cercatevi attorno: gli elementi non infuriano

e non vi assalgono, stanno inerti in attesa. Il nemico è in voi,

nell'animo vostro sgominato dalla gran morte circostante. Ad ogni passo

sentite di affondare nel nulla, vi pare che il mondo vitale vada sempre

più allontanandosi e staccandosi da voi e vi assale uno stanco tedio

della vita e un anelare incosciente a quella pace che vi circonda e vi

atterrisce. Sopratutto provate lo sconforto dell'impotenza; vi sentite

vili e disperate di mai più ricuperare l'energia delle membra e

dell'animo. E mille dubbi minacciosi si affacciano ingrossandosi a

vicenda. Se si aprisse il suolo, se smottasse il monte, se vi

travolgesse la valanga, se vi assiderasse il freddo, se smarriste la

strada, se, se, se, quanti ne può mettere la mente sviata, che fare?

dove cercare aiuto? a che abbrancarsi? per chi urlare nella notte? E

allora tutti i pericoli immaginari creano il pericolo reale dello

scoramento e vi viene voglia di gettarvi per vinto sul gran letto

bianco, di _darvi_ alle tenebre, all'inverno, alla morte. E sempre le

visioni paurose trovano alimento nella bianchezza morta di ogni cosa. Vi

pare che la notte fitta farebbe dileguare quei fantasmi. Come tarda a

giungere la piena notte! il sole è sotto da gran tempo, a quest'ora già

al piano è buio pesto, perchè non qui? La piena notte è già venuta, e di

più non raffittisce, il cielo è nerissimo, ma sulla terra albeggia un

chiarore di lampada funeraria.

Oh! allora come vi assalgono i ricordi domestici e il miraggio delle

stagioni ridenti. Allora avvertite con uno struggimento di tenerezza

quanto siano vivi e parlanti i fili dell'erbe, i cespugli, le foglie e

persino i sassi nudi della strada. E come sia carnosa la negra faccia

della madre terra. Oh! affondare le mani nell'umido tepore dei solchi

appena smossi, e baciare la terra e chiamarla protettrice e

soccorritrice! Quanta compagnia fanno le cose, i colori ed i suoni!

Cantano dunque veramente gli usignuoli nelle dolci notti di primavera?

Ricordo che imbruniva quando giunsi in vista di Ronco; il villaggio mi

appariva nero e fumante mezzo miglio lontano. Camminavo da cinque ore, e

la mattina di quel giorno istesso avevo già fatto, pure a piedi, tre

altre ore di strada per visitare in Val di Ribordone una borgatella

seppellita intera dalla valanga. A Ronco c'è un albergo: ero sicuro di

trovarci buon pranzo e discreto alloggio; ma appena il sole fu sotto,

appena vidi smorire e allividire quella immensa bianchezza, sentii che

non potevo più fare un passo in salita. Mi parve che una mano mi

respingesse, pensai che se avessi passata una notte fra quella neve non

ne sarei uscito mai più, provai un tale smarrimento, un tale senso di

solitudine e di paura, che mi voltai indietro senza esitare e rifeci di

notte tutta la lunga strada, pure di togliermi alfine da quella valle

silenziosa e spettrale. Giunsi a Pont verso le nove di sera, presi tosto

una carrozza e non ebbi pace finchè non ebbi veduto da Cuorgnè il cielo

aperto e largo della pianura.

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*DEL MEDESIMO AUTORE*

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con illustrazioni a capo d'ogni atto (9ª edizione), 1885, L. 4

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_Il Fratello d'Armi_. Dramma in 4 atti in versi. Un volume

in-18º, 1878. L. 4 --

_Il Conte Rosso_. Dramma storico in 3 atti in versi con prologo.

3ª edizione. Un vol. in-18º con illustrazioni a capo d'ogni

atto, 1881, L. 4 --

_Il Marito amante della Moglie_. Commedia in 3 atti in versi. Un

vol. in-18º, con illustrazioni a capo d'ogni atto (2ª edizione),

1879, L. 4 --

_Luisa_. Dramma in 3 atti in versi.--_Sorprese notturne_.

Commedia in un atto in versi. Un vol. in-18º con illustrazioni a

capo d'ogni atto, 1881, L. 4 --

_La Sirena_.--_Intermezzi e Scene_. Un vol. in-18º. (Si pubblica

in Marzo 1886), L. 3 --

_Il Filo_. Scena filosofico-morale per Marionette (2ª edizione,

con illustrazioni di _Edoardo Calandra_). Un volume in-12º

impresso sopra carta di filo a mano, L. 2 --

_Fiori e Frutta_. Discorso letto il 9 sett. 1882 in occasione

del 2º Congresso degli Orticoltori e Floricoltori italiani.

In-12º, L. 1 --

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_I Castelli della Valle d'Aosta_

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montagna_--_Non dir quattro, se non l'hai nel sacco_--_Storia

vecchia_. Un vol. in-12º.

Vol. II: _Resa a discrezione_. Commedia in 4 atti.

Vol. III: _L'onorevole Ercole Mallardi_. Commedia in 4 atti.

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Bibliothèque de la Maison de Savoie

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JEHAN SERVION

_Publiées d'après le Manuscrit unique (1363) de la Bibliothèque

nationale de Turin et enrichies d'un Glossaire_

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_Frédéric-Emmanuel Bollati_

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DE PERRINET DV PIN

_Publiées d'après les autographes des archives d'État de Turin_ par F.

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Guida descrittiva-storica-artistica illustrata. (_Pubblicata per

commissione del Municipio_). Un vol. in-18º con 50 disegni, una

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Novelle e paesi valdostani · 第 22 / 23 题