La neve sull'alta alpe è di ogni stagione. Ma l'estate, la terra tutta
calda di vita germinativa la respinge; i fiocchi radi e leggieri
svolazzano a lungo per l'aria aggirati dal vento e sfiorato appena il
sommo delle erbe, si squagliano e svaniscono, come _le monachine quando
vanno a letto_. Tuttavia la gente del luogo li guarda con tristezza
temendo che un capriccio di stagione non li insaldi durevolmente alla
terra. Quando il terreno dura bianco per lo spazio di due giorni c'è da
temere che non imbruni più. Allora l'estate precipita di colpo
nell'inverno che la neve precoce fa presagire rigidissimo. Lassù l'anno
ha due sole stagioni: le estreme. Come in Giugno l'ultima crosta di neve
cova l'erbe già vigorose e quasi fiorite, sicchè da un giorno all'altro
dove prima era tutto bianco il terreno appare tutto screziato di colori
vivi, così in Settembre e talora al finire d'Agosto, una sola notte
trasfigura la terra e di giardino la rimuta in deserto. Mancano a quelle
alture le cangianti trasparenze primaverili e i languori autunnali; la
vicenda delle stagioni vi è aspra e violenta come la struttura dei
luoghi. E colla vicenda delle stagioni, la vita animale che l'accompagna
e ne consegue. Giugno in un sol giorno reca alle alture tutti gli
abitatori estivi, apre i casolari, li riempie del popolo tranquillo e
taciturno dei pastori e del gregge sonoro: Settembre in un sol giorno
spazza via uomini ed animali, chiude le case e fa muti tutti gli echi
delle montagne. La giornata della partenza è festosa. Il popolo migrante
serpeggia a frotte per le chine, si nasconde nei seni, riappare sulle
spianate, prima la mandria poi i mandriani. I mantelli macchiati o bruni
delle vacche, l'argento dei sonagli, la sottana rossa o nera delle
donne, la giubba biancastra dei pastori, e il fardello che portano,
coperte fioreggiate, stoviglie e grossi paiuoli rubicanti al sole come
scudi, fanno insieme una giostra abbarbagliante di colori, che contrasta
e s'intona col verde ancora fresco e giovanile dei prati. Uno
scampanellare continuo scaturisce da principio d'ogni parte della
montagna, finchè vanno i diversi accordi ingrossando in uno solo a mano
a mano che le frotte diverse si confondono calandosi nell'enorme imbuto
della valle. Di lontano, quell'accordo rammenta le allegrie dei
campanili il giorno di Pasqua. Lo ascoltano dall'alto i pochi valorosi
che vi dimorano tutto l'anno e vi sentono l'estremo saluto che manda
loro il consorzio umano da cui vivranno separati per otto eterni mesi.
Separati e vicini. Ma li disgiunge tanto ostacolo di pericoli e disagi e
così profonda diversità di clima e di consuetudini, da credersi essi
confinati agli estremi limiti del mondo. Dal giorno che gli ospiti
estivi lasciarono l'alpe, ai pochi rimasti è tolto il ricambio delle
attività umane; cessa loro la norma del dare e dell'avere. Oramai della
famiglia umana non vedranno più che le atroci miserie ignote alle genti
e dell'uomo non potranno mostrare se non la parte divina: la pietà
soccorritrice. Dal mondo altro più non aspettano che occasioni di
sacrificio e di eroismo. Mentre nella valle e più al piano il sole è
ancora torrido e le vendemmie cantano sui colli, mentre i laghi e le
pendici formicolano di gente festosa e suona intorno per la campagna la
dolce egloga autunnale, ad essi già pesa sul capo il basso cielo e sta
nel cospetto la spettrale bianchezza dell'inverno.
All'ospizio del Gran San Bernardo si contano in tutto l'anno dieci soli
giorni interamente sereni; la media annua della temperatura vi è
inferiore a quella del formidabile Capo Nord, vi sono frequenti gli
inverni di nove mesi, durante i quali il termometro oltrepassa spesso i
30 gradi R. sotto lo zero. La neve non vi scende a falde fuorchè in
estate; l'inverno è un tempestare furibondo di minutissimi cristalli
ghiacciati che entrano col vento per ogni dove, si aggirano pulviscolo
gelido nelle stanze, e non c'è porta o finestra che li respinga.
Tuttavia, benchè quello del Gran San Bernardo sia riputato, e con
ragione, il più disagevole e pericoloso fra gli ospizi, credo che ve ne
hanno altri di più penoso soggiorno. Là almeno, una certa regola
monacale inganna il tempo e fa meno amaro l'esilio. Vi sono parecchi
padri e un discreto numero di novizi. La giornata è spezzata da
occupazioni disparate: pratiche religiose, studio, scuola, osservazioni
scientifiche, governo della casa, ispezione dei valichi. Nessuno, sia
pur magro fatterello della giornata, passa inosservato a quei solitari.
I piccoli rancori scambievoli, i piccoli sotterfugi, le congiure sorde
per conseguire minuscoli intenti, ogni parola e l'accento di essa, ogni
leggerissima infrazione alla regola, la durezza di un comando, la
lentezza nell'ubbidire, diventano fieri avvenimenti che agitano quegli
ingegni e quegli animi più che non facciano di noi le grosse vicende
della politica o della borsa. Dove sono in quattro a tavola, si
discorre. Quella gente che legge più libri e con più intensa attenzione
che nessuno di noi, trova in ogni libro molte più cose che noi non
sapremmo. Benchè remoto dai centri popolari, ogni uomo colto o produce o
rinnova ogni giorno un certo numero di idee e nelle ore dei ritrovi
queste, esposte nel crocchio, colpiscono le menti impazienti di moto, vi
germogliano come in buon terreno, si allargano in corollari, sollevano
dispute, nutriscono i discorsi. Le amicizie devono serrarsi e
caldeggiarvi con impeti d'amore. La sera, nella grande e confortevole
sala da pranzo, qualche novizio suona il cembalo o l'organo, doni di
munifici visitatori. La grandezza degli spettacoli circostanti, la
violenza dei fenomeni, quel sentirsi così lontani dagli uomini e dai
dolci affetti umani, l'imminenza continua di orrende catastrofi, le
frequenti preghiere, la coscienza di un grave ed austero dovere
compiuto, provocano certo in quegli animi e vi mantengono una sorta di
esaltazione poetica, che li fa vibranti ed echeggianti. Come devono
risuonare in quel silenzio claustrale le armonie della musica sacra!
Quanti ricordi infantili, quanti propositi di virtù, quanti impeti di
tenerezza soffocati e rinascenti, quante piccole vipere tentatrici
devono suscitare in quei cuori! I piccoli consorzi sono il compendio dei
grandi; dove l'uomo trova un compagno in cui rispecchiare le proprie
infermità, non può dirsi intieramente infelice.
Ma vi sono ospizi dove tale compagno non esiste. Al Piccolo San Bernardo
vive da trent'anni un uomo che la solitudine invernale divezza ogni anno
dall'uso della parola, cosicchè al primo giungere dell'estate egli dura
fatica a discorrere. Là non convento, non regola, non confratelli e non
novizi. L'ospizio appartiene alla Religione dei Santi Maurizio e Lazzaro
che lo mantiene in discreto assetto; ma perchè ivi è minore l'affluenza
dei viandanti e meno pericoloso il valico, non vi dimora che un rettore
con due servitori e due vecchie domestiche.
L'abate Chanou, cavaliere e canonico, è un uomo colto, socievole,
argutissimo, austero e gioviale, innamorato della montagna, curioso
osservatore de' suoi fenomeni, tutto fervente di zelo scientifico. Venne
giovanissimo a reggere l'ospizio e non volle più dipartirsene, malgrado
le vistose offerte che gli rinnova spesso il vescovo d'Aosta, di
prebende o di canonicati.--Salì povero, e dura tuttavia. Al suo primo
giungere fuori del messale sull'altare e del libro dei passeggeri, non
c'era, in tutta la casa, traccia di carta stampata o manoscritta. Ora il
suo studio ha le pareti raddoppiate di scaffali, dove stanno alla
rinfusa le opere di San Tommaso e quelle di Herbert Spencer, e Marco
Polo discorre con Livingstone e Stanley, e l'Imitazione di Cristo
stupisce di trovarsi daccanto la Fisiologia del Claude Bernard, e Victor
Hugo fiancheggia Bossuet e Fénelon. È abbonato alla _Revue politique et
littéraire_, e _Revue scientifique_ uno dei più vivi periodici di
Francia e ne possiede tutta la collezione fin da quando la si chiamava:
_Revue des cours littéraires et scientifiques_ e stampava le lezioni
professate all'Istituto di Francia ed alla Sorbona. Tutti libri raccolti
coi quattrini del magrissimo stipendio, del quale non camperebbe a Roma
lo spazzino di un ministero.
Durante alcuni anni, salì l'inverno all'Ospizio uno strano tipo di
vecchio cospiratore e vi rimase un mesetto a legarvi libri e giornali.
Era un piemontese, già guardia doganale, poi nel 1831 congiurato
repubblicano e come tale condannato a morte e costretto a fuggire di
patria. In esilio, imparò l'arte del legatore, ma o difetto di metodo o
di costanza, passò d'uno in altro mestiere, finchè dopo varie e
fortunose vicende, finì spaccatore di ghiaia lungo le strade della
Savoia francese e repubblicana. Il nostro prete andò a stanarlo in
qualche buco di vallata dove l'inverno le strade hanno un metro di neve,
e vistolo affamato e senza lavoro, pattuì con lui che ogni inverno
sarebbe salito all'Ospizio per riprendervi lo strettoio e le
correggiuole dell'antico pacifico mestiere. Quelli furono, nella vita
dell'abate, gli anni buoni e ridenti. Il vecchio aveva visto mille cose
coll'occhio savio del filosofo disperato e pare le raccontasse a tratti
vigorosi ed efficaci. Il prete, troppo colto per compiacersi di
conversare coi domestici, trovava in lui un interlocutore immaginoso e
paziente. L'indole irrequieta del cospiratore, domata dagli anni e dalla
miseria, si confaceva colla tranquilla e riposata indole del romito
attivato dalla curiosità scientifica e letteraria. Entrambi amantissimi
della lettura, un inverno divorarono insieme il romanzo postumo del
Flaubert: _Bouvard et Pecuchet_, pubblicato nella _Revue politique_. Mai
il verbo _divorare_ applicato alla lettura di un libro corrispose più
giustamente all'azione. Noi sfioriamo la mensa intellettuale di un
libro: quelli tornano dieci volte allo stesso piatto e non ne lasciano
briciola. Quella lettura li lasciò caldamente ammirati.
--È degno di stare coi libri del Walter-Scott, e coi poemi in prosa del
Chateaubriand, mi diceva l'abate, cui nessuna meschineria critica
soffocava la larga ed ingenua facoltà di ammirare.
Un anno il legatore non salì. Come venne la bella stagione, l'abate
domandò di lui nei paesi vicini, ma nessuno seppe dargliene notizia.
L'ultima volta era partito dall'Ospizio malandato e povero in canna come
sempre; ma di trattenervisi non si parlava nemmeno tanto gli durava la
natura nomade e irrequieta. Al mestiere di spaccar ghiaia, non ci doveva
più reggere; le mani gli tremavano ed erano più le martellate sulle dita
che sui ciottoli. Povero vecchio! Sarà andato a morire in qualche stalla
giù nelle valli Savoiarde, fra gente ignota, o forse sul margine stesso
della strada al cadere di una notte invernale, indebolito dalla fame e
dal freddo.
E tornò al prete la dura solitudine: i domestici rifugiati nella stalla,
egli in libreria. Se non che, qualche volta, preso dalla impazienza di
una voce umana che parlasse, non il gergo valdostano, ma la lingua
letteraria, conforto e sollievo del suo spirito, si recava, nelle
giornate senza vento, ad un luogo vicinissimo donde sillabando ad alta
voce di contro l'Ospizio, le pareti gli respingevano intera e netta ogni
parola. L'eco era diventata il suo interlocutore. Una volta, ed era
d'estate, lo intesi sfogare con quel docile dialogista certi suoi ardori
patriottici d'italiano, offesi dalla impertinenza di alcuni ufficiali
francesi passati quel giorno dall'Ospizio. Capitai all'improvviso,
mentre scagliava contro l'innocente parete le sue invettive e ne risi;
ma quando m'ebbe detto ridendo bonariamente che quell'eco era la sola
buona compagnia che egli avesse per otto mesi d'inverno, mi sentii
stringere il cuore per la pietà. Un animo così caldo, una mente così
attiva e socievole, dalle membra così agili, seppelliti per tanto tempo
in quella tomba nevosa!
E certe volte, sono vitaccie da rischiarci la salute e la vita.
Rammento una visita che feci all'Ospizio parecchi anni or sono. Arrivai
che annottava. Alla seconda casa di rifugio mi aveva colto la neve e il
cantoniere voleva persuadermi a passarvi come che sia la notte,
minacciandomi se partivo, Dio sa che pericoli. Ma era l'undici di
settembre, e non mi pareva che in così bella stagione dovesse la neve
durare tanto da far paura. Ero solo e quindi non trattenuto da riguardi
cortesi; in un'ora al più sapevo di poter giungere all'Ospizio e mi
rimanevano due ore di giorno. Ma la nevata fu proprio delle buone, di
quelle che in due ore, al piano, colmano i fossati ed annullano le siepi
e lassù in alto addolciscono le chine troppo scoscese e le fanno
traditrici. Dopo mezz'ora ero seriamente pentito, ma tardi; benchè non
fossi che a un terzo di cammino (tanto la neve mi contrastava il passo);
tornando, avrei dovuto tenermi indosso gli abiti inzuppati e induriti
dal gelo, mentre all'Ospizio mi aspettava la mia valigia che vi avevo
mandata la mattina da un carrettiere diretto alla Savoia.
Dunque arrivai che annottava. L'abate, che la vigilia avevo avvisato
della mia prossima venuta, era inquieto, benchè mi facesse più
giudizioso di quello che sono e si studiasse di immaginarmi rifugiato al
caldo ed al sicuro. Mi strapazzò come un cane, mi abbracciò come un
amico e mi allestì una cena luculliana. Un fritto di patate, una
scodellata di minestra al latte, un pasticcio di spinaci, una costola di
capretto, e due bicchieri di vino dell'Inferno, di quello che fanno i
vigneti di Liverogne e che procacciò forse a quel villaggio il nome
rablesiano che non si merita.
Dopo cena passammo nel suo studiolo e seduti tutti due a cavallo della
stufa cominciammo a discorrere. Seguitava a nevicare serrato e dalle
gole savoiarde soffiava un vento feroce che rompeva ululando alla casa e
abburattava la neve nello spazio vuoto fra le doppie impannate. Un tempo
perverso!
Bisogna sentirle in Dicembre queste sinfonie, mi dice il prete; non c'è
grido, urlo, fischio, lamento e singhiozzo di uomo o di belva, che non
echeggi e muggisca nello spaventoso concerto delle bufere invernali. A
volte si odono degli a-solo che fanno raccapricciare: sibili lunghi e
trillati e gemiti che sembrano di moribondi s'innalzano sulla
scompigliata onda dei suoni. Allora i cani dell'Ospizio ululano
funestamente e si rannicchiano tremando, e nella stanza più riposta,
malgrado le muraglie da fortezza e le doppie imposte e gli usci doppi e
le bussole ed i coltroni, la fiammella della lampada, accesa tutto il
giorno, sventola da averne le traveggole.
Mentre discorreva, lo vedevo tendere l'orecchio come a suoni lontani,
poi scattò in piedi e disse:
--Che diavolo succede?
Anch'io avevo inteso dei suoni, ma questi mi parevano tanto
corrispondere al discorso intavolato che li attribuivo ad un errore
della fantasia. Era un urlo gigantesco nel quale si distinguevano mille
urli minori; sembrava la chiamata, il lamento supremo e disperato di un
essere mostruosamente grande che si avvicinasse lentamente, a cui
rispondeva un non so quale allegro accordo di suoni metallici che
stringeva il cuore d'angoscia e di paura.
Il prete chiamò i domestici e uscimmo sul ripiano della scaletta esterna
che domina la strada.
Dal versante italiano ci giungeva un coro di muggiti nettamente distinto
e lo scampanellare di una sterminata mandra di bovine.
--Ah, la fiera! la fiera! gridò il prete atterrito, vengono dalla fiera;
hanno voluto passare a dispetto del tempo, quei muli di Savoiardi!
Modesto, aprite le stalle e spalancate bene la porta che non s'ammazzino
a cornate nella furia d'entrare; lumi, lumi, lumi all'uscio della
stalla, e voi Giacomo al fieno, aspettate che ci vengo anch'io, e anche
voi, mi disse, animo! qui bisogna darsi attorno; è una grande disgrazia,
vedrete, una grande disgrazia! Dorotea, vino bollente e minestra, e
scendete quanto si può degli abiti miei, anche quelli da prete, e presto
presto.
Poi traversammo la strada affondando fino al petto nella neve e fummo
alle stalle ed al fienile, donde a grandi bracciate levammo quanto
foraggio capivano le mangiatoie. Bisognava fornirle prima che capitasse
la mandra che poi nella confusione non c'era verso, e spicciarsi a
battersela, che le povere bestie spaventate ed affamate non ci
cogliessero sul loro passaggio, che ne andava forse della vita. Dio sa
come sarebbero entrate a precipizio là dentro!
Oh, non entrarono a precipizio povere bestione moribonde. A dugento
passi dalla casa, malgrado il vento ed il frastuono, le si sentivano
soffiare per la immane fatica che facevano a rompere col petto la
muraglia di neve che le contrastava. Perchè erano venute man mano
affondandosi e le zampe toccavano il suolo duro, cosicchè ad ogni passo
mettevano il muso sull'enorme scalino bianco, continuamente rinnovato.
Vedendo quei lumi accesi e quella gente in aspetto, le prime si
fermarono guardandoci coi grandi occhioni stupidi e levando il muso per
muggire, ma il fiato rotto mozzava loro la voce; e intanto ne venivano,
ne venivano serrate le une sulle altre, a cinque a sei di fronte,
ammantellate di neve, grondanti acqua e sudore, pazienti, acciecate dal
vento, non avvertendo nè il camminare nè il sostare, avanzandosi perchè
spinte dalle giungenti, sostando perchè impedite dalle giunte. Le prime
s'erano avviate alla stalla e già vi riposavano, ma la stalla poteva
capirne una trentina, facciamo quaranta a pigiarle, e già era piena e
riboccava che la mandra non pareva scemata d'un capo.
Non se ne vedeva la fine; lontano lontano lassù presso la Colonna di
Giove, era uno scampanellare serrato, e man mano che venivano, trovando
la strada fatta, andavano mugolando e fiutavano il rifugio. Quante ve
n'erano ferme innanzi l'Ospizio? Il prete diceva un dugento a dir poco e
ne dovevano giungere almeno altrettante. Che farne? Dove metterle?
Già cominciavano a tempestare; quelle che stavano vicino alla stalla e
odoravano il fieno non volevano saperne di tirare innanzi, e l'onda
crescente spingeva quelle di mezzo. Si sentiva lo scalpitìo disordinato
che fanno le vacche quando si saltano addosso, e a certi larghi aperti
improvvisamente nel rimescolìo oscuro, s'indovinavano le prepotenze
delle corna più gagliarde. In quella fitta di corpi pesanti che si
agitavano fra la neve, al lume incerto di poche lampade affievolite dal
vento, c'era la minaccia di imminenti, inaudite battaglie e già le
ultime vacche rifugiate al coperto erano assalite a colpi di cornate
furiose e dalla stalla chiusa usciva un rombo sordo di muggiti, indizio
di terribili massacri.
E poi giunsero i negozianti, una quindicina d'omaccioni che si
raccomandavano al Rettore come se ne aspettassero miracoli, parlando,
strillando, piangendo, singhiozzando, tutti ad una volta con gesti
larghi e rapidi che contrastavano colla pesantezza montanara.
Ma il Rettore era impotente a soccorrerli, non c'era posto, non c'era
posto, la volevano capire che non c'era posto a pagarlo tesori? E allora
quei forsennati si facevano minacciosi: erano cinquecento capi di
bestiame, cinquecento, ha inteso, Rettore, e s'avranno a perdere tutti,
mentre l'Ospizio è vuoto?
--Eh, fateli salire all'Ospizio se vi riesce, che io vi apro anche la
mia camera.
Allora quelli si misero ad un'impresa disperata, ma il Rettore li
lasciava fare che non c'era altro verso di quetarli.
Legata una giovine giovenca ad una grossa fune si diedero a tirarla ed a
spingerla su per la scaletta che mette all'Ospizio. La povera bestia
alle prime non oppose resistenza e lasciò più volte peli e sangue
scivolando e stramazzando su' lucidi scalini di pietra, ma poi infuriata
dal dolore e dallo spavento, fu somma grazia lasciarla rotolare fino al
basso, donde non si levò più.
--Metteteci delle tavole che facciano un piano, suggerì il Rettore.
Ma non giovò nemmeno questo: le tavole parevano insaponate e non vi
reggevano nemmeno i piedi nudi degli uomini.
Allora gli uomini si videro perduti. Era passata un'ora e il freddo
diveniva insostenibile. Il prete li costrinse a rincasare e a
rifocillarsi nel tinello; la stufa di pietra biancheggiava arroventata e
fu scodellata la cena.
Intanto la mandra abbandonata muggiva di sotto come un uragano e fra i
muggiti salivano rantoli di moribondi e gemiti che parevano umani. Poi,
frustata dal gelo, la turba oscura si ripose in cammino; tutta la notte
giù per le balze dirupate che scendono alla Savoia s'intese lo
scampanellare degli accordi e mugolii isolati di vacche smarrite.
Io non so bene quante ne morirono o gelate o precipitando dai burroni,
ma furono assai. Parecchie, guidate dall'istinto, andarono dopo sei o
sette ore di cammino, a picchiare agli usci delle stalle savoiarde;
altre giunte alle basse regioni dove non era neve, si fermarono nei
pascoli in attesa. Dalla stalla dell'Ospizio due furono levate morte
sformate e parecchie ferite, e l'indomani, partendo, i negozianti
piangevano come fanciulli, mentre il sole improvvisava rigagnoli nella
neve e nel cielo purissimo scintillava la vetta del Monte Bianco.
Quello che dicevo or ora dell'eco mi richiama in mente un altro prete
montanaro.
Siamo in un paesucolo invisibile in capo della Val Chiusella.
Invisibile, perchè le case sparse lungo la valle sono così discoste
l'una dall'altra che a nessuno viene in mente di raccoglierle alla unità
ideale di paesello. Una povera chiesa, una povera catapecchia
parrocchiale, un pilone colla scritta: _Albo pretorio_, ecco il Comune.
Ivi fu parroco per molti anni un brav'uomo, studioso e mite. Certe volte
l'inverno, la messa domenicale non ha un solo ascoltatore, tanto è
l'impedimento della neve; ed egli pontificava servito dalla domestica,
una vecchia sorda e brontolona. Compagno unico delle sere invernali gli
era un loquacissimo pappagallo. Le rare volte che capitava gente, il
pappagallo strillava: Ai arrrme! (all'armi!) con piglio sergentesco. Poi
discorreva col prete.
Io intesi questo dialogo, mentre il brav'uomo stava preparandomi una
tazza di caffè.
--Provost que chi fè?--Fou 'l cafè.--Fè 'l cafè? (Prevosto che fate?--Fo
il caffè.--Fate il caffè?) e terminava, in un Ah rauco di approvazione.
La sera alle undici, mentre il prete stava immerso nello studio, il
pappagallo, gli diceva imperiosamente:--Provost 'ndoma a
deurme?--(Prevosto andiamo a dormire?) e il padrone obbediva, persuaso
che quelle parole corrispondessero ad un pensiero scaturito nella mente
dell'uccello, ed esprimessero una sollecitudine affettuosa. Errore,
credo, volontario, perchè quello non era uomo da attribuire senno ai
pappagalli.