Si crede generalmente che le valli alpine, e più quella d'Aosta, siano
un semenzaio di leggende e di tradizioni popolari. Ve ne sono invece
pochissime e scolorite. Il luogo sarebbe adatto ma non la gente, cui la
facoltà immaginativa è pressochè isterilita dalle troppe e troppo gravi
fatiche. Oramai le più schiette leggende sono quelle falsificate per
intero; dell'altre, le vere, nel loro passar di mente in mente svaporò
in gran parte la sostanza e sbiadirono e si ritinsero i colori. Finchè
duravano nel popolo, le variazioni erano poche, ma divenute materia
letteraria e argomento di libri stampati, furono inzeppate, ingentilite,
ammodernate, moralizzate e tirate a forme simmetriche. Dal popolo
passarono ai libri; da questi per via dei soldati in congedo e degli
operai migranti, tornarono irriconoscibili alle veglie popolari. E non
vi tornarono sole: ai _Reali di Francia_, al _Guerrino il Meschino_,
alla _Bella Maghelona_ e loro discendenti, s'accompagnano e succedono il
_Saint-Clair delle Isole_ e il _Conte di Montecristo_. Anche gli ingegni
popolari perdono idealità; amano ancora il maraviglioso, ma lo vogliono
spiegabile. Al demonio va scemando credito ogni giorno, l'inferno si
spopola, la scienza elementare sopprime i miracoli, le notti diventano
sicure, i crepuscoli non hanno stregoni, le strade non hanno malandrini,
i cimiteri non hanno fantasmi, le antiche rovine non mandano gemiti e
fragore di catene. Qualche vecchia comare parla ancora di _Dame_ o
_nere_ o _bianche_ o _grigie_ o _rosse_, apparse la notte sull'alto
delle torri, ma non ne tremano che i bimbi assonnati. Le ragazze ed i
giovani menano le vacche a pascolare nei castelli diroccati, scovano le
nidiate fra le merlature, si baciano nei vani delle finestre, si calano
per buche oscure nei grandi androni stillanti, si attardano la sera fra
le rovine discrete sui cuscini di musco senza ombra di paura o di
sospetto. I padroni di alcuni castelli disabitati od inabitabili
dovettero rifarne la porta e sbarrarla e acciecare le finestre a pian
terreno, perchè a notte chiusa proprio nell'ora degli spettri, saliva
gente del paese a far man bassa su quel pochissimo durato in piedi, a
rubare i colonnini delle finestre e i gradini della scala.
Io interrogai più volte le guide, se mai i ghiacciai e gli altri luoghi
mortali dell'alta montagna avessero generato storie fantastiche di genî
amici o avversi all'uomo; ma durai fatica a farmi intendere e passai,
credo, per insensato. Nemmeno trovai indizio di pronostici, tranne i
soliti e sperimentali riguardanti il tempo e questi espressi sempre con
saviezza dubitativa. Di credenze in forze o virtù soprannaturali, dalle
divine in fuori, non traccia. Non già che quelle genti abbiano
un'abitudine di esame, un senso critico o pratico più affinato che
altri. A chi raccontasse loro con garbo qualche storiaccia inverosimile
darebbero forse, o almeno non negherebbero fede. Richiesti: Ci credete?
risponderebbero: è possibile! Non si sa mai! Dacchè lei lo dice! e via
su quel tono; ma lo farebbero sopratutto per incuria, come per cosa che
non li riguarda e che non torna il conto di considerare.
In sostanza, il montanaro è poco immaginoso. Parlo, ben inteso, del
popolo: di quelle classi sulle quali non può, o pochissimo, l'educazione
e l'artifizio letterario; le sole presso le quali trovandocela, la
leggenda sarebbe genuina e saporita.
Tuttavia, nei tanti anni dacchè mi aggiro per le montagne qualche
embrione di tradizione o di leggenda mi venne fatto di trovarla:
leggende e tradizioni inedite, ben inteso, perchè delle altre ce n'è a
migliaia, ma oramai neanche a raccoglierle dalla fonte popolare non si
trovano sincere e per tondarle e mondarle occorrerebbe un lunghissimo
studio comparativo.
Una volta stavo a Fenis in Val d'Aosta per cercare e copiare le
scritture murali del castello. L'oste del paese discorreva volentieri e
mostrava di saperla lunga. Lo domandai degli antichi signori. Mi rispose
con molta sicurezza che il Castello era appartenuto al duca di Borgogna.
Rimasi. La Valle d'Aosta appartenne realmente al primo ed al secondo
reame di Borgogna, ma fino dal secolo XI passò ai Conti di Savoja nè più
mutò padrone. Fenis poi, era feudo dei signori di Challant; il castello
fu edificato da un Aimone di Challant verso il 1350, nè più uscì della
famiglia finchè questa non andò estinta sul principio del secolo
corrente. Tutta la vita castellana del castello di Fenis appartenne
dunque alla Casa di Challant, spenta la quale, il castello decadde in
cascinale ed il padrone, di signore in semplice proprietario. Come mai
la remota dominazione borgognona aveva potuto far scordare la recente
signoria dei Challant, e la perdurante sovranità Sabauda? Ma l'oste non
conosceva nè il primo nè il secondo regno Burgundo, nè il casato dei
Challant, nè del Sabauda altro che il nome del Re felicemente regnante;
solo del suo duca di Borgogna aveva piena certezza, come se lo avesse
conosciuto; e poteva provarne l'esistenza e la signoria mediante una
storia, autentica, della quale non era in paese chi dubitasse. Ecco la
storia.
Non molti anni addietro, sulla strada che sale a Fenis di qua dal ponte,
c'era un vecchio uomo che faceva giorno e notte la guardia ad un grosso
serpe. Il serpe non dava fastidio ad anima viva, stava tutto il giorno a
crogiolarsi al sole sul muricciolo che fiancheggia la strada e la notte
si rannicchiava per la petraia. Un giorno, scostatosi il vecchio per
certi suoi bisogni, passò un forestiero il quale ebbe ribrezzo del serpe
e lo uccise con una cannata. In quella tornò il guardiano e, veduto il
serpe morto, si cacciò disperatamente le mani nei capelli, gridando:
_Ah! malheureux, qu'avez vous fait? Vous avez tuée Marguerite de
France_.
Di quale Margherita di Francia intendesse parlare, che relazione
corresse fra questa e il duca di Borgogna, come quella favola bastasse
ad infeudare il castello alla casa Borgognona, l'oste non mi seppe dire.
Mi rifece la storia del serpe tre o quattro volte, sempre colle stesse
parole e tirandola sempre alle stesse conclusioni. Il castello era stato
dominio del duca di Borgogna perchè il serpe era Margherita di Francia;
il serpe era Margherita di Francia, perchè il castello apparteneva al
duca di Borgogna: la cosa era evidente, ed io che non capivo o avevo le
mie ragioni per mostrare di non capire, o ero corto di cervello.
Le serpi hanno una gran parte nei favolosi racconti valdostani. Un
contadino e consigliere comunale d'Issogne mi assicurava e lo avrebbe
giurato, che i capelli delle donne morte messi nell'acqua si mutano in
biscie. Ma la biscia non vi è considerata per l'animale immondo delle
sacre scritture. Già la storia di Margherita di Francia, la mostra
oggetto di cura e per poco non di venerazione. Un'altra leggenda la
consacra quasi al rispetto delle genti.
Un giorno ero salito al villaggio d'Ussel dirimpetto a Châtillon, e
visitata la rocca, sonnecchiavo nell'ora calda, sulla riva del
torrentello che fiancheggia il paese. Capita una tribù di formiche rosse
e mi assale. Alla prima puntura mi levo stizzito e stropicciando i piedi
reco fra di loro lo scompiglio e la morte.
--_Ah! Monsieur! vous faites da mal aux bêtes du bon Dieu; il vous
arrivera malheur!_
Chi parlava era un vecchio capitatomi dietro senza ch'io lo avvertissi.
L'accento era così convinto, l'aspetto così venerabile e così grave la
voce, che ne rimasi colpito. Mi scusai alla meglio ed egli allora,
sedutomi vicino, cominciò a ragionare degli animali, che bisogna
rispettarli, che sono creature di Dio, che noi non sappiamo quali
spiriti si nascondano in essi. Fiutai un'altra Margherita di Francia e
lo feci discorrere. Allora egli mi additò sulla montagna che sovrasta
Châtillon, alcuni archi mezzo rovinati di un acquedotto romano.
Di tali acquedotti, miracoli di ardimento, ne rimangono molti in val
d'Aosta. Da Châtillon o meglio da Ussel ne appaiono due egualmente
maravigliosi, i quali tengono i due versanti della Val Tournanche: uno
cinge la costa del monte verso Aosta; l'altro piega verso Ivrea. Il
primo menava le acque a Nus, il secondo al villaggio di Saint-Vincent.
--Vedete,--mi disse il vecchio--quel ruscello là in alto? (Chiamava
_ruisseaux_ gli _acquedotti_ ed accennava a quello che volge verso Nus).
Quel ruscello doveva portare l'acqua di una fonte saluberrima a molti
paesi della vallata. Occorsero a costruirlo molte opere costose e
difficili: bisognò in parecchi luoghi forare il monte, in altri
appoggiare muraglie a pareti liscie e precipitose di macigno. Più volte
gli operai scoraggiti furono per abbandonare l'impresa, ma li sostenne e
li rincorò lo zelo di un buono uomo di Nus, il quale li stimolava con
parole, li allettava con regali e promesse, si metteva primo nei rischi,
assicurava primo le travi dei ponti e vi si avventurava, portava i
maggiori pesi, durava le maggiori fatiche, non dava pace a nessuno,
tanto aveva a cuore il compimento dell'opera. Erano già superati i
maggiori pericoli e non rimaneva che poco e facile lavoro, quando il
brav'uomo rovinò da un ponte e morì. Come tutto fu lesto e la fonte fu
immessa nel nuovo letto, gli operai che ne seguivano il corso videro una
biscia nera e sottile precedere l'acqua come a mostrarle il cammino. Un
ragazzaccio la uccise e tosto l'acqua che già scorreva allegramente
tornò indietro nè ci fu verso di farla scendere mai più. In quella
biscia era l'anima del brav'uomo, e Dio ne vendicava così l'uccisione.
Di questa favola, non è difficile rintracciare l'origine. Così in valle
d'Aosta, come in altri paesi del Piemonte, i villani credono (non so se
a torto od a ragione) che le anguille aiutino a tenere sgombre le vie
occulte delle sorgenti. Appena scavato il pozzo, se l'acqua non vi
pullula in abbondanza, vi gettano dentro un gruppo di anguille e
vogliono che l'effetto sia sicuro. Dall'anguilla al serpe, presso i
villani, poco ci corre, e non è a stupire se una volta attribuito il
potere di rintracciare le scaturigini sotterranee, qualche savio uomo
cercò di proteggerne per via di favolosi racconti l'esistenza.
Un'altra leggenda riguarda l'acquedotto di Saint-Vincent. Mi fu narrata
dallo stesso vecchio e dice così:
Una volta quelli di Saint-Vincent, difettando d'acqua, deliberarono di
derivarne un ruscello da Val Tournanche e gli uomini del paese si posero
all'opera volonterosi. Ma viste le gravi fatiche ed i pericoli, già
stavano per desistere, quando le donne proposero di volgere in messe a
pro delle anime loro, tutto il filato dell'inverno. E fila, e fila, gli
uomini tutto il giorno alla muratura, le donne tutta la notte alla rocca
ed al fuso; finchè fu compito il ruscello e il filo venduto fruttò un
bel gruzzolo. Il quale fu dato a custodire ad un savio e pio uomo, dei
maggiori del paese. Ma costui era un birbo mascherato da santo. Come
l'acqua fu messa nel ruscello, egli corse all'osteria con grosso seguito
di briaconi e di sgualdrine, e la matassa delle messe fu dipanata dal
demonio. Trincando, lo sciagurato cantava: _L'eau s'en va et moi je
bois. L'eau s'en va et moi je bois_. Tanto che l'acqua tornò indietro e
il ruscello rimase asciutto per sempre. La favola è meschina ed
immorale, ma io spendo la moneta che trovo.
Il vecchio che mi raccontò la storia dei due acquedotti era un
bellissimo tipo di leggenda. Vissuto in città, i pittori accademici lo
avrebbero tirato a mille esemplari di santi e patriarchi; lassù faceva
lo spaccalegna, mestiere caro a molti riputati stregoni e negromanti.
Era alto, ben fatto, portava una zazzera unta e liscia, un moncone di
codino ed una barba tra il bianco e il giallo, lunghissima e
scarmigliata. Le sopracciglia, tra bianche e gialle ancor esse,
spiccavano folte, ad angolo retto da una fronte prominente che
ombreggiava il viso fino alla bocca. Il viso, anzi il capo intero era
tutto peli: ne scaturivano da ogni parte; pareva rimpinzito di crino
perdere il soverchio per tutte le vie. Le narici e le orecchie ne
avrebbero fornito da fare il pizzo ad uno studente e i baffi lunghi
entravano in bocca e ne riuscivano così diritti come se derivassero di
gola. La barba saliva sulle gote fin sotto le occhiaie e per il largo
collo della camicia la si vedeva ripullulare sul petto. Sull'ultimo
lembo carnoso dell'orecchio dov'era infitto l'anello di argento che i
vecchi villani portano ancora, giaceva un vero cuscinetto di peli fitti
ed ispidi che nascondeva mezzo l'orecchino. La sua figura mobilissima
commentava e coloriva ogni parola, anzi il viso preparava quasi le
parole e le annunziava; attore drammatico, quell'uomo avrebbe fatto
ridere e piangere il pubblico senza profferir verbo, col solo _valore
della maschera_ come lo chiamano i comici. Ai movimenti del viso, la
barba faceva da indice ingrossatore; ad ogni impercettibile contrazione
di muscoli, corrispondeva un agitarsi, un arruffarsi disordinato di
peli, ognuno dei quali diventava un braccio di leva obbediente e
sensibilissimo. Mentre raccontava le sue storie, correvano per quella
foresta vivente, delle vere e proprie burrasche. A volte, in seguito a
troppo rapidi mutamenti di fisonomia, le vibrazioni si intralciavano
come fanno i cerchi dell'acqua per due pietre lanciate vicine, e ne
seguiva uno scompiglio da non dirsi. Io non vidi mai una faccia più
strana di quella, tanto che non ristavo di fissarla; ma egli era certo
avvezzo a passare per fenomeno vivente, perchè la mia maraviglia non lo
maravigliò punto, si lasciò guardare e riguardare senza averne
imbarazzo, nè vergognoso nè superbo della propria singolarità.
Parlava a sentenze, in tono misurato, ma che andava a mano a mano
accendendosi. Aveva una voce bassa ma limpidissima e vibrante, e
raccontava con molta evidenza, mettendo nei punti del maggiore interesse
certe soste ansiose piene di mistero. Durante il racconto, vigilava
cogli occhi, se gli prestavo fede. A un certo punto, bisogna dire che mi
sia sfuggito un risolino involontario, perchè troncò il discorso, mi
fissò corrugato e mi disse:--Non credete?--Accompagnò queste parole con
un riso così sdegnoso, le profferì con accento di tale superiorità, mi
guardò con tanta commiserazione, che mi affrettai a tranquillarlo più
per pensiero della mia dignità che per cortesia. Non mi bisognarono
molte parole. La verità del suo asserto gli pareva troppo evidente; i
fatti che narrava gli risultavano forse da troppo sicura testimonianza,
perchè potesse temere a lungo che altri ne dubitasse. Quando gli
domandai come egli avesse apprese quelle storie, fece un viso misterioso
e non rispose: solo dagli occhi traspariva una superba compiacenza di
sè, che mi parve derivare dalla coscienza di un sapere negato al più
degli uomini. Seguitando il discorso, mi disse aver egli ricevuto dal
cielo il dono di conoscere le malattie e di guarirle, e la scienza umana
dei medici non valere nulla appetto alla sua.
Ora quel vecchio è morto da più anni, ed io penso alla memoria che ne
dev'esser durata nel suo piccolo villaggio. Là certo in sua vita, le
mamme lo additarono ai bambini per indocilirli e questi lo sognarono
durante gli incubi delle indigestioni. Se è vero che la paura ingrossa
gli oggetti, che lunghezza iperbolica dovette avere nei sogni, quella
barba dogale! I bimbi che lo conobbero, non troveranno mai più per il
mondo un essere vivente che lo somigli, perchè ne ricorderanno
l'immagine fantastica in luogo della reale. Certo i suoi prodigi
lasciarono traccia, certo sono vantati anche oggidì, la virtù delle sue
erbe e de' suoi sortilegi e lo sprezzo ch'egli faceva del sapere umano.
Morti quelli che furono adulti e vecchi con lui, Dio sa quali miracoli
gli saranno attribuiti, che potenza verrà via via acquistando il suo
nome! A mano a mano che la sua lunga carcassa andrà disfacendosi
sotterra, la sua memoria ingrosserà fra i viventi; egli vivrà una
seconda vita, impensata, inattesa, piena di vicende strane, una vita a
rovescio della reale, che si farà sempre più vigorosa invecchiando. Quel
paese che forse non lo elesse nemmeno a consigliere comunale, tremerà di
lui, invocherà nei supremi pericoli la sua memoria, lo collocherà a
mezza altezza sulla scala degli esseri sovrumani, fra i santi ed il
demonio. Egli che del demonio aveva tanta paura!
Quando sul punto di lasciarlo, lo richiesi del suo nome per scriverlo
sul taccuino, il povero uomo ebbe un sospetto mortale e ricusò di netto.
--Ma perchè?--gli domandai.
--Signore, io non conosco il vostro.
--Ve lo dico subito.
--Non ve lo domando.
E seguitava a guardare me ed il taccuino, coll'aria di un uomo pentito
d'avere attaccato discorso, nè mi valsero i ragionamenti coi quali
volevo persuadergli che non ero nè un carabiniere travestito, nè un
esattore, nè altro agente fiscale, come io credevo temesse. Ma non era
questa la sua paura, e più insistevo ad abbonirmelo, più lo trovavo
riluttante, finchè stretto dalla mia insistenza e fissando con occhi
sempre più stralunati il taccuino e facendosi il segno della croce,
balbettò già volto alla fuga:
--_Vous pouvez être le diable_!
E scappò via.
Aveva temuto ch'io volessi segnare il suo nome nel registro dei dannati
per l'eternità.
Certo il vecchio, tornato in paese, raccontò d'essersi imbattuto in
Bergniffe, perchè la paura muta in certezza ogni sospetto! E la vivacità
del suo racconto e il suo visibile smarrimento, vinsero forse la
miscredenza dei pochi spregiudicati. Che discorsi quella sera! Se il
diavolo non fosse agli sgoccioli, la leggenda sarebbe creata. E chissà
che non vada già formandosene il nucleo primitivo, che poi svanirà come
una bolla, stretto dalla crescente incredulità. O forse il Demonio è più
accorto che non si creda e muterà col tempo nome e forma, ma non
sostanza ed argomenti. E forse del mio passare sulla terra, non rimarrà
fra cent'anni altra vestigia, che la storia del vecchio spaccalegna e
dello spirito maligno.