Il Re Vittorio Emanuele piantava le tende per la caccia a pochi passi
dalle ghiacciaie del Gran Paradiso. A Valsavaranche ed a Noaschetta
l'accampamento sorgeva sovra un altissimo ripiano erboso oltre la
regione degli alberi e dei cespugli; a Cogne era in mezzo alla valle in
un luogo delizioso chiamato Vallontéj, un prato ingombro qua a là di
enormi massi grigi rovinati dalle vette e fiancheggiato da una fitta
foresta di abeti. Quando il Re dalla piana saliva al campo, tutta la
valle era sulla strada maestra; la notizia della sua venuta si spandeva
da per tutto come il rimbombo di una cannonata. Nei luoghi fissati per
lo scambio dei cavalli, i pubblici ufficiali davano l'annua lustrata al
cappello a staio e le famiglie borghesi levavano dall'armadio la
bandiera del 48. Il Re chiamava per nome i sindaci, gli osti, gli
stallieri, le guide ed i cacciatori, conosceva gesta e miracoli dei
maggiori alpinisti, stringeva la mano al maestro, batteva la mano sulla
spalla del mulattiere, dava uno scudo al mendicante storpiato da uno
scoppio di mina. Lo scambio dei cavalli seguiva in dieci minuti, perchè
il Re amava di non perdere tempo ed era impaziente di giungere ai luoghi
freschi. A mano a mano che saliva, le conoscenze si facevano più
frequenti e famigliari; a Cogne ed a Valsavaranche non c'era un viso
nuovo per lui, egli era al fatto di tutte le minute vicende domestiche
di questo e di quello, sapeva della lite fra Pietro ed Ambrogio, della
vacca che Anselmo aveva perduto in un burrone un giorno di nebbia e del
figliolo che Rosa aveva fatto a Tonio, il quale, briccone, stava ora
_sui lavori_ in Francia, senza pensiero della poveretta. I contadini gli
si facevano incontro semplicemente sorridendo e attaccavano discorso
essi col voi, egli col tu, come vecchi amici.
***
La Domenica, in val di Cogne, egli scendeva dal campo al villaggio per
sentirvi la messa cantata nella chiesa parrocchiale. In quella
circostanza amava di fare una piccola mostra di sovranità, per rendere
il dovuto omaggio ad un Sovrano maggiore di lui: a Domine Iddio nel
quale egli credeva. Poneva due carabinieri in gran tenuta, la spada
sguainata ritta lungo il braccio rigido, ai due lati dell'altare ed egli
stava sul limitare della chiesa, in piedi nel mezzo della porta
spalancata, posato fieramente, una mano sullo schienale di una piccola
scranna di legno che a volte in distrazione faceva girellare e l'altra
nella tasca dei larghi calzoni di frustagno. Finita la messa, portava
egli stesso la scranna in piazza, all'ombra e sedutovi cominciava la
rassegna di tutto il villaggio che gli si affollava intorno. Discorreva
in piemontese intercalandovi qualche sapida parola del gergo valdostano;
e i sigari fioccavano in tal quantità che non pareva ne potessero tanti
capire le sue saccoccie ed era chiaro che aveva pensato a provvedersene
prima di lasciare il campo. Le ragazze più vistose avevano tutte un
nomignolo di sua invenzione corrispondente o a qualità fisiche o ad
accidenti biografici. E a questa lanciava un'arguzia, a quella un nome
che lo chiariva al fatto dei di lei piccanti secreti, a quest'altra
pizzicava le gote, e _honni soit qui mal y pense_.
La risposta valeva la botta; poichè l'arguzia contadinesca non
scompariva dirimpetto al frizzo regale, ma scoppiettava sincera ed
allegra fra un coro di risate, senza che ne scapitasse la riverenza
dovuta al Sovrano. Il Re scordava la sovranità ed i villani la
sudditanza, egli scendeva dal trono senza derogare, essi, per non farlo
scendere del tutto, mettevano un piede sul primo scalino, ma senz'ombra
di arroganza.
L'alpigiano possiede l'istinto della misura e non la soverchia mai, nè
il Re Vittorio Emanuele era uomo da tollerare gli si mancasse di
rispetto. Bensì sapeva proporzionare gli atti e le parole alla
condizione delle persone ed attribuire ad ogni atto o parola altrui il
suo giusto valore. Così, se mai, mentr'egli teneva il circolo
piazzaiuolo, qualche villano più timoroso cercava di sgattaiolarsela non
visto, egli lo chiamava per nome e lo riprendeva scherzosamente di che
non lo venisse a salutare; ma una Domenica che una famiglia codina di
nobili torinesi, alloggiata per villeggiarvi all'albergo di Cogne, uscì
di chiesa mentre egli stava in piazza e non perdonandogli la reggia del
Quirinale, passò fra la gente fingendo di non avvertire la sua presenza,
egli che bene li conosceva, disse ad alta voce: «Chi sono quei villani
che non salutano il Re?» E poi, contento della lezione, riprese la
celia.
***
Tutti sanno quale famoso cacciatore egli fosse e come non fallisse mai
il suo colpo; quelli che lo avvicinarono, lo narrano gelosissimo della
riputazione di buon tiratore e intollerante dell'altrui mediocrità. Se
uno dei suoi sbagliava la mira, erano serî rabbuffi in principio e
lunghe canzonature di poi, e se ne coglieva troppe o troppo bene,
trapelava dalle sue parole una punta di gelosia che durava finchè con un
colpo maestro non avesse assodata di bel nuovo la propria superiorità.
Ciò avveniva colle persone del seguito, le quali d'altronde erano ben di
rado ammesse all'onore di partecipare alla caccia, e rarissime volte
poste a tiro dello stambecco.
Lo stambecco era riserbato, per lo più, agli ospiti di riguardo e solo
quando le condizioni della caccia erano tali da non correr rischio di
perdere la preda. La quale andava in gran parte regalata qua e là, dove
il Re sapeva di ufficiali superiori o di magistrati o di uomini politici
alloggiati negli alberghi vicini. Chi la riceveva si affrettava a farla
imbandire sulla mensa comune, con gran giubilo dei _touristes_ inglesi i
quali notavano sul taccuino delle memorie la data del giorno e la
provenienza della vivanda, e non mancavano mai di proporre, in fin di
tavola, il _toast_ al coronato cacciatore.
***
Il sussiego e l'etichetta non salirono mai oltre i mille metri sul
livello del mare: il Re, accampato sopra i duemila, amava di vivervi da
gran signore ospitale e magnifico, ma accostevole ed alla mano. Io non
ebbi mai l'onore di parlare con lui, ma intesi raccontare fatterelli
caratteristici, che tutti lo dipingono ad un modo.
Un anno, fu nel 73 se non erro, l'anno che lo Scià di Persia venne in
Italia, uno studente dell'Università di Torino, mezzo artista, era
salito a Cogne e vi dimorava per certi suoi studi scientifici che
alternava con ricreazioni artistiche da pittore. S'era combinato che
nella seconda metà d'agosto saremmo andati a raggiungerlo, suo padre,
parecchi amici artisti ed io, per tentare con lui alcune escursioni
sulle ghiacciaie del Gran Paradiso. Un giorno degli ultimi di luglio,
egli andò per diporto fino all'accampamento del Re a Vallontéj, e poichè
il Re era alla caccia e si sapeva non sarebbe tornato prima di sera,
pregò il generale Bertolè-Viale che gli lasciasse visitare
l'accampamento e farvi alcuni disegni che intendeva mandare e mandò
intatti, al _Graphic_ di Londra. Il generale accondiscese, e, a disegni
finiti, avendo mostrato desiderio di averne uno per memoria, gli fu dato
a scegliere quello che più gli tornava.
Passano cinque o sei giorni, quando una bella mattina sul fare
dell'alba, il nostro studente è svegliato bruscamente da più colpi
battuti contro la finestra della sua bassa camera d'albergo. Stanco per
qualche gran camminata del giorno innanzi, egli urla un: _Chi va là?_
stizzito che voleva dire: _non mi seccate_; ma i colpi rimartellano
tanto che egli corre in camicia ad aprire la finestra per dare il fatto
suo al notturno disturbatore. Pensate come rimase trovandosi di fronte a
Sua Maestà il Re d'Italia, il quale da cavallo aveva picchiato ai suoi
vetri e rideva ora della sua attonita confusione.
--Prima di tutto si vesta, che a queste arie gelate c'è da pigliarsi un
malanno e poi si riaffacci che le voglio parlare.
Come fu vestito e tornato alla finestra, il Re gli disse:
--Senta, ho veduto il disegno che lei ha fatto per Bertolè, e vorrei
averne uno che raffiguri tutto il mio campo. Io vado ora a Torino a
ricevere lo Scià di Persia; starò al caldo cinque o sei giorni, poi
tornerò, non più a Cogne ma a Valsavaranche. La prego dunque di farmi
quel disegno e di portarmelo colà fra una settimana. Ho dato ordine che
non smontino il campo finchè lei non vi sia salito. È inteso?
L'altro a scusarsi di non saper fare cosa degna del Re e il Re a
lodargli il disegno che aveva veduto; breve: si rimase che il lunedì
venturo lo studente sarebbe andato ospite della Maestà Sua a
Valsavaranche.
Vi andò, valicando in dieci ore il colle del Lauzon, uno dei più alti
dell'Alpi e giunse al campo che imbruniva. Era l'ora del pranzo; il Re
lo accolse con quell'affabilità bonaria che bandisce il sussiego e
pareggia i gradi; era il signor Savoia che riceveva in casa propria il
signor X, e lo trattava come si conviene ad un ospite; lo volle vicino
di tavola e gliene fece gli onori mettendo il discorso su argomenti che
lo potessero interessare, interrogandolo famigliarmente, e
famigliarmente rispondendo alle di lui domande, raccontando aneddoti
piccanti o avventure di caccia, passandogli i piatti perchè vi tornasse
e mescendogli un Barolo squisito, che il giovine disavvezzo alle Corti,
aveva fin dai primi sorsi lodato calorosamente. Il Re amava di vantare
la propria robustezza. Venuto il discorso sulle caccie in montagna,
prese celiando a canzonare quei signori del suo seguito sempre
impensieriti del freddo.
--Guardi, sono quasi tutti più giovani di me ed eccoli imbottiti di
maglie e flanelle come se fossimo a caccia di foche nei mari polari,
mentre io, guardi, e si sbottonava, una camicia di tela e ce n'è
d'avanzo.
Era infatti d'una robustezza a tutta prova; dormiva per lo più sotto una
tenda soldatesca in un lettuccio dove si coricava bello e vestito. La
mattina alle 3, cioè sul primo albeggiare, quando da quelle alture si
vede fuggire verso Francia il cielo nero scintillante di stelle, e
salire dai gioghi nostrani il chiaro cielo diurno, egli si levava e
usciva a passeggiare fumando in mezzo al silenzio del campo e a trarre
l'oroscopo della giornata dall'aria nitida sulle ghiacciaie
bianchissime, o dai brandelli delle nuvole lacerate alle vette. Poi
quell'uomo vissuto per agire, stava gran tempo lo sigaro in bocca,
seduto su di uno sgabello pieghevole a guardare intorno sorgere e
spiccare agli albori crescenti i dorsi e incidersi i seni della
montagna, e il primo raggio del sole fulminare le pareti cristalline e
sfolgoreggiare di poi tutti i vasti piani delle ghiacciaie.
Lo Studente fu avvertito che non avesse a parlare di partenza. Aveva
portato con sè i colori, e la giornata gli passava a far studi dal vero.
Il secondo giorno, venutigli a mancare i cartoncini, ebbe da un
domestico per dipingervi, il coperchio di una scatola di sigari d'Avana,
e discorrendone a tavola capitò a dire come tali tavolette si prestino
mirabilmente agli studi ad olio. Ed ecco l'indomani sera giungere al
campo il mulattiere delle provviste, con un carico di scatole da sigari
d'ogni forma e d'ogni dimensione; il Re aveva egli stesso telegrafato a
Torino perchè gli fossero spedite, e la cosa era seguita con una
sollecitudine veramente regale.
Dopo pranzo Vittorio Emanuele soleva passeggiare collo studente nei
pressi del campo richiedendogli il nome dei più vistosi fiori, o
discorrendo dei grandi fenomeni alpini. Il giovane, incoraggito, lo
interrogava alla sua volta intorno a questo o a quel Sovrano o
personaggio della storia contemporanea e ne traeva notizie curiosissime
e ritratti compendiati in pochi tocchi sagaci e pieni di colore.
Finito il passeggio, buona notte signori: ognuno entrava nella sua tenda
fino al domani.
Lo studente era al campo da otto giorni, ed il nono la comitiva che ho
detto di sopra, doveva giungere a Cogne, dove ci s'era data la posta.
La sera dell'ottavo giorno il giovane avvertì il generale Bertolè che
l'indomani gli bisognava partire e rivalicare il colle del Lauzon.
--Badi--gli disse il generale--che gli ospiti di Sua Maestà non se ne
vanno se non quando sono congedati.
--Ma mio padre e gli amici miei non sapendomi qui e non trovandomi a
Cogne, staranno in pensiero di qualche disgrazia...
--Manderemo un espresso.
--Abbiamo combinato delle escursioni sul Gran Paradiso.
--Ebbene, stasera parlerò io col Re; lei domattina s'alzi all'ora che
vorrebbe partire, troverà il Re in piedi, e sentirà da lui quello che
gli conviene di fare.
La mattina, come Vittorio Emanuele lo vide sbucare dalla tenda, gli
disse:
--Dunque lei ne ha abbastanza della mia compagnia?
--Oh! ma...
--Lo so, lo so, vada pure, è giusto. Suo padre l'aspetta. Dica a suo
padre che oggi andrò ad ammazzare lo stambecco e che glielo manderò
domani. Ho dato ordine che le sia preparata una cavalcatura. E mi venga
a trovare quest'altr'anno; capiti qui quando saprà che ci sono e mi farà
piacere.
Il cavallo era sellato e aspettava. Il Re aggiunse in tono grave:
--Venga qui--e lo prese per le due mani--lei è giovane e ha voglia di
studiare. Seguiti sa, perchè il mondo è di chi se lo piglia,
specialmente ai giorni nostri.
E gli tenne un gran discorso paterno, buono e fortificante; poi, dopo
una pausa:
--Glielo dirà, non è vero, a suo padre che le ho parlato così?
In quest'aggiunta c'è intero Vittorio Emanuele.
Quella sera a Cogne, l'amico nostro ci raccontava ogni particolare del
suo soggiorno nel campo del Re e l'indomani un sergente di caccia ci
portò il promesso stambecco che divorammo allegramente.
L'avventura andò poi a finire così: Per ringraziare la Sua Maestà del
grazioso dono, la nostra brigata si raccolse a consiglio e deliberò di
mandare al campo un gran foglio, illustrato a modo di pergamena gotica,
dove il Teja disegnò il ritratto di ognuno di noi, e io postillai ogni
ritratto con due versi dichiarativi. Il Re ne fu contentissimo e ci
mandò ad invitare tutti a pranzo per il giovedì venturo, tempo
permettendolo. Ma dopo due giorni cadde una tale nevicata che il colle
del Lauzon divenne impraticabile. Tuttavia tre dei nostri vi si
avventurarono: lo studente, il Teja ed il Pittara, i quali giunsero a
Valsavaranche più morti che vivi. Il Teja raccontò questa sua visita nel
_Pasquino_ ed il Pittara ne ricavò un grande e bellissimo quadro che
credo sia ora nel Castello Reale di Monza.