Mio padre era nativo di Celano, negli Abruzzi, donde era sceso in Roma
giovanissimo nel seguito di monsignor Calafimi, quando Sua Santità il
Papa Innocenzo III insignì questo pio prelato del titolo di Canonico
Lateranense, e lo chiamò al servizio della propria persona. Il buon
Monsignore teneva mio padre più in qualità di discepolo, che di
famiglio, perchè, amante qual era della buona musica, aveva scoperto nel
giovine suo compaesano un paziente desiderio di intraprenderne lo
studio, ed una maravigliosa attitudine a profittarne. Perciò lo aveva
allogato a bottega di mastro Lapo Sguinzo, famoso costruttore e
suonatore d'organi, presso il quale in pochi anni mio padre divenne
altrettanto buono artefice quanto eccellente musico, tanto che, avendo
la Sua Santità inviato monsignor Calafimi in Aosta a comporvi non so
quale dissidio fra quel Vescovo e l'abate di S. Bernardo, questi lo
volle compagno nel viaggio, contando, com'egli diceva, sul mansueto
influsso delle sacre armonie per disporre a conciliazione l'animo dei
litiganti.--Benchè in altro modo che non quello sperato da Monsignore,
tuttavia a mio padre fu dovuta la pace, perchè il Vescovo di Aosta, come
l'ebbe inteso sugli organi, mise a patto della propria arrendevolezza
che esso gli fosse ceduto, e rimanesse in Aosta organista della
cattedrale; al che Monsignore, dopo molte dispute, a malincuore
accondiscese e questa forse fu la cagione della sua morte. Fatto sta che
partitosi d'Aosta, ammalò per via e dovutosi rifugiare in una cattiva
locanda, senza altra assistenza che di servitori malpratici, vi morì in
tre giorni, con gran crepacuore di mio padre che intesa la funesta
notizia per poco non lo seguì nella tomba.
La sua morte diede a mio padre argomento di quella composizione in _la
minore_ che ancora usano di sonare in Aosta per il funerale dei Vescovi.
I cittadini Augustani furono tutti ammirati del giovane maestro, ed
essendo questi di naturale giocondo e sollazzevole, l'ammirazione
divenne ben presto amicizia; un vecchio notaro che lo conobbe in quei
tempi, mi raccontava come non si combinasse merenda o cena di cui egli
non fosse, e dove non facessero lecito a lui quanto in ogni altro
nessuno avrebbe saputo tollerare. Le donne specialmente ne impazzivano:
era bello, vivacissimo e pronto a volgere in scherzo qualunque atto
tentasse un po' temerario. Ebbe anche delle laute proposte di
matrimonio; fra le altre una nipote del Vescovo, damigella di
venticinque anni, sana e padrona dispotica di tre buone montagne, gli
fece scrivere una lettera, alla quale indugiando egli a rispondere, il
Vescovo in persona gli domandò se la voleva sposare. Questo fu il
principio dei suoi guai, perchè Monsignore, impermalitosi del rifiuto,
cominciò a mostrarglisi meticoloso ed acerbo; ma mio padre era paziente
e contava col tempo di riguadagnarne le buone grazie.
Due anni dopo il suo arrivo in Aosta, fu richiesto dal curato di Gignod
perchè salisse in Ollomont a stimarvi una spinetta che egli voleva
comperare da una tale Marianna Lautou, proprietaria di miniere. Il
giorno che giunse in Ollomont cadde un rovescio d'acqua impetuosissimo e
ne franò in più luoghi la strada che mette in Aosta, cosicchè gli fu
impedito il ritorno non solo per quella sera, ma pei due giorni
seguenti. La padrona della spinetta era una bella vedova di ventidue
anni e fate conto che mio padre sapeva toccare altri tasti che non
d'organi e di gravicembali, insomma la spinetta non fu venduta e mio
padre, dopo tre giorni, ridiscese in Aosta e andò diretto dal Vescovo a
partecipargli il fermo proposito in cui era venuto di prender moglie.
Una sfuriata se l'aspettava e violenta, e già per strada, rimuginando
nel cervello, s'era armato d'una grande pazienza e disposto a tollerare
ogni cosa, pure di non perdere l'impiego; ma il Vescovo, intesa la
notizia, gli disse asciutto asciutto che non se ne maravigliava perchè
la vedovella soleva dare la caparra del matrimonio a quanti capitavano
in Ollomont. L'accusa era assurda, il vecchio Lautou essendo morto da un
anno appena ed avendo la vedova passato quell'anno in Orsières nel
Vallese presso una zia materna donde era tornata da soli quindici giorni
per toccare il fitto della miniera; ma mio padre non ebbe cuore di
trangugiarla in pace, levò la voce, rimbeccò a dovere la calunnia ed il
calunniatore; breve, il Vescovo lo congedò chiamandolo affamato italiano
ed intimandogli di non mettere più mai piede sull'organo, nè in
cantoria.
Le nozze seguirono otto giorni dopo ed eccomi al mondo.
Della mia felicissima infanzia ho poco da raccontare. Mio padre,
attendendo in persona alla miniera che dava buon reddito, la casa era
bella ed agiata e la vita eguale. La sera, appena mi avevano coricato,
il babbo sedeva al cembalo nel _peilo_ attiguo alla grande camera da
dormire; per l'uscio spalancato io vedevo dal mio letto il tavolino dove
lavorava la mamma, rischiarato da una lucerna a beccucci colle ventole
verdi che oscuravano intorno l'ambiente, mentre la candela del cembalo
mandava dalla persona del babbo un'ombra gigantesca che entrava per
l'uscio e saliva sulla volta bianca della mia stanza fin sopra il mio
capo. Rammento ancora certe frasi musicali intese fra sonno e veglia che
mi infondevano nell'anima una sicurezza e una dolcezza deliziosa.
Ma la memoria che mi dura più viva è quella dell'amore immenso che si
portavano i miei parenti; un amore tenero e gioviale di giovinetti che
non cambiò mai natura e non si sfreddò mai cogli anni. A mio padre
prendevano spesso degli accessi di allegria fragorosa ed irrompente che
empivano la casa di risate; amava di trastullarsi come un fanciullo,
faceva a rimpiattino colla mamma, mutando nascondiglio, tenendo tutte le
stanze, vispo, snello come uno scoiattolo, stancando alla corsa la
poveretta che lo inseguiva divertita anch'essa del giuoco e che finiva
per cadergli nelle braccia rossa rossa e senza fiato. E io giungevo
saltellante e gridando vittoria e mi ficcavo frugolando fra di loro, mi
arrampicavo lungo la persona del babbo e le loro teste e le loro labbra
s'incontravano sulle mie guancie mettendo l'uno il bacio dove l'altra
prima lo aveva messo.
Altre volte avanti cena il babbo ci raccontava degli Abruzzi e di Roma,
io a cavalluccio sulle sue ginocchia, la mamma seduta presso la finestra
a godere quel poco barlume per le sue rimendature. A mezzo discorso il
babbo cominciava a dire: smetti, Marianna, che ti cavi gli occhi, ed
essa faceva il viso affaccendato, esagerando a parole il gran da fare
che le davano quegli omaccioni (ero un omaccione anch'io) tanto per
sentirsi ripetere l'invito. Ma il babbo dopo avermi ammiccato, fingeva
di seguitare il discorso con me solo a bassa voce, bisbigliandomi dei
suoni che parevano parole e scattando tutti e due in gran risate come se
avesse detto chissà che lepidezza, finchè la mamma, dopo aver giurato e
spergiurato che non la coglievamo, che avevamo buon tempo, che una
povera astuzia era la nostra, si levava di scatto e veniva diretta a
sedere su uno dei ginocchi del babbo ed io sull'altro. Quelli nella
festa continua della mia vita erano i momenti nei quali avvertivo il
piacere. Che spasso quando il babbo prendeva a lagnarsi del gran peso, a
contorcersi come non potendone più, a distendere d'un tratto le gambe
come per farci cadere, tenendoci saldi perchè non cadessimo. Poi mutava
tono, la mamma ed io eravamo i suoi due figliuolini ed io entravo nella
finzione rilevando mille analogie, recitando la mia parte di commedia
per dare verosimiglianza alla cosa. E lasciato lo scherzo, il babbo
ripigliava il racconto ma io non ne seguivo il filo perduto com'ero in
mezzo all'ombra notturna, perduto negli occhi lucenti della mamma che
fissava lo sposo con una languidezza d'amore infinita.
I miei parenti conobbero più tardi il dolore e la miseria e morirono
disperati; ma io sono certo che la vita diede loro quanta maggiore
felicità è concessa all'uomo. Ricordo ancora il viso raggiante che aveva
la mamma certi giorni e gli sguardi umidi e lunghi che la mattina quando
il babbo s'incamminava per la miniera lo accompagnavano fino allo svolto
del muricciolo e lo aspettavano verso l'imbrunire, quando tornava a
casa. Tutte le volte che mi tornano in mente queste memorie provo quel
religioso sentimento di rispetto che danno le cose assolute ed ho
coscienza di aver provato un tale sentimento senza saperne la ragione
fino da quando ero adolescente. Ho conosciuto l'amore negli occhi di mia
madre e quando in seguito mi avvenne di trovarmi alla presenza di una
donna innamorata, anche giovanissimo, anche inesperto, seppi sempre
determinare la natura e misurare quasi l'intensità della sua passione.
Avevo di poco oltrepassato i sedici anni, quando la fallita della casa
fonditrice in Aosta ridusse mio padre alla estrema rovina; per onore
della firma si dovette vendere la miniera, la poca terra e la casa
stessa dove dimoravamo. Nessuno ebbe a patire del nostro rovescio, ma a
noi non rimasero che le braccia ed il coraggio. Per fortuna io ero stato
messo giovanissimo allo studio della musica e suonavo il mandolino ed il
violino con gran dolcezza, leggendo a prima vista e superando
felicemente ogni difficoltà. Mio padre era conosciuto in tutta la valle
per eccellente maestro, cosicchè, coll'aiuto di Dio, pareva che la fame
non si dovesse patire.
Commosso dall'infortunio e dalla integrità di mio padre, e non potendo
d'altronde tirarne altro partito, il nuovo padrone della casa aveva
acconsentito di lasciarcela abitare mediante una modesta pigione da
pagarsi in fin d'anno. Eravamo allora a primavera avanzata; le famiglie
patrizie valdostane lasciavano i palazzi di Torino per risalire ai
castelli lungo la grande vallata e cominciava in questi una stagione di
visite, di festicciuole, di solennità religiose e domestiche celebrate
con gran pompa ed alle quali la musica poteva tornare di gradito
ornamento.
Già due anni addietro la contessa di Challant, la quale conosceva mio
padre fin da quando era organista in Aosta, gli aveva commesso di
comporre un oratorio e di dirigerne l'esecuzione nella circostanza che
si celebrava la festa di S. Giovanni, patrono della famiglia. Io avevo
accompagnato mio padre, ero dimorato con lui otto giorni nel sontuoso
maniero d'Issogne in qualità di secondo violino e m'era durata di quel
soggiorno una memoria incancellabile, come di luogo incantato e di vita
degna del paradiso. La contessa, donna di grande e fiera bellezza,
giovanissima e festevole, si era molto compiaciuta della mia età quasi
infantile, mi carezzava, m'inorgogliva con ogni maniera di elogi
vantando di me il viso, il parlare, i modi e sopratutto il valore
musicale del quale presagiva miracoli; cosicchè, mentre gli altri
suonatori e mio padre istesso, intimoriti della grandezza del suo nome e
dello stato e malgrado le sue maniere affabili, stavano alla sua
presenza in contegno deferente e dimesso, io me le ero fatto dimestico
e, tranne le ore date alle prove, passavo la intera giornata nella sua
compagnia. Rammento anzi che il babbo, temendo la mia famigliarità non
paresse irriverente, mi ammoniva ogni sera perchè me le facessi più
riguardoso, ma oltrecchè le chicche ed i vezzi della contessa
m'incoraggiavano a non mutare registro, mi sentivo naturalmente
trascinato a mostrarmele confidente dall'espressione languida e
appassionata che avevo più volte sorpreso nel suo sguardo, simile in
tutto a quella che leggevo ogni giorno negli occhi di mia madre.
Le contessa di Challant aveva fin d'allora richiesto al babbo se volesse
dar lezione di gravicembalo in parecchie famiglie di villeggianti; ma il
babbo, non potendo abbandonare la miniera, aveva rispettosamente
respinta la proposta. Volendo ora rimettersi all'antica professione,
veniva da sè che il primo aiuto dovesse richiederlo alla castellana
d'Issogne. Eccoci dunque mio padre ed io per la gran strada che scende
da Aosta al borgo di Verrez.
Benchè sottile ed in aspetto di adolescente, avevo tuttavia, de' miei
sedici anni passati, la forza e la balda impazienza di usarne. La
stagione, la bellezza incantevole dei luoghi, la novità dell'impresa,
l'umore gaio di mio padre, al quale, col proposito di ridarsi all'arte
sua prediletta, era tornata la fiducia nella sorte, l'orgogliosa
coscienza che avevo di conferire al bene della famiglia in età
condannata per lo più ad esserle di peso, tutto ciò combinava ad
accorciarmi la via e a rendermi il cammino delizioso. Ma sopratutto mi
accompagnava e cresceva ad ogni passo una trepidanza continua, che a
volte mi stringeva il cuore e che avvertendola mi faceva arrossire e
vergognarmi del mio rossore. Nei due anni passati avevo affatto scordata
la contessa di Challant, ma ora, sul punto di ripresentarmele, sentivo
nascere e rivolgersi confusamente dentro di me una folla di pensieri e
di memorie che mettevano tutte alla sua immagine rizzatasi viva ed
imperante nella mia mente. I miei sensi stessi sembravano assaliti da
subitanei ricordi; a mezzo un discorso, quando mi pareva di essere
lontanissimo dal pensiero di lei, i capelli delle tempia mi davano la
sensazione morbida e snervante delle sue carezze e ne rabbrividivo.
Vedevo di continuo quello sguardo morente ed appassionato che avevo più
volte sorpreso ne' suoi occhi, e cercavo di rifarmi la figura del conte,
al quale certo quello sguardo era diretto, ma non c'era verso di venirne
a capo.
A un punto mio padre mi disse:--Ti rammenti della contessa?--Diventai di
bragia fino alle orecchie, e risposi un--no--asciutto asciutto. Il babbo
mi guardò fiso, poi sorrise con gran dolcezza e mi baciò sulla fronte.
Fu il primo, fu il solo bacio di mio padre che mi tornò doloroso.
Quando giungemmo ad Issogne la contessa era uscita a diporto. Fummo
tosto condotti al conte il quale ci accolse cortesemente, con molte
parole.
Mentre discorreva, io non ristavo dal guardarlo e provavo del suo
aspetto una maraviglia, un disinganno che mi sconvolgevano la mente. In
luogo dell'uomo che non sovvenendomene avevo immaginato, nobile e
vigoroso, capace e degno di accendere tanto fuoco negli occhi della
contessa, mi stava dinnanzi un vecchietto infermiccio e volgare,
mostrante negli atti e nelle parole una timidità sospettosa ed
irrequieta, una compassionevole povertà di forze e d'intelletto.
Era basso, magro, trasandato, le ciglia ed i capelli rossastri ed
ispidi, il viso lentigginoso che pareva unto, le labbra sottili, la
guardatura incerta e falsa.
La sua persona, i modi, il parlare contrastavano talmente colla
grandezza del nome e più coll'immagine che m'ero formata di lui, che io
mi domandavo sconcertato se anche la fiera e fresca beltà della contessa
non era un errore della mia mente, se la sua venuta non mi avrebbe
mostrata la ridicolaggine puerile della emozione provata lungo la via. E
parendomi di concedere assai alle mie memorie, già mi apparecchiavo alla
vista di una donna matura, nella quale l'eleganza del vestire, la
dignità dei modi, e forse, via, poichè di alcuna qualità speciale de'
suoi occhi mi sovvenivo, la dolcezza dello sguardo, al giudizio di un
fanciullo attonito alle non più viste grandigie signoresche, potevano
tener luogo di bellezza.
L'arrivo della contessa dissipò tali dubbi. Era veramente giovane e
bella, quale me la avevano rappresentata le sottili trepidanze sofferte;
ma il suo aspetto, in luogo di scombuiarmi l'anima, me la tranquillò
subitamente: da' suoi grandi occhi sinceri e sereni usciva uno sguardo
riposato e la persona e le movenze rivelavano una calma dolcezza. Mostrò
d'impietosirsi al racconto delle nostre sciagure e con poche e gravi
parole promise al babbo di aiutarlo a rifarsi uno stato. Fu inteso che
saremmo rimasti ad Issogne finchè non giungesse risposta alle diverse
lettere che ella si proponeva di scrivere quel giorno medesimo a' suoi
parenti ed amici valligiani.
--Vedrete, caro maestro, che la vostra inesauribile miniera è
nell'ingegno vostro... e nel violino del mio piccolo Giulio--aggiunse
dopo un momento, carezzandomi famigliarmente la guancia, come se allora
soltanto avesse avvertita la mia presenza. Quella carezza, quel _mio_ e
quel _Giulio_ mi avrebbero insieme avvilito nella mia dignità virile e
fatto squagliare per la voluttà, se nella contessa avessi ravvisato
alcunchè della terribile donna che ero venuto vagheggiando e temendo
lungo la strada; ma svanito l'errore intorno la caldezza del suo
sguardo, si era d'un tratto composto il turbamento di tutto l'essere mio
e fatta meno ombrosa e battagliera la mia pubertà; tanto che, quando
quella sera stessa e i giorni seguenti mi avvidi di essere tenuto in
conto di fanciullo, come due anni addietro, non solo non me n'ebbi per
male ma mi abbandonai con una sorta di tenerezza scorata alla ripresa
delle antiche famigliarità e delle antiche lusinghe. Tuttavia la sera,
rientrato nella mia cameretta ed aspirandovi il profumo di che i miei
abiti s'erano impregnati nelle stanze ed al contatto della contessa,
rivedevo ne' suoi occhi con tormentosa evidenza quello sguardo pieno
d'amore e mi sentivo salire al viso una vampa che m'acciecava. Ma erano
raffiche passeggiere; l'immagine reale dissipava ben presto la
fantastica e questa non lasciava traccia.
La mattina verso le dieci, veniva in persona a levarmi dallo studio cui
attendevo col babbo e non mi lasciava più fino a tarda notte,
mostrandomi sempre una premura materna così sollecita e carezzevole,
così continuamente uguale da non lasciar luogo a sospetti intorno alla
tranquillità dell'animo suo. Dopo cena, ridottosi il conte nel suo
quarto, d'onde non sbucava che all'ora dei pasti, e mio padre in
libreria a comporre o a copiare partiture, essa mi chiamava seco nella
sua grande e profonda camera da letto, e là, lunga distesa sul canapè,
stava ad ascoltare le lamentazioni singhiozzanti ed il chiacchierìo
trillato del mio mandolino, cogli occhi chiusi, immobile, come se
dormisse.
La ventola della lampada, gettando intorno una penombra nella quale
andava smarrita la forma reale di tutte le cose, faceva sorgere dalle
tende, dai cortinaggi dell'alcova, dalle stoffe abbandonate qua e là sui
mobili, dalla persona stessa della mia ascoltatrice, contorni
mobilissimi che secondavano l'errore della mia mente già eccitata dalla
dolcezza delle melodie e dal ripercuotersi che facevano nel mio petto le
vibrazioni dello strumento. E allora, benchè non prestassi alla musica
scritta che un'attenzione prettamente macchinale, all'agitazione
repentina che m'assaliva ed a certe note, che, uscite quasi
inconsciamente sotto le scosse della mia _penna_, mi tornavano
all'orecchio eloquenti come parole, sentivo correre una misteriosa
corrispondenza fra i suoni suscitati dalla mia mano e le forme create
dalla mia mente, ed affinarsi e centuplicarsi il mio valore artistico,
fino ad esprimere con maravigliosa evidenza i desiderii di voluttà che
mi torturavano.
Ma appena mi studiavo di fissare intensamente nell'ombra la contessa per
sorprendere in lei alcun segno di interne commozioni, la sua immobilità
quasi sonnolenta fiaccava d'un tratto l'impeto delle mie voglie,
lasciandomi affranto come per lunga fatica; e se a volte, soffocato dal
fiotto di sangue che mi tempestava le tempia, smettevo un istante di
suonare, usciva da quell'ombra istessa una parola:--Avanti,--detta con
voce così ferma e cristallina, così calma ed innocente, che mi
mostravano non essere in chi la profferiva nè impazienze, nè rapimenti,
ma bensì una contentezza molle e riposata. Oh quella non era donna da
provocare e sostenere le precoci incontinenze di un adolescente. I
tumulti dell'anima mia provenivano da me solo, da una immagine di donna
eretta dentro di me, dissimile dalla contessa in tutto ciò che poteva
sollevarli, somiglianti a lei in tutto ciò che poteva quetarli, perciò,
mentre la visione signoreggiante i miei solitari accendimenti, attingeva
realtà dalle sue fattezze, la sua presenza mi sedava i sensi, e
diffondeva nell'animo mio una tenerezza infantile.
Tale duplice influsso si esercitava man mano più sensibile. Ogni sera,
dopo il tempo dato alla musica, essa soleva licenziarmi con due baci
schietti sulle guancie, che nel momento di riceverli, mi facevano
sovvenire di quelli che a casa ogni sera scambiavo colla mamma, ma
giunto nella mia stanza, ma spento il lume, ma assalito e vinto malgrado
i proponimenti di resistenza, dalle solite allucinazioni, sentivo quei
baci bruciarmi senza tregua le gote come se le labbra della contessa si
fossero infitte durevolmente nelle mie carni. Tuttavia, rifattomi
padrone della mia volontà, perchè mi vergognavo di tali erramenti, o
allentata per la consuetudine la tensione dei sensi, l'ottava sera
attesi con più calma alle mie sonate e delle due donne che mi apparivano
così diverse nella contessa non vidi più che la vera. Come infatti
immaginarla altrimenti che calma e posata, dacchè tale la vedevo ormai
da otto giorni ad ogni ora del giorno? Ogni suo atto, che non fosse di
premurosa bontà, verso il babbo o verso di me, tradiva una indolente e
gaia rinunzia ai piaceri del mondo; perfino il sole o la pioggia, che
sono tanta parte della vita oziosa fra i monti, e dai quali si tingono
inesorabilmente tutti i nostri pensieri, la lasciavano affatto
indifferente, come se nulla di quanto è fuori di noi potesse mordere sul
levigato e freddo cristallo del suo cuore.
Giudicate dunque della mia sorpresa, quando una sera, la decima forse o
la dodicesima dal nostro arrivo, come fui seco nella sua stanza, invece
di allungarsi sul solito canapè, la vidi passeggiare, tenere una dopo
l'altra tutte le sedie, tentare diverse letture e smetterle d'un colpo,
avvicinarsi alla finestra e rimanervi gran tempo immobile, come per
rinfrescarsi ai vetri la fronte. Io la guardavo stupito, e lasciavo di
sonare per seguitarne gli atti ed i moti, ed essa, così sollecita le
altre sere a farmi riprendere, se mai l'interrompevo, il filo delle
note, o non avvertiva il mio silenzio, o mostrava di non curarlo. Che
pena mi dava la sua irrequietezza! Un dolore sordo s'impadroniva delle
ultime e più recondite facoltà dell'anima mia; provavo un senso di
ansietà inesprimibile, una sorta di sbigottimento come se presagissi per
la bellissima donna un seguito di sventure senza fine; ma insieme si
svegliava e cresceva dentro di me una non so quale baldanza che mi
annunziava prossimo il trionfo delle mie memorie e vendicavo le
incertezze dei giorni trascorsi. Per meglio vederci e seguire i moti del
viso, avevo, con insolito ardimento, levato la ventola della lampada, ed
essa non aveva pure mostrato di avvedersene. Sulla fronte e negli occhi
le passavano improvvisi corrugamenti e rasserenamenti improvvisi. E
sempre tornava alla finestra con una curiosità ansiosa, guardando la
notte placida nella gran valle dormiente. A un punto aprì gli sportelli.
Il suono grave della Dora entrò nella stanza recandovi una freschezza
umida e l'aroma dei boschi resinosi. Non un fiato di vento, non una
tenda smossa, non piegata neppure la fiamma della lampada. Essa mi
chiamò seco e mi domandò:--Vuol piovere, è vero?--Nella stretta
strombatura il mio braccio sfiorava il suo e vi sentivo correre dei
piccoli brividi come se il freddo la penetrasse, e ad ora ad ora un
rabbrivido più violento, che veniva, quello, veniva diritto dal cuore.
Dovevano pure essere basse e nere le nuvole, dacchè non si vedeva nè il
cielo, nè le montagne, nè la valle, nè in questa la bianchezza
luccicante del fiume. C'era nell'aria come un tanfo di chiuso dove
stagnavano i forti olezzi della verdura. Essa protendeva la testa come
per tuffarsi nella notte spalancata d'intorno, come per avvicinarsi alle
cose invisibili e cogliere il menomo suono prima che venisse smarrito
nelle tenebre. Ed io che indovinavo più che non vedessi la fissità del
suo sguardo, acuivo il mio e quasi trattenevo il respiro, preso da
un'ardente smania di secondarla, come se quell'ignoto avvenimento che
essa attendeva con tanta ansietà dovesse colmarmi di una gioia infinita.
Come la vidi mutata quando rientrò per un istante nella stanza! Aveva
gli occhi asciutti, ardenti, oppressi da una stanchezza dolorosa. L'aria
fredda della notte l'aveva fatta smorta e la pelle delle guancie
raccapriccita improvvisava sul suo viso una magrezza come di fresca
malattia. Tolse dall'armadio una mantiglia di pizzo bianco, un soffio di
pizzo, così sottile che non avrebbe velato uno specchio; con una sola
mossa della mano se la gittò sulle spalle e ne ebbe tutta ravvolta la
persona, poi tornò alla finestra. Sulle foglie grasse dell'orto
sottostante picchiolavano allora le prime goccie di piova, il fascio di
luce che usciva dalla finestra appariva rigato da rade fila d'argento,
dalla gola di Challant aperta dirimpetto al castello, scendeva
ingrossandosi un rombo sordo e fra i pioppi in riva al fiume susurrava
il vento. Poi il rovescio scrosciò improvviso e rovinoso martellando gli
stecconi delle pergole ed i tetti delle case e muggendo per l'aria e
sulla terra come un torrente infuriato. E il castello parve subitamente
animarsi di una vita agitata e disordinata, come invaso da una folla
furente. Chiusi la finestra; a quell'atto la contessa, come se allora
soltanto avvertisse la mia presenza, trasalì sgomentata, ma senza che lo
sgomento nulla scemasse della strana gioia che le sfavillava negli
occhi.
--Sei tu, piccino? Sei qui ancora? Vattene, vattene, è tardi, non senti
che tempo? Vattene piccino, vattene, è tardi.
Parlava dolce, sorridendo e ripetendo le stesse parole in cadenza
indolente di ritornello, la mente e gli occhi smarriti in qualche
visione lontana ed imminente; e già s'era scordata di me e ancora
ripeteva:--Vattene, vattene.--A me pareva che un peso immenso mi
saldasse alla terra. L'uragano crebbe, il castello risonò più forte di
clamori e di fremiti, ed essa mi si piantò di contro imperiosa e mi
comandò:--Va via.
Uscii senza lume, e già famigliare della casa, m'indirizzai sicuro alla
mia stanza. Chi era levato a quell'ora nel castello? Chi vi camminava?
Chi saliva le scale? Tutti gli usci e le finestre erano ben chiusi,
solendo il conte ogni sera prima di andare a letto fare il giro della
casa in compagnia di due domestici ed assicurarsene paurosamente; eppure
correvano per ogni piano e salivano da un piano all'altro rumori secchi
e mormorii misteriosi; i soffitti traballavano come sotto il peso di
passi e gli usci martellavano a rapidi colpi contro gli stipiti come se
alcuno li tentasse. Negli intervalli di calma il vento cigolava negli
spiragli delle bussole e alitando terra terra sugli impiantiti vi
bisbigliava accenti sommessi e carezzevoli e andava a morire aggirandosi
in piccoli turbini negli angoli. La bufera entrava nella casa come
persona viva, o irrompente come un forte nemico, o cautelosa come un
ladro. Certo se alcuno in quell'ora avesse veramente salite le scale e
aperti gli usci e penetrate le stanze, nessuno dei famigli, nè il
padrone, per vigilante che fosse, avrebbe sospettato della sua presenza,
di tanti piccoli insidiosi rumori si componeva il fragore dell'uragano.
Quest'idea mi venne mentre, traversando la sala degli arazzi, sentii
rompersi, cadendo sulle tavole del pavimento, una goccia d'acqua, poi
un'altra ed un'altra, quasi vi stillasse alcun panno inzuppato. Già
entrandovi m'era parso di sentire un romore vivo, cessato di scatto, non
al mio apparire poichè era buio fitto, ma al suono de' miei passi.
Ristetti un momento. Dovevo attraversare la sala per lunghezza ed uscire
sulla scala dall'estremo opposto e benchè poco pauroso per indole,
tuttavia quell'idea mi fece gelare il sangue; poi vinsi il ribrezzo e
percorsi lo spazio nero camminando impettito e risoluto, ma provando
sempre la raccapricciante sensazione di un corpo vivo, ritto nell'ombra
e vicino.
Come fui sulla scala, precipitai al piano disotto, e mi chiusi a chiave
nella mia cella.
L'indomani la contessa non si mostrò che all'ora del pranzo. A tavola,
guardandola, mi maravigliavo di che il conte e mio padre non
avvertissero il mutamento seguito nelle sue fattezze. Era trasfigurata;
gli occhi illanguiditi le si volgevano nell'orbita con dolcissima e
direi immateriale morbidezza, la pelle del viso sembrava più fresca e
trasparente, colorirsi e vibrare, nutrita da un sangue più giovane e più
sottile; le labbra sembravano fatte più carnose e più soave il suono
della voce e più armoniose le parole. L'abbandono delle sue movenze,
ond'era ammollita la nativa signoresca compostezza, certe fissità
estatiche dello sguardo, certi subitanei sorrisi rammentatori e
sopratutto, un non so quale trionfante orgoglio di felicità che la
imbaldanziva mi raccontavano della notte passata quanto già ero venuto
meco stesso immaginando. Essa amava e l'uomo del suo amore era stato da
lei col favore della notte procellosa. D'onde era venuto? Dove s'era
nascosto? Chi era? Perchè non appariva traccia di lui? Che non avrei
fatto per vederlo in viso! Egli doveva esser bello e nobile come il
sole! Non gli invidiavo la sua felicità e non ne ingelosivo, solo
sentendomi fatto così interamente estraneo alla contessa, ne provavo
un'amarezza infinita, un pungente desiderio di giovarle purchessia dal
mio luogo umile, ignorato da lei, pure di essere in qualche modo
compreso nell'orbita raggiante in cui si avvolgeva la sua vera vita.
Come dovevano essere mortalmente dolci i suoi sguardi d'amore, se dopo
tante ore, glie ne durava negli occhi tanta dolcezza!
Verso la fine del pranzo entrò il maggiordomo ed avvertì il conte di una
larga macchia di umido apparsa sul tavolato nella sala degli arazzi e
proveniente certo da un grave guasto del tetto.
--Del tetto?--osservò il conte.--Il vento piuttosto avrà aperto una
finestra.
--No, signor conte, le imposte sono tutte chiuse, la macchia è nel mezzo
della sala e non c'è traccia di rigagnolo che la faccia derivare dalla
finestra.
--Ma, per scendere dal tetto, l'acqua dovrebbe trapassare due solai e
lasciarvi la stessa macchia che osservaste sul tavolato. C'è traccia di
quelle?
--Non ho guardato, signor conte!
--Somaro!
Il domestico s'inchinò ed uscì.
La contessa non aveva messo parola nè mostrato di ascoltare il discorso;
ma io che la guardavo fiso, le vedevo irrigidirsi le righe della faccia.
Il domestico tornò a riferire che il solaio non aveva traccia di
umidità.
--A che ora avete notato la macchia?
--Stamane appena levato. Il signor conte sa che la sala degli arazzi la
spazzo io.
--Vuol dire che nessuno prima di voi era entrato là dentro.
--Nessuno.
Il viso del conte, di terreo che era per le lentiggini, s'infiammò di
scatto e parve gonfio. Egli girò gli occhi intorno come per chiamarci in
testimonio, poi li piantò crudelmente in quelli di sua moglie e disse
con lentezza, quasi sillabando:
--Siccome ieri sera la macchia non si vedeva, bisogna dire che
qualcheduno stanotte sia entrato in quella sala,... l'anticamera degli
appartamenti della signora contessa.
La contessa sorrise sdegnosamente e si levò di tavola; il conte fu di un
salto fra lei e l'uscio come per impedirle di uscire. Era imminente
qualche violenza che prevedevo orribile.
Senza esitare mi avvicinai al conte e gli dissi:
--Sono stato io!
--Tu? A che ora?
--Tardi, dopo la mezzanotte. La signora contessa mi trattiene la sera a
suonare il mandolino.
--Lo so, ma uscendo dalle sue stanze.....
--Non potevo stillare pioggia naturalmente, ma, nel più forte
dell'uragano, alla signora contessa ed a me parve di udire un uscio
sbattere al vento. La signora contessa voleva mandarmi ad avvertirne il
signor conte. Preferii scendere io stesso ad accertare la cosa.
Il vecchio mi scrutava immobile; io seguitai con intrepidezza:
--Sotto l'atrio tutto era chiuso; allora traversai il cortile e l'orto
fino all'uscio che mette all'androne dell'armi.
--E quello?
Come ho fatto ad indovinare l'insidia della domanda? Come ho fatto a
misurarne con una rapidità fulminea tutta la portata? E a scegliere la
risposta trionfante? Certo non indugiai di un minuto e rammento di aver
pensato: Il conte gioisce sicuro di cogliermi in fallo. Egli aspetta da
me la bugia verosimile; in quella è il tranello. L'uscio era normalmente
chiuso, dunque...
--Quello era aperto,--risposi.
--Infatti!--mormorò involontariamente il vecchio.
Seppi di poi che la sera innanzi il castaldo, nel voler dar due giri
alla chiave, aveva rotto la serratura. Allora proseguii sicuro:
--Ero risalito; la contessa m'aspettava nella sala degli arazzi, voleva
farmi rientrare nelle sue stanze, avevo ricusato per non recarvi il
rigagnolo che mi colava dagli abiti, avevo dato conto della mia
ispezione stando ritto nel mezzo della sala: di qui la macchia.
Una palmata carezzevole del conte premiò degnamente la trionfante
menzogna.
La contessa ruppe in una risata spasmodica invincibile e più il marito
si adoperava a farsi perdonare il sospetto, più essa gli trillava sul
viso l'oltraggio dei gorgheggi singhiozzanti che finirono per metterla
in fuga, e dietrole il pover'uomo, preso anch'esso da quella
irresistibile ilarità. Io rimasi, udii con un senso di pudibondo
disgusto le risa salire su per la scala, finchè un uscio sbattuto con
violenza mi disse che la contessa s'era chiusa nel suo quarto. Il conte
respintone ridiscese.
Lo stesso giorno il castello ebbe una visita: il cavaliere di Valesa,
venuto a cavallo dalla sua terra di Montaldo presso Ivrea.
Al primo vederlo, giovane sui ventotto anni, bello di viso, maschio ed
asciutto di forme, elegantissimo, un secreto avvertimento mi disse:
Eccolo.
Ma sbagliavo: Il cavaliere, dimorato un pezzo a Parigi, era poco
familiare colla nobiltà piemontese; la contessa lo conosceva appena; il
conte dovette rammentarle fatti e circostanze per richiamarglielo alla
memoria.
Malgrado la presenza dell'ospite, mio padre ed io ebbimo l'onore di
cenare coi padroni; io non ben persuaso, osservavo la contessa
ridiventata oramai la marmorea donna dei giorni innanzi. Qualche volta
gli occhi del cavaliere sembravano tradire occulte tenerezze e desiderii
d'amore, ma essa ne sosteneva gli sguardi con verginale ignoranza.
Dopo cena mi chiamò seco al solito nella sua camera, lasciando il
cavaliere che doveva dormire in castello, col conte e con mio padre. Ed
eccomi di nuovo al mandolino ed eccola di nuovo distesa sul canapè, gli
occhi chiusi, attentissima. Io tremavo m'avesse a ringraziare della mia
bugia locchè m'avrebbe messo in imbarazzo; ma non ne disse parola. Mi
godevo l'orgoglio d'avere un secreto con lei, di sapermela tacitamente
riconoscente. Ma, quando fui per andarmene:
--Non hai tu sofferto?--mi disse.
--Di che?
--La notte passata, traversare il cortile con quel tempaccio!
La guardai trasognato. Come poteva fingere a quel modo, con gli occhi
tanto sinceri? Se veramente avessi compito l'impresa notturna, non
m'avrebbe parlato altrimenti nè guardatomi con più limpidi occhi. Nel
primo stupore pensai che ci avesse creduto ancor essa ma la favola
implicava un suo intervento diretto e lo sapeva bene che avevo mentito.
Ebbe il coraggio di aggiungere:
--Un'altra volta, se anche te ne prego, non badare alle mie paure, ma
non ti mettere a rischio di pigliarti un malanno.
Uscii, il cuore grosso di rancore e in luogo di andare a letto, mi
appostai nella stanza attigua, risoluto di smascherare questa volta la
sua incredibile falsità. La notte passò tranquillissima; il cavaliere di
Valesa partì sul fare dell'alba, insalutato ospite, e ricominciò, per
non turbarsi più, la calma disperante dei primi giorni. Stemmo ad
Issogne un'altra settimana, poi cominciò un giro di lezioni e concerti
che non ci permise pure una visita alla mamma, sempre dietro a quel poco
guadagno, che fu poco davvero e l'autunno ne inaridì la sorgente.
Quando tornammo in Ollmont la mamma mi parve invecchiata di dieci anni.
Era stata malaticcia tutto l'estate e più curante di non farcelo sapere
che di guarirne. Dalla faccia stravolta del babbo, capii la gravità del
male, dalla sua imprevidenza spendereccia l'imminenza del pericolo.
Seguirono i giorni più tristi e più soavi della mia vita e li ripenserei
quasi con dolcezza se l'agonia della poveretta non fosse durata oltre il
nostro timore ed oltre, ahimè, le nostre risorse. Con queste mancò a mio
padre la forza di simularsi allegro, e la morte trovò una casa e degli
animi degni di lei. A segno che venne due volte in un mese.
Mia madre morì la vigilia di Natale, mio padre il 18 gennaio.
Eravamo scesi insieme in Aosta per suonare ad un ballo: appena terminata
la festa alle sei della mattina c'eravamo incamminati a piedi verso
Ollomont; a Porossan il babbo cominciò a battere la febbre, ma si
trascinò fino a casa, dove morì l'indomani di polmonite.
Come vissi quell'inverno non lo so dire; certo di carità, poichè mia
madre e mio padre ebbero la sepoltura dei poveri; ma se dovessi nominare
i miei benefattori non lo potrei, tanto quei primi mesi fui sbalordito
dal colpo.
Colla primavera mi tornò l'uso della mente e la voglia di vivere, ma i
miei paesi mi serravano il cuore; provavo la nostalgia delle terre
luminose e calde dove era nato mio padre e che io non avevo visto mai.
D'altronde avevo aperta una sola via di guadagno, la musica, e per
questa bisognava uscire dalla valle d'Aosta. Pensai di richiedere
protezione alla contessa di Challant e sul principio di maggio me ne
partii pedestre alla volta di Torino.
Entrai in città con un temporale che mi accompagnava senza pioggia da
due ore; lo scroscio mi colse nella via della Doragrossa; in un minuto
ebbi i rigagnoli alla pelle e nel mezzo della via l'acqua spumeggiò a
mulinelli come un torrente. Riparai sotto un portone affollato di
popolo; la gente rideva di un povero cocchiere che accecato, fradicio, e
appesantito dalla piova, dal cassetto di un carrozzone sudava a frenare
due cavalli imbizzarriti, mentre dall'altra parte della via sulla soglia
di una bottega di mercante, una donna superbamente vestita, badava a
fargli cenno che traversasse per accostarsele; ma le bestie, spaventate
dalla zanella gonfia, s'inalberavano e rinculavano. E la gente a ridere,
e la dama a crucciarsi quasi disposta al guado, se non che il mercante
con grandi premure ne la tratteneva. Pensate se giubilai riconoscendo la
contessa di Challant. Mi slancio nel diluvio, la raggiungo la prendo in
braccio, la depongo in carrozza, e vi salgo seco.
--Presto, gridò la contessa al cocchiere.
Io tacevo ansimante, ancora maravigliato del mio ardimento. Dopo alcuni
minuti essa riavutasi, trasse la borsa e senza guardarmi, mi porse uno
zecchino d'oro.
--Non mi riconosce?
--Chi siete?
--Giulio, il figlio del musicante.
--Tu?
La carrozza si fermò improvvisamente e già la contessa aveva aperto lo
sportello ed era scivolata in terra.
--Aspettami.--Infilò una porticina e sparì nell'andito.
Era spiovuto; una casa gialla dirimpetto luccicava al sole fino allo
zoccolo; i cavalli tranquillati scodinzolavano. Era passata una
compagnia di soldati colla musica; la marcia risonata un pezzo
affievolendosi laggiù lontano s'era taciuta da un pezzo, e via carrozze
e portantine quante non ne apparivano in un anno in valle d'Aosta, e
gente affaccendata, e signori a diporto. La casa gialla era già ombrosa
fino al primo piano, i cavalli insonniti alternavano l'appoggio da una
gamba all'altra; una seconda compagnia colla musica era venuta
appressandosi di là donde s'era dileguata la prima, e già tacevano le
ultime ondate dei suoni.--Dov'è la contessa? Se questa fosse la sua casa
mi ci avrebbe fatto salire. Perchè tanta impazienza di venirci? Io
glieli conoscevo quegli occhi che mi aveva mostrato or ora; essi mi
ricordavano un'altra bufera fra i monti, echeggiata dalle cime alte, la
notte, nel castello d'Issogne enorme ed oscuro. Ed ecco sopita la
coscienza de' miei dolori e della miseria e rieccomi smarrito un'altra
volta dietro gli sguardi d'amore della contessa. La quale giunse alfine,
col viso raggiante e appena risalita in carrozza mi prese la testa fra
le mani con tenerezza giuliva e mi diede due baci sulle guancie.
--A noi, piccino, tu sei di buon augurio.
Ignorava le mie disgrazie, ne pianse, mi rincorò, mi promise di farmi
uno stato; il domani andava a Corte al castello di Stupinigi, dove
avrebbe parlato dei fatti miei col Re in persona.
Vi andò infatti di buon'ora, lasciandomi ospite nel suo palazzo. Verso
le undici della mattina ecco arrivare una carrozza con un biglietto per
me. Il biglietto diceva: _Vieni subito_.
Quella sera c'era ballo a Corte; ammalatosi il primo violino, la
contessa mi aveva proposto surrogante vantandomi per eccellentissimo;
bisognava far le prove e improvvisarsi un vestimento. Dalle prove uscii
trionfante; a vestirmi pensarono la mia protettrice e le sue cameriere
sicchè all'ora del ballo ero lindo, attillato, imparruccato e galante
come un signore.
Quando entrai nella sala, fui per smarrirmi per la maraviglia. Quella
luce, quella bianchezza raggiante, quei dipinti, la stupenda armonia
degli archi e delle volte intrecciate e reggentisi l'una sull'altra,
l'altezza che sapeva di tempio, gli ori, gli specchi, le lumiere, le
statue, i fiori, tutto ciò mi dava una sorta di sgomento, una vertigine,
mi rapiva a me stesso, mi toglieva la coscienza della realtà e la
padronanza dei sensi. Rammento che accordando il violino, me ne sentii
così fortemente echeggiate nel petto le note da averne tronco il
respiro. Tremavo di non poter leggere la musica nè governare la mano. E
ancora la sala era vuota. Che sarebbe stato di me quando fossero entrate
le dame e la folla dei cortigiani e il Re e la Regina, mio sogno e mio
terrore, e sopratutto la contessa colle braccia e le spalle ignude,
quale mi s'era mostrata poc'anzi, nel vano di una porta, accomiatandomi
e incoraggiandomi al grande cimento? Sentivo muggirmi nel cervello un
vento di tempesta, e a chiudere gli occhi mi prendeva il capogiro.
Perchè ero lì? Che ci facevo? Mi balenavano alla mente sprazzi di
ricordi infantili dimenticati da anni, lasciandomi nell'anima uno
strascico di armonie dolci, una purezza chiara e non so quale tristezza
che sembrava rimorso. Dal mio posto vedevo tutto lo spazio destinato
alle danze. Gli altri palchi che come il nostro, incorniciavano la sala
fra le colonne a mezza altezza, erano già pieni di una folla ricca e
grave, venuta senza che io l'avvertissi silenziosamente. Tutte le porte
in basso, fuori di una sola, si spalancarono insieme e irruppe nel gran
vano il popolo delle dame e dei cavalieri che si allineò silente in
cerchio fissando, già pronto l'inchino, la porta chiusa. Il maestro levò
la bacchetta. Puntai i piedi a terra, come in carrozza quando i cavalli
infuriano per le chine...
La sonata finita; ero ancora lì, non mi avevano scacciato, anzi il
maestro mi aveva detto contento:--Che arcata, piccino mio!--La Corte era
dunque entrata, mi erano dunque bastate le forze e la mente, potevo
dunque oramai riposare sicuro.
Ecco la contessa. Com'era bella! Non era il Re quel vecchio che le
parlava sorridendo? Eppure i suoi occhi erravano intorno inquieti
frugando la folla. Poi il viso le splendette di gioia. Mi riprendevano
le smaniose curiosità provate ad Issogne. Oh questa volta, se avessi
potuto seguire il suo sguardo, l'avrei scoperto l'uomo del suo cuore;
egli era là certo, perduto nella folla varia e festante; ma già sentivo
che la superba donna si sarebbe alfine tradita; troppo, troppo gli
ardevano gli occhi d'amore. Il Re si volse a parlare con un'altra donna.
Ora la contessa discorreva col cavaliere di Valesa; lo riconobbi e mi
rinacquero i primi sospetti; ma ridevano insieme sinceramente senz'ombra
di turbamento e fu il cavaliere a chiamarle attorno altri signori belli,
giovani, gioviali, sfarzosi al pari di lui, ed era un giuoco allegro di
motti, di cenni, di sguardi e di risate. Poi cominciarono le danze. La
contessa pareva tutta data al corretto governo della sua persona. Mi
sfuggiva, mi sfuggiva un'altra volta, già il viso le si era ricomposto,
già aveva ripreso il dominio sicuro di sè; eppure il cuore mi diceva:
saprai, saprai, lo proverai l'amaro trionfo della certezza, la vedrai
rapita e morente squagliarsi per la voluttà e avrai cercato e provocato
il tuo martirio e forse la tua rovina. Questa parola: _rovina_, mi
echeggiava ancora nell'anima quando già m'ero rimesso a suonare e aveva
finito per sposarsi da sè a certe cadenze musicali che, ricantandomela a
sazietà, l'avevano quasi privata di senso. Ma perchè la sentii risonare
più forte e minacciosa quando il maestro ci diede l'_attenti_ per il
secondo minuetto? Eppure nulla di notevole era seguito nella sala; la
contessa mi aveva guardato due o tre volte salutandomi cogli occhi, era
sempre attorniata da un nuvolo di cicisbei, rideva e discorreva
animatamente.
Ricordo benissimo: era il minuetto di Boccherini, lo conoscevo a
menadito, perchè dunque quello sgomento? Nel mormorio confuso che saliva
dalla sala era impossibile distinguere una sola parola, eppure,
_sapevo_, come se avessi inteso il loro discorso, _sapevo_ che la
contessa avrebbe ballato quel minuetto col cavaliere di Valesa. Quando
vidi lui inchinarla e porgerle la mano mi dissi: Ci sei questa volta! e
la parola _rovina_ tornò a ronzarmi negli orecchi.
--Non importa, ci sei, ci sei, ci sei!
Stringevo l'arco con mano rabbiosa, come se dovessi con quello far segno
al loro destino che li tradisse. Non so come nè perchè, mi pareva che in
quel minuetto dovessi entrarci ancor io a fare il terzo fra di loro; mi
dicevo: _a me!_ come se mi accingessi ad agire e intanto la coppia aveva
preso il mezzo della sala e i primi accordi bisbigliavano pianissimo.
Che c'era mai sulle corde del mio violino? Di che pece le avevo
confricate? Forse le scintille che rendevano al tocco dell'arco non
erano visibili alla gente ma io le sentivo avventarsi in me e saettarmi.
I primi inchini furono lenti e strisciati come la musica, ma già i due
si godevano l'isolamento della danza e si promettevano scambievoli
delizie di sguardi e movenze, e a me tornava il sottile affinamento
delle facoltà artistiche già provato nelle morbose sere d'Issogne.
Durante la prima parte, quando i violini singhiozzano acuti e sembrano
supplicare con grande umiltà alcuna grazia lungamente sospirata, la
contessa parve irrigidirsi contro la lusinga dei sensi e delle note e
trionfarne interamente durante la festosità chiacchierina della seconda.
Ma fu breve vittoria; alla ripresa, la vidi concedersi per vinta. Allora
mi salì alle tempia un soffio di follìa, e senza volerlo e senza che
altri me lo impedisse mi trovai ritto in piedi. Non tremavo più, non
dubitavo più di me stesso! Guardavo intorno esultante d'orgoglio,
cosciente di toccare le più alte cime dell'arte, misurando con lucidezza
tranquilla la tirannia che esercitavo inesorabilmente su quel popolo di
re, principi, cortigiani e su quella donna mia salvezza e mio tormento.
L'orchestra s'era tutta taciuta per la maraviglia del mio sonare, il
maestro mi guardava dubitoso di miracolo e le note guizzavano,
sgorgavano, rompevano dal mio violino, con voci umane di preghiera e di
lamento, con grida umane di gioia, con bassi accenti umani di rimprovero
e acuti di angoscia, esprimendo, compendiando, commentando le precoci
torture della mia adolescenza, le mie caldezze d'amore e le ironie, e il
trionfo della insperata vittoria. Oh non era più una danza quella! Tutti
sentivano come io governassi ogni moto della coppia amante, come il mio
arco reggesse le fila dei loro destini e come incrudelissi ad affinare
loro la delizia di quel momento fino a volgerla in spasimo
insostenibile. Dov'era la sapiente simulatrice d'Issogne? Ora, ora
bisognava ricomporsi e mentire; rammentavo le sue pose immobili sul
canapè, le sue arie innocenti e la storiella della macchia e la mercede
che me n'era toccata; e ogni nuova imagine cresceva mollezza e lascivia
ai miei suoni. Non era più una danza quella; i passi ed i moti erano
voci e parole dichiaranti i più gelosi secreti dell'anima. Non erano
riverenze, nè ondeggiamenti della persona non passi corretti di scuola,
nè figure predisposte ad arte, ma non so quali genuflessioni adoranti e
rovesciamenti come di giunco assalito dalla bufera e procaci profferte e
dinieghi cupidi ed abbandoni d'amore. Nella sala stagnava il silenzio
ansioso di un'imminente catastrofe. La pazzia che mi era salita alle
tempia, soffiava anche su di _loro_ e li travolgeva, la musica dettava e
rinnovava angoscie e rapimenti pure seguendo fedelissima le note
scritte; il minuetto digradava in ridda, pure serbando la struttura
della danza aulica, ma gli amanti, smarriti, incoscienti del luogo e
della folla, attingendo scambievolmente uno dall'altro per gli occhi la
vita che fuggiva, estatici, deliranti, impallidivano visibilmente come
oppressi da una stanchezza mortale.
A una nota strappata aspramente dalla quarta corda del mio violino, la
contessa traballò come colta da vertigine e cadde inerte nelle braccia
del cavaliere, ed io, toccato il parossismo della follia, scaraventai in
aria il violino che piombò spezzandosi nel mezzo della sala e irruppi
per fuggire fra i miei compagni che mi trattennero.
Stetti per pazzo alcuni giorni all'infermeria. Guarito e rinsavito,
quella scappata mi fruttò un posto stabile di primo violino nella
Cappella Regia di Sua Maestà il Re di Sardegna.