UN PRETE VALDOSTANO

Un giorno che i cinque curati della vicaria desinavano nella canonica di

X, dove li raccoglieva una delle consuete conferenze primaverili, il

curato di X m'invitò a tener loro compagnia a pranzo.

È difficile incontrare un prete che non somigli qualche altro prete: dei

cinque miei commensali quattro mi ricordavano visi, portamenti, movenze

ed accenti mille volte veduti ed uditi; ma uno differiva assolutamente

da ogni tipo conosciuto per l'addietro. Era un gobbo, che mostrava

nell'aria marziale una salute di ferro ed una forza fisica

ragguardevole; le gambe lunghe e diritte ed il busto incurvato formavano

una persona alta rimpicciolita, potrei dire un gigante nano. In

complesso era piccolo ma spaccava passi lunghissimi ed avrebbe

abbracciato un noce di vent'anni. Aveva i capelli grigi, quasi bianchi,

la fronte spaziosa, gli occhi vivi ed accorti, il naso grosso e ai lati

della bocca un solco lungo e profondo. La bocca esprimeva una bontà

divina ed una giovialità continua e misurata. Insomma una testa nobile e

virile la quale, meglio che correggere, faceva dimenticare la bruttezza

del corpo.

A capo di tavola sedette il vicario con me a destra ed il curato d'X a

mancina; dopo di questi veniva un grosso prevosto che russava da sveglio

e poi il gobbo che ho detto, cosicchè la tavola essendo rotonda, il

gobbo mi sedeva quasi dirimpetto.

Fu il solito pranzo di preti; il vino frizzante del paese sciolse ben

presto l'imbarazzo cagionato dalla mia presenza e il latino degli

aforismi gaudenti mise nei discorsi una malizia corpacciuta e sensuale.

I motti si aggiravano intorno ad un tema unico: la vigilanza che

spettava al vicario sugli altri quattro tonsurati.

A sentirli, il vicario saliva sulla torre della chiesa vicarile donde

dominava le quattro soggette parrocchie; ma quella torre ne vedeva delle

belle! Il vecchio vicario glorificato per peccatacci ai quali era da

gran tempo insufficiente, lusingava di rimbalzo con eloquenti reticenze

la vanità erotica de' suoi accusatori, ammiccando gli occhi ed

ingrossandoli, allungando le labbra ad una smorfia incoraggiante di

rimprovero esagerato. Poco alla volta i traslati erano diventati d'un

ardimento pazzo. Le più pure ed immacolate parole toglievano uscendo da

quelle bocche un senso vizioso, del quale molte volte chi le aveva

profferite s'accorgeva al clamore degli applausi che suscitavano

intorno.

La torre della chiesa vicarile tornava in campo ogni momento; dicevano

che per vederci meglio il vicario ci saliva in _buona compagnia_, e se

la torre non era crollata finora, ne potevano venire dei terremoti. Oh

lo sapevano tutti! Il vicario, per non essere distolto dalla sua

vigilanza, giunto in cima, tirava a sè la scala a piuoli che mette

all'ultimo ripiano, dove pendono sospese le campane, e al campanaro

toccava spesso ritardare un'agonia a profitto dei sani. Una volta

nominate le campane, fu affar finito e non se ne uscì più. Ogni parte di

esse fu specificata, ogni loro funzione descritta a suono di enormi

risate, a sentire le quali chi aveva parlato, ristava un momento,

guardava in giro in atto di furba maraviglia, e poi diceva: Che cosa ho

detto? e ripeteva la frase, e quando gli altri tornavano a sbellicarsi

dalle risa, volgeva gli occhi al cielo con aria scandolezzata, giungeva

le mani e sclamava: Che gente! Che gente!

Così durò il pranzo, suonando ciascuno a distesa il grande inno della

malizia sporca ed untuosa, finchè dopo tre ore tutti ci levammo e il

grosso prevosto russante si tirò dietro incollata alla madida sottana la

scranna coperta di tela incerata.

Il gobbo aveva riso cogli altri, ma pareva più ridere del loro riso che

dei loro discorsi. Qualche volta nelle pose della bufera bacchica,

insinuava un frizzo salato corbellando le tardive effervescenze degli

interlocutori, con frasi brevi, sugose, che andavano diritte alla mira.

In mezzo alla volgarità trionfante di quei panciuti la satira sottile

del gobbo mordeva con una eleganza tutta cittadina e starei per dire

letteraria; ma quello che più mi colpiva di lui era la sincerità

infantile del ridere, quando rideva davvero. Pareva un fanciullo, rideva

tutto quanto, da capo a piedi, fino alle lacrime, senza sforzo, contento

di ridere, tornando a scoppiare fresco come prima, non appena rivolgesse

in mente il fatto o la parola che gli avevano dato l'aire.

La giornata che il mattino prometteva bellissima, poco alla volta s'era

oscurita. Quando ci levammo di tavola il vento cominciò a far ballare i

vetri, quando ebbimo bevuto il caffè cominciò a nevischiare. S'era in

fine d'aprile. Giù per i vigneti che scendono sino alla Dora sorgeva dal

terreno ghiaioso e fra le catene brune dei vimini qualche albero sottile

di mandorlo o di pesca, tutto fiorito e di là dalla Dora, nei prati,

sull'erba arsa dall'inverno, vinceva il verde tenerissimo dei fili

spuntati di fresco e si allargavano le foglie già spiegate delle malve e

delle primavere. Povera campagna! La neve, asciutta e dura come

grandine, rigava l'aria obbliquamente, portata dalla bufera e rendeva,

percotendo i rami nudi e gli stecconi delle pergole, mille piccoli

scricchiolii secchi come fa la carta da parato quando per vento si

stacca dal muro. I mandorli fioriti, dei quali il candore muto della

neve faceva risaltare la bianchezza carnosa piena di vita, e i peschi

rosati si agitavano furiosamente, seminando le tenere foglioline che il

vento aggirava, sollevandole in spire vorticose.

Per certo, a vedere quel tempaccio, le serve dei curati rimaste in casa

si partivano o mandavano il campanaro, coll'ombrello, all'incontro del

padrone. Tanto valeva aspettarle all'asciutto.

La stanza, benchè senza fuoco, era intiepidita dal fiato ben nutrito dei

commensali che i morbidi odori di cibo contribuivano colla faticosa

digestione ad impigrire. I vetri verdognoli mandavano una mezza luce

quieta, affievolita ancora dal loggiato ad archi sul quale mettevano due

finestre, mentre una terza che si apriva verso il vecchio camposanto,

una delizia di cortiletto chiuso da alte muraglie, lasciava a mala pena

entrare un barlume di giorno, un chiarore da chiostro, da sagrestia, o

da stalla.

Due dei curati, con una padronanza tutta pretina, ebbero ben presto

sparecchiato e rimessa ogni cosa a suo posto, senza dir verbo. Poi

stesero il tappeto sulla tavola, tolsero dal cassetto dello scrittoio,

dove era chiuso col breviario, un mazzo di tarocchi ed uno di essi lo

brandì in alto agitandolo, poi lo gittò sapientemente sulla tavola in

modo che le carte vi si distesero in riga allineate, e gridò in tono di

comando: _Pontificemus_.

Il vicario dormiva in una larga sedia a braccioli, la testa rovesciata

sul muro, coll'aria tranquilla di un santo.

Il gobbo non volle essere del giuoco, ed io non conoscevo le carte. Gli

altri tre preti si precipitarono sui tarocchi e la partita fu intavolata

vigorosamente. Le carte grasse ed unte aderivano l'una all'altra così

che per staccarle occorreva ai giuocatori inumidire il pollice al labbro

inferiore, rovesciandolo fin sopra il mento. Nel silenzio della stanza

si sentiva di quando in quando la nota da scacciapensieri che mandavano

le dita attingendo umori e poi il fioccare misurato e piano delle carte

sul tappeto.

Il gobbo tamburellò un momento sui vetri, vi appoggiò la fronte come per

rinfrescarla, poi prese il cappello ed il bastone e con un: _Buona sera_

risoluto, piantò la compagnia.

Benchè a tavola e dopo non avessi scambiato con lui che poche parole, mi

era nato un vivo desiderio di conoscerlo; gli tenni dietro senza altro,

e lo inseguii per una stradicciuola fra i vigneti ch'egli aveva infilato

frettolosamente. Al rumore de' miei passi si voltò e vistomi, ristette

sorridendo.

--Viene anche lei dalle mie parti?

Come gli ebbi detto che non potevo reggere oltre al tanfo della stanza

chiusa e che gli chiedevo licenza di accompagnarlo, mi ringraziò e ci

ponemmo in cammino, ma per un buon tratto di via non aperse bocca; lo

sentii anzi più volte fissarmi sospettosamente con una certa durezza,

tanto che, venuto in dubbio di riuscirgli importuno, rivolgevo meco

stesso il migliore pretesto per congedarmi.

Ad un tratto si fermò e mi disse:

--Le assicuro che sono tutti buoni preti e buoni curati.

Si era fatto rosso in viso e mi guardava negli occhi con una fissità

risoluta, scrutandomi se gli prestavo fede: convien dire che le mie

parole valsero a tranquillarlo, perchè lo vidi rasserenarsi e rifarsi

tosto cordiale.

Seguitava a rigirare per l'aria un nevischio rado ed asciutto a piccoli

grani rabbiosi, che sembravano voler forare là dove picchiavano; uno di

quei tempi ventosi dal cielo eguale e lontano che lasciano vedere le più

alte cime allividite dalla falsa luce nebulosa. Il mio curato camminava

spedito, sollevando sul davanti la vesta e reggendola sul braccio,

locchè lasciava dietro uno strascico nero che spazzava la via.

Nell'impaccio delle pieghe, le gambe, nettamente disegnate da una calza

di grossa lana nera, avevano un disgustoso aspetto femminile come di

donna gagliarda e sfrontata; tutta la persona dal tricorno fermamente

calcato sulle tempia, contro il vento, alle grosse scarpe rattacconate,

mostrava l'incuria propria dei solitari e dei pensatori.

Io avevo cominciato a domandarlo della vita e dei costumi alpestri, ma

non era che un rigiro per giungere a quello che più mi premeva e che da

lui solo potevo conoscere, la sua propria vita, e come si acconciasse

alla solitudine cui era costretto e come la riempisse.

L'idea che mi ero fatto di lui era forse troppo alta e quel senso

critico al quale pur troppo dobbiamo affinare le nostre sensazioni ed i

nostri giudizi, mi stimolava a verificarne alla prova dei fatti la

giustezza o l'errore. Certo nella compagnia dei colleghi egli

primeggiava, ma poteva anche essere il monocolo nel regno dei ciechi,

mentre io lo avevo sulle prime immaginato di acutissima vista.

Già il vederlo così abbandonato e scorretto della persona me lo aveva

fatto cadere dall'animo e provavo una orgogliosa compiacenza al pensiero

che in poco l'avrei ridotto al suo essere vero di pretoccolo egoista e

beato. E come dava a capofitto nelle mie grosse reti, come mi mostrava

passivamente le poche faccie del suo ingegno; lo rigiravo senza fatica,

lo stringevo senza metterlo in sospetto, rispondeva ad ogni mia domanda

con proposizioni nette, precise, che lo mettevano tutto nelle mie mani.

Non era sciocco, tutt'altro, ma era un uomo contento, una mente quieta e

rassegnata. Conosceva assai bene dei paesani, la vita intima, i bisogni,

le miserie, le poche gioie, i gravi dolori; ma la sua coscienza non si

spigriva per questo, la sua mansueta acquiescenza ai fatti non era

turbata. Avevo sperato un ribelle combattuto dalle brutali ingiustizie

della vita e dalla tradizionale docilità del proprio ministero, avevo

intravveduto una lotta drammatica fra il vescovo e la coscienza, fra il

diritto umano e la credenza cieca, mi ero gettato nel mio errore colla

gioia ardente del cercatore di miniere che scopre i filoni dell'oro, e

vedevo il filone assottigliarsi al primo colpo di piccone e smarrirsi, e

una pace scolorita regnare là dove cercavo lo scompiglio di una grande

battaglia. Quello che più mi indispettiva era il vederlo abbandonarsi

così senza resistenza e rivelarsi intero senza pur cadere in sospetto

della mia crescente disistima; ne provavo l'irritante delusione del

cacciatore che vede la selvaggina passargli sull'uscio di casa quando

egli si disponeva ad inseguirla con gravi fatiche.

Caduto dalle altezze del mio ideale, mi sarei volentieri acconciato ad

una lotta di destrezza, avrei voluto vedermi contesa quella conoscenza

alla quale intendevo, mettere la mia sottigliezza cittadina in confronto

della sua selvatica furberia, insomma ripagarmi del non poterlo ammirar

lui ammirando me stesso.--Due o tre volte fui sul punto di lasciarlo

senz'altro, e di tornarmene solo e deluso, ma non mi venne mai fatto di

girare il discorso ad una conclusione e troncarlo di netto mi pareva

scortesia. D'altronde, apprendevo da lui molte nozioni determinate e

sicure e, devo pure confessarlo, provavo una certa compiacenza artistica

a sentirlo discorrere. Non che fosse eloquente, tutt'altro, ma parlava

giusto, chiaro e sobrio; c'era poi nella limpidità del suo pensiero,

nella scelta dei fatti narrati, nel giudizio che ne recava forse nelle

parole istesse che adoperava, certo nel modo di pronunziarle, una bontà

matura e tranquilla, che mi rasserenava l'animo. Calmata la prima

curiosità, mi durava quella quiete confidente che infonde in noi la

presenza di una persona buona ed intelligente. Oramai, conoscevo il mio

compagno come per lunga dimestichezza. Era un uomo pratico, che si

adagiava comodamente nella sua solitudine esercitando l'ufficio di

curato con metodica coscienza. La molle posatezza di una vita

consuetudinaria, aveva sedato in lui fin anche le irrequietezze proprie

degli esseri sformati, la gobba non lo irritava, non gli dava quella

stimolante sottigliezza, quella incontentabilità che acuisce

pervertendole le facoltà mentali. Era forse mansuefatto dalle

circostanze facili in cui viveva; non saliva al fanatismo nemmeno per la

fede.

Un passo dopo l'altro giungemmo alla sua canonica ed egli mi invitò ad

entrare ommettendo i soliti discorsi: «vedrà che miseria, compatirà un

povero prete», o che so io. La sua casa grigia gli pareva certo la più

confortevole di questo mondo. Infatti la stanzetta dove entrammo, fuori

del molle odore di prete pulito che sa di cera, d'incenso, di tabacco da

naso e di vecchia pergamena, avrebbe invogliato a dimorarvi in

solitudine il più ostinato fannullone cittadino. Le finestre guardavano

a picco la gran valle silenziosa sotto la neve fresca, coi paesi bruni

riparati a ridosso delle montagne e colla Dora nel mezzo, povera

d'acque, lenta, limpidissima, fiancheggiata di pioppi alti e sottili.

Una veduta raccolta e varia che saliva fino alle ghiacciaie lontane per

una minore vallata aperta dirimpetto, tutta tinta di ruggine, dalle

piante nude, fra le quali spiccavano in bianco le linee asciutte di due

o tre campanili.

Il curato mi domandò subito se avevo da fare quella sera giù nella

valle, e come gli ebbi risposto che no e fu inteso che sarei rimasto a

cena ed a dormire, scomparve per avvertirne scusandosene la vecchia

domestica, della quale udivo nettamente nell'attigua cucina i passi, la

voce asmatica ed il continuo affaccendarsi. Strano personaggio quella

domestica! Benchè tenesse il primo posto in casa e tutto facesse capo a

lei ed il prete si fosse creduto in obbligo di dirle il mio nome, il mio

stato, donde venivo, dove mi aveva incontrato e perchè fossi con lui,

non mi venne fatto di vederla pure un momento. A cena, una cenetta

saporita, io ero così svogliato che al mio ospite toccava insistere per

farmi prendere cibo, e ad ogni invito suo, veniva dall'uscio aperto

della cucina una voce rauca e grave:--Chi è che non vuol mangiare? Quel

signore? Già, bocche fine, bocche fine. Ehm ehm, bocche fine!--Ma il

naso in camera da pranzo non ce lo mise mai e quando pregai il curato

che me la facesse conoscere, mi rispose: la poveretta è mezza cieca e

non vuole esser veduta da quelli che non può vedere.

Dopo cena riappiccicammo il discorso intavolato per via, io interrogando

e rispondendomi il prete colla solita docilità, se non che di quando in

quando, certi rigiri di frase, un certo tono di voce, certe occhiate

furbe ed indagatrici alle quali non avrei giurato che fosse estranea una

punta di canzonatura, mi facevano sospettare che al mio interlocutore

fossero questa volta ben chiare le mie intenzioni e l'irriverente

concetto che mi ero formato dell'essere suo. Oltre a ciò, sentivo di non

essere più padrone del discorso, di non poterlo più girare per il mio

verso; mi pareva che le domande che gli rivolgevo, me le mettesse in

bocca lui, serrando le sue risposte in modo da non poterne io uscire

altrimenti che con una data domanda certo da lui preveduta. Che lavoro

faticoso mi toccava di fare per non smarrire il filo della

conversazione, intento com'ero a darmi ragione di quell'occulta volontà

che mi pareva la dominasse! Che malessere ho provato a quella giostra.

Se davvero egli mi leggeva nell'anima, la mia presunzione era ben

giustamente punita, poichè egli conosceva me assai più e meglio che non

io lui e quella parte passiva e condiscendente che gli era piaciuto di

assumere, rendeva più gustosa la sua vittoria e più piccante e ridicola

la burletta che mi faceva.

Per levarmi di dubbio, gli domandai perchè egli a sua volta non cercasse

di informarsi alquanto dei fatti miei.

--Che profitto me ne verrebbe? e che conoscenza sarebbe la mia? Vedo

bene come ci conoscono loro. Quando mi avviene di leggere un libro che

tratti di noi, della condizione sociale, dei costumi, dei bisogni dei

montanari, provo un senso di vero disgusto, tanto siamo ignorati da

quelli stessi che presumono farci conoscere agli altri.

--Ha cercato almeno di darsi ragione di questa mia curiosità?

--Non ne avevo bisogno. Le sue domande me le aspettavo tutte quante

dalla prima all'ultima e, me lo lasci dire, nella forma precisa in cui

me le ha fatte. E non creda che me ne abbia avuto per male o che il suo

modo di giudicarmi mi faccia maraviglia. Per conoscere, non occorre

sempre interrogare, basta cercare in noi stessi la ragione delle domande

che ci sono rivolte. A questo esercizio ho imparato in qual misero

concetto siamo tenuti, non dico noi preti, ma noi solitari. Ma ho fatto

di più. Ho seguito il procedere delle idee correnti, anzi ne ho

rimontato il cammino. Le interrogazioni intorno alla mia vita, le quali

vent'anni or sono erano informate ad un sentimento di simpatia, ad una

sorta di ammirazione poetica, ad una curiosità indeterminata, sono ora

diventate precise, rigide, hanno alle volte il piglio imperativo del

giudice inquirente. Ne ho dedotto che gli uomini universali del piano

hanno mutato follia, che una volta popolavano la nostra solitudine di

idee poetiche e la credevano eletta da noi spontaneamente o per virtù di

un ascetismo che si incontra di rado o in seguito a misteriosi

disinganni, mentre ora la considerano quale uno stato imperfetto, e quel

che è peggio, ce la imputano quasi a colpa come se con essa intendessimo

di sottrarci agli obblighi sociali. Or bene, signor mio, essi avevano

torto allora e lo hanno adesso. Noi non siamo nè poetici, nè ribelli;

lavoriamo per vivere ad un lavoro che non è certo più disutile del loro

ed accettiamo filosoficamente le dure condizioni della vita. Il saper

poco di molte cose giova a chi vive fra gli uomini che si dicono colti,

ai quali basta di potersi ingannare a vicenda colle apparenze; noi non

conosciamo che le curiosità utili, quelle cioè che hanno una ragione

determinata e che siamo in grado di soddisfare pienamente. Il giorno che

gli umanitari della città avranno tempo e voglia di provvedere ai casi

nostri e quindi bisogno di conoscerci, ci troveranno qui pronti a fornir

loro quante nozioni saremo venuti via via e studiatamente raccogliendo.

Avremo così spianata la strada all'opera loro perchè se il provvedere è

dei molti il conoscere è di pochi o di un solo, ed al provvedere occorre

anzitutto la conoscenza del bisogno.

Parlava con accento vibrato, staccando una proposizione dall'altra con

una virile sicurezza, con un sentimento d'orgoglio dignitoso e misurato,

che mi faceva arrossire per la vergogna. Non gestiva. Era ritto in piedi

coi due pugni chiusi sulla tavola, la testa alta ed il bel viso buono

alquanto pallido. Com'ebbe finito si gettò a sedere e stemmo in silenzio

un gran pezzo.

Poi lo richiesi della sua storia e delle ragioni che lo avevano spinto

al sacerdozio.

--Oh, una storia singolare, signor mio. S'immagini che feci il cuoco

durante parecchi anni. Sicuro. Mio padre era sguattero in un albergo

d'Aosta ed io, allevato in cucina e messo al mestiere paterno, entrai

appena seppi tenere il mestolo in mano, al servizio di quel vescovo,

donde mi tolse la coscrizione. Allora non ero gobbo o così poco che non

appariva, il pane di munizione non mi spiaceva, tanto che finita la

ferma quando stava per aprirsi la campagna del 48, mi arruolai

volontario, fui ferito a Goito e fatto prigioniero di guerra dai

Tedeschi. La ferita guarì benissimo ma mi ingobbì per la vita, locchè mi

rese inabile al servizio militare e mi strinse, una volta tornato a

casa, a riprendere l'antico mestiere e per fortuna mia, l'antico

padrone. Ora deve sapere che fino dalle prime scuole dove mi mandava mio

padre e nella cucina dell'albergo ed al reggimento, io facevo dei versi,

sissignore, dei versi nel gergo valdostano a ritmi semplici ed a rime

uniformi, i quali in cucina ed al reggimento, mi avevano valso il

nomignolo di _Torototella_. Però avevano sugo e forma ed erano schietti,

e quello che più importa, fu smentita per me la sentenza: _carmina non

dant panem_. Una mia canzonetta a ritornelli venne a conoscenza di

Monsignore, il quale, gran giovialone, buono come il pane e santo uomo

per giunta, mi fece chiamare mentre stava a tavola, mi pose un bicchiere

in mano e mi pregò gliene dicessi delle altre, locchè feci ben

volentieri. Alle corte, il vescovo mi propose di farmi studiare tanto da

venire ammesso al seminario e si offerse di sostenermi per tutta la

durata degli studi. Così dissi la prima messa in età di trentacinque

anni e fui subito mandato qui vice-curato e poi curato alla morte del

mio predecessore.

Allora lo pregai mi dicesse de' suoi versi. Corse tosto allo scrittoio,

ne levò uno scartafaccio e venne a sedermisi di rimpetto.

--Intende il gergo valdostano?

--Sicuro.

--Allora stia a sentire.

Creda il lettore che non aggiungo nulla di mio, che quei versi li ho

veramente intesi, che il prete gobbo me li lasciò alcuni giorni per le

mani e che ne fui caldissimamente ammirato. Nessuno li avrebbe detti

opera d'un prete; non v'erano nominati nè la religione, nè la fede, nè

Dio, nè il demonio, nè i santi. Erano versi piani senza invocazioni, nè

assalti alla sublimità; raccontavano, descrivevano, frugavano nei minuti

episodi della vita quotidiana e ne sparnazzavano intorno mille piccoli

fatti ignorati, giusti, di quelli che si sentono veri anche a non averli

mai prima osservati. Una poesia raccontava la visita che un pastore

faceva al suo vicino, lassù sull'alpe, ma non il pastore bellimbusto

tutto nastri e bubbole, cogli scarpini lustri e la beata filosofia

oziosa sulle labbra, ma un vero pastore sudicio, quadrato, che si tirava

dietro le suole di legno un palmo di melma e d'altro, che discorreva

poco e di cose usuali, un delizioso intaglio quel discorso, divagato e

preciso, pieno di interiezioni e d'incisi, con dei _oue_ (oui) e degli

_ah!_ fortemente sospirati, che facevano da basso accompagnamento

continuo a tutte le parole.

Un'altra raccontava una serata in una stalla, d'inverno. Chi si rammenta

di certi quadri che ebbero gran voga alla fine del secolo passato ed al

principio di questo, pieni di figurine diverse, raccolte in diversi

gruppi, intento ogni gruppo a diverse faccende, senza curarsi uno

dell'altro, chi ballando, chi cenando, chi facendo all'amore, chi

lavorando e lo sciancato sul primo piano che domanda l'elemosina, e il

cagnetto che fa la sua brava pisciatina sulla cuna di un bambino e in

fondo la forca, gli sbirri e l'appiccato; il tutto festoso, vivacissimo,

con un saporito accento di caricatura, distribuito qua e là a seconda

della gaia filosofia corrente, che fa quasi il commento del quadro e

tradisce le simpatie dell'artista?

Or bene, quel poemetto in gergo valdostano aveva tutta la finezza arguta

di simili tele, più uno studio di verità, una concisione sugosa e

qualche tocco grave, pieno di pensiero. Cominciava all'ora

dell'imbrunire e giungeva fino alla mezzanotte. Prima viene la vecchia a

mungere il latte nella ciotola verde, dove il primo getto schiaffeggia

la vernice ed il secondo e gli altri si ammorzano cadendo nella spuma,

la quale giunta all'orlo tinge in bianco il pollice della mano che vi

pesca dentro. Prima di mutar ciotola, la vecchia succhia dal pollice la

panna grassa o la fa succhiare ai bambini che le stanno attorno ghiotti

ed attenti, malgrado i calci e le scodinzolate di certe vacche stizzose.

Poi viene la cena, poi i bambini vanno a letto nelle mangiatoie vuote e

comincia la veglia e l'arcolaio comincia i suoi giri da trottola con un

gemito ad ogni mezzo giro come fanno le ruote dei pozzi e certe

tabacchiere a vite. Vengono i discorsi degli uomini, nascosti dietro il

fumo acre della pipa catarrosa, e le ghignatine e i secretuzzi delle

ragazze da marito; poi la porta si apre, la porta grondante sudore, ed

entra un vento gelido ed un innamorato ardente che dà la buona sera a

tutto il mondo e va dritto a serrarsi daccanto la sua bella. La stalla è

grande e vi convengono i vicini poveri ed i vicini dei vicini; le

ragazze da marito sono molte e l'uscio lascia entrare spesso il vento

gelido e gli innamorati ardenti; ma una volta che li ha fatti sedere uno

d'accosto all'altra e li ha avviati per i discorsetti a bassa voce, il

prete non si cura altro di loro e solo li fa intervenire nella gran

scena come figure di seconda mano, ne ricava degli incidenti comici o

dei ritornelli maliziosi. Il poemetto si rigira seguendo il discorso

generale, fa la storia di questo e di quello, raccoglie i motti salati e

le arguzie paesane, salta di sbalzo nel dramma, accennando a disgrazie

seguite o temute, ma non vi si dilunga volentieri, la sua commozione non

è mai verbosa. Nella gioconda pace dell'insieme, quei tocchi gravi

raddoppiano di valore e fanno rabbrividire. Di quando in quando, le cose

anch'esse intervengono e prendono la loro parte d'azione. I rumori varî

della stalla, si sentono tutti. Le vacche stropicciano la catena

nell'anello che le assicura alla mangiatoia. A volta rompono il ruminare

continuo con un sospirone che esce per le narici e pare venuto da

qualche riflessione malinconica o dolorosa, sulla condizione sociale del

gregge o sulla stagione ingrata che le condanna all'erba secca e dura. I

bambini nelle mangiatoie dormendo russano e fischiano, le ragazze

stimolate da pizzicotti ricevuti là dove non faranno mai vedere il

segno, trillano dei gridolini allegri e rispondono con manrovesci arditi

che irritano le petulanti impazienze dei giovani. Un soldato in congedo

intona una canzonetta napoletana, ma essa non è fiore da quella serra, e

le sue vispe cadenze degenerano presto nella lentezza piagnucolosa di

una _complainte_ valdostana, la quale si strascina dormicchiando via per

le bocche di tutti, copre i discorsi troppo intimi, agonizza e rinasce

interminabile e lamentosa. Qua e là risalta un fare rablesiano

efficacissimo, e brutale: corrono per tutta l'assemblea delle risate

improvvise che fanno volger tutti gli occhi a qualche vecchia, la quale

confessa ridendone anch'essa, l'istantaneo involontario peccatuzzo.

Finalmente la fisarmonica invita a ballare e le coppie nel cerchio

stretto, sulla terra battuta, sotto la luce della lucerna a due becchi,

saltano senza muover di posto come i martelli meccanici dei ramai.

Che larga vena comica da capo a fondo, che intuizione giusta del vero,

che sapiente eliminazione degli elementi inutili e sovratutto che aria

paesana in tutta la composizione. La poesia sincera non ha maestri, nè

scuole; il mio gobbo non pensava certo di intonarsi con tanta giustezza

col suo tempo e se qualcuno lo avesse lodato per la sua modernità ne

avrebbe avuto in risposta una crollatina di spalle; egli non aveva forse

mai letto un libro scritto di questo secolo.

Ma egli non scriverà forse mai più un verso in vita sua, e non ne

scrisse da parecchi anni. Stava correggendo gli ultimi quando seguì in

paese un fatto terribile che è sempre presente alla sua memoria. Me lo

raccontò e ve lo racconto.

***

Poco lontano dalla canonica, in un piccolo seno chiuso fra la montagna

ed un rialzo di terra che gli toglie la vista della valle, c'era una

casa rustica di discreta apparenza. Il luogo freschissimo d'estate e

riparato l'inverno dai venti gelidi, è una specie di vallata minuscola,

dove corre una miseria di torrentello, poco più che un rigagnolo, il

quale precipita dalle cime a furia di cascate e di sprazzi col piglio di

un rodomonte che voglia recare al basso la desolazione e la rovina, e

poi, incontrato il rialzo che ho detto, gli manca la forza di

scavalcarlo, fa un gomito, si acquieta, muta colore, abbassa la voce, si

contenta di poco letto e vi depone una sabbiuzza fina fina, tutta piena

di riflessi diversi, come uno strato di gemme. Nelle maggiori piene

l'acqua, benchè si tinga di un colore rossastro per darsi l'aria

rabbiosa, arriva appena a lambire le tavole di un basso ponticello e non

fa mai altro danno fuori che di bagnare le more dei rovi, lasciandovi

sopra una leggierissima imbiancatura. La casa sorgeva giusto al punto

del gomito nell'interno della curva che vi disegna il torrente; aveva un

bel prato all'intorno ed il ponticello era destinato esclusivamente al

suo servizio. Ne era padrone un tal Vincenzo Bionaz, il quale l'aveva

comprata ed era venuto a dimorarvi colla moglie e due amori di bimbi, lo

stesso anno che il nostro prete, da vice curato, era stato promosso a

curato della parrocchia. Vincenzo, robusto ed intelligente operaio,

lavorava in qualità di minatore ad una vicina miniera di ferro dove

guadagnava tanto da tenere due vacche nella stalla e da poter comprare

ogni anno qualche tavola di prato. Egli era un brav'uomo, allegro e

casalingo; la moglie, nativa di Valchiusella, un paese dove le donne

sono tutte belle da dipingere, lo adorava e ne era adorata, e vivevano

tutti e due in pace, come si dice, con Dio e cogli uomini, lasciandosi

andare ai facili progetti di futura prosperità in favore dei figliuoli.

Bisogna conoscere i disgraziati paesi infestati dal cretinismo ed avervi

vissuto per comprendere il sentimento d'orgoglio che danno ai parenti i

bambini sani e belli. È una compiacenza continua che va fino alla

gratitudine verso quelle creature, dalle quali la famiglia è sottratta

alla vergogna comune e nobilitata. Tutte le facoltà dell'animo umano,

anche le cattive, partecipano di tale compiacenza, tutti gli affetti

della vita sono dominati dalla gioia immensa di possedere un così raro

tesoro e la coscienza della propria felicità così piena ed eccezionale,

ingenera in chi la prova una specie di sicurezza fatale di non doverla

perdere mai.

I due figli di Vincenzo morirono del crup in una stessa notte in poche

ore. Il morbo li colse improvvisamente e li strozzò prima che padre e

madre li credessero pure minacciati. L'indomani il padre andò alla

miniera, la madre attese alla casa, senza lacrime e senza lamenti; solo

Vincenzo tornandone, parve rifuggire dalla presenza della moglie e

questa del marito. La donna era incinta di due mesi; il curato venuto a

confortarli fu bene accolto da entrambi, ma non gli venne fatto di farli

discorrere fra di loro. Passarono sette mesi durante i quali Vincenzo ed

Anna vissero insieme nella stessa casa, mangiarono insieme alla tavola

istessa, la domenica andarono insieme alla messa, dormirono insieme

nello stesso letto, senza dirsi altre parole fuori di quelle poche e

precise che richiedevano i bisogni della vita.

Ma quando Anna fu sul punto di partorire, Vincenzo tornò ad un tratto

alle prime tenerezze, l'assistette gravemente ed amorevolmente, accolse

il bambino con lagrime di gioia, domandò perdono alla moglie delle

durezze passate, insomma tornò ad essere l'uomo di una volta. Il bambino

era bello e sano come i primi, e pensate con che religione padre e madre

lo guardavano poppare, con che impazienza aspettavano che quegli occhi

seguissero la luce, e poi si fissassero in loro, e cominciassero a

riconoscere le loro sembianze, e significassero l'interno misterioso e

rapido svegliarsi dell'intelletto.

Ma quei segni non vennero, i suoni non facevano volgersi quella

testolina e non ne rompevano il sonno, gli occhi fissavano gli oggetti

senza guardarli, le labbra non sapevano imparare gli adorabili sorrisi,

le mani non sapevano accennare alle cose. Fu un'attesa lunghissima,

tenace, incoraggiata da ragionamenti cocciuti che volevano dar torto

alle impazienze, tormentata dai dolorosi confronti che la memoria

suggeriva, prolungata a termini che si stabilivano lontani e che una

volta raggiunti si protraevano, sostenuta da illusioni, da inganni

creati apposta, da menzogne che uno dei parenti faceva all'altro, a cui

nessuno credeva, finchè venne il giorno dell'orribile certezza. Il nuovo

nato era un cretino.

Da quel giorno la famiglia fu distrutta. Padre e madre non osavano

guardarsi in viso per paura di scoppiare in rimproveri e, peggio, in

vituperi. Ognuno dei due provava un fiero, angoscioso accanimento contro

dell'altro, e si sentiva il cuore gonfio di accuse pazze. Non

litigavano, non tradivano quasi mai i ribollimenti dell'animo, tacevano

come sgomentati, agivano colla regolare abitudinaria solerzia della

gente che non pensa, vivevano in una pace morta e disperata. Il bambino

cresceva adiposo e pallido, l'occhio vagamente inquieto, le labbra

grosse piene di dolore e di bontà. Lo svegliarsi delle prime attività

fisiche, parve qualche volta ai parenti accompagnato da segni di un

tardo, ma vitale intelletto; allora erano giornate di un'aspettazione

irritante, insostenibile: i due tornavano verbosi, si rappattumavano,

formavano mille propositi di pazienza e di virtù, facevano voti a tutti

i santi del paradiso, promettevano quadri e candele alla Madonna

dell'Oropa, la Madonna Nera, il gran taumaturgo dei montanari.

Ma simili inganni non duravano e rincrudivano cessando gli scoramenti e

le amarezze.

Al fanciullo avevano posto nome Gian-Paolo, raccogliendo i nomi dei due

morti. Talvolta il padre, chiamandolo e vedendolo sordo, dava in una

risata sgangherata e ripeteva quei due nomi per delle ore colla cadenza

sonnolenta di una nenia; poi aveva finito per chiamarlo: _la bestia_, e

il primo giorno che lo chiamò così, la madre furiosa l'aveva minacciato

col tridente ed egli l'aveva battuta. Ma fu l'unica volta in sua vita.

La sventura li aveva troppo intimiditi perchè potessero durare alla

violenza o lasciarvisi condurre e benchè essa ruminasse talora di

tornarsene sola alla sua valle nativa ed egli di andar girando pel

mondo, magari fino in America, per togliersi da quell'inferno, non

ebbero mai il coraggio di farlo. Una volta, dopo che s'ebbero

pacatamente e freddamente manifestato il vicendevole proposito di

separarsi, Vincenzo disse: Non saremo buoni da tanto; il cretino ci ha

dato del suo.

Quando il marito stava alla miniera, bisognava vedere che studio di

tenerezze faceva la madre! Si prendeva fra le mani la grossa testa

idiota del figliuolo, e lo fissava con occhi ardenti che pareva

dovessero accendergli il fuoco nell'anima e divorarlo. Che tempeste di

baci su quelle guancie floscie e sulla bocca bavosa. Il più era quando

il bambino dormiva. Allora, l'errore diventato possibile, essa lo

allargava per tutti i versi, perdendosi in una assoluta dimenticanza

delle cose passate e delle future, creando a se stessa una certezza di

felicità che le dava dei godimenti esaltati; era sicura che Gian-Paolo,

addormentandosi, le aveva sorriso ed essa conosceva quel sorriso, per

averlo veduto mille volte. Sapeva segnare sulla faccia del bambino il

luogo preciso dove la pelle se ne increspava, dove faceva la deliziosa

bucherella che tira i baci.

E i due morti, quanto l'aiutavano a mettersi in tale visione! Come si

levavano vivi e vispi dalla bara, per entrare nelle carni del fratellino

dormente e confondere insieme le diverse sembianze! C'era però una

sensazione che bastava da sola a rendere atroce la dolcezza di quello

inganno, una sensazione sempre presente, sempre vivissima, che le

lacerava il cuore, ed era la paura che il fanciullo si svegliasse.

Giungeva fino a dimenticare il perchè di tale paura, ma non la paura

istessa; a volte le pareva evidente e naturalissimo che al primo aprir

gli occhi il figliuolo sarebbe morto, e lo cullava, lo cullava

cantandogli ogni sorta di ritornelli lamentosi, tremando di una smorfia,

accorandosi di un sospiro più forte degli altri. Sarebbe stata felice se

il bambino fosse vissuto in un sonno senza fine.

Le tenerezze del padre erano più rare e di più breve durata. Bastava un

filo di luce ad impedirle o a soffocarle. Ma la sera qualche volta il

pover'uomo spariva furtivamente dalla stalla. Saliva scalzo ed in punta

di piedi la scaletta di legno che mette al primo piano, entrava nella

stanza maritale dov'era coricato Gian-Paolo, e là, piangendo in silenzio

se lo toglieva in braccio e lo serrava rabbiosamente bruciandolo di baci

finchè lo sentiva strillare dei suoni grossi e gutturali. Allora lo

riponeva con mal garbo nel lettuccio, ridiscendeva alla stalla e diceva

alla moglie: Anna, sali, mi pare che urli. Anna saliva e, indovinato

l'accaduto, provava pel marito una compassione rispettosa e si

tormentava con rimorsi.

Una volta, la domenica degli olivi, quando finita appena la messa, la

chiesa era ancor piena di gente, essa si gettò ai piedi del marito

piangendo e disperandosi a domandargli perdono. Fu una scena rapida e

tragica: fra gli strilli delle donne intenerite e le ghignate di alcuni

uomini, Vincenzo seccato dal chiasso, afferrò la moglie per un braccio,

la levò di ginocchio e respingendola con uno sguardo nemico, la buttò là

come un sacco. Anna andò a battere la faccia contro la pila dell'acqua

benedetta e diede un grande urlo di dolore... S'era lacerato un labbro e

rotti due denti, aveva la bocca piena di sangue e lo sputava guardandosi

attorno pallida, con occhi stralunati, come se fosse per impazzire;

finchè Vincenzo, pentito e rabbioso, la menò a casa in fretta. Quando

furono nell'aia, il padre vide Gian-Paolo seduto in terra scaldarsi le

piccole membra al sole in un'attitudine timidamente contenta e gli

lanciò un'orribile occhiata piena di rancore.

Quella fu l'ultima sfuriata dell'amore paterno offeso, e li lasciò tutti

e due sfibrati come gente che esce di malattia e desiderosi di mutar

vita come convalescenti. Poco alla volta entrarono in una quiete che non

aveva nè le amarezze, nè le divine voluttà della rassegnazione, nè la

sfinitezza svogliata dei dolori senza speranza. Come avviene di certi

organi minori dei quali non avvertiamo l'esistenza se non per un dolore

e la cui amputazione non sembra scemare in niun modo l'attività vitale,

cosicchè ci domandiamo che facessero in noi; uscito loro dall'animo

l'amore paterno, essi parvero tornati alla dolce capacità di vivere e di

gioire. La casa prosperava; Vincenzo non aveva vizi ed Anna era economa

ed industriosa; tolto il pensiero di accumulare per la discendenza,

poterono concedersi cento piccoli agi che li facevano invidiare da

tutti. Giunsero fino a prendere in casa una giovane domestica che

attendeva ai più grossi lavori, diventarono insomma i borghesi del

villaggio.

Oh la povera infanzia intirizzita di Gian-Paolo. Nè carezze, nè

rabbuffi, una libertà sconfinata e desolata intorno a sè. La domestica

pensava a dargli il mangiare all'ora dei pasti, e a metterlo in letto.

Di sette anni, egli andava lentamente a cercarsi al sole un po' di

spazio dove sedere; in primavera, il suo corpo grosso e deforme sembrava

sporcare i prati dove stava sdraiato e donde fissava le cose senza

smuoversene, con una tristezza incosciente. Pareva che il vuoto immenso

del cervello gli desse una sensazione incessante di freddo: infatti

quella era una ghignataccia al primo sorgere del sole! E che aria

dolorosa al tramonto!

Chi l'ha veduta, la sera, nella stagione estiva in un villaggio di

montagna? Che ora grave ed allegra! Si direbbe che in tutto il mondo non

ci sia e non ci sia stato mai un uomo cattivo, che non sia mai seguita,

nè possa seguire un'azione malvagia. Le idee di sofferenza e di miseria

sembrano sogni di mente malata. Non è vero che si muoia di fame e di

dolore, che si viva all'odio ed all'invidia, non c'è il male, non c'è

l'infermità, tutti gli uomini entrano ora per gioirvi nella placida

ombra che gettano le montagne, la terra manda odori freschi ed

esilaranti, il suono delle acque sembra il respiro della grande famiglia

umana che riposa felice e benedetta in una serenità senza fine. Ma allo

svoltare della viuzza, sorretto allo stecconato che cinge i prati, un

essere informe e lento si strascina verso le case che fumano per la

cena. Chi ha insultato l'uomo dando a costui delle membra che glie lo

fanno quasi somigliante? Quell'essere non mi appartiene, è estraneo alla

mia vita, via da me tale lugubre caricatura delle mie bellezze. Costui

non parla, grugnisce, non ode, non discerne, trema al mio cospetto, si

rannicchia sospettoso e impotente al mio avvicinarsi; se lo richiedessi

d'aiuto, non farebbe un passo in mio sostegno; bisognoso, non potrebbe

richiedere l'aiuto mio, il ricambio fraterno delle forze vitali non

segue fra me e costui, la catena degli esseri è rotta fra di noi, il mio

bambino, vedendolo alla luce del sole lo deriderebbe e qui, nella mezza

oscurità, ne avrebbe paura. Io torno fra i miei simili che pensano ed

agiscono, che conoscono i proprii bisogni e li soddisfano, che sono

armati contro la natura e la vincono; costui è fuori dell'umanità, la

mia compassione per lui sarebbe sterile, io non gli posso giovare in

alcun modo; se la notte avesse mani da soffocarlo, e la terra si aprisse

a seppellirlo, domani nessun vivente piangerebbe la sua sorte, non vi

sarebbe nemmeno un dolore di più sulla terra, poichè egli non possiede

nessuna delle due forme dell'utilità: non opera e non abbellisce.

Fino dai primi anni di sacerdozio, il curato vagheggiava l'idea di

studiare la grave infermità alpina, nella speranza non già di guarirla,

chè sapeva non essere in suo potere, ma di alleviarne la miseria e di

definirne gli effetti e la misura. Questo molti uomini dabbene si

propongono in valle d'Aosta ma non riescono a mandare ad effetto a

cagione delle impazienze, della soverchia pretesa e dei falsi metodi

seguiti. A lui, prete, ignorante affatto di medicina, non pareva di

potersi mettere per la via delle ricerche scientifiche, nè all'indagine

delle cause del morbo. Diminuire le sofferenze, aggiungere qualche forza

al disgraziato ponendolo in condizioni igieniche confortevoli, abbonire

il malo animo dei parenti, vincere l'inerzia dei pregiudizi e, nel

cervello immobile degli scemi, affinare l'istinto in difetto

dell'ingegno, ciò gli pareva impresa possibile e così santa da poter

formare la ragione ed il premio della propria vita.

Ma in paese, quando egli ci venne, non v'era che uno scemo, un vecchio

scimione di cretino così indurito nella propria bestialità da non

poterne tirare nulla di buono. La posizione elevata del villaggio e la

relativa agiatezza degli abitanti dovuta alla vicina miniera facevano

che i casi di vero e proprio cretinismo vi erano rarissimi, tanto che il

curato aveva agevolmente rinunziato ad ogni proposito rigeneratore,

contento di non poterlo mandare ad effetto.

La nascita di Gian-Paolo gli rimise il diavolo in corpo e la vista della

disunione che ne era derivata fra i parenti lo infervorò all'impresa. La

scena seguita in chiesa lo persuase essere venuto il tempo di provvedere

e lo stesso giorno dopo vespro eccolo incamminarsi verso la casetta di

Vincenzo per cominciare la cura.

Sei mesi dopo Gian-Paolo aveva una certa aria lustra di cretino ripulito

che lo faceva ricercato nel villaggio e nei dintorni come una curiosità

da doversi vedere. In luogo del saccone color cioccolatte al quale lo

avevano già sprezzantemente condannato gli incuranti genitori, egli

portava i suoi bravi calzoni e la giubbetta, e perfino, cosa

incredibile, una camicia che metteva fresca di bucato tutte le

domeniche, locchè in un paese dove la gran miseria incute un riguardoso

rispetto per la roba, aveva ottenuto che i monelli non lo zaffardassero

più gittandogli addosso a manciate la mota dei fossi e lo sterco delle

vacche che menavano in pastura. Egli stesso, contento di vedersi

attillato, aveva smesso di rivoltarsi come un porco nella belletta

attaccaticcia delle strade, appena spiovuto. Accolto nelle brigate

domenicali, quale argomento di lazzi e sghignazzate, egli aveva finito

per addomesticarsi e cercare la compagnia; dopo vespro, sotto la pergola

della via maestra dove era il giuoco delle boccie, egli aveva il suo

bravo posto consueto sul trave degli spettatori, un posto riconosciuto

per suo, e dal quale se mai altri vi sedeva, si levava di botto con aria

ridicolmente ossequiosa, non appena apparisse la sua obesa e gozzuta

persona. I giovani lo chiamavano _le monsieur_ e a forza di gridargli

quel nome nelle orecchie, avevano finito per farglielo ritenere in

mente. Ogni forestiere che capitasse dai vicini villaggi, era sicuro di

trovare apparecchiato il sollazzo del seguente discorso:

_Qui es tu?_ domandava a Gian-Paolo, quello dei giovinotti che faceva

gli onori di casa.

Ed il cretino, spremendo fino a gonfiarsi le vene del gozzo, e

masticando i suoni e l'abbondante saliva, veniva finalmente a capo di

scilinguare: _Le mousieu_.

Ed era un coro di risate schiette come per uno spasso mai prima goduto.

Finalmente il giorno del Santo Patrono, quando la banda del capoluogo

scatenava sul paese la burrasca delle marcie rauche e tonanti, era lui

Gian-Paolo, che durante i silenzi teneva in mano la mazza della gran

cassa, pronto a cederla al primo cenno del suonatore.

Ma pulirlo ed addomesticarlo non basta, quel disgraziato, bisogna

cercare dove sia rotto il congegno del cervello, e svitarne tutte le

ruote per vedere di rimontarlo. Ahimè, altro che rotto! ne mancano delle

ruote e le principali e quelle poche presenti sono sdentate, non

s'impigliano una nell'altra, non propagano moto. I fatti esterni

agiscono su quella mente, finchè dura la sensazione che li rivela, ma

non vi s'imprimono, non lasciano memoria che possa commetterli con

altri: appena se una lunghissima serie di essi genera qualche cosa che

può somigliare l'abitudine. Ecco il solo filo a cui attaccarsi; occorre

rinnovare a sazietà le sensazioni piacevoli e le ingrate, non soddisfare

ai bisogni prima che siano diventati dolorosi, perchè il piacere del

loro soddisfacimento si colleghi colla pena della privazione. È uno

studio lento e continuo.

Il canonico-vicario, al quale il nostro curato tenne qualche parola

dell'ardua impresa a cui si è messo, pretende che la prima nozione da

darsi al cretino, sia quella di Dio. Dal momento che gli risplende un

barlume di ragione, egli è soggetto a peccare, e nostra prima cura

dev'essere di salvarlo per l'eternità. Non domandate al grasso vicario,

come vorrebbe pigliarsela; ciò non lo riguarda; egli andrà in paradiso,

anche senza avere educato dei cretini, e ci andrà forse con più ragione

che non il curato, perchè non è d'un animo religioso il ribellarsi ai

decreti della Provvidenza.

Anche il curato da giovane aveva vagheggiato il pensiero di creare un

Dio a profitto di quegli esseri abbandonati, ma conobbe ben presto non

bastare a tanto risultato le forze di un uomo. D'altronde del Dio

benefico e datore di vita era troppo astratto il concetto. Come mostrare

a quell'ingegno chiuso, che il sole, i prodotti della terra, la terra

istessa e la vita universale sono benefizi continui della mente eterna?

Rimaneva il Dio terribile dei tuoni e delle rovine, il Dio che smuove la

valanca, che arma ed inferocisce la natura contro se stessa; ma dato

pure gli venisse fatto di atterrire il fanciullo e di dare un nome ed

una causa a quel terrore, questa, sarebbe stata un'opera buona? Non era

egli abbastanza disgraziato ed inerme? Non gli era abbastanza avversa la

vita, da dovergli mostrare un nemico di più?

Gian-Paolo, non amava nè odiava i parenti, non s'accorgeva della loro

indifferenza, non desiderava la loro sollecitudine, il prete dopo prove

e riprove, s'era convinto che in essi l'amore paterno era morto afflitto

e che non c'era via di poterlo risuscitare. Ma il fanciullo, non era

viziato, poverino, e chissà che una volta svegliato in lui l'amore

figliale, questo non riuscisse a scuotere l'apatia d'Anna e di Vincenzo.

Eccolo dunque porre ogni studio perchè derivassero visibilmente da loro

tutti i benefizi ch'egli faceva a Gian-Paolo. Non è più la domestica che

gli dà il mangiare, o che lo mette a letto; il curato assiste a tutti i

pasti della famiglia ed impone al padre ed alla madre, gente devota ed

ossequiosa, di scodellare essi la minestra di Gian-Paolo. Gian-Paolo è

ghiotto di confetti, ed il curato porta ogni domenica le ciambelle alla

casa dei Bionaz, ma non se ne fa mai il visibile distributore. Certe

volte induce i parenti a ritardare l'ora del pranzo, perchè si svegli

nel cretino una fame stimolante e fino a che l'ora non sia venuta padre

e madre non devono farsi vedere, ed apparire soltanto col cibo. La prima

volta che il fanciullo sorrise al giungere di Vincenzo, il prete ne ebbe

una contentezza infinita: quando lo vide avviarsi all'incontro del padre

che tornava dalla miniera, e prenderlo per mano coll'aria confidente di

chi s'appoggia ad un amico, credette di essere a mezzo dell'impresa.

Poi vennero cento cognizioni elementari, tutte derivate e coordinate a

sensazioni da cercarsi o da sfuggirsi. Gian-Paolo conobbe i pericoli e

li sfuggì, chiuse gli usci contro il vento, riparò colla mano la

fiammella della lucerna, sterrò il fossatello che cinge l'aia dopo i

grossi acquazzoni, portò al sole il vaso dei garofani che Anna amava

tenere nella stanza.

***

Gian-Paolo aveva vent'anni. Una sera di maggio, il curato stava

correggendo certi versi suoi, destinati ad un amico parroco in un

paesello remoto dove non capita mai anima viva. Il giorno innanzi era

piovuto a catinelle dodici ore filate, ma il cielo s'era rifatto di quel

sereno che dura e non era seguita la menoma disgrazia. Verso le dieci di

notte, nella pace del villaggio rintrona un frastuono improvviso ed

immenso, come se rovinasse la montagna; tutto il paese è sugli usci; il

fragore cresce, empie l'aria, batte ai monti di là dalla valle e ne

ritorna rombo continuo, squarciato di momento in momento da tuoni

improvvisi come cannonate di un esercito di giganti. I villani si

chiamano per nome, rispondono esterrefatti, i più coraggiosi si

avventurano fino alla chiesa, il campanaro suona a martello, mille voci

disperate di bambini e di donne strillano, le vacche dalle stalle

muggiscono lamentosamente, i cani abbaiano con rabbia feroce e giù nei

paesetti che dormivano nella gran valle oscura si accendono lumi

inquieti che girano per le vie, segno che lo scroscio minaccioso è

giunto fino a loro.

S'è rotto un sacco di montagna, il rigagnolo che rasenta la casa dei

Bionaz è diventato torrente.

La cosa segue a questo modo. Nel letto del torrentello, all'imbocco che

serra uno dei soliti larghi stagnanti si forma per tronchi caduti e

terra franata una chiusa, che impedisce il corso dell'acqua, fino a che

questa col peso non l'abbia sfondata. Allora il grande volume raccolto

precipita improvvisamente e ne seguono le più terribili rovine fra

quante si conoscono in montagna. In mezz'ora la piena passa, ed il

torrente torna rigagnolo.

I Bionaz desti al frastuono e al tremito della casa sentirono l'acqua

gorgogliare per le tavole dell'impiantito e sollevarle. Vincenzo,

sfondata con un pugno la finestra ed affacciatosi, vide la morte. Il

torrente rompeva alla casa come alla pila di un ponte e l'assaliva con

travi e tronchi d'alberi a colpi d'ariete che la scotevano dalle

fondamenta.

--Sul tetto, presto, urlò Vincenzo atterrito. Anna teneva il lume,

passarono correndo nel camerone tramezzato d'assi, dove dormivano

Gian-Paolo e la fantesca; questa che già strillava aggirandosi per la

tenebra, li seguì singhiozzando preghiere, salirono al fienile a

prendervi la scala a piuoli, ritraversarono con questa le due camere,

furono nel granaio donde poggiata la scala ad un abbaino, riuscirono sul

tetto. Là si tennero per salvi. Prima di salirvi, l'acqua avrebbe

scavalcato il monticello morenico che separava la casa dal villaggio e

si sarebbe sfogata per la china. Anche contro l'urto dei massi e dei

tronchi travolti, quello era il rifugio più sicuro; stavano sul lembo

estremo del tetto dalla parte della valle; l'acqua si frangeva

all'estremità opposta, verso il monte, e la casa era tramezzata da due

muraglie maestre.

Intanto erano accorsi il curato e mezzo il paese, e ne giungeva di

continuo ma tutti erano impotenti ad aiuti: fra essi e la casa muggiva

l'onda furiosa ed oscura. Videro rischiararsi le diverse finestre, e le

ombre passare da una stanza all'altra, poi il lumicino sorgere sul tetto

nero e la famiglia trascinarsi carponi su per le tegole fino a

scavalcare il comignolo. Lassù il lume si spense.

--Siete lì? Siete lì? Coraggio. L'acqua cala.--Tenetevi saldi. Non può

durare.--Gettate una corda. Coraggio.

Tutti gridavano smaniosi, non potendo altro, di recare ai pericolanti il

conforto di voci amiche, ma di là non veniva parola, forse il muggito

dell'acque, forse le voci istesse, coprivano la risposta.--Silenzio!

tuonò il curato.

E come la gente tacque, riprese gridando e facendosi portavoce delle

mani:

--Ci siete tutti?

--Sì, rispose Vincenzo.

--Tutti? ribattè il curato con accento severo di inquisitore.

Anna si guardò attorno e disse piano al marito:

--E Gian-Paolo?

--È in basso.

--Tutti? tutti? ripeteva il prete corrucciato e minaccioso.

Vincenzo non ebbe core di rispondere.

In quella si levò un grido: Al fuoco, al fuoco!

Già da qualche minuto, ai tre scampati, pareva salisse dal tetto come un

alito caldo e soffocante: veniva col vento dall'altro capo della casa,

là dove rompevano le onde, strisciava lungo il comignolo, li mordeva in

gola, recava alle loro nari l'acredine di un fumo denso che la tenebra

rendeva invisibile.

Vincenzo ebbe tosto sospetto del vero, ma non ardiva manifestarlo

pauroso quasi di affrettarne colle parole l'evento. Le donne sbigottite

non connettevano. A un tratto, la fiamma divampò immensa, rischiarando

la scena mortale e centuplicandone l'orrore. Il fienile ardeva.

Traversandolo in furia per cercarvi la scala, Anna vi aveva appiccato il

fuoco.

La gente dall'altra, correva esterrefatta sul poco monticello, si

urtava, urgeva alle prominenze del terreno, levava in alto le braccia,

le donne strillavano, gli uomini suggerivano ripari e difese

impossibili, mentre dal tetto salivano per l'aria urli tremendi di fiera

che vincevano il fragore dell'acque e il rombo ventoso della vampa. Poi

la folla tacque, allibita. Fra gli archi del fienile, in mezzo alla

fornace era apparsa la figura mostruosa di Gian-Paolo. Allora fu visto

uno spettacolo prodigioso.

Il cretino, ruggendo e mugghiando, la persona ed i gesti ingigantiti

dalla luce rossa della fiammata, correndo qua e là, dove scoppiavano

nuovi incendi, abbracciando mucchi enormi di fieno nero e facendosene

riparo, lottava solo con una avvedutezza istintiva e disperata contro il

fuoco che lo avvolgeva. Puntando a terra i piedi, sollevandosi, a salti,

allungando le braccia, allargandosi per prendere più tese di fieno,

spingendole col petto e colla fronte, acciecato dal fumo, scottato da

mille lingue di fiamma che andavano a cercarlo rovesciandosi su di lui

come serpi aizzate, egli precipitava nell'acqua monti d'incendio.

Nel chiarore sanguigno, tra i vortici del fumo, la sua grossa testa

aveva perduto quel poco di umano che le durava. Lampeggiata ed oscurita

ad ogni momento, la sua persona sembrava centuplicarsi; e non era più

solo, dieci mostri orribili al pari di lui, scorrazzavano per le fiamme,

snodandosi in moti disordinati e convulsi. La nativa lentezza, il nativo

impaccio delle membra, sembrava squagliarsi al fuoco, il sangue,

bollendo in quel calore d'inferno, sembrava vendicare in un attimo, la

tardità di tanti anni, sembrava che le forze mancategli fino allora

quasi accumulate in attesa dell'evento, si sprigionassero ora, con una

violenza invincibile.

Dall'alto del tetto, la famiglia, guardava istupidita, le gran masse

fiammanti piombare e spegnersi fischiando nel gorgo. Il silenzio

subitaneo della folla e la sua attonitaggine le crescevano terrore.

Certo qualche spettrale apparizione, qualche segno miracoloso tirava a

sè gli animi e gli occhi della gente. Qualche fatto sovrumano seguiva,

là sotto.

Nessuno pensava al cretino. Vincenzo ed Anna, l'avevano riveduto un

istante in mente, dianzi, alla voce severa del prete, ma la sua povera

figura, allentata in loro ogni fibra paterna, s'era tosto dileguata.

E Gian-Paolo seguitava il suo titanico cimento.

Nessuno potè dire quanto durò la battaglia. Più volte, il curato e gli

altri lo credettero morto e lo rividero più volte risollevarsi con più

acceso accanimento, finchè fu sgombro il fienile e salvata la casa.

Dopo due giorni, Gian-Paolo moriva per la febbre delle scottature.

Novelle e paesi valdostani · 第 13 / 23 题