L'ESTATE

Parlando della montagna, l'aggettivo che meglio combina col sostantivo

_estate_ è quello di _sonora_. _Calda_ sulle Alpi l'estate non è da per

tutto nè sempre, _verde_ nemmeno; la _grande_ estate dei classici non mi

pare possa salire oltre i cinquecento metri d'altezza, nè convenire a

luoghi angusti e nettamente limitati. _Arsa_ l'Alpe non è quasi mai e

mai la valle. _Bionda_ non può essere una terra dove i pochi campi di

biade sembrano piccole pezzuole stese al sole in un prato immenso;

mentre invece dalle punte più ardue del Monte Bianco e del Monte Rosa

fino all'ultima falda delle montagne (montagne, non colline), digradanti

al piano, la stagione estiva canta, mormora, bisbiglia, echeggia,

rimbomba, e tralascio l'infinita varietà dei suoni che mandano gli

animali e i fragori delle meteore.

Il suolo alpino, nell'estate è sonoro.

Giù dagli estremi vertici rocciosi dove la ghiacciaia per troppo dirupo

non regge, scroscia frequentissima la valanga di sassi la quale smotta

serrata dapprima in qualche canaletto, poi s'allarga a ventaglio e

moltiplica nella caduta i colpi ed i proiettili. Dalle creste affilate

donde il ghiacciaio che si adagia sovra uno dei dorsi della montagna

strapiomba sull'altro, formando quelle che gli alpinisti chiamano

_cornici_, il sole stacca spesso enormi volumi di ghiaccio vivo e lì

scaglia giù per abissi smisurati rendendo il rombo di una cannonata che

gli echi trascinano, aggirano e rimenano più volte là donde è partito.

Le ghiacciaie, spaccandosi in fenditure appena visibili, danno uno

squillo metallico, acuto e potente come di una gran massa cristallina

percossa con violenza. Nel seno dei crepacci aperti da più anni e

scavati a grotte verdognole affascinanti, gronda talora dal sommo del

ghiacciaio qualche rigagnoletto che battendo, sventolato dall'aria,

diversi punti della parete, ne ricava armonie diverse, note dolci e

trascinate, gemiti di lamento e singhiozzi e trilli di risate giovanili,

che a sentirle di lontano sembrano un concerto col sordino di cui vada

smarrito il motivo e solo si avverta l'accordo soavissimo dei suoni.

Quando poi dalle regioni del ghiaccio scendete alle chine erbose trovate

da per tutto il terreno pur ora ridato al sole e ancora spugnoso per la

neve succhiata, espandere in ogni verso le acque frettolose e cantare e

gorgogliare come allegro della superata prigionia. E quando dagli

altipiani erbosi scendete ancora ai prati, alle foreste, alle forre ed

alla valle, allora gli accordi vanno moltiplicandosi all'infinito, e un

suono insegue l'altro o lo avvicenda o ne respinge le ondate e si

confonde con esso, e ne scaturisce una sonorità larga e piena che

innonda l'aria, così continua che a volte non l'avvertite; se non che al

menomo soffio di vento che ne alteri l'armonia, ne avete subitamente

l'orecchio rintronato come se usciste di scatto di sordità.

Io credo che non ci sia fuori dell'Alpi, altro punto della terra dove la

natura dei luoghi sia così continuamente presente all'uomo. Dovunque

altrove voi potete chiudendo gli occhi immaginarvi trasportato di subito

nelle più diverse regioni. Qui, la vista non è sola a darvi

l'accorgimento della realtà. Cercate pure il più solitario rifugio,

chiudetevi nella stanza più interna della casa e respingetene ogni filo

di luce; una voce potente e persistente echeggiata da ostacoli vicini,

verrà senza tregua a dirvi: tu sei qui, fra le mie balze, nella pace

della mia solitudine, qui sotto poco cielo, nell'ombra delle montagne,

ospite di una terra povera, ma dalla quale procede la varia fertilità

della pianura.

A questi della terra, aggiungete ora tutti i suoni diversi delle opere e

degli animali, aggiungete il vento quasi continuo e i frequenti uragani

e vedrete quale immenso concerto commuova l'estate l'aria delle

montagne.

Però al concerto manca uno strumento ed è la voce gaia e la canzone

dell'uomo. L'uomo vi mette per lo più le grida, qualche urlo di

raccapriccio o di angoscia, gemiti, lamenti, parole imperiose di comando

o supplichevoli di preghiera, di quando in quando qualche trillo acuto

che risuona lungo e lontano per le balze, ma rare volte l'allegro

grappolo di note che forma la risata, rarissime volte la cadenza snella

di una canzone. La regione montagnosa conosce ancora i canti campestri,

e il rincasare dei prodotti vi è accompagnato da melodie spesso gravi

come l'ora in cui si compie e pieni il ritmo e le parole di una dolcezza

mansueta; ma i paesi delle valanghe non sono in quella regione.

Nella regione alpestre od alpina si ode forse qualche strappo di canzone

in quei rari seni della valle dove cresce la vite e matura l'uva, o su

in alto nei pascoli, ma quelle poche note hanno l'aria stentata e

intirizzita di una pianta esotica che si voglia far crescere in terreno

non propizio. Il canzoniere alpino è tutto invernale ed è curioso,

caratteristico, ricco di colore e di poesia. L'estate fra i monti ha

troppe fatiche e troppi pericoli. Tutte le opere agresti vi sono tali da

anticipare al colono una vecchiaia spesso acciaccosa. Chi possiede, ha

per lo più quel poco avere sminuzzato in altrettanti poderetti lunghi e

larghi talora come l'ombra che manda il corpo del padrone nell'ora del

tramonto: ed è gente di bassa statura. Tali poderetti sono disseminati

qua e là, rubati alle frane, al pruneto ed alla roccia e circondati

spesso di luoghi incolti e deserti. Il contadino quindi va solo al

lavoro e ne ritorna solo. Manca il ritorno dai campi a frotte, pieno di

chiacchiere e di risate, dove i piccoli aiuti vicendevoli fanno

germogliare le simpatie e imbastiscono i matrimoni, dove regna il

ricambio delle notizie borghigiane: e man mano per strada la frotta

s'ingrossa per nuovi giungenti che sbucano dai campi vicini, finchè

quando s'affaccia al paese s'allinea in due righe per tutto il largo

della strada e il bestiame fa l'avanguardia, e allora intona la cantata

gioconda, premio alla giusta fatica, avviso lontano alle vecchie che

allestiscono la cena.

Sull'Alpe erbosa i pastori ingannano talora il lungo ozio con nenie che

sanno di preghiera, e gli Alpinisti che vi passano per diporto giudicano

la loro vita pigra e beata. A vedere quegli omaccioni vestiti di larghi

e grossi panni che furono bianchi in origine e presero coll'uso la tinta

grigiastra e l'unto dei formaggi slabbrati, a vederli durare delle ore

immobili, sdraiati al sole o ritti sui promontorî, chi non la conosce

crede che l'opera loro sia la più vana e accidiosa di questo mondo.

Ma tornateci quando sbucano dalle gole dei valichi le folate di nebbia

che recano di pieno meriggio una tenebra fitta dove stagnano soffocati i

suoni e le voci, o quando il temporale che brontolò un pezzo nella valle

vicina, scavalcata improvvisamente la giogaia, si scatena con furia

mortale sui pascoli pur ora battuti dal sole. L'armento colto di

sorpresa e smarrita nella caligine la traccia e l'odore della stalla o

s'aggira inquieto o scorrazza atterrito per il terreno fatto di subito

sdrucciolevole e dirupante qua e là in precipizî senza fondo. Allora il

pastore deve aggirare tutto il campo paschivo, e, ficcando gli occhi per

la nebbia colla _tormenta_ che lo accieca e gli flagella il viso,

rintracciare e dar la rincorsa alle giumente o imbizzarrite o istupidite

e se alcuna si avvia al precipizio, giungervi prima di essa e piantarsi

magari sull'orlo e ricacciarnela. Spesso sono lotte a viva forza, l'uomo

abbrancato alle corna della bestia e tempestandole di pugni il muso

umido, finchè non l'ha sviata dal pericolo. Il peggior lavoro lo fanno i

pastori di pecore e di capre. Il gregge non ha ovili. Tutta la montagna

oltre i prati fin dove c'è un magro filo d'erba o qualche roccia muscosa

gli appartiene: e quando scende la notte il cane ed il pastore lo

rintracciano e lo raccolgono entro un recinto chiuso da una rete

allacciata a piuoli che si chiama _parco_ e _imparcare il gregge_

l'operazione dell'assembrarlo. Le capre, nomadi per natura, si

avventurano in luoghi dove è più agevole giungere che tornarne, sicchè

una volta arrivate si guardano intorno dubbiose del salto. Se saltano,

bene; ma se non s'arrischiano, allora conviene raggiungerle, ne vada

anche della vita, e industriarsi a scamparle. Le Alpi ne hanno parecchie

di croci che segnano il luogo dove è morto un pastore per zelo di

custodia. Io intesi più volte raccontare di fanciulli o di giovinette

raccolti a pezzi nel fondo di un burrato.

Rammento una gita fatta da Gressoney al ghiacciaio del Lys. Eravamo

giunti alla morena di fianco e ci stava ai piedi quella parte del

ghiacciaio che i descrittori sogliono sempre paragonare ad un gran fiume

procelloso subitamente rappreso, e il paragone è giustissimo. Di là

sorgevano i fianchi nudi e giganteschi del Monte Rosa, rupi colore del

rame in basso, poi scogliere brune emerse dai nevati e al sommo la

corona candidissima delle ghiacciaie d'_Aventina_, dei _Gemelli_, del

_Lyskamm_, e della _Vincent piramide_. Un luogo stupendo e grandioso, ma

da non andarci solo, tanto ha l'aria morta e micidiale. Stavamo per

scendere sul letto del ghiacciaio quando il rumore di pietre smottate e

rovinanti per la morena di contro ce ne trattenne. Ristemmo per

osservare la frana, e in quel posare dei discorsi, proprio dell'attesa,

ci pervenne, sempre dalla morena di contro, il suono di un corno rauco

da capraio. Era infatti un capraio, un ragazzo dai dodici ai quattordici

anni, venuto colà da un casolare pastorizio distante le tre o quattro

ore, per guardarvi una quindicina di capre le quali facevano, poverette,

più esercizio di gambe che di mandibole e si pascevano certo più

dell'illusione di mangiare che d'erba. D'erba proprio non ce n'era un

filo, solo qua e là qualche lichene, tanto da strapparci la vita

quindici capre affamate, per due giorni dell'anno. E per così misero

prodotto, che non valeva tutto sommato la moneta di venti centesimi,

quel ragazzo faceva pei due giorni dell'anno, sei o sette ore di cammino

ogni giorno, mettendosi cento volte in rischio di morte. Un passo falso,

una pietra smossa, un salto non ben misurato, un attimo d'inavvertenza,

potevano piombarlo giù per scogliere mortali e affondarlo nella bocca

spalancata di un crepaccio. Egli non sapeva il pericolo e in ciò forse

era la sua salvezza. Il mandriano dell'Alpe è così domestico dei luoghi

selvaggi che non ne avverte la selvatichezza. Per chi ha il passo

sicuro, una sporgenza di pochi centimetri vale quanto il più largo

stradale e all'occhio esercitato un abisso di cento metri non fa più

senso che un muro di cinque. Ma se la sera il ragazzo non fosse

rincasato, quelli che lo aspettavano al casolare non potevano immaginare

altra cagione d'assenza che la morte. L'indomani lo avrebbero cercato;

ma la montagna è grande, la gente poca, e gli armenti vogliono una

vigilanza continua. La madre forse non salì all'Alpi, forse al casolare

non ci sono che uomini, forse il ragazzo è un servitorello preso, a

mantenerlo, per la sola stagione estiva. Una volta trovato il corpo, il

pretore, il medico e il cancelliere saliranno da un villaggio lontano

quindici o venti ore di cammino (quante ne occorrono per andare da

Torino a Roma) e soccorrerà al morticino la tutela sociale che lo scordò

da vivo. Ma a volte non lo si rintraccia più; la montagna serba il vispo

suonatore di buccina. Il ghiacciaio stritola i macigni che lo

fiancheggiano e li rovina a valle e se questa frana perenne s'imbatte

nel cadavere

Lo volta per le ripe e per lo fondo,

Poi di sua preda lo ricopre e cinge.

Novelle e paesi valdostani · 第 12 / 23 题