La migliore industria estiva nei paesi alpini consiste nell'andare per
_Guida_ cogli alpinisti. Nelle Alpi nostre ne campano un cento cinquanta
persone. Quando non ci lasciano la pelle, o almeno non ce la lasciano
tutta, fanno una _campagna_ di trecento alle quattrocento lire, e i più
famosi, quelli raccomandati dai libri inglesi, arrivano fino alle
cinquecento, fino alle seicento; ma bisognò proprio aver tentato la
Provvidenza, e se a stagione finita appendono un cero, credete pure che
il Santo se lo è meritato.
Bel mestiere, del resto, e pulito, che sveglia l'ingegno e fortifica le
membra; infatti sono quasi tutti fiori di gente, agili, robusti e
temperanti. Quando capita, la morte se li piglia interi e gagliardi, e
ruba loro cinquant'anni di salute. Se si mostra e minaccia, li trova
lottatori imperterriti e prudenti; avvezzi a considerarla come un
incerto del mestiere, essi la guardano in faccia, l'affrontano senza
bravate e senza paura, ne misurano i colpi, li parano e spesso ne
trionfano. Ma il più delle volte essa li coglie a tradimento e li
stramazza fulminati: perciò molti sogliono fare il segno della croce
prima di avventurarsi a nuove corse, e tutti parlano della montagna in
tono grave che sa di svogliatezza ai novizi, ma nel quale gli esperti
riconoscono la coscienza che hanno, virile e risoluta del proprio
còmpito.
Voi li domandate:--Si può salire quella vetta?
--Si può tentare,--rispondono.
--È cattiva?
--Secondo le gambe.
--C'è pericolo?
--Bisogna vedere.
--Ma il tempo promette?
--Finora è bello.
E non ne cavate altro. Smargiassate od anche semplici promesse non ne
fanno mai o se ci cogliete qualcuno, dite pure che non è dei buoni. Non
cercano mai di adescare gli inesperti alle gite rischiose, le sole che
fruttino loro un guadagno considerevole. Al più, li invogliano, lodando
la vista e attenuandone le fatiche, alla scalata di qualche picco di
secondo o di terz'ordine, dove il peggior rischio è di farcisi tirare a
braccia o di lasciarci un polmone, ma lo fanno senza importunare, ma
raccolgono, non intavolano il discorso. Stimolano bensì alle grandi
ascensioni gli alpinisti provetti, ma allora più che il pensiero della
paga li muove una smania di avventure, una specie di amore per l'arte,
tanto che ne conosco di quelli che ci si misero, e d'inverno, senza
toccare un quattrino. Amano la montagna come tutti i montanari, ma
mentre la tenerezza solita del montanaro proviene da certa sua indole
timida e sospettosa e si chiude nella conca che lo vide nascere, la loro
comprende tutta l'Alpe desolata ed inesplorata, anzi tutte le maggiori
sommità della terra. Parecchie guide valdostane di Valtournanche,
seguirono il Wimper nelle sue escursioni sulla Cordilliera delle Ande, e
ve ne hanno oggidì sulle montagne dell'Africa centrale. L'Alpe domestica
e agevole, non li alletta e non li contenta. Finchè durano le piante e
l'erbe, essi sembrano patire l'afa e la noia estive, e camminare e
respirare a disagio; il loro volto non si rischiara, il loro ingegno non
s'apre. Amano l'alta montagna, per il suolo che va studiato, per l'aria
che vi si respira, per gli spettacoli grandiosi e selvaggi che presenta,
per le fatiche, le lotte, i rischi ed i trionfi; l'amano con impazienza
di lottatore, con orgoglio di domatore; si compiacciono dell'omaggio che
le recano da ogni parte del mondo uomini gagliardi e sapienti di gran
stato e di gran nome e da quell'omaggio ricavano per lei un sentimento
di rispetto, una smania grande di penetrarne i misteri e la confusa
convinzione che ad essa mettano capo tutte le forze della terra. Forse
sono presi inconsciamente da quella curiosità immaginosa dell'_al di là_
che danno tutti gli ostacoli che contrastano l'orizzonte.
Inoltre la consuetudine con gente colta e dotata spesso di certe qualità
artistiche, li ha educati ad esercitare la facoltà ammirativa ed a
collocare degnamente la propria ammirazione che per virtù della nativa
compostezza esprimono sempre con misura. Non hanno del Cicerone nè la
verbosità spesso balorda, nè il frasario ammirativo mandato a memoria. E
sopratutto non hanno la supina e stucchevole servilità.
Questo se vogliamo è pregio di tutti i montanari, fra i quali ne
troverete di tardi, di corti, d'ispidi, di sospettosi, litigiosi,
permalosi, avari, ingordi talora, ma di servili mai, o pochissimi
tornati inciviliti dalla pianura. La montagna grave e pensosa, li ha
fatti gravi e pensosi, ha dato loro, non so se un sentimento di dignità,
ma certo la coscienza della miseria umana comune a tutti gli uomini e
con questa una filosofia incurante e quasi disperata. I movimenti tardi
e grevi del corpo, non concedono loro la pieghevolezza servile: non
sanno costringere alla loquacità ossequiosa l'indole taciturna.
D'altronde l'uomo non si fa servile che in mezzo al fasto ed all'ozio,
ed essi non conoscono nè l'una cosa nè l'altra. Il fasto dei gran
signori non può salire ne spiegarsi in quei luoghi disagevoli e la vita
dura che essi menano costa loro così caro che non arrivano a persuadersi
ve ne siano di quelli che l'hanno piana e per nulla. Quando vedono gli
alpinisti affrontare le improbe fatiche del cammino, essi cui il riposo
è tanto arduo premio, non possono credere che quelli ne rifuggano per
diporto e li sospettano di mire occulte. Il villano in cui v'imbattete
per strada vi domanda se salite per radici o fiori medicinali o per
rintracciare la miniera, la favolosa miniera dell'oro o dell'argento,
tradizionale sogno di quelle menti. Vi attribuiscono un lavoro facile e
proficuo in sommo grado, oggetto di loro invidia infinita, ma l'ozio
assoluto eccede la nozione che essi hanno del benessere concesso
all'uomo.
Le guide poi non hanno col forestiero quel solo superficiale contatto
che dura quanto la visita di un museo, nè sono in tale numero da
disputarsi a furia di profferte il cliente, nè la paga che ne tirano è
così sproporzionata al servizio da doversene mostrare riconoscenti. La
forzata convivenza di più giorni crea fra la guida e l'alpinista una
dimestichezza accresciuta dalle difficoltà e dai pericoli dell'impresa.
Troppo spesso l'uomo vi è ricondotto a quello stato primitivo nel quale
la suprema nobiltà consiste nella forza dei muscoli e nella accortezza
dell'ingegno. Dacchè comincia l'escursione, è stabilita fra quanti vi
partecipano una perfetta eguaglianza di fatiche, di ristoro e di
pericoli, e può seguire che l'ultima goccia di _cognac_ rimasta, sospiro
di tutta la comitiva, tocchi alla guida anzichè al Lord e Pari
d'Inghilterra. La guida conscia di dover mettere, occorrendo, la vita
per salvare quella del temporaneo compagno, sente che l'importanza
dell'obbligo è tale da non doverne essere ripagato di sola moneta;
locchè non scema, anzi accresce la sua premurosa sollecitudine, ma
questa è rivolta ai bisogni essenziali ed ha un fare spontaneo come di
larghezza gratuita. Nelle capanne di rifugio che la provvidenza del Club
Alpino, o l'accortezza di qualche albergatore, costrusse in mezzo alle
più selvaggie solitudini delle Alpi, essi apprestano non richiesti e
tacitamente al viaggiatore quante maggiori comodità il luogo può
fornire, non serbando a se stessi che il pretto necessario, cioè tanto
spazio di roccia nuda che basti per starci al chiuso. Se la comitiva è
numerosa e le guide non ci capiscono tutte, si danno il cambio per
turno, mezze alla sosta e mezze all'aperto. Seduti sul limitare nella
notte glaciale e solenne, discorrono fra di loro a bassa voce fumando e
ridendo per arguzie piene di sapore paesano e quando, innanzi
l'albeggiare, spira dalle vette nitide di verso levante la prima larga
folata di vento mattinale, al cui soffio la neve si fa più dura e
stagnano tutti fino al fondo i rigagnoletti, allora si martellano di
pugni il petto e le coscie, perchè il sangue impigrito e la stanchezza
non li abbandonino ad un sonno mortale. Buona e salda gente, che il
domani di una tale notte si mostrano svegli e disposti alle più dure
fatiche, senza che una parola crucciata, senza che una ruga del fronte
tradiscano lo scontento del disagio sofferto. Se il forestiero ne li
ringrazia, negano allegri disagio e fatica, se trova che gli dettero il
suo e nulla più, sono disposti a convenirne sinceramente. Infatti non
sono servizievoli per mera cortesia, ma anche per un sentimento profondo
di giustizia e di equilibrio, e per saggezza. Sanno che al meno forte e
meno agguerrito occorrono più riguardi, sanno che la montagna è tale che
bisogna affrontarla con tutte vive le attività della mente e del corpo e
sanno che una notte bianca non scema loro un'oncia di vigore mentre ne
dimezzerebbe l'uomo disavvezzo, della pianura. Sono generosi come tutti
i forti, perchè non sostengono la vista della debolezza.
Ma se a suo tempo concedono, a suo tempo vogliono e sanno comandare. Una
volta giunti nei luoghi dove il pericolo può essere continuamente
imminente, prendono occorrendo un accento tronco ed imperativo di
capitano. Ad essi la scelta della via, e l'ordine della brigata. Se
giudicano sconveniente la salita, non c'è strepito di viaggiatore
temerario che li faccia procedere. Qualche alpinista vanitoso e
ignorante, intestardisce nel proposito e li minaccia nella paga, ma è
fiato gettato e c'è da pigliarsi delle male parole, e da esser rimenato
a forza. Qualcheduno riuscì a piegarli deridendoli per vigliacchi, ma
allora l'escursione precipitò quasi sempre in tragedia e ci rimasero, di
buon giusto, il viaggiatore e, a torto, la guida.
Ricordo che una sera a Gressoney capitarono, scendendo dal Colle
d'Ollen, dopo di aver valicato il Lysjoch, due alpinisti che io
conoscevo. Avevano una guida caduno e fra queste il buono e famoso
Maquignaz di Valtournanche. Appena giunti all'albergo, i due domandarono
con grande inquietudine se quel giorno o la sera innanzi fosse arrivato
un loro compagno con una guida. Alla nostra risposta negativa
spacciarono sull'atto, accoratissimi, un pedone all'albergo dell'Ollen
lontano cinque ore, a recarvi l'esito infruttuoso dell'inchiesta e ad
ordinare una battuta esplorativa per i ghiacciai e le giogaie
circostanti.
Il Maquignaz lasciava dire, lasciava fare, e lasciò partire il messo
senza mettere verbo, sorridendo nella barba e mostrando negli occhi una
lontana compiacenza trionfatrice che ebbi, conoscendolo, per segno
sicuro di buon augurio.
--Morti non sono, lo giurerei, ma una gran pauraccia l'hanno avuta di
certo e non hanno dormito sulle piume.
E dopo un momento aggiunse a mezza voce, ammiccandomi:
--Ci ho gusto.
I due intesero e lo strapazzarono contenti di sfogare la smania che li
travagliava, e lui calmo calmo a replicare:
--Morti non sono, conosco i luoghi e quella guida, benchè non abbia
pratica del Mon Rosa, è un buon montanaro e prudente. Morti non sono, ma
ci ho gusto, ci ho gusto; non posso dire che non ci ho gusto.
Il fatto era seguito così:
Erano tre viaggiatori e tre guide. Il giorno innanzi, partiti dal Riffel
sopra Zermatt e valicato il Lysjoch, volevano pernottare all'altissimo
albergo del colle d'Ollen. Verso le quattro pomeridiane, superati i
passi difficili della sommità, traversavano il ghiacciaio della _Vincent
pyramide_ quando su Val di Sesia, salirono le solite nebbie. Maquignaz,
che stava in capo alla comitiva, non aveva mai fatto quella strada, ma
consultando una buona carta inglese, e interrogando l'indole dei luoghi,
procedeva sicuro come per lunga consuetudine. A un punto il viaggiatore,
ora smarrito, disse:
A destra.
Maquignaz si voltò, rilesse la carta, si guardò attorno e rispose:
--Avanti, avanti, vengano con me.
Le nubi s'ingrossavano e s'allargavano, occorreva far presto e risoluto.
Dopo alcuni passi l'alpinista ripetè: «A destra», e Maquignaz: «Avanti».
Ma l'altro si piantò fermo, agitato da una collera inquieta. Egli di là
c'era passato un'altra volta e, solo della comitiva, sapeva la strada;
non ch'era nè tempo nè agio di fare esperimenti, se Maquignaz voleva
darsi il lusso di trovarne una nuova, padrone, ma egli, la sua guida e i
suoi compagni volgevano a destra senza più esitare. I compagni, ben
inteso, tacevano seccati ed inquieti del dubbio. Maquignaz non si
scompose, nè incollerì, solo gli replicò essere egli sicuro del fatto
suo, conoscere la montagna da troppo tempo per dubitarne, e lo pregò
colle buone di fidarsi in lui, alla sua vecchia riputazione di guida
oculata e prudente. L'altro smaniò, levò la voce e voltò di netto a mano
diritta, tirandosi dietro i compagni. Allora la guida, pallido per
volontà contenuta, gli disse: «Lei comanderà al piano, qui comando io. I
suoi compagni sono con me, io ne devo rispondere e ne rispondo; so
quello che mi faccio: la mia pelle mi è cara e non fui mai avventato.
Andiamo!»
Ma sì! La persuasione di vederci giusto s'era nell'alpinista invelenita
per dispetto della resistenza, e la falsa dignità dell'uomo pagante lo
mordeva acerbamente. Le nuvole tenevano già mezzo il cielo, le creste
verso il colle d'Ollen fumavano per la _tormenta_, il sole impallidiva e
passavano sul viso dei disputanti i primi veli leggieri e fuggenti di
nebbia. Il viaggiatore cocciuto aveva una guida sua, un buon alpigiano
di Val d'Orco, cacciatore di camosci, espertissimo delle regioni alpine,
ma non vera e propria guida. Maquignaz ed un suo compaesano stavano
cogli altri due. Un'occhiata li mise d'accordo, presero ognuno a
braccetto il proprio cliente, e li strapparono mezzo sbalorditi alla
vana giostra di ciancie.
--Mi lasciate?--Badate a voi, urlò l'altro ai compagni.
--Non sono essi che lo lasciano, sono io Maquignaz che li costringo a
seguirmi. Lei se vuole seguirà le nostre peste, vedrà che sono le buone,
ma lo avverto che se tarda ancora, proverà che sapore hanno le notti
nuvolose sul ghiacciaio.
Quello prese a diritta colla sua guida, invano scongiurato ed ammonito.
I quattro giunsero all'albergo dell'Ollen sul far della sera, vi
aspettarono in preda ad un'ansietà angosciosa i dissidenti, tutta la
notte e il giorno seguente, indi scesero a Gressoney, sperando di
trovarceli. Ne furono raggiunti il giorno di poi. I due disgraziati,
mezz'ora dopo abbandonato il grosso della brigata, si avvidero di aver
sbagliato cammino.
La nebbia stagnava sorda e immobile sul ghiacciaio, e lo oscurava.
Impossibile rintracciare le peste. Si aggiravano sbigottiti in luoghi
per fortuna più paurosi che mortali; il cacciatore di Val d'Orco, sapeva
più evitare i mali passi che uscirne. Tuttavia riuscirono a lasciare il
ghiacciaio, ma la notte li colse per roccie scoscese, meno disagevoli,
ma più pericolose che non fosse il gran letto nevoso. Buono che fu
nebbia e non tempesta e che a quelle alture la notte dura meno che al
piano. Arrivarono a Gressoney sfiniti ed affamati. Il buon Maquignaz non
osò andarli ad incontrare per non parere vanitoso del trionfo, ma
l'alpinista, chiamatolo a sè, lo volle abbracciare e il cacciatore ebbe
dalla guida provetta una fiera strapazzata che io intesi, la quale
terminò con questo consiglio:
--Se i signori si vogliono perdere, noi dobbiamo salvarli loro malgrado.