STORIA DI GUGLIELMO RHEDY

Guglielmo Rhedy era nativo di Gressoney-la-Trinité, dove abitava una

casa sulla sinistra del torrente Lys, poco più in basso del punto donde

si dipartono le due strade del Col d'Ollen verso Alagna, e della Betta

Forca verso la valle di Ajaz. Quella casa, come è l'uso del paese, era

composta di due piccole casette in forma di padiglione, unite insieme

sulla stessa fronte da un corpo di edifizio basso, nel quale di solito

s'apre la porta di entrata, si sviluppa la scala di legno e corre ad

ogni piano l'andito che mette alle diverse stanze. Per lo più delle due

casette una è destinata al servizio, l'altra all'abitare. Da una parte

la stalla, la cucina, il fienile, un'officina da falegname e le camere

dei domestici; dall'altra le camere da letto ed un salone a terreno,

dove il padrone l'estate riceve i conoscenti intorno ad una delle due

tavole bislunghe che vi stanno disposte parallele come nelle osterie.

La famiglia vive a terreno nella stalla o nel salone, secondo le

stagioni, e diffatti questi due membri mostrano lo studio minutissimo

che presiedette al loro ordinamento. Delle stalle quali noi le

conosciamo alla piana, quelle di lassù non hanno che il dolce penetrante

calore e la morbida atmosfera. Non vi si vede un palmo di muro; tutte le

pareti e la strombatura della porta e delle finestre sono rivestite di

tavole commesse in modo che i nodi e le venature delle assi combinino

simmetricamente. Dei regolini sagomati a cornice scompartiscono le

pareti ed il soffitto in larghi quadri eguali all'uso svizzero e danno

alla stanza un'aria di agiatezza accurata. Tutto vi è pulito ed

ordinato. Un assito, che non giunge al soffitto, taglia la stanza per il

suo lungo, impedisce la vista delle vacche e permette che il calore del

loro fiato s'allarghi attraverso il vano lasciato in alto. Bisogna

vedere che mondezza di stalla; la più nervosa e schifiltosa signora

delle città accetterebbe di dormirvi senza arricciare il naso. Nemmeno

il sospetto di puzzo o di tanfo, anzi un buon odore di fieno e di latte

caldo che fa allargare le narici per aspirarlo voluttuosamente. Un

ruscello d'acqua limpidissimo spazza continuamente ogni lordura e la

mena all'aperto in una larga fossa donde filtra concime nei prati che

attorniano la casa.

Quella gente industriosa e calma nella lunga stagione d'inverno lavora

sempre a migliorarsi il nido con minutezza infantile. Ogni nuovo

bisogno, ogni nuovo capriccio suggerisce nuovi artifizi sottilissimi che

accusano un ingegno stretto, un amore sviscerato della casa, un bisogno

continuo di operosità ed una grande ricchezza di tempo. Ogni inverno

scava nelle pareti qualche nuovo ripostiglio, vi nasconde qualche tavola

o piano che s'abbassa a volontà e si richiude senza più apparire,

qualche braccio di legno che si allunga per sostenere matasse di filo,

pezzuole, panni, lucerne, e si ripiega in se stesso e rientra

nell'assito lasciandolo liscio come prima; ordisce qualche congegno

misterioso ed intricato per aprir le finestre o per dar fieno alle

vacche senza muoversi da sedere: aggiunte e migliorie che hanno l'aria

di trastulli, e lo sono veramente, e formano l'orgoglio dei padroni e

fanno sorridere i visitatori.

Di fuori, le case povere sono costrutte in muratura fino al primo piano

donde giungono al tetto per via di tronchi d'abete sovrapposti, mentre

delle più agiate il muro tiene tutta l'altezza. Così le une come le

altre non hanno mai più di due piani oltre il terreno, ogni piano apre

sulla facciata quattro o sei finestre e nel mezzo una porta che mette ad

un ballatoio di legno lungo quanto la casa.

La casa di Guglielmo Rhedy era tutta in muratura. L'aveva fabbricata un

tale Lysbak, birraio arricchitosi in Baviera, al quale, mentre attendeva

a compirla internamente, erano capitati dei rovesci di fortuna che lo

avevano fermato a mezz'opera. La casetta a destra verso il torrente ed

il corpo di mezzo, cioè la scala, essendo ultimate, il Lysbak era venuto

a dimorarvi colla moglie e la figliuola, lasciando l'altra casetta così

com'era, le muraglie ritte, le finestre senza telai, sbarrate soltanto

quelle a terreno. Cresciute le strettezze, il Lysbak aveva dopo due anni

venduta quella parte di casa ed i prati in giro al padre di Guglielmo,

il quale, raffazzonatala alla meglio, ci aveva installate le sue

venticinque vacche, la sua grassa persona ed una gigantessa di

domestica, vero serventone da fatica. Guglielmo era allora caporale di

artiglieria a Pisa.

Fra il Lysbak ed il padre Rhedy non si era però, malgrado la vicinanza,

stretta nessuna sorta di amicizia. Tutt'altro. Il primo, sempre col

pensiero alle speculazioni tentate per rifarsi e fallite, respingeva col

silenzio le vanterie del secondo e non rideva mai delle sue grosse

facezie; questi aveva finito per aversene a male e aveva smesso di

parlargli tenendolo per superbo. Di più in paese chiamavano: _madama_ e

_madamigella_ la moglie e la figlia del Lysbak, locchè urtava i nervi al

Rhedy, che le sapeva senza risorse. La grossa fantesca da principio, per

un senso di bontà, si era profferta di aiutare le due signore al

disbrigo delle maggiori fatiche domestiche; ma queste, che non avrebbero

potuto ricompensarla, ne avevano rifiutato i servigi. Ne era seguìto uno

stato di ostilità muto e rabbioso, che si risolveva in mille piccole

trafitture da una parte, in una paziente ed altera indifferenza

dall'altra. Quel po' di spazio piano davanti alla casa era stato diviso

da uno steccato che segnava i confini delle due proprietà e ciascuno

viveva dalla sua.

Quando Guglielmo veniva in licenza, il padre e la domestica gli empivano

la testa con sfoghi di vanità offesa, e Guglielmo, che non ne sapeva

altro, dava retta e faceva muso anche lui.

Il padre Lysbak ed il padre Rhedy morirono lo stesso mese. Guglielmo,

ricco di un ventimila lire, finito il servizio militare aveva vendute le

vacche, congedata la domestica, e si era dato al mestiere di falegname

l'inverno, a quello di guida l'estate.

Teresa, la figlia del Lysbak, aveva allora 22 anni. Alta, robusta, coi

colori della salute sul viso, grave nei movimenti come tutte le

montanare, aveva quell'aria di freschezza e saldezza selvatica che

promette onesti costumi e buoni figlioli. Col suo vestito di panno

rosso, pieno sui fianchi, col suo giubbettino di panno nero, pieno nel

petto, passava lenta fra la gente che si apriva a guardarla. In casa

attendeva a cucire, a spazzare, a lustrare i vetri, al poco orto ed al

pollame, e trovava ancora tempo per leggere. Perchè Teresa era stata

allevata in un educandato di Biella e sapeva parlare e scrivere quattro

lingue: il tedesco che è la lingua di Gressoney, l'italiano, il francese

e l'inglese. Malgrado questo grosso fardello di scienza, nessuno del

piano l'avrebbe tolta per una signora. A Gressoney se ne incontrano

molte: ragazze con cento mila lire di dote, istrutte come tante maestre,

che menano in pastura le vacche, e sembrano villane ripulite. L'ingegno

si piega ad imparare, ma il corpo è troppo solido per dirozzarsi dalla

pesantezza nativa; d'altronde anche l'ingegno non raggiunge mai quella

mobilità irrequieta che abbarbaglia. Quelle genti hanno durato troppi

inverni, hanno veduto cadere troppa neve stando chiusi nelle stalle

basse ed oscure, e rigirandosi in un cerchio ristrettissimo di pensieri,

d'impressioni e d'immagini, perchè la loro mente possa farsi d'un tratto

capace degli elastici rimbalzi che scotono gl'ingegni cittadini. Sanno,

ma non rivolgono in se stessi il loro sapere, non s'interrogano, non

deducono, non anelano a maggiori conoscenze. Lasciano le cognizioni

faticosamente acquisite giacere inerti nella memoria immobile.

Ho parlato dell'ingegno, non del sentimento. Questo è ingenuo e

vivissimo. Si commovono facilmente, contemplano assai, hanno desiderî

moderati e vicini, ma ardenti e tenacissimi, sono lenti a sperare, ma

sperano intensamente, si chiudono in pochi affetti, ma in questi

spiegano tenerezze infinite, si abbandonano a malinconie, a tristezze

ombrose e senza ragione. Tutti, uomini e donne, sono romantici

incorreggibili.

***

Dunque Guglielmo si innamorò di Teresa. Morti i due padri, le ostilità

erano cessate, e traverso lo steccato Guglielmo aveva cominciato a

scambiare con Teresa e sua madre dei discorsi pratici e piani da buon

vicino. Il Lysbak presso a morte aveva intavolate con un ricchissimo

signore di Gressoney St-Jean delle trattative per vendergli quello che

gli rimaneva della casa, a fine di lasciare alle due donne un gruzzolo

che le facesse vivere meno a disagio. La vedova aveva chiuso il

contratto e la casa era stata venduta con la clausola del riscatto a due

anni di scadenza e con facoltà alle donne di rimanervi fino allo spirare

della clausola.

Un fratello del Lysbak, essendo in giro pel mondo, le poverette volevano

così lasciare uno spiraglio aperto alla fortuna, caso mai egli tornasse

in paese milionario.

Il nuovo padrone sapeva benissimo che passati i due anni la casa gli

sarebbe rimasta, e perchè era solida e posta in un luogo sicuro dalle

valanche e deliziosissimo, faceva all'amore anche alla parte del Rhedy,

della quale aveva già offerto a Guglielmo somme favolose. Guglielmo non

aveva detto nè sì nè no, ma via, non pareva alieno dall'accettare.

Lo steccato che spartiva l'aia era caduto; le due donne, non più

padrone, pensavano non toccasse loro rialzarlo; il vero padrone trovava

inutile levarne uno nuovo per poi riatterrarlo appena avveratasi la sua

speranza ed a Guglielmo non pareva vero che rimanesse a terra, anzi,

perchè era brutto a vedersi, una notte lo raccolse, lo fece in pezzi e

portò i pezzi nel legnaio delle Lysbak.

Così l'aia era spazzata e Guglielmo poteva, senza perdere tempo ad

offrirli, prestare mille piccoli servigi alle vicine; servigi che

offerti avrebbero forse incontrata una timorosa ripulsa, ma che, una

volta prestati, ne autorizzavano, anzi ne chiamavano degli altri. E poi,

superbe quelle due povere donne non lo erano più, se pure lo erano state

mai.

Guglielmo era un bel giovane aperto e gioviale, faceva ridere Teresa e

raccontava maraviglie alla madre. L'estate quando andava a far la guida

su pel Monte Rosa, affidava loro la chiave di casa, e tornando a

pigliarla, bisognava bene dire dove era andato, ed i pericoli superati e

descrivere le nuove pazzie degli alpinisti. Qualche volta Teresa faceva

da interprete agli Inglesi, e passava presso di loro per moglie o

sorella di Guglielmo. Finalmente questi s'era avveduto che a stare senza

vacche non si poteva durare, e avendone comprate due, aveva pregato

Teresa che ne assumesse la cura per spartirne il profitto.

Il nuovo padrone, di quando in quando, tornava all'assalto di Rhedy per

comprargli il suo pezzo di casa, e tenendolo questi a bada, aveva finito

per ideare un piano d'assedio di infallibile riuscita.

Cominciò a comprargli dei terreni all'intorno, e Guglielmo vendeva.

Vendeva prima poche tavole, poi altre, alla spicciolata, rincarando sui

prezzi correnti, ritraendosi al menomo calo di prezzo, protestando, ed

era vero, che bisogno di vendere non ne aveva, che lo faceva per

cortesia, perchè sapeva a che mirasse il compratore. E intascati i

quattrini il giovane li impiegava in compera di legnami; in paese

dicevano che voleva farsi negoziante, ed egli assentiva.

***

Il giorno che vendette l'ultima pezza di prato Teresa stava nell'aia a

guardare il padrone che se ne partiva soddisfatto.

Era sul finire d'ottobre, una giornata serena e fredda, meno trista però

che al piano, perchè gli abeti durano verdi tutto l'anno. Guglielmo

s'accostò a Teresa che pareva di cattivo umore:

--Che avete Teresa?

--Guardo quell'uomo andarsene contento. Avete venduto, è vero, Rhedy?

--Sì. L'ultimo prato.

--Questa casa era proprio destinata ad un solo padrone. Mio padre fu

costretto a mettercene due, ma vedo bene che non durerà.

--Lo spero--rispose Guglielmo.

--Lo sperate? Vi pesa star qui?

--Spero che la casa tornerà ad un solo padrone. Ma resta a vedere chi

sarà quel padrone.

E perchè Teresa non rispondeva, il giovine aggiunse:

--E se fossi io?

--Voi? Volete comprarla voi?

--Sì.

--Per che farne, Rhedy?

--Per sposarvi. Teresa.

Teresa levò la testa e lo guardò seria. Guglielmo aveva negli occhi

quella fissità contratta e risoluta, propria di chi compie un atto

lungamente meditato e fermamente voluto.

--Volete, Teresa?

--Sì, Rhedy.

Allora il giovane cominciò a dirle il suo amore, e che le voleva bene da

un pezzo, che se n'era accorto quel dato giorno, in quelle date

circostanze, e rammentava i luoghi, l'ora e il tempo che faceva, e mille

piccoli fatti e mille parole. Parlava concitato, la guardava con una

tenerezza dolce, di quando in quando sillabava deliziosamente qualche

parola più calda, e poi la interrogava, se non avesse mai pensato di lui

quello che egli ora le diceva, se non l'avesse sentito venire questo

caro momento; ed essa rispondeva di sì, grave, commossa, con una

semplicità serena, piena di grazia. Guglielmo l'aveva tirata a sedere su

di un trave, sotto il ballatoio della casa; imbruniva, l'aria del

ghiacciaio soffiava tagliente come una lama; la madre era in casa in

faccende; la si sentiva scendere e salire, battendo il tacco degli

zoccoli sugli scalini di legno, ma neanche per l'avvicinarsi de' suoi

passi i due non si muovevano. Il giovane aveva passato il braccio

intorno la vita dell'amante e l'attirava a sè con una forza lenta e

crescente; essa lasciava fare, sicura, sentiva il fiato caldo di lui

passarle sulla faccia e la mano cedere alla violenza del suo respiro.

Come fu quasi scuro, Teresa si levò tenendo per mano il Rhedy e lo

condusse in casa dove disse ogni cosa alla madre. Pensiamo se questa ne

fu contenta! Cenarono insieme e Guglielmo espose tutti i suoi propositi,

il suo piano di vita.

A Gressoney-la-Trinité mancava un albergo; quella casa posta sul luogo

dove riuscivano due importanti valichi alpini, pareva fatta apposta a

comodo dei _touristes_; egli aveva venduto i prati all'intorno per

raggranellar quattrini, perchè la casa bisognava finirla a modo, ed

anche al pezzo abitato dai Lysbak occorrevano ristauri.

Ecco perchè egli comprava legname; voleva compire le stanze dalla sua

parte; non c'era che da rivestire di tavole le pareti e da fare gli usci

e le imposte; egli aveva già in serbo un buon numero di assi piallate, e

contava nell'inverno imminente di finir l'opera colle sue proprie mani,

e coll'aiuto di un cugino pure falegname, già al corrente della cosa.

Venuta la primavera si sarebbero sposati, avrebbero aperto l'albergo, e

scaduto il termine utile per il riscatto, egli avrebbe pagato e buona

notte.

La madre obbiettò che per tenere un albergo non basta la casa, ma ci

vuole la pratica dell'esercizio; per questo occorreva che Teresa si

allogasse quale donna di servizio in qualche grande albergo svizzero e

là imparasse il mestiere. Colle cognizioni e colla salute di Teresa non

era difficile trovare impiego; il meglio era partir subito. Ma l'idea di

separarsi così, di durare tutto l'inverno, che è la stagione più intima,

lontani, era insopportabile al Rhedy. E poi l'inverno gli alberghi

svizzeri sono chiusi o fanno pochi affari; meglio partire in primavera e

rimandare le nozze all'autunno seguente. Intanto erano fidanzati; che

bella vita cominciava per loro! I montanari sanno aspettare, la

vicinanza addolciva l'attesa e quasi le cresceva sapore.

Breve, il giovane tanto ragionò che vinse.

***

L'inverno anticipò la venuta. La valle era tutta bianca, gli abeti

verdi, quasi neri, reggevano pesi enormi di neve. La cascata daccanto la

casa era ghiaccio vivo: solo un filo d'acqua scorreva liscio, oleoso

sotto la crosta cristallina, lo si vedeva, alla trasparenza del

ghiaccio, aprirvi delle larghe bolle d'aria biancastre. Che silenzio

intorno! Il villaggio dormiva accovacciato. La mattina all'_Ave Maria_ e

la sera all'_Angelus_ qualche ombra nera passava silenziosa sulla neve

dura, con una lucerna in mano e filava dritta alla chiesa, poi per tutta

la giornata non andava intorno anima viva. Il cugino di Guglielmo

giungeva la mattina di buon'ora, imbacuccato e rimpicciolito; sul

limitare pestava forte i piedi in terra per staccarne la neve rappresa,

Guglielmo gli apriva uno spiraglio d'uscio che entrasse in fretta e poi

tutti e due accaniti piallavano, segavano, connettevano le tavole, senza

posare un minuto. La sera il cugino scappava a dormire e Guglielmo

seguitava il lavoro.

Teresa e la madre vivevano tranquille dalla loro, lavorando anch'esse

alla casa futura. Intaccando un po' di capitale, la madre aveva comprato

tela da lenzuoli e da tovaglie e percallo da tende; la mattina Teresa

tagliava per il lavoro della giornata e poi insieme infilavano punti a

cucire ed orlare. Guglielmo aveva messe le due vacche nella loro stalla,

un gioiello di stalla, e ci faceva un caldo delizioso. Nel silenzio

dell'opera femminile si sentivano ad ora ad ora, dietro l'assito, gli

spintoni e le spallate che le vacche davano alla mangiatoia ed il

grattare ruvido della loro catena contro gli orli del passante di legno.

Ben altra allegria risuonava nell'officina di Guglielmo! Egli cantava

tutto il giorno. Al reggimento aveva imparato certe canzoni napoletane

dalle cadenze disinvolte, le quali passavano una dopo l'altra per quella

gola avvezza alle raspanti parole del dialetto tedesco, senza perdere

nulla della loro vispa snodatura. I versi un Napoletano non li avrebbe

intesi, ma che importa? la parola amore tornava ad ogni ritornello e

quella usciva chiara e netta dalle labbra del giovane innamorato. Ah!

l'opera come procedeva! Che bel castello d'assi piallate, liscie come

uno specchio, in fondo alla stanza! Una stufa di lavagna nera brontolava

allegra, la colla cuocendo a bagno maria faceva delle bolle grosse come

un ovo che rompevano in un sospiro, e Guglielmo si sbracciava e sudava.

Poi egli e il cugino andavano a desinare nella stalla colle vicine e

bisognava sentire che chiacchere festose, che risate schiette intorno

alla polenta.

Ma il maggior lavoro era il notturno. Dopo cena, partito il cugino,

fatto un po' l'amore a bassa voce colla fidanzata, Guglielmo dava la

buona notte alle donne accusando un sonno da non si reggere. Le donne

sapevano bene che andava a lavorare di nuovo, anzi una volta Teresa

aveva osato qualche mezza parola in proposito; ma il Rhedy aveva negato

come uno sfacciato e Teresa non aveva aggiunto verbo.

Guglielmo stava cheto a contare i passi della fidanzata su per la scala,

la sentiva entrare in camera, andare e venire via per il tavolato sonoro

con quei cento rigiri che fanno le donne prima di coricarsi, gli

passavano davanti agli occhi delle visioni piene di rapimenti,

immaginava mille cose, seguiva colla mente tutti gli atti della

bellissima persona. Qualche volta usciva di casa e stava cogli occhi

fissi sulla finestra illuminata di Teresa, e gli sguardi erano così

intensi che pareva dovessero forare i vetri e penetrare nella camera.

Spenti il lume ed i rumori, Guglielmo tornava all'officina, vi accendeva

una grossa lampada a petrolio appesa al soffitto, empiva la stufa e poi

via per delle ore. Che bella luce dava quella lampada per tutta

l'officina! Di fuori la neve in faccia alla finestra ne era illuminata

per lunghissima tratta; pareva un fiume d'argento fuso che corresse fra

sponde fredde e desolate; ma Guglielmo non guardava di fuori; solo nel

gran sonno invernale e notturno stava curvo sul banco, maneggiava le

assi come fuscelli, le fissava al granchio con una spinta da catapulta,

e poi piallando ne faceva uscire dei trucioli eguali, spirali, crespi,

che si ficcavano su per la buca della pialla e fioccavano a terra

silenziosi e vi si ammonticchiavano. Ah! non cantava più allora, non

cantava più, aveva ben altro che fare, e poi a udirlo cantare Teresa

avrebbe potuto credere ch'egli volesse farsi sentire, ed al solo

pensarci arrossiva come un fanciullo. Era sicuro che Teresa seguiva

sveglia il suo lavoro; sapeva che ogni martellata rispondeva nel cuore

dell'amante, ma voleva che le giungesse il solo rumore dell'opera;

l'opera sola era necessaria e premeva, l'opera costruiva l'edifizio

della loro felicità, del loro avvenire, il canto a quell'ora sarebbe

stato una vanteria grossolana.

***

A inverno finito la casa fu lesta. Guglielmo il giorno di Pasqua

condusse le due donne a visitare il nuovo quartiere, tutto olezzante di

resina. La sera invitò a desinare il sindaco, il parroco, il segretario

e parecchi amici; la mensa fu allestita nel gran salone da pranzo del

nuovo albergo, e si bevve agli sposi.

Il domani Teresa partì per Zermatt. L'accompagnarono tutte le guide del

paese, per far onore a Guglielmo. Presero per la più lunga, valicando la

Betta-Forca, poi le Cime Bianche, poi il Colle del San Teodulo. Mai

nessun lord d'Inghilterra ebbe, per traversare le ghiacciaie, più

numeroso e valoroso corteo. Fu un viaggio di due giorni, e la sera del

secondo si giunse a Zermatt. Là Teresa era aspettata per un impiego di

guardarobiera. Il padrone prometteva inoltre di addestrarla alla

direzione di un albergo, e, come l'ebbe veduta, assicurò che in sei mesi

sarebbe riuscita al fatto di ogni cosa.

E Guglielmo tornò a Gressoney colla tristezza nell'animo. Quante volte

dalla sua casa rifatta guardava le vette del Mon Rosa con gli occhi

pieni di lacrime. Quel cielo azzurro di là era il cielo della Svizzera,

e pensava che al piano in poche ore avrebbe superata la distanza che lo

separava da Zermatt; invece qui c'era di mezzo il gran gigante, coi suoi

mari di ghiaccio, colle sue rupi precipitose, irto di pericoli,

minaccioso di morte ad ogni momento.

Ma il tempo correva, ed erano mille pensieri e mille faccende. Comprò i

mobili, gli utensili di cucina, sempre aiutato e diretto dalla madre di

Teresa. La povera vecchia non posava un minuto. Teresa scriveva delle

lunghe lettere, piene d'affetto, sobrie e gravi com'era la sua indole.

In principio d'agosto tutto fu all'ordine. Guglielmo una bella sera,

annunziò alla vecchia che il domani sarebbe andato a Zermatt. La più

corta era valicare il Lysjoch e scendere diritto per il ghiacciaio del

Corner: un otto o dieci ore di cammino. Ma il passo è difficile,

Guglielmo, solo, mettersi a rischi non voleva. Un'altra volta, in

circostanze diverse, non ci avrebbe manco pensato, ma ora, così vicino

alla felicità, non osava tentare la Provvidenza. E poi voleva rifare la

strada fatta con Teresa, potersi dire ad ogni momento: eravamo qui, e

là, e rammentare tutti gli allegri incidenti della via. Di là

s'allungava del doppio, ma le memorie lo accompagnavano. La giornata era

incantevole. Guglielmo, partito alle due della mattina, fu a Fiery in

valle d'Ajaz, alle sette. Vi fece un boccone d'asciolvere, e si ripose

in cammino per le Cime Bianche; alle undici era al lago, a mezz'ora dal

colle. Di là, la strada solita, sale fino al colle, traversa il

ghiacciaio del San Teodulo, dopo tre ore di cammino giunge alle capanne,

donde in tre ore di discesa arriva a Zermatt. Altre sei ore e mezzo di

strada. Guglielmo aveva camminato otto ore, ma chi ha fatto il mestiere

di guida non conosce stanchezza. Se non che la meta vicina lo faceva

impaziente. Il ghiacciaio del Teodulo si stende lungo il versante

italiano; ancora tre ore e mezzo prima di giungere al culmine, prima di

gettare lo sguardo ansioso giù per le chine della Svizzera, prima di

vedere le acque che scendono a Zermatt. Che eternità!

Ma dal lago dov'era, inerpicandosi su per le rupi a picco, i

contrabbandieri ascendono al ghiacciaio dell'Aventina in meno di

quaranta minuti; tutta la strada è accorciata di tre ore. Il passo fra

le rupi è faticoso e difficile, il ghiacciaio in cima è spaccato in

mille sensi da crepacci senza fondo, ma i contrabbandieri lo valicano,

soli, di notte, con un peso di quattro o cinque miriagrammi sulle

spalle. Guglielmo ristette un momento pensoso; se Teresa fosse stata là,

certo gli avrebbe fatto pigliar la più lunga, ma le donne si sgomentano

per nulla. D'altronde, quasi a tentarlo, in quel momento, un soffio

gelato increspò quel poco d'acqua che durava sciolta nel lago. Guglielmo

lo conosceva quel soffio; guardò in alto impensierito; dalle punte

sottili delle Cime Bianche sventolavano delle vere banderuole di nuvole,

strappi, cenci di nubi, da una parte strette alla roccia con una

aderenza vischiosa, dall'altra lacerate a brandelli dal vento. Oh! oh!

non c'era tempo da perdere, e la più corta via diventava subito la

migliore, e spicciarsi senza più guardare il cielo. Eccolo per le rupi:

vi s'arrampicava come un gatto, a quattro gambe, silenzioso e vigilante.

Come saliva! Che abisso lo separava dal lago! Le pietre smosse vi

precipitavano: dopo due o tre colpi secchi battuti sulle roccie,

correvano cantando sul ghiaccio liscio, finchè sprofondavano senza

rumore nell'acqua. Guglielmo fu sulla vetta in mezz'ora. Colava di

sudore, il freddo gli ghiacciava i panni addosso. A' suoi piedi, da quel

versante svizzero tanto sospirato, saliva verso di lui un cielo

tempestoso. Era la maggiore bufera che egli avesse mai veduta. Pareva

che la forza di tutti i venti del mare e di tutti i vulcani ribollisse

compressa da un immenso spessore di nembi; li agitava, li sollevava in

cavalloni giganteschi, li squarciava in gorghi spaventosi, muggiva con

un rombo incessante.

Guglielmo dalla sua vetta serena vedeva sotto di sè guizzare i lampi,

sentiva gli interminabili echi del tuono. E le nuvole salivano lente,

come se le pareti eguali del ghiacciaio non dessero presa. Gli furono ai

piedi, lo avvilupparono tutto, oscurandogli ogni cosa ed egli fu preso

nella bufera. Muovere non poteva, lontano tre passi era buio fitto, un

freddo umido ed intenso lo impigriva; di quando in quando la tempesta si

acquietava in un silenzio mortale; le nuvole posavano gravemente sulla

neve livida in una immobilità stagnante, ma ad un tratto il vento vi si

impigliava un'altra volta, il freddo le addensava in grani di grandine

durissima che rigiravano senza posa, la neve del ghiacciaio, secca come

arena, entrava nelle spire del turbine, e Guglielmo sotto le frustate

della grandine e della neve, cieco, sanguinolento, irrigidito dal freddo

e dal terrore, disperato dello scampo, si sentiva morire.

***

La bufera durò a lungo, poi svanì in un soffio e tornò il sole.

Guglielmo, riavutosi dal mortale stupimento, volle riporsi in cammino.

Era stato fino allora appoggiato a forza di braccia sul bastone ferrato,

curvo per salvare il viso dalla tempesta. Ma sollevatosi appena, i piedi

non lo ressero e cadde. Ogni sforzo per rialzarsi fu vano; riusciva a

mettersi ginocchioni, ma i piedi erano inerti e rigidi. Si levò le

scarpe e le grosse calze dure incrostate di ghiaccio, immerse i piedi

nudi nella neve agitandoli con quanta forza gli durava. Bisognava bene

che tornasse la vita! Li strofinò violentemente colle mani, si scaldava

le mani al fiato e le portava ai piedi, si levò di dosso la giacca e ne

li avvolse, li rivestì di neve e li espose al sole. Il sole scioglieva

la neve, ma i piedi non sentivano nulla anche rammolliti: una cancrena

rapidissima li aveva anneriti: erano morti.

Allora si vide perduto. A due passi un crepaccio apriva la gola verde.

Vi si strascinò, vi sedette, le gambe penzoloni nell'abisso, ed aspettò

la morte. Ebbe un momento l'idea di affrettarla, precipitandosi nel

crepaccio, ma la respinse; l'aria lavata dalla tempesta aveva una

trasparenza mattinale e lo sguardo vedeva nettamente di là dal

ghiacciaio i dorsi erbosi e le pinete che scendono a Zermatt. Guglielmo

volle aver quella vista presente fino all'ultimo sospiro. Guardava

laggiù, frugava per la oscurità vaporosa delle valli, si diceva che la

sua Teresa era là buona e serena, intenta ai tranquilli lavori della

casa. La vedeva scendere e salire colla veste di panno rosso, piena sui

fianchi, col giubbettino di panno nero, pieno nel petto, sorridente e

grave, ammirata da tutti. Essa certo pensava a lui e lo faceva a

Gressoney nella casa che doveva accoglierli sposi; che dolore avrebbe

provato all'annunzio della sua morte!--Dov'è Guglielmo? Perchè non

iscrive più?--Ma è partito per Zermatt, apposta per andarti a

trovare.--Partito! E non è giunto, e sono passati molti giorni. Ah! come

l'avrebbero cercato via per le ghiacciaie! Tutte le guide di Gressoney e

di Val Tournanche sarebbe saliti e Teresa con loro scarmigliata e

disperata.

Poi scrisse colla matita sul libretto da guida il suo testamento. Fu

presto scritto: _Lascio tutto il mio a Teresa Lysbak, mia fidanzata_.

Il giorno moriva, quando fu preso da un sonno invincibile. I bassi lembi

del Mon Rosa erano già scuri, le pinete ed i prati che scendono a

Zermatt si confondevano colla tinta azzurra delle montagne lontane, sui

viventi delle valli e della pianura cadeva la grande ombra notturna ed

intorno a quel morto rideva un ultimo raggio di sole rosato, dolcissimo.

Novelle e paesi valdostani · 第 11 / 23 题