In val di Cogne presso il Gran Paradiso, che è il maggior gruppo di
montagne interamente italiano, c'è una delle più ricche miniere di ferro
di tutta Italia. Delle più ricche, non delle più produttive, perchè
mentre il minerale vi si trova quasi allo stato nativo, il suo
giacimento è in posizione così elevata e così discosto dalle strade
carreggiabili da renderne disagevole e costosissimo l'esercizio. Perciò,
deluse più volte le speranze e stancata la costanza dei suoi cultori,
abbandonata e ripresa secondo fioriscono o stagnano le altre industrie
paesane, la miniera di Cogne, che sarà un giorno la prima ricchezza di
quei luoghi, è ora il segno a cui riconoscerne gli alterni gradi di
miseria, l'ultima disperata risorsa nelle annate cattive.
Collocata pressochè in cima di una montagna chiamata _la Creia_, gli
alpigiani vi salgono per un interminabile sentiero fra boschi e prati, e
ne scendono, anzi ne precipitano i carri del minerale per una stradaccia
spaventosa, simile ai canaloni che i grossi massi incidono rovinando per
l'erta e squarciando il terreno.
Il luogo ha l'austera bellezza dei bei luoghi alpini. Ai piedi, nella
valle quieta e verde, la chiesa e gli sparsi casolari di Cogne:
dirimpetto, la mole del Gran Paradiso e le ghiacciaie della
_Tribolazione_, a sinistra la scogliera color di rame della Nouva, a
destra la Grivola curva e tagliente come una scimitarra, e dove la valle
di Cogne scende in quella d'Aosta, laggiù nel fondo lontano, irradiante
splendori, la vetta sovrana del Monte Bianco.
La miniera di Cogne non spinge gallerie nel monte e non vi affonda
pozzi; non è oscura nè afosa. La vena essendo a fior di roccia questa è
scavata a grotta colla bocca smisurata aperta al sole. Dal prato si
vedono gli atteggiamenti e i movimenti dei minatori. Nella grotta
spaziosa e chiara, ogni operaio attacca la roccia a capriccio dove le
asperità e le screpolature prodotte dagli scoppi del giorno innanzi,
danno più facile presa al piccone o agevolano l'azione dello scalpello,
dove non batte il sole o cala il vento o sporgono scaglioni o non
stagnano acque. A misura che la caverna va internandosi, allarga la
bocca e inghiotte più aria e più raggi. La montagna assalita in poco
spazio in varî punti, mostra tutte insieme le sue immani ferite, le
pareti scabre gettano ombre e spezzano raggi, hanno faccie lucentissime
di diamante e fenditure sottili come tagli di lama affilata. Gli
assalitori, tutti in vista, danno per il numero l'idea di un accanimento
rabbioso, di una smania di farla presto finita; mentre altrove la
disciplina li assimila a macchine, qui la libera elezione del punto dove
percotere fa apparire l'opera di ognuno quale essa è veramente, volente
e cosciente: essi sanno dove la gran vittima inerte ha la fibra meno
tenace, dove un sol colpo più squarcia e più ne morde le viscere e quivi
infuriano a mazzate che li fanno gemere, che fendono l'aria sibilando, e
ad ogni colpo, lo scalpello respinto dalla durezza del fondo erompe
crocchiando dall'unta petrosa guaina.
La mattina il sole vi giunge tardi.--La caverna puzza ancora di polvere
per le mine scoppiate la sera innanzi: i guazzi stagnanti nel fondo
hanno una crosta di ghiaccio anche nei giorni della canicola. I minatori
smarriti nella penombra invernale si confondono colla roccia, sembrano
macchie grigie sul fondo grigio; l'uniformità del colore attenua la
violenza dei movimenti e li fa parere pigri come di persona intirizzita.
A quell'ora il lavoro sa di pena, una pena lunga ed oscura che sconti
qualche grave colpa tenebrosa. Martellano in silenzio: questi solitari a
colpi di piccone, quelli appaiati reggendo uno colle due mani il ferro
da mina e l'altro affondandolo a mazzate. A vederli dalla bocca della
grotta, i loro movimenti hanno una rigidità automatica. A ogni colpo di
mazza, quegli che regge il ferro, abbassa le palpebre e gira di fianco
la testa come fanno i malinconici magot chinesi, e l'atto è così
normale, e combina con tanta precisione col piombare della mazzata che
par di sentire scricchiolare il congegno che lo produce.
L'alba li raccoglie e l'aurora li trova al lavoro. E via per dell'ore,
muti, instancabili, senza un minuto di posa, perchè il gelo non incolli
loro alla pelle la camicia inzuppata di sudore. Intorno, la montagna è
deserta. Le mandrie del vicino casolare cercarono i pascoli soleggiati e
da quelli mandano ai reclusi lo scampanellare dell'accordo e i muggiti
dati al cielo aperto e ai rinascenti tepori. Come tarda il sole! Sulla
montagna di rimpetto, le cime le roccie, i nevati, le ghiacciaie, le
foreste, ne ridono tutte e si scaldano e fumano di vapori mentre là
nell'antro impigrisce il crepuscolo mattinale e i colpi delle mazze
d'acciaio battono i minuti delle ore eterne. Gran cammino e grandi
faccende deve fare il sole prima di giungere alla miniera! Deve scendere
passo passo la costa orientale della montagna dirimpetto, calarsi per le
ghiacciaie, filtrare nel fitto delle pinete, incidere le forre,
inargentare i neri dirupi. Poi, come la valle lo attira, deve cercarne
il fondo, accendere come un faro la punta del campanile, increspare i
raggi sul tetto della chiesa tutto ondato di muschi, nelle case che gli
protendono la facciata petrosa rigare di strisce dorate il buio afoso
delle stanze e fare incandescente l'acqua del fiume che la notte lasciò
grigio ed opaco e suscitare faville e colorire iridi nelle cascate. E
poi ancora, inerpicarsi su per l'erta occidentale della Creia e toccarne
la cima quando già da per tutto è vinta la mattutina temperanza di
vapori. Allora, quando il primo filo luminoso orla il margine
dell'altipiano dove giace la miniera e sembra una biscia lunghissima che
lo fasci, i minatori smettono l'opera dopo cinque ore di fatica e
lasciano la grotta per sdraiarsi sfiniti nella piena luce del sole.
D'allora in poi la giornata è gaia e l'opera lieve. Col sole entrano
nella caverna i canti, le risa, le chiacchiere che ingannano la fatica e
la lena che la sostiene. E come un quotidiano rifiorire di primavera, e
un quotidiano rinnovarsi di giovinezza. Gli operai ne hanno stenebrata
la mente e rinvigoriti i muscoli. Allora il lavoro diventa verboso;
l'aria intepidita concede le soste riposatrici; la luce, rilevando le
asprezze della roccia, mostra quanta sia l'opera compiuta, scrive quasi
sulle pareti il còmpito della giornata. E via a picconate sulle creste
sporgenti; le scaglie volano per l'aria e vanno fuori ad uccidere
qualche erba fiorita, i massi rotolano nelle pozze squagliate del fondo
e spruzzano intorno i vicini. Tra un colpo e l'altro, vanno e vengono da
un capo all'altro della grotta, come spola attraverso il telaio, le
arguzie ed i motti salati; ogni atto, ogni gesto, la durezza della
roccia, gli strumenti del lavoro diventano argomento di osservazioni
grottesche ed oscene, termini di paragone che mettono capo agli erotici
misteri della cronaca paesana. Trilla per l'aria qualche brandello di
canzone riportata da lungi dal reggimento: cadenze di tarantelle
napoletane che vanno a morire nelle gravi nenie di una _complainte_
valdostana.
La mandria è tornata al pascolo vicino. Di quando in quando una mucca
domestica viene a piantarsi sulla bocca dell'antro e guarda cogli
occhioni giudiziosi la dura opera dei minatori. Guarda scodinzolando e
medita seco stessa quale possa essere la ragione di quel grande
affannarsi che vede e quando l'ha trovata, protende il muso e lancia ai
barbari che struggono la montagna un muggito di rimprovero, come a dire:
vergogna! vergogna!--Poi torna nella sua saviezza al pasto odoroso che
non le costa fatica. Così passano le bianchezze meridiane, finchè il
sole ripaga la grotta del suo tardo apparire.
Adesso tocca alla montagna dirimpetto, il cruccio dell'ombra e
l'invidiosa vista dell'altrui splendore. Sulla sua costa orientale le
ghiacciaie allividirono; le navate della foresta videro acciecarsi i
grandi occhi lucenti che le rischiaravano; le forre, colme di tenebre,
si livellarono ai fianchi; i dirupi argentati ripresero la tinta nera e
giù nella valle si spense il faro del campanile, e la chiesa, le case,
il fiume rimpiccioliti si immersero nella notte. La Creia intanto dà la
sua faccia gloriosa al sole e la grotta rosseggia di una luce infernale.
Dal corpo dei minatori s'allungano sulle pareti e salgono fino a mezza
la vôlta, grandi ombre mobili che hanno atteggiamenti e movimenti di
gigante. Questa volta la montagna è alle prese coi ciclopi e la
battaglia infierisce furibonda. Le ciarle tacquero di nuovo, e le risa e
le canzoni; nessuno più guarda l'opera dei compagni nè medita la
propria. Martellano accaniti, sicuri di ogni colpo, i muscoli tesi,
raccogliendo nel braccio tutta la forza vitale, le guancie e gli occhi
accesi di una collera cieca. Il lavoro non sa più di pena, la lotta
inferocita è premio a se stessa. L'inerte nemica deve cadere stritolata;
si spianerà il suo dorso, ostacolo al sole mattutino, verserà dalle
piaghe le ferree viscere, darà alle officine della valle e da queste ai
campi ed al mare i tesori che trafugò, avara, sulla vetta aspra e
lontana.
A un punto tutti fuggono a precipizio, come sbaragliati e riparano
sbandandosi dietro i grossi massi sparsi per la costa. Segue un silenzio
ansioso, grave di imminente rovina. Poi la caverna manda un ruggito
spaventevole e vomita, come un cratere, vortici di fumo.--Gli operai
accorrono contenti a considerare le squarciature della mina, e dal nuovo
aspetto della grotta ricavano l'oroscopo di un agevole od ingrato
còmpito per l'indomani.
A sole caduto, la Creia è muta come un deserto.
***
L'opera più grave e veramente terribile è quella di calare il minerale
fino al basso della valle. Ne colmano certi cassoni quadrati che posano
sulle sbarre di una slitta. Un peso enorme, ma la strada si avvalla così
scoscesa, che a mettere la slitta al sommo del pendio, la gola aperta ne
farebbe una boccata. Perciò altro non occorre che guidarla perchè non
piombi e disperda il carico. Se la miniera fosse in continuo esercizio,
correrebbero giù per la china i grossi tubi capaci d'inghiottire in
un'ora il prodotto di ogni giornata; ma chi arrischia spese durevoli
nell'alterna vicenda degli abbandoni e delle riprese?
La strada non è che un gran solco lungo la costa. Seguendo il principio
che la linea retta è la più breve che possa correre fra due punti, essa
sdegna gli addolcimenti dei rigiri e si avventa a valle diritta come una
frecciata. Se non che di quando in quando la costa rompe in precipizi
smisurati e allora la strada che piombò a perpendicolo fino sul margine
dell'abisso, fa una svoltata improvvisa ad angolo retto, orla il sommo
del dirupo e risvolta verso il basso appena trova una pendenza che basti
a starci ritto un uomo avvezzo alla montagna. Messo per quella china e
spinto dalla slitta carica, un mulo ne avrebbe, al primo viaggio, rotte
le gambe e fiaccato il filo delle reni; perciò vi attaccano uomini che
per bestie da soma sono meno costosi. A ogni mulo morto, corrono
marenghi, ad ogni uomo morto, basta una croce di legno e un
De-profundis.
Io non credo si possa immaginare, non dico un _lavoro_, chè la parola è
troppo mite ed onesta, ma un _supplizio_ peggiore di quello che
sopportano quei disgraziati. I grossi pesi macinarono il suolo sassoso,
cosicchè vi si affonda fino al ginocchio in una polvere nera, finissima
che soffoca, accieca e morde la pelle.
I portatori si attaccano alla slitta appoggiando la schiena al cassone
colmo di minerale: abbrancano solidamente le due sbarre, irrigidiscono
le gambe e si slanciano nella voragine. Il loro corpo fa, precipitando,
una linea quasi orizzontale, quasi parallela al terreno, tanto che, la
palma del piede non tocca mai la terra; vi affondano invece il calcagno
e menano le gambe rigide come stantufi.--A mano a mano che scendono, la
corsa invelocisce; il peso gravissimo, che al piano non smoverebbero in
quattro, li schiaccia e li travolge, l'abisso li attira: sentono nelle
orecchie l'uragano delle corse sfrenate e ai polsi il martello del
sangue sbattuto; hanno negli occhi la visione lampeggiante della
vertigine e nelle fauci il picchiettare della polvere filtrata
attraverso le labbra e i denti serrati. Vanno colla brutale inerzia
della gravità, angosciosamente intenti alle croci di legno che segnano
le svoltate. Ma quelle croci, non sorgono per indicare il cammino, bensì
per consacrare il punto donde altri prima di loro piombò nell'abisso
smisurato, donde essi piomberanno un giorno, forse oggi stesso, forse
fra pochi istanti.
Così la massa informe rovina a valle, e quando vi giunge, l'uomo par
moribondo. Scaricato il minerale e ripreso fiato, eccolo un'altra volta
su per l'erta, tirandosi dietro la slitta.--Fanno per lo più due corse
al giorno, ma non durano un pezzo al mestiere.
***
Io feci una volta con parecchi amici l'esperimento di quei veicoli. La
salita fino alla miniera era durata quattro ore di buon cammino: ne
scendemmo in venti minuti. Ma non ci tornerei, nè consiglio ad altri la
prova. Pericolo vero non c'è (la slitta carica di quattro uomini, pareva
un fuscello a quell'Ercole avvezzo a reggerla carica di ferro), ma c'è
l'esagerata apparenza del pericolo, locchè, lì per lì, è la stessa cosa.
Non mi riesce di ricordare nè l'aspetto delle montagne intorno, nè
quello dei punti più paurosi, nè l'impressione ricevuta dalla velocità,
nè di darmi giusto conto di questa. Rammento invece, per quanto fu lungo
il tragitto, lo stato disgustoso dell'animo mio e l'immobilità e il
silenzio di tutti.
E rammento pure che giunti al fondo, avevamo tutti le mani, il viso, il
collo, neri come carbone e grigio di polvere, malgrado le vestimenta, il
resto del corpo, e che per tornarci al pristino colore, ci vollero tre
giorni di frequenti ed abbondanti lavature.