STORIA DI DUE CACCIATORI

Negli ultimi anni del regno di Vittorio Emanuele, i cacciatori di

contrabbando erano in val d'Aosta tanto cresciuti di numero e di

baldanza, che il Re aveva trovato di non potersene altrimenti liberare

se non accogliendo fra i proprii guardacaccia alcuni degli stessi

contravventori, i più audaci e fortunati.

Tutti conoscono la gran passione che il Re aveva per la caccia alpina,

della quale era gelosissimo; di più i frodatori cacciano purchessia,

senza discrezione nè discernimento, ed al Re premeva non si estinguesse

la bella razza degli stambecchi, della quale in tutta Europa

sopravvivono pochi individui, rifugiati sulle falde e nei seni di

quell'altissimo gruppo di montagne che si chiama il Gran Paradiso.

Ma la caccia sovrana faceva gola ai _touristes_, la carne di stambecco è

prelibata e molti Svizzeri avrebbero lautamente pagato un maschio ed una

femmina vivi, per trapiantarne la razza e farla allignare nelle proprie

montagne. Ne seguiva che parecchi degli stessi guardacaccia, se veniva

loro il destro, tiravano la sua brava schioppettata e l'inverno salivano

alle più alte foreste a cercarvi i novelli, volgendo a profitto della

propria industria l'autorità di cui erano rivestiti e seguitando,

s'intende, a far la guerra ai contrabbandieri, anzi tanto più

perseguitandoli quanto più la comunanza dal ladroneggio li danneggiava.

I contrabbandieri dal canto loro odiavano cordialmente le guardie,

perchè erano guardie e perchè rubavano loro il mestiere e ne nascevano

spesso delle scene violente e nelle alte solitudini non tutte le

schioppettate miravano agli stambecchi, nè tutti i lamenti di feriti

erano urli di fiera.

Qualche volta, a sera, un montanaro rincasava col braccio e colla gamba

fasciati alla meglio, la moglie impasticciava con erbe la ferita, faceva

rapprendere il sangue con polvere da schioppo o tabacco trito, l'uomo

stava per dei giorni al buio, nella tana umida, sotto il soffio

sonnifero delle vacche, masticando cicche e bestemmie e in paese lo

dicevano sceso a qualche fiera del Piemonte e tutti conoscevano

l'accaduto e nessuno fiatava. Poi il feritore ed il ferito andavano

insieme alla bettola, si puntellavano a vicenda tornandone briachi e

sapevano tutti e due che alla prima salita in montagna guai trovarsi a

tiro.

Morto il Re, nei primi mesi fu una cuccagna generale di cacciatori ed

uno sterminio di stambecchi e camosci.

Un giorno, sul finire della primavera Gregorio Balmet e Vincenzo

Marquettaz detto il Rosso, partirono per le vette della Nouva, colle

altissimo che si connette alla punta di Lavina e di là al Gran Paradiso

per una breve giogaia di creste rocciose pressochè inaccessibili. Sul

versante che scende in Val Soana, la Nouva non ha nevi eterne, ma dalla

parte di Cogne tutta la costiera del Gran Paradiso è fasciata da una

cintura di piccole ghiacciaie ripidissime e più sotto da nevati che

soltanto i solleoni di luglio e d'agosto possono sciogliere. Quei nevati

sono causa di ritardo ai pastori, cosicchè la montagna tardi abitata e

presto abbandonata dà sicurezza di vita e di pascolo all'abbondante

selvaggina. Tutta la catena in alto si sviluppa in forma di un

anfiteatro vastissimo del quale i punti estremi sono la Becca di Nona ed

il Monte Emilius da un lato e dall'altro la Grivola colla sua affilata

lama di ghiaccio. Dalla Grivola alla Becca di Nona l'occhio gira per i

nevati del Lauzon, per il Gran Paradiso, la Lavina, la Nouva e la

Tersiva, formidabile cerchia di nevi e ghiacci eterni, eterna sorgente

di freschezza e di vigoria ai pascoli delle chine ed alle foreste della

valle. Tali anfiteatri si incontrano spesso nelle Alpi, ma sogliono per

lo più aprirsi a valle in un basso orizzonte di cielo; qui, dove i due

estremi della catena scendono in Val d'Aosta, l'orizzonte è chiuso dalla

larga mole del Monte Bianco; sicchè, veduta dalle alture della Nouva,

tutta la vallata di Cogne appare come una gran conca, senza via

d'uscita, smaltata in fondo di un verde cupo, più in alto del nericcio o

rossastro colore delle roccie nude e sugli orli di un bianco immacolato

e sfolgorante.

Sotto le mezze luci crepuscolari o nelle giornate grigie, la conca di

Cogne ha un dolce aspetto di tranquillità pastorale. Si direbbe che

tutta la pace del mondo sia venuta a rifugiarvisi. Il colore quieto ed

eguale, che addolcisce l'asprezza delle linee sembra impedirvi ogni moto

violento. Le case basse dal largo tetto sporgente hanno l'aria di

chioccie covanti; il velluto nuovo dei prati non ha un sol pelo irto. La

foresta dorme immobile, rigida; le roccie non mostrano sporgenze e le

nevi mute di riflessi paiono immensi guanciali morbidissimi.

Ma al sole essa si agita ed assume una sembianza corrucciata e violenta.

Incisa da valloni profondissimi essa non è mai tutta illuminata, nemmeno

al meriggio. Sempre qualche ombra gigantesca lacera i prati, estingue

per larghi tratti di corso il luccicare del torrente, spinge il nero

profilo su per le pinete e mette in mezzo alla gaia fioritura estiva dei

freddi lembi invernali. Veduta dall'alto, la conca mostra sempre qualche

gran bocca spalancata dalle labbra luminose e dalla gola oscura e senza

fondo. Di là escono attirate dal sole lame sottili di vapori come lingue

di serpi aizzate. Le roccie rivelano scoscendimenti e scogliere

acutissime e le nevi sfolgoreggiano accese di una luce insostenibile.

I due cacciatori avevano lasciato il sentiero che sale al colle della

Nouva e piegando a diritta seguivano nel suo più basso lembo il nevato

che volge verso Lavina. La giornata splendida e la montagna pulita come

un vetro, promettevano una caccia facile e sicura. I camosci si erano

avveduti di loro, poichè le traccie recentissime sulla neve li

mostravano passati di fresco, ma il luogo di rifugio non poteva essere

lontano; su pel nevato e di lì al ghiacciaio non erano ascesi perchè

essi li avrebbero avvertiti e poco discosto a diritta, giusto nella

direzione delle peste, il pianoro era bruscamente troncato da un burrone

che scendeva a picco fino alla valle. Là certo i camosci, e dovevano

essere in molti, si erano nascosti in una gran rovina di massi enormi ed

il loro si confondeva col colore della roccia viva. Ma accostati non

potevano fuggire. Il burrone, benchè strettissimo, era troppo largo

anche al salto del più gagliardo ed impaurito stambecco e le sue pareti

liscie ed incrostate di ghiaccio non davano presa a discenderlo.

I due camminavano in silenzio, lo schioppo armato e quasi spallato,

coll'ansia indicibile del colpo imminente. Un sibilo acutissimo li

piantò immobili in attesa; i camosci, una quindicina almeno, erano tutti

ritti sulla cresta delle roccie annusando l'aria inquieti dello scampo.

Quattro colpi ne precipitarono tre giù pel dirupo, e gli altri fuggirono

a salti verso il ghiacciaio. Neanche la pena di portarli a spalle fino

alla piana; i camosci c'erano caduti da sè; una buona giornata! I

cacciatori corsero ad affacciarsi all'abisso e videro in fondo sulla

neve terrosa di una valanca le tre bestie già immobili.

Stavano per tornare quando il Balmet accennò subitamente al Rosso la

cresta opposta del burrone dicendo:

--Le guardie.

Erano due com'essi, armati com'essi, fermi a guardarli.

--Il colpo è fatto,--rispose il Rosso,--scendiamo.

Diffatti le guardie non potevano, per la distanza, averli ravvisati e di

cacciatori in paese ce n'era tanti, che valli a scoprire. Al più

occorreva, per non perdere la preda, avanzare le guardie nella discesa;

una volta padroni dei camosci, a nasconderli ci pensavano essi.

Il Balmet non perdeva d'occhio il nemico.

--Hanno un cannocchiale.

--Sì? A me!

E senza pure un secondo di esitanza, il Rosso si pose a ricaricare il

fucile dopo di aver minacciato con un gesto le guardie.

--Giù!--gridò il Balmet, e si gettò lungo e disteso sulla roccia.

Dall'altra partì una schioppettata; il Rosso lasciò cadere l'arma, urlò

un Cristo, tentò un passo verso il compagno e rotolò a terra. Le

guardie, fatto il colpo, erano scomparse.

Balmet si precipitò verso il Rosso. Era vivo ed in sensi; con uno sforzo

violentissimo s'era raccolto a sedere e stava tastandosi colla destra il

braccio e la gamba sinistra gridando: I porci! i porci! i porci! Due

grossi pallettoni lo avevano colpito all'avambraccio sinistro ed alla

coscia sinistra ed erano usciti tutti e due, quello del braccio rigando

profondamente la carne, e quello della coscia lacerando certo qualche

muscolo o qualche nervo motore. Balmet prese un pugno di neve e lo

cacciò nelle ferite dopo averle denudate; il Rosso lasciava fare

imprecando sempre colla stessa parola ai feritori.

--Puoi reggerti?

--Impossibile.

--Come scendere?

--Portami.

Ma il Balmet non poteva bastare al peso, il ferito era un demonio di

omaccione alto e pieno, da stancare otto braccia.

--Aspettami.

--Aiutami a levarmi di qui, posami là,--e indicava una macchia verde di

erba nuova in basso del nevato.

Come vi fu adagiato, il Balmet gli diede la fiaschetta dell'acquavite,

un grosso pane, uno straccio di carne salata, si levò di dosso la giacca

di lanaccia, gliela pose sulle spalle, gli promise che sarebbe tornato

al più presto con aiuti, e via a precipizio per la più diritta.

Era forse l'una pomeridiana. Il sole batteva a perpendicolo e l'aria

tremava e fumava. Il nevato sudava e si squagliava in rigagnoletti, i

quali saltellando per le asperità del suolo o scorrendo lisci sulla

neve, rendevano mille musiche allegre, suoni metallici, mormorii

sommessi di innamorati, brontolii corrucciati come di vespa rinchiusa,

gorgogliavano con accenti di rabbiuzza impotente nelle strette rocciose

e poi si combinavano e, come lieti di ritrovarsi dopo tanto silenzio di

prigionia, acceleravano la corsa fino a precipitare in cascata di

spruzzi argentini giù per qualche dirupo che serbava ancora lungo la

parete la riga secca e nericcia che gli avevano lasciato le acque degli

anni addietro. Qua e là, nei seni meno assiduamente percossi dal sole,

un filo d'acqua tardivo e stantìo gocciolava miseramente con

intermittenze di singhiozzo, ed alla prima nuvola che l'oscurasse,

stagnava ad un tratto, per rilamentarsi, tornato il sole, come un

fanciullo piagnucoloso.

Nei larghi fortemente inclinati, in certi punti la terra trapelava con

toni neri lucentissimi fra un nevischio diradato come una mussola; in

altri luoghi ogni traccia di candore era sparita ed un'erbetta minuscola

e tenerissima luccicava al sole. Il Rosso rimaneva immobile, le gambe

distese sull'erba, la schiena appoggiata ad un sasso, muto nella rabbia

e negli spasimi delle ferite. Ad ora ad ora allungava il braccio sano,

raspava quel po' di neve che gli veniva fatto e mutava empiastri alla

piaga; così aveva fermato il sangue. Misurando colla memoria lo spazio

che lo separava dalle prime case, contava il tempo che gli rimaneva

d'attesa prima che tornasse il compagno. A quest'ora è giunto

all'abetaia; avrà preso per il _Clapey_, il terreno è sdrucciolevole, ma

egli salta come un camoscio; e lo faceva qui e là e più in basso e ne

seguiva la corsa, minuto per minuto, rivedendo i luoghi, richiamandosi

in mente tutti i particolari della via. Come la sapeva a memoria la sua

montagna; non si era mai avveduto di conoscerla tanto! Chi verrà? Questi

è in casa di certo, quell'altro bettoliere sfaccendato sarà giù in Cogne

briaco. E poi ci sono le donne. Ma già bisognava fare i conti larghi; la

gente ha da fare, non si trovano subito tre o quattro disposti alla

prima chiamata. E allora si metteva a capo fitto negli ostacoli, si

lambiccava il cervello a cercarne; e forse alle prime case della gente

non ce n'era; pazienza saranno un'ora, due ore di più, che importa? ne

rimangono delle ore di sole!

Provava una tenerezza immensa per gli amici e conoscenti della valle,

una vivacità infantile d'affetto per gente cui non parlava da anni. Nel

suo monologo silenzioso chiamava: _Quel buon [pg!31] Pietro, quel buon

Stefano_; un Pietro ed uno Stefano che aveva minacciato di schiaffi il

giorno addietro, e tirava i conti al bilancio delle sue buone azioni,

ripensando i mille minuti servigi resi qua e là; ad uno aveva dato mano

a levare la vacca da un burrato; un altro quando egli saliva ai camosci

lo pregava di sterrargli la tura per dar da bere ai prati; e quando

scendeva in Aosta, quante diverse incombenze gli fioccavano addosso! e

quante volte i cacciatori suoi compagni l'avevano richiesto d'aiuto per

ficcargliela alle guardie; ed egli non aveva mai rinculato.

Era un buon diavolaccio in fin dei conti, e colla sua forza un altro

sarebbe stato ben più prepotente e manesco di lui. Ma poi veniva la

pagina del passivo, ed i pugni ed i calci menati senza misericordia gli

facevano, ripensandoli, una sorpresa dolorosissima.

Una volta, un marito lo aveva colto allo scuro sul fienile colla moglie,

perchè egli era stato un bel pezzo di giovinotto dieci anni addietro e

le donne non gli dicevano di no, e a quel marito era stata somma grazia

tacere perchè lo conosceva. Che idea di fare così il galluccio su tutte

le stie! Bel profitto glie ne restava. Ogni nuovo torto che si scopriva

gli dava una trafittura più acuta che non facessero le ferite. Ma era un

fanciullo ad accorarsi così. Egli sarebbe ben corso ad aiutare un altro,

il primo venuto, anche un nemico quando lo avesse saputo alle sue

strette. Oh come sarebbe corso! Che zelo di carità lo infervorava!

Avrebbe affrontato mille pericoli per salvare un convalligiano, perchè

la valle è una patria stretta e fa parentela. E poi egli era vittima

delle guardie, e contro le guardie non si doveva forse dar tutti? Ogni

idea che gli veniva gli durava un gran pezzo, non già che la rivolgesse

per vederne il fondo o se ne compiacesse; era l'idea che stava lì ferma

a martellarlo, picchiando sempre colle stesse parole, e le più testarde

erano le cattive. A volte chiudeva gli occhi e pareva dormisse, poi li

riapriva di scatto per guardarsi dattorno. E nessuno veniva. Che tempo

era passato? Benchè i valloni fossero già scuri, la valle stava tutta

sdraiata al sole come una pigra, e le acque seguitavano le loro

chiacchere da comari. Ma il soffio freddo del tramonto era imminente.

Egli lo vide salire, correre la vallata come un brivido febbrile. Le

foreste se lo comunicavano d'una in altra, i rami verdi scuri degli

abeti lontani prendevano un fuggevole riflesso argentino che li lasciava

più scuri ed immobili, i fieni diventavano grigi un istante curvandosi,

e si risollevavano più rigogliosi, ed il soffio passava e saliva sempre

rapidissimo. Gli abeti più vicini agitarono le punte come volessero

ricusare la notte, i prati più vicini ondeggiarono in disordine; tutti i

suoni, tutte le voci della valle furono ad un tratto portati in alto da

un'ondata echeggiante; il ferito ebbe un fremito gelido, e poi tornò la

calma ridente di prima.

Ma il segno era dato! Quella potente onda di suoni aveva chiusa come in

un crescendo finale, la grande sinfonia diurna; il sole aveva un bel

risplendere ancora, la giornata era finita. La crosta del nevato

rassodandosi mandò mille piccoli scricchiolii secchi come scatti di

molla, tutte le note allegre dell'acqua tacquero, tutti i rigagnoli

stagnarono, la neve mutò la sua mollezza umida in durezza cristallina, e

l'aria diventò fredda, tagliente, acerba come un nemico.

Già da qualche minuto un sospetto sordo e confuso si era insinuato di

mezzo ai pensieri del Rosso. Egli lo avvertiva ad un senso di amarezza

acuto, ma non se ne rendeva ragione e non sapeva dargli nome nè corpo.

Più che un sospetto, era una tentazione. Rifacendo il cammino che doveva

seguire il Balmet, battendo mentalmente a tutti gli usci dei casolari,

discutendo fra il timore e la speranza tutte le probabilità di soccorsi,

era giunto a dimenticare il suo stato presente ed il dolore delle

piaghe, e gli pareva di essere egli sano e disposto, che cercasse aiuto

pel compagno ferito. Ma nella sua corsa gli tornava, con una insistenza

sempre crescente, il pensiero dei tre camosci uccisi immobili laggiù

sulla neve terrosa della valanga. Una bella preda per un uomo solo! Tre

camosci! Chi lo impediva di nasconderli in qualche cavo di roccia, o

sotto la neve, e di venir poi la notte caricarli sul ciuco ed a tirarne

e serbarne tutto il profitto? Anche respingendola, quell'idea lo faceva

sorridere di compiacenza. E quando il primo soffio gelato lo richiamò

bruscamente alla coscienza de' suoi dolori, quell'idea non lo lasciò più

un istante; ma non era sua, era del compagno e sentiva che anche

all'altro doveva esser venuta, che anche l'altro se ne sarebbe

compiaciuto, che l'avrebbe respinta, e poi discussa e poi seguita.

Allora il sospetto dell'abbandono gli si infisse nella mente e la

tardanza del soccorso lo mutò in certezza. In un attimo si vide perduto

e la disperazione gli diede una forza immensa. Reggendosi col braccio

sano, puntando a forza la gamba sana, si trascinò in mezzo a dolori

laceranti fino all'orlo del burrone, e si affacciò all'abisso ghignando

di terrore. I camosci erano sempre immobili sulla valanca. Rinacque!

Che orribile sogno aveva fatto! Ora la salvezza era certa e vicina. Gli

pareva perfino di sentire le voci ed i passi dei giungenti, guardava

intensamente qua e là tremando per l'imminenza della gran gioia. Che

grido avrebbe mandato a vederli! Tutta l'anima sua sarebbe stata per

quei valorosi, tutta la sua vita. Ancora un minuto, un minuto... eccoli!

Ma come? Di là? Da quella parte?

Su dal burrone gli era giunto il rumore di pietre smosse e rotolanti.

Guardò di nuovo. Due dei camosci erano scomparsi ed un uomo, il Balmet

di certo, stava curvo sull'ultimo per caricarselo a spalle. Non lo

ravvisò per l'ombra e la distanza, ma non poteva essere che lui.

All'urlo ruggente ch'egli mandò a quella vista, l'uomo levò la testa,

guardò in alto, poi riprese l'opera frettoloso. Dopo un istante la

valanca fu tutta deserta.

L'ombra era venuta, tutta la valle era scura, il sole fuggiva dai prati

e dalle foreste e metteva sulle ghiacciaie all'intorno dei colori

dolcissimi di rosa e dei riflessi di un azzurro intenso. Poi anche le

ghiacciaie allividivano, i raggi orlavano le supreme vette e

dileguavano, e solo laggiù in fondo sul Monte Bianco duravano le carezze

della luce. I dorsi nevosi furono ancora per qualche minuto più oscuri

che il cielo, ma poi questo prese un colore cinerino e la neve spiccò

più netta e più luminosa di esso; poi nel cielo sereno brillarono le

stelle, la via lattea fu la maggiore bianchezza e la valle rimpicciolita

perdette ogni forma.

La gran conca di Cogne fu muta e nera come un sepolcro.

Il ferito cominciò a singhiozzare come un fanciullo, poi, furente, si

diede ad urlare con voce di dannato. Chiamava, imprecava, pregava,

mandava suoni senza nome, fremeva, taceva sfinito, ricominciava più

feroce, finchè gli urli tornarono grida umane, e le grida lamenti

acutissimi, ed i lamenti gemiti spossati e sommessi. Poi la voce gli

mancò anche a quelli. Allora si mise a guardare nell'ombra dinanzi a sè,

immobile, istupidito.

La mattina era ancora vivo: il giorno gli tornò qualche speranza remota,

e sovratutto una lucidezza nettissima di mente. Del Balmet era inutile

sperare; ma le guardie fatto il colpo erano forse discese a denunziarlo

e l'autorità sarebbe certo salita a cercare di lui. Volendo serbarsi in

vita per quell'attesa, tornò a trascinarsi fino al luogo dove il Balmet

lo aveva deposto e dove egli la sera prima aveva lasciato quel po' di

provviste che aveva. Fu una fatica lunga e dolorosa.

Là addentò senza voglia la carne salata, bevve qualche sorso di

acquavite e gli parve tornare in forze. Le piaghe non davano sangue ma

cuocevano gonfiando, la coscia specialmente era divenuta grossa e tirava

la pelle fino a crepolarla. Gran lavoro seguiva là dentro! Sentiva tutti

i nervi stirarsi, irrigidirsi, poi riallentarsi come corde spezzate, ed

una irrequietudine invincibile ed un senso torpido di gravezza gli

davano bisogno di muoversi e gli impedivano ogni movimento. La mattinata

fu serena ed il meriggio cocente. Il calore del sole gli faceva un gran

bene e poi non gli pareva di essere così solo in mezzo alla allegria dei

suoni. Ma le ore passarono, passarono senza che alcuno giungesse. Un

branco di camosci scese placidamente dal ghiacciaio, saltellò sul

nevato. Alcuni dei più arditi si accostarono a lui, fiutarono

insospettiti che fosse quel corpo scuro e poi rinfrancati dalla sua

immobilità gli furono quasi sopra finchè egli con un gesto del braccio

sano li impaurì e li mise in fuga. Erano forse gli scampati del giorno

addietro.

A poco a poco una stanchezza molle, quasi dolce lo aveva preso per tutte

le membra, non soffriva più che di sete, perchè l'acquavite non faceva

che stimolarlo ed egli aveva finito di raspare tutta la neve che gli

stava a portata; ma nulla al mondo gli avrebbe fatto tentare un

movimento che lo disadagiasse. Prese un sassolino e lo tenne in bocca

per promuovere la saliva e intanto seguitava a guardare diritto dinanzi

a sè nell'aria e per la valle dove il verde dei prati gli riposava la

vista. Non sperava più, non si lagnava più, non pensava più. Era in uno

stato delizioso di morbidezza e se fosse venuta gente a levarlo di là,

li avrebbe pregati di lasciarlo solo così com'era ed immobile.

Verso l'ora del tramonto qualche leggiera nuvola spuntò dalla parte del

Gran Paradiso; poco dopo altre nuvole scavalcarono le vette da ogni lato

e si allargarono radendo la montagna, strisciando lungo le roccie con

serpeggiamenti lascivi, lacerandosi alle foreste. Altre sbucavano dai

valloni con aria sospettosa: esitavano un istante come paurose di essere

avvertite e poi correvano a congiungersi alla gran fiumana grigia che

oscurava il cielo sulla valle. Nei seni, delle nebbiuzze sottili

filavano su per le strette velocissime, come succhiate da qualche enorme

bocca aperta nel cielo. Poco alla volta la conca fu chiusa tutto

intorno, come da un immenso coperchio; solo laggiù sul Monte Bianco

rideva una gaiezza di cielo sereno con luci azzurre color di viola, di

rosa e di un giallo ardente.

Il Rosso fissava quel solo punto luminoso con una intensità da maniaco.

Gli pareva che tutto quell'accumularsi di nembi fosse inteso a suo

danno; le nuvole erano nemici che volevano accerchiarlo e soffocarlo. Ma

il Monte Bianco vegliava alla sua salvezza e gli diceva di confidare, di

non si muovere, che c'era lui, che con un soffio avrebbe sbarazzato il

cielo tornandolo pulito come uno specchio. La lotta fu lunga ed

accanita. Le nuvole s'accavallavano, si addensavano, diradavano,

fuggivano, tornavano con moti convulsi, rigando il cielo di righe

bianche esilissime, sporcandolo con grosse macchie grigiastre e color di

piombo. La sete gli cresceva, era divenuta ardente, insopportabile, ma

egli non poteva muoversi, sempre fisso nella raggiante gloria della

grande montagna.

La campana di Cogne suonò l'_Ave Maria_, le nubi vinsero, il Monte

Bianco fu velato ed il Rosso chiuse gli occhi; morto.

Il cielo s'abbassò fino a toccarlo! nella valle pioveva fitto e lassù

sulle alture della Nouva, intorno al cadavere cominciò una battaglia di

neve rabbiosa e cristallina che si risolvette poi in larghe falde,

fioccanti silenziose a perpendicolo.

Le donne degli alti villaggi intanto accorrevano alla chiesa e

bisbigliavano fra loro di spiriti che la notte innanzi avevano empita di

grida e gemiti la valle.

Novelle e paesi valdostani · 第 7 / 23 题