Negli ultimi anni del regno di Vittorio Emanuele, i cacciatori di
contrabbando erano in val d'Aosta tanto cresciuti di numero e di
baldanza, che il Re aveva trovato di non potersene altrimenti liberare
se non accogliendo fra i proprii guardacaccia alcuni degli stessi
contravventori, i più audaci e fortunati.
Tutti conoscono la gran passione che il Re aveva per la caccia alpina,
della quale era gelosissimo; di più i frodatori cacciano purchessia,
senza discrezione nè discernimento, ed al Re premeva non si estinguesse
la bella razza degli stambecchi, della quale in tutta Europa
sopravvivono pochi individui, rifugiati sulle falde e nei seni di
quell'altissimo gruppo di montagne che si chiama il Gran Paradiso.
Ma la caccia sovrana faceva gola ai _touristes_, la carne di stambecco è
prelibata e molti Svizzeri avrebbero lautamente pagato un maschio ed una
femmina vivi, per trapiantarne la razza e farla allignare nelle proprie
montagne. Ne seguiva che parecchi degli stessi guardacaccia, se veniva
loro il destro, tiravano la sua brava schioppettata e l'inverno salivano
alle più alte foreste a cercarvi i novelli, volgendo a profitto della
propria industria l'autorità di cui erano rivestiti e seguitando,
s'intende, a far la guerra ai contrabbandieri, anzi tanto più
perseguitandoli quanto più la comunanza dal ladroneggio li danneggiava.
I contrabbandieri dal canto loro odiavano cordialmente le guardie,
perchè erano guardie e perchè rubavano loro il mestiere e ne nascevano
spesso delle scene violente e nelle alte solitudini non tutte le
schioppettate miravano agli stambecchi, nè tutti i lamenti di feriti
erano urli di fiera.
Qualche volta, a sera, un montanaro rincasava col braccio e colla gamba
fasciati alla meglio, la moglie impasticciava con erbe la ferita, faceva
rapprendere il sangue con polvere da schioppo o tabacco trito, l'uomo
stava per dei giorni al buio, nella tana umida, sotto il soffio
sonnifero delle vacche, masticando cicche e bestemmie e in paese lo
dicevano sceso a qualche fiera del Piemonte e tutti conoscevano
l'accaduto e nessuno fiatava. Poi il feritore ed il ferito andavano
insieme alla bettola, si puntellavano a vicenda tornandone briachi e
sapevano tutti e due che alla prima salita in montagna guai trovarsi a
tiro.
Morto il Re, nei primi mesi fu una cuccagna generale di cacciatori ed
uno sterminio di stambecchi e camosci.
Un giorno, sul finire della primavera Gregorio Balmet e Vincenzo
Marquettaz detto il Rosso, partirono per le vette della Nouva, colle
altissimo che si connette alla punta di Lavina e di là al Gran Paradiso
per una breve giogaia di creste rocciose pressochè inaccessibili. Sul
versante che scende in Val Soana, la Nouva non ha nevi eterne, ma dalla
parte di Cogne tutta la costiera del Gran Paradiso è fasciata da una
cintura di piccole ghiacciaie ripidissime e più sotto da nevati che
soltanto i solleoni di luglio e d'agosto possono sciogliere. Quei nevati
sono causa di ritardo ai pastori, cosicchè la montagna tardi abitata e
presto abbandonata dà sicurezza di vita e di pascolo all'abbondante
selvaggina. Tutta la catena in alto si sviluppa in forma di un
anfiteatro vastissimo del quale i punti estremi sono la Becca di Nona ed
il Monte Emilius da un lato e dall'altro la Grivola colla sua affilata
lama di ghiaccio. Dalla Grivola alla Becca di Nona l'occhio gira per i
nevati del Lauzon, per il Gran Paradiso, la Lavina, la Nouva e la
Tersiva, formidabile cerchia di nevi e ghiacci eterni, eterna sorgente
di freschezza e di vigoria ai pascoli delle chine ed alle foreste della
valle. Tali anfiteatri si incontrano spesso nelle Alpi, ma sogliono per
lo più aprirsi a valle in un basso orizzonte di cielo; qui, dove i due
estremi della catena scendono in Val d'Aosta, l'orizzonte è chiuso dalla
larga mole del Monte Bianco; sicchè, veduta dalle alture della Nouva,
tutta la vallata di Cogne appare come una gran conca, senza via
d'uscita, smaltata in fondo di un verde cupo, più in alto del nericcio o
rossastro colore delle roccie nude e sugli orli di un bianco immacolato
e sfolgorante.
Sotto le mezze luci crepuscolari o nelle giornate grigie, la conca di
Cogne ha un dolce aspetto di tranquillità pastorale. Si direbbe che
tutta la pace del mondo sia venuta a rifugiarvisi. Il colore quieto ed
eguale, che addolcisce l'asprezza delle linee sembra impedirvi ogni moto
violento. Le case basse dal largo tetto sporgente hanno l'aria di
chioccie covanti; il velluto nuovo dei prati non ha un sol pelo irto. La
foresta dorme immobile, rigida; le roccie non mostrano sporgenze e le
nevi mute di riflessi paiono immensi guanciali morbidissimi.
Ma al sole essa si agita ed assume una sembianza corrucciata e violenta.
Incisa da valloni profondissimi essa non è mai tutta illuminata, nemmeno
al meriggio. Sempre qualche ombra gigantesca lacera i prati, estingue
per larghi tratti di corso il luccicare del torrente, spinge il nero
profilo su per le pinete e mette in mezzo alla gaia fioritura estiva dei
freddi lembi invernali. Veduta dall'alto, la conca mostra sempre qualche
gran bocca spalancata dalle labbra luminose e dalla gola oscura e senza
fondo. Di là escono attirate dal sole lame sottili di vapori come lingue
di serpi aizzate. Le roccie rivelano scoscendimenti e scogliere
acutissime e le nevi sfolgoreggiano accese di una luce insostenibile.
I due cacciatori avevano lasciato il sentiero che sale al colle della
Nouva e piegando a diritta seguivano nel suo più basso lembo il nevato
che volge verso Lavina. La giornata splendida e la montagna pulita come
un vetro, promettevano una caccia facile e sicura. I camosci si erano
avveduti di loro, poichè le traccie recentissime sulla neve li
mostravano passati di fresco, ma il luogo di rifugio non poteva essere
lontano; su pel nevato e di lì al ghiacciaio non erano ascesi perchè
essi li avrebbero avvertiti e poco discosto a diritta, giusto nella
direzione delle peste, il pianoro era bruscamente troncato da un burrone
che scendeva a picco fino alla valle. Là certo i camosci, e dovevano
essere in molti, si erano nascosti in una gran rovina di massi enormi ed
il loro si confondeva col colore della roccia viva. Ma accostati non
potevano fuggire. Il burrone, benchè strettissimo, era troppo largo
anche al salto del più gagliardo ed impaurito stambecco e le sue pareti
liscie ed incrostate di ghiaccio non davano presa a discenderlo.
I due camminavano in silenzio, lo schioppo armato e quasi spallato,
coll'ansia indicibile del colpo imminente. Un sibilo acutissimo li
piantò immobili in attesa; i camosci, una quindicina almeno, erano tutti
ritti sulla cresta delle roccie annusando l'aria inquieti dello scampo.
Quattro colpi ne precipitarono tre giù pel dirupo, e gli altri fuggirono
a salti verso il ghiacciaio. Neanche la pena di portarli a spalle fino
alla piana; i camosci c'erano caduti da sè; una buona giornata! I
cacciatori corsero ad affacciarsi all'abisso e videro in fondo sulla
neve terrosa di una valanca le tre bestie già immobili.
Stavano per tornare quando il Balmet accennò subitamente al Rosso la
cresta opposta del burrone dicendo:
--Le guardie.
Erano due com'essi, armati com'essi, fermi a guardarli.
--Il colpo è fatto,--rispose il Rosso,--scendiamo.
Diffatti le guardie non potevano, per la distanza, averli ravvisati e di
cacciatori in paese ce n'era tanti, che valli a scoprire. Al più
occorreva, per non perdere la preda, avanzare le guardie nella discesa;
una volta padroni dei camosci, a nasconderli ci pensavano essi.
Il Balmet non perdeva d'occhio il nemico.
--Hanno un cannocchiale.
--Sì? A me!
E senza pure un secondo di esitanza, il Rosso si pose a ricaricare il
fucile dopo di aver minacciato con un gesto le guardie.
--Giù!--gridò il Balmet, e si gettò lungo e disteso sulla roccia.
Dall'altra partì una schioppettata; il Rosso lasciò cadere l'arma, urlò
un Cristo, tentò un passo verso il compagno e rotolò a terra. Le
guardie, fatto il colpo, erano scomparse.
Balmet si precipitò verso il Rosso. Era vivo ed in sensi; con uno sforzo
violentissimo s'era raccolto a sedere e stava tastandosi colla destra il
braccio e la gamba sinistra gridando: I porci! i porci! i porci! Due
grossi pallettoni lo avevano colpito all'avambraccio sinistro ed alla
coscia sinistra ed erano usciti tutti e due, quello del braccio rigando
profondamente la carne, e quello della coscia lacerando certo qualche
muscolo o qualche nervo motore. Balmet prese un pugno di neve e lo
cacciò nelle ferite dopo averle denudate; il Rosso lasciava fare
imprecando sempre colla stessa parola ai feritori.
--Puoi reggerti?
--Impossibile.
--Come scendere?
--Portami.
Ma il Balmet non poteva bastare al peso, il ferito era un demonio di
omaccione alto e pieno, da stancare otto braccia.
--Aspettami.
--Aiutami a levarmi di qui, posami là,--e indicava una macchia verde di
erba nuova in basso del nevato.
Come vi fu adagiato, il Balmet gli diede la fiaschetta dell'acquavite,
un grosso pane, uno straccio di carne salata, si levò di dosso la giacca
di lanaccia, gliela pose sulle spalle, gli promise che sarebbe tornato
al più presto con aiuti, e via a precipizio per la più diritta.
Era forse l'una pomeridiana. Il sole batteva a perpendicolo e l'aria
tremava e fumava. Il nevato sudava e si squagliava in rigagnoletti, i
quali saltellando per le asperità del suolo o scorrendo lisci sulla
neve, rendevano mille musiche allegre, suoni metallici, mormorii
sommessi di innamorati, brontolii corrucciati come di vespa rinchiusa,
gorgogliavano con accenti di rabbiuzza impotente nelle strette rocciose
e poi si combinavano e, come lieti di ritrovarsi dopo tanto silenzio di
prigionia, acceleravano la corsa fino a precipitare in cascata di
spruzzi argentini giù per qualche dirupo che serbava ancora lungo la
parete la riga secca e nericcia che gli avevano lasciato le acque degli
anni addietro. Qua e là, nei seni meno assiduamente percossi dal sole,
un filo d'acqua tardivo e stantìo gocciolava miseramente con
intermittenze di singhiozzo, ed alla prima nuvola che l'oscurasse,
stagnava ad un tratto, per rilamentarsi, tornato il sole, come un
fanciullo piagnucoloso.
Nei larghi fortemente inclinati, in certi punti la terra trapelava con
toni neri lucentissimi fra un nevischio diradato come una mussola; in
altri luoghi ogni traccia di candore era sparita ed un'erbetta minuscola
e tenerissima luccicava al sole. Il Rosso rimaneva immobile, le gambe
distese sull'erba, la schiena appoggiata ad un sasso, muto nella rabbia
e negli spasimi delle ferite. Ad ora ad ora allungava il braccio sano,
raspava quel po' di neve che gli veniva fatto e mutava empiastri alla
piaga; così aveva fermato il sangue. Misurando colla memoria lo spazio
che lo separava dalle prime case, contava il tempo che gli rimaneva
d'attesa prima che tornasse il compagno. A quest'ora è giunto
all'abetaia; avrà preso per il _Clapey_, il terreno è sdrucciolevole, ma
egli salta come un camoscio; e lo faceva qui e là e più in basso e ne
seguiva la corsa, minuto per minuto, rivedendo i luoghi, richiamandosi
in mente tutti i particolari della via. Come la sapeva a memoria la sua
montagna; non si era mai avveduto di conoscerla tanto! Chi verrà? Questi
è in casa di certo, quell'altro bettoliere sfaccendato sarà giù in Cogne
briaco. E poi ci sono le donne. Ma già bisognava fare i conti larghi; la
gente ha da fare, non si trovano subito tre o quattro disposti alla
prima chiamata. E allora si metteva a capo fitto negli ostacoli, si
lambiccava il cervello a cercarne; e forse alle prime case della gente
non ce n'era; pazienza saranno un'ora, due ore di più, che importa? ne
rimangono delle ore di sole!
Provava una tenerezza immensa per gli amici e conoscenti della valle,
una vivacità infantile d'affetto per gente cui non parlava da anni. Nel
suo monologo silenzioso chiamava: _Quel buon [pg!31] Pietro, quel buon
Stefano_; un Pietro ed uno Stefano che aveva minacciato di schiaffi il
giorno addietro, e tirava i conti al bilancio delle sue buone azioni,
ripensando i mille minuti servigi resi qua e là; ad uno aveva dato mano
a levare la vacca da un burrato; un altro quando egli saliva ai camosci
lo pregava di sterrargli la tura per dar da bere ai prati; e quando
scendeva in Aosta, quante diverse incombenze gli fioccavano addosso! e
quante volte i cacciatori suoi compagni l'avevano richiesto d'aiuto per
ficcargliela alle guardie; ed egli non aveva mai rinculato.
Era un buon diavolaccio in fin dei conti, e colla sua forza un altro
sarebbe stato ben più prepotente e manesco di lui. Ma poi veniva la
pagina del passivo, ed i pugni ed i calci menati senza misericordia gli
facevano, ripensandoli, una sorpresa dolorosissima.
Una volta, un marito lo aveva colto allo scuro sul fienile colla moglie,
perchè egli era stato un bel pezzo di giovinotto dieci anni addietro e
le donne non gli dicevano di no, e a quel marito era stata somma grazia
tacere perchè lo conosceva. Che idea di fare così il galluccio su tutte
le stie! Bel profitto glie ne restava. Ogni nuovo torto che si scopriva
gli dava una trafittura più acuta che non facessero le ferite. Ma era un
fanciullo ad accorarsi così. Egli sarebbe ben corso ad aiutare un altro,
il primo venuto, anche un nemico quando lo avesse saputo alle sue
strette. Oh come sarebbe corso! Che zelo di carità lo infervorava!
Avrebbe affrontato mille pericoli per salvare un convalligiano, perchè
la valle è una patria stretta e fa parentela. E poi egli era vittima
delle guardie, e contro le guardie non si doveva forse dar tutti? Ogni
idea che gli veniva gli durava un gran pezzo, non già che la rivolgesse
per vederne il fondo o se ne compiacesse; era l'idea che stava lì ferma
a martellarlo, picchiando sempre colle stesse parole, e le più testarde
erano le cattive. A volte chiudeva gli occhi e pareva dormisse, poi li
riapriva di scatto per guardarsi dattorno. E nessuno veniva. Che tempo
era passato? Benchè i valloni fossero già scuri, la valle stava tutta
sdraiata al sole come una pigra, e le acque seguitavano le loro
chiacchere da comari. Ma il soffio freddo del tramonto era imminente.
Egli lo vide salire, correre la vallata come un brivido febbrile. Le
foreste se lo comunicavano d'una in altra, i rami verdi scuri degli
abeti lontani prendevano un fuggevole riflesso argentino che li lasciava
più scuri ed immobili, i fieni diventavano grigi un istante curvandosi,
e si risollevavano più rigogliosi, ed il soffio passava e saliva sempre
rapidissimo. Gli abeti più vicini agitarono le punte come volessero
ricusare la notte, i prati più vicini ondeggiarono in disordine; tutti i
suoni, tutte le voci della valle furono ad un tratto portati in alto da
un'ondata echeggiante; il ferito ebbe un fremito gelido, e poi tornò la
calma ridente di prima.
Ma il segno era dato! Quella potente onda di suoni aveva chiusa come in
un crescendo finale, la grande sinfonia diurna; il sole aveva un bel
risplendere ancora, la giornata era finita. La crosta del nevato
rassodandosi mandò mille piccoli scricchiolii secchi come scatti di
molla, tutte le note allegre dell'acqua tacquero, tutti i rigagnoli
stagnarono, la neve mutò la sua mollezza umida in durezza cristallina, e
l'aria diventò fredda, tagliente, acerba come un nemico.
Già da qualche minuto un sospetto sordo e confuso si era insinuato di
mezzo ai pensieri del Rosso. Egli lo avvertiva ad un senso di amarezza
acuto, ma non se ne rendeva ragione e non sapeva dargli nome nè corpo.
Più che un sospetto, era una tentazione. Rifacendo il cammino che doveva
seguire il Balmet, battendo mentalmente a tutti gli usci dei casolari,
discutendo fra il timore e la speranza tutte le probabilità di soccorsi,
era giunto a dimenticare il suo stato presente ed il dolore delle
piaghe, e gli pareva di essere egli sano e disposto, che cercasse aiuto
pel compagno ferito. Ma nella sua corsa gli tornava, con una insistenza
sempre crescente, il pensiero dei tre camosci uccisi immobili laggiù
sulla neve terrosa della valanga. Una bella preda per un uomo solo! Tre
camosci! Chi lo impediva di nasconderli in qualche cavo di roccia, o
sotto la neve, e di venir poi la notte caricarli sul ciuco ed a tirarne
e serbarne tutto il profitto? Anche respingendola, quell'idea lo faceva
sorridere di compiacenza. E quando il primo soffio gelato lo richiamò
bruscamente alla coscienza de' suoi dolori, quell'idea non lo lasciò più
un istante; ma non era sua, era del compagno e sentiva che anche
all'altro doveva esser venuta, che anche l'altro se ne sarebbe
compiaciuto, che l'avrebbe respinta, e poi discussa e poi seguita.
Allora il sospetto dell'abbandono gli si infisse nella mente e la
tardanza del soccorso lo mutò in certezza. In un attimo si vide perduto
e la disperazione gli diede una forza immensa. Reggendosi col braccio
sano, puntando a forza la gamba sana, si trascinò in mezzo a dolori
laceranti fino all'orlo del burrone, e si affacciò all'abisso ghignando
di terrore. I camosci erano sempre immobili sulla valanca. Rinacque!
Che orribile sogno aveva fatto! Ora la salvezza era certa e vicina. Gli
pareva perfino di sentire le voci ed i passi dei giungenti, guardava
intensamente qua e là tremando per l'imminenza della gran gioia. Che
grido avrebbe mandato a vederli! Tutta l'anima sua sarebbe stata per
quei valorosi, tutta la sua vita. Ancora un minuto, un minuto... eccoli!
Ma come? Di là? Da quella parte?
Su dal burrone gli era giunto il rumore di pietre smosse e rotolanti.
Guardò di nuovo. Due dei camosci erano scomparsi ed un uomo, il Balmet
di certo, stava curvo sull'ultimo per caricarselo a spalle. Non lo
ravvisò per l'ombra e la distanza, ma non poteva essere che lui.
All'urlo ruggente ch'egli mandò a quella vista, l'uomo levò la testa,
guardò in alto, poi riprese l'opera frettoloso. Dopo un istante la
valanca fu tutta deserta.
L'ombra era venuta, tutta la valle era scura, il sole fuggiva dai prati
e dalle foreste e metteva sulle ghiacciaie all'intorno dei colori
dolcissimi di rosa e dei riflessi di un azzurro intenso. Poi anche le
ghiacciaie allividivano, i raggi orlavano le supreme vette e
dileguavano, e solo laggiù in fondo sul Monte Bianco duravano le carezze
della luce. I dorsi nevosi furono ancora per qualche minuto più oscuri
che il cielo, ma poi questo prese un colore cinerino e la neve spiccò
più netta e più luminosa di esso; poi nel cielo sereno brillarono le
stelle, la via lattea fu la maggiore bianchezza e la valle rimpicciolita
perdette ogni forma.
La gran conca di Cogne fu muta e nera come un sepolcro.
Il ferito cominciò a singhiozzare come un fanciullo, poi, furente, si
diede ad urlare con voce di dannato. Chiamava, imprecava, pregava,
mandava suoni senza nome, fremeva, taceva sfinito, ricominciava più
feroce, finchè gli urli tornarono grida umane, e le grida lamenti
acutissimi, ed i lamenti gemiti spossati e sommessi. Poi la voce gli
mancò anche a quelli. Allora si mise a guardare nell'ombra dinanzi a sè,
immobile, istupidito.
La mattina era ancora vivo: il giorno gli tornò qualche speranza remota,
e sovratutto una lucidezza nettissima di mente. Del Balmet era inutile
sperare; ma le guardie fatto il colpo erano forse discese a denunziarlo
e l'autorità sarebbe certo salita a cercare di lui. Volendo serbarsi in
vita per quell'attesa, tornò a trascinarsi fino al luogo dove il Balmet
lo aveva deposto e dove egli la sera prima aveva lasciato quel po' di
provviste che aveva. Fu una fatica lunga e dolorosa.
Là addentò senza voglia la carne salata, bevve qualche sorso di
acquavite e gli parve tornare in forze. Le piaghe non davano sangue ma
cuocevano gonfiando, la coscia specialmente era divenuta grossa e tirava
la pelle fino a crepolarla. Gran lavoro seguiva là dentro! Sentiva tutti
i nervi stirarsi, irrigidirsi, poi riallentarsi come corde spezzate, ed
una irrequietudine invincibile ed un senso torpido di gravezza gli
davano bisogno di muoversi e gli impedivano ogni movimento. La mattinata
fu serena ed il meriggio cocente. Il calore del sole gli faceva un gran
bene e poi non gli pareva di essere così solo in mezzo alla allegria dei
suoni. Ma le ore passarono, passarono senza che alcuno giungesse. Un
branco di camosci scese placidamente dal ghiacciaio, saltellò sul
nevato. Alcuni dei più arditi si accostarono a lui, fiutarono
insospettiti che fosse quel corpo scuro e poi rinfrancati dalla sua
immobilità gli furono quasi sopra finchè egli con un gesto del braccio
sano li impaurì e li mise in fuga. Erano forse gli scampati del giorno
addietro.
A poco a poco una stanchezza molle, quasi dolce lo aveva preso per tutte
le membra, non soffriva più che di sete, perchè l'acquavite non faceva
che stimolarlo ed egli aveva finito di raspare tutta la neve che gli
stava a portata; ma nulla al mondo gli avrebbe fatto tentare un
movimento che lo disadagiasse. Prese un sassolino e lo tenne in bocca
per promuovere la saliva e intanto seguitava a guardare diritto dinanzi
a sè nell'aria e per la valle dove il verde dei prati gli riposava la
vista. Non sperava più, non si lagnava più, non pensava più. Era in uno
stato delizioso di morbidezza e se fosse venuta gente a levarlo di là,
li avrebbe pregati di lasciarlo solo così com'era ed immobile.
Verso l'ora del tramonto qualche leggiera nuvola spuntò dalla parte del
Gran Paradiso; poco dopo altre nuvole scavalcarono le vette da ogni lato
e si allargarono radendo la montagna, strisciando lungo le roccie con
serpeggiamenti lascivi, lacerandosi alle foreste. Altre sbucavano dai
valloni con aria sospettosa: esitavano un istante come paurose di essere
avvertite e poi correvano a congiungersi alla gran fiumana grigia che
oscurava il cielo sulla valle. Nei seni, delle nebbiuzze sottili
filavano su per le strette velocissime, come succhiate da qualche enorme
bocca aperta nel cielo. Poco alla volta la conca fu chiusa tutto
intorno, come da un immenso coperchio; solo laggiù sul Monte Bianco
rideva una gaiezza di cielo sereno con luci azzurre color di viola, di
rosa e di un giallo ardente.
Il Rosso fissava quel solo punto luminoso con una intensità da maniaco.
Gli pareva che tutto quell'accumularsi di nembi fosse inteso a suo
danno; le nuvole erano nemici che volevano accerchiarlo e soffocarlo. Ma
il Monte Bianco vegliava alla sua salvezza e gli diceva di confidare, di
non si muovere, che c'era lui, che con un soffio avrebbe sbarazzato il
cielo tornandolo pulito come uno specchio. La lotta fu lunga ed
accanita. Le nuvole s'accavallavano, si addensavano, diradavano,
fuggivano, tornavano con moti convulsi, rigando il cielo di righe
bianche esilissime, sporcandolo con grosse macchie grigiastre e color di
piombo. La sete gli cresceva, era divenuta ardente, insopportabile, ma
egli non poteva muoversi, sempre fisso nella raggiante gloria della
grande montagna.
La campana di Cogne suonò l'_Ave Maria_, le nubi vinsero, il Monte
Bianco fu velato ed il Rosso chiuse gli occhi; morto.
Il cielo s'abbassò fino a toccarlo! nella valle pioveva fitto e lassù
sulle alture della Nouva, intorno al cadavere cominciò una battaglia di
neve rabbiosa e cristallina che si risolvette poi in larghe falde,
fioccanti silenziose a perpendicolo.
Le donne degli alti villaggi intanto accorrevano alla chiesa e
bisbigliavano fra loro di spiriti che la notte innanzi avevano empita di
grida e gemiti la valle.