Ebbi una volta per guida uno strano uomo irrequieto e verboso, così
dissimile da tutti gli altri del suo stato, che la prima metà della
strada andai sempre cercando meco stesso un pretesto plausibile per
tornar indietro e la seconda, devo dirlo, rimproverandomi di averlo
giudicato male. Il modo con cui mi s'era offerto, il suo contegno, lo
sguardo, il vestire, il passo, l'accento e perfino la forza erculea
veramente straordinaria, tutto in lui m'era argomento di grave sospetto.
Ero all'Albergo del Giomen, al Breil in Val Tournanche, e volevo recarmi
in Val d'Ajaz all'albergo del Fiery dove avevo dato la posta a parecchi
amici. Per il Colle delle Cime Bianche, che è il passaggio più diretto,
ero passato altre volte, e poichè quello richiede otto buone ore di
cammino, tanto valeva allungarla di tre o quattro, toccare il piccolo
Cervino, una delle più mansuete vette del Monte Rosa, e scendere poi da
quello in valle d'Ajaz.--Ma, avendo la valigia piuttosto greve,
occorreva trovare un mulo che per le Cime Bianche me la portasse al
Fiery ed una guida per me.--Ora di muli non ce n'era pur uno e la sola
guida che si trovasse, uno svizzero di Zermatt, non voleva saperne di
portar peso. Era dunque in pericolo, non solo la vagheggiata escursione
al piccolo Cervino, ma altresì il mio passaggio più diretto per giungere
al convegno.
La vigilia del giorno che dovevo partire, stavo all'imbrunire sull'uscio
dell'albergo, guardando inquieto verso le praterie che salgono al San
Teodulo, caso mai capitassero guide o portatori di ritorno, quando venne
il padrone a dirmi di aver trovato il mio uomo.
--L'avete mandato a cercare?
--È qui.
--Quando è arrivato?
--Ora.
--Viene dal basso?
--No signore, dalla montagna.
--Impossibile, l'avrei visto scendere, sono qui in vedetta da un'ora.
--Quello non passa dove passano gli altri.
--Perchè?
Ma l'oste non volle spiegarsi altrimenti; solo chiamò ad alta voce:
Jacques.
Era un bell'uomo alto alto, membruto, sui trent'anni; grondava di sudore
e le stille gli si incanalavano in certe rughe profonde che davano al
viso un'espressione di volontà dura e travagliosa. Gran naso retto, gran
bocca, una selva di capelli neri e crespi, barba di due giorni. Volli
rientrare per levarlo alla brezza assiderante, ma crollò le spalle e mi
disse subito:
--Lei vuole andare al Fiery e salire prima sul piccolo Cervino?
--Al piccolo Cervino ci ho rinunziato, a meno che stassera non capiti un
mulattiere che mi passi la valigia per le Cime Bianche.
--La porto io.
--Allora mi ci vorrebbe una guida per il Cervino.
--Vengo io.
--Voi volete portare la mia valigia lassù?
--Quanto pesa?
--Saranno quattro miria.
--Bella roba! Mi dà quindici lire.
Il prezzo era più che discreto; ma l'amico mi pareva un gradasso. Gli
offersi di vedere almeno la valigia, ma ne rise. Non mi piaceva.
--Voi fate la guida?
--Sicuro.
--Avete il libretto?
--No. Ho il certificato di congedo assoluto. Ero in artiglieria.
--Come vi chiamate?
--Tutto per quindici lire?
E si mise a ridere con un'aria acerba.
--Basta, il nome glie lo dico gratis. Mi chiamo Giacomo Balma. Le
accomoda?
Visto che il suo ghigno non mi andava, mutò faccia subitamente e
aggiunse con accento profondo:
--Tre scudi mi fanno comodo, sa; domani sera mi saprà dire se li ho
meritati.
E dopo una pausa indagatrice:
--L'oste mi ha detto che lei lo conosce da un pezzo. Gli domandi pure di
me. Riverisco.
E scese in cucina.
L'indomani partimmo alle tre della mattina. La mia valigia a soffietto,
piena zeppa gli parve un fuscello: la portava legata con corde al dorso,
come un zaino. Camminava leggiero e spedito zufolando la marcia del
Flick e Flock in tempo da bersagliere. La sua andatura aveva qualche
cosa d'insolito: non sapevo dire che fosse, ma la avvertivo dissimile
dall'altre; più tardi me ne diedi conto: il suo passo non faceva rumore,
sembrava sfiorare la terra. Appena avviato s'era messo a discorrere, ma
fosse il sonno o il senso di disagio che mi dava la sua compagnia, non
gli risposi. Tentò due o tre argomenti, poi smesse e prese a zufolare
affrettando il passo. Per salire al piccolo Cervino, si passa il colle
del _Saint Theodule_, un colle di ghiacciaio, la cui altezza rimane
impressa a memoria per i quattro 3 che ne formano la cifra. È alto 3333
metri. Di solito partendo dal Giomen si sale tosto per il dorso erboso
del monte e si affronta poi il ghiacciaio in alto, dov'è quasi piano e
quindi meno rotto dai crepacci. Il mio uomo prese invece ad aggirare il
monte nella sua falda più bassa, finchè non ebbe trovato una specie di
canale inciso nella rocca viva, scabrosissimo e nudo come una lavagna;
lo imboccò senza interrogarmi, e vi si inerpicava lesto come uno
scoiattolo. Certo a quel modo la salita era più divertente e spedita;
dove ci s'aiuta di mani e di ginocchia ed ogni passo vuol essere
studiato e misurato, la mente distratta non avverte la fatica; senza
contare che il lavoro compiuto appare evidente e l'altezza guadagnata vi
ripaga dello sforzo. Ma in certi punti il canale era così scosceso da
impensierire. Sul principio, Jacques, nei punti più ardui si voltava e
mi porgeva la mano, ma fresco di forze avevo respinto l'aiuto,
orgoglioso di cimentarmi colla dura montagna. Allora l'amico s'era messo
a camminare per suo conto, abbandonandomi al mio destino. Pericolo di
vita non c'era mai, ma quel vederlo su in alto mi faceva un dispetto
acerbo. Certe volte, tutto intento ai miei passi, lo scordavo e quando
levavo la testa seccato di trovarmi solo, il canale mi appariva vuoto
fino alla cima. Dov'era andato colui? Il suo aspetto, la scelta di
quella via inusata, la sua andatura, e quello scomparire misterioso,
tutto ciò mi metteva in sospetto. Ero sicuro che l'oste, non mi avrebbe
affidato ad un cattivo soggetto, ma questa sicurezza non bastava a
tranquillarmi. Seguitavo a salire e quando levavo di nuovo la testa,
eccolo un'altra volta a suo posto, ma lontano lontano e sempre incurante
di me. In principio avevo pensato che in certi punti il canale divenisse
impraticabile e che convenisse uscirne per ripigliarlo più sopra, ma
mano mano che procedevo mi accorgevo che il passaggio c'era sempre, anzi
che andava sempre facendosi più agevole. Gli gridai di fermarsi, ma
bisogna dire che la mia voce non gli giungesse, perchè fu gridare al
vento. Se non era della valigia, credo che me ne sarei tornato
senz'altro. Finalmente lo vidi seduto a terra, aspettarmi. Lo raggiunsi
di malo umore; il fondo quasi liscio della roccia si era fatto
sdrucciolevole per una vena d'acqua, ed egli s'era fermato per darmi
mano che non cadessi.
--Perchè vi allontanate? voglio avervi presso di me.
--Mi era parso che le piacesse di star solo non volevo seccarlo.
--Perchè abbandonate la strada così spesso? Che fate in giro?
--Sono della razza dei bracchi, mi piace fiutare intorno il terreno.
--Bene, ora non mi lascierete più.
--Come comanda.
Cercai di intavolare io il discorso, ma questa volta era lui che non ci
mordeva. Era spuntato il sole, egli s'era levata la giacca e la portava
sul braccio. Dalla cinta di cuoio gli pendeva una accetta da potatore,
istrumento insolito alle guide.
--Perchè portate quell'accetta?
--La porto sempre.
--Per farne che?
--Così.
Mi guardò bene fiso e aggiunse:
--Ho anche una pistola, guardi.
Levò di saccoccia una pistola corta a due canne e me la diede
avvertendomi che era carica. Fui tentato di serbarla: in montagna da noi
nessuno cammina armato, le pistole sono un arnese di lusso destinato
alle salve d'allegria in occasione di nozze. Ma pensai che, volendo
farne cattivo uso, non me l'avrebbe mostrata e glie la ritornai senza
far parola. Dopo un quarto d'ora di cammino, mi disse:
--Scusi, torno subito. Vada pure lei, lo raggiungerò fra due minuti.
E via per la costa. Volli levarmi di dubbio e appena fu avviato uscii
dietro di lui dalla gora; lo vidi correre ad una rovina di grossi massi
discosta un dieci metri; si chinò, smosse due o tre pietrone, frugando
per la terra e tornò indietro. Come avvertì che lo stavo spiando,
corrugò la fronte e accese lo sguardo, ma lo spianò e lo spense in un
minuto.
--Sono andato a pigliare questo pane e questa crosta di formaggio che
avevo riposto ieri. Io giro spesso per le montagne e vi dispongo i
depositi di viveri.--Mi guardò di nuovo negli occhi e--Non crede?
No, non credevo; il pane lo avevo veduto levarselo di saccoccia e il suo
turbamento al dubbio di esser sorpreso doveva pure avere una ragione.
Cominciavo a sentirmi vivamente inquieto. Egli se ne accorse e diventò
subito gioviale e verboso; mi conosceva, aveva domandato di me all'oste,
sapeva che ero uno scrittore, come a dire un giornalista, che dev'essere
un gran bel mestiere da guadagnare sacchi di quattrini. Lui conosceva la
vita della città e leggeva sempre i giornali. Anche sapeva che avevo
scritto delle opere per il teatro, un'altra miniera d'oro; ma se volevo
dargli retta egli sì che me ne avrebbe raccontate delle storie, e fatti
conoscere dei birbanti! Ah, loro vengono qui per il gusto di provare che
cos'è la fatica? Se lo sapessero che cos'è! E quanto costa un pezzo di
pane! E c'è della gente che ce lo vorrebbe rubare; ma (e si toccava in
saccoccia la pistola) ma c'è qui il giudice, il giurato, il pretore, il
presidente, e tutti gli accidenti della terra, e se vogliono venire
vengano che mi troveranno. Aveva una facondia abbondante e collerica,
come di un uomo persuaso di qualche persecuzione continua ed accanita;
spezzava il discorso e saltava da un soggetto all'altro come spinto da
un tumultuoso getto d'idee e pauroso di smarrirle discorrendo. Aveva
certo qualche acerrimo nemico che governava misteriosamente tutti gli
atti della sua vita; tutti i suoi discorsi mettevano capo a quello e
precipitavano in minaccie indeterminate ed oscure, profferite ridendo,
coi denti stretti, i denti bianchissimi e saldi, capaci di spezzare uno
scudo. E nel fondo degli occhi gli tremava una inquietudine timida ed
umile che contrastava colle violente parole e aveva finito per
rassicurarmi interamente. Anche di questo si avvide, e quando gli
offersi un sigaro mi disse:
--Lei ha pensato male di me. Non sono un birbante, venga qui e capirà
tutto.
Eravamo ai primi nevati. Il canale s'era allargato e la montagna intorno
non aveva un filo d'erba. Era tutta una rovina di massi giganteschi,
gran dadi rocciosi lucenti come un metallo, mezzo affondati in un
terreno sabbioso, molle per la neve sciolta di fresco e per gli scoli
del ghiacciaio. Mi condusse per mano nel labirinto finchè giungemmo ad
una specie di grotta formata da due massi che contrastavano
puntellandosi a vicenda. Entrò nel cavo carponi e ne uscì con un pacco
di poche libbre di peso, involto in stracci laceri; lo sciolse e ne
trasse sigari e tabacco. Era un contrabbandiere. Scendendo di Svizzera,
disseminava la sua mercanzia in tanti nascondigli diversi, perchè, se
mai, non avesse a cadere tutta nelle mani delle guardie. Come ebbe
rifatto l'involto, lo ripose nel fondo e tornò a me col viso rischiarato
e fidente. Ora che il suo secreto era stato lui a dirmelo, non temeva
più di me.
--Questo è il più alto magazzino; le guardie non salgono mai sin qui,
sanno che a queste alture non c'è più pastori che possano far da
testimonio occorrendo, e che qui comando io.
E questo è il mio aiutante di campo, aggiunse, togliendo, da una
fenditura lì presso, una carabina da doganiere.
Il contadino non può persuadersi che il contrabbando sia una azione
colpevole, il suo senso morale non arriva alla nozione degli artificiali
diritti dello Stato. Sa che il rubare e il far violenza nel prossimo
sono atti disonesti, ma non può concepire per disonesto il comprare un
oggetto là dove lo si trova a miglior mercato, e lo smerciarlo dove lo
pagano caro. La proibizione di un traffico tanto naturale gli pare una
prepotenza intollerabile, contro la quale non solamente è lecito, ma
meritorio ribellarsi. Di qui un odio violentissimo contro le guardie e
il fermo proposito e la fredda capacità di fare a schioppettate se
occorre. Le guardie lo sanno e bene spesso quando incontrano il
contrabbandiere in luoghi aspri e deserti, se non sono in tale numero da
schiacciarlo o se non presumono alla mercanzia frodata un valore
eccezionale, fanno le mostre di non avvertirlo e passano guardando
dall'altra. Un colpo è presto tirato e a quelle alture un cadavere è
agevolmente e durevolmente trafugato. La guardia non torna in quartiere,
i sospetti cadono sul vero omicida, partono drappelli e frugano per le
gole in traccia del morto, ma prove salde non ne raccoglie nessuno.
Sull'Alpe alta c'è sempre qualche voragine aperta a comodo degli
avvocati difensori.
La mia guida s'era trovata una volta, inerme, sotto il tiro di due
doganieri e n'era scampata per miracolo. Un'altra volta aveva fatto
smottare dall'alto, non visto, una frana di sassi addosso a due guardie
che salivano la ripa e una di esse, scappando, aveva perduto la
carabina.
--Quella carabina che le ho mostrato,--aggiungeva Jacques, con un piglio
trionfatore.--Ma che vitaccia! E il guadagno è poco, sa.
E mi raccontava le traversate notturne, d'inverno, solo per le
ghiacciaie mortali, carico come un mulo, le _tormente_ che lo
assalivano, lo flagellavano a sangue, e lo tenevano immobile,
rannicchiato sotto un antro di rupe, pauroso di soccombere al sonno
traditore della montagna, il sonno gelido, invincibile avanguardia della
morte. Oh egli li conosceva quei valichi, passo a passo, ne aveva
contate tutte le roccie e aggirati tutti i seni e misurata la bocca di
tutti i crepacci e tastata tutta la crosta nevosa che li scavalca in
forma di ponte. Sapeva dove si può agganciare l'occhio della fune per
calarsi lungo gli scoscendimenti levigati della rupe, e dove la
sporgenza rocciosa basta al passo, e dove il monte, frantumato dai
fulmini e roso dalle acque, cede al minimo peso e precipita in lavine
micidiali. Nessuna guida poteva stargli a paro. A lui non occorrevano
corde per traversare il ghiacciaio, nè bastone ferrato per reggervisi.
Misurava i salti e li spiccava coll'occhio e il piede sicuri del
camoscio.
--E sa perchè ho voluto accompagnarlo? Se lei non mi ci voleva, ci
salivo lo stesso, oggi, a questi piani. Oh non tema, che non faccio
contrabbandi in sua compagnia, non lo metto a nessun rischio. Ma un mio
parente, che s'industria con me allo stesso traffico, manca di casa da
otto giorni. L'avevo lasciato a Zermatt, otto giorni or sono, e doveva
tornare l'indomani. Io lo seppi solo ieri sera che non era tornato. Ciò
m'inquieta. Di questi giorni nevicò due volte sulle vette, e d'estate
chi dice neve dice burrasca. Bisogna bene che cerchi di lui; ma sono
povero e ho molta famiglia, non posso perdere le mie giornate. Cerchiamo
insieme: vuole, signore?
Non posso dire quanta dolcezza supplichevole c'era in quelle parole:
Vuole, signore?
Sicuro che volevo, anche a costo di passarci due giornate volevo; al
piccolo Cervino ci sarei salito un'altra volta, perchè sulle vette era
inutile cercare.
Sul ghiacciaio, che, valicato appena il Teodulo, sale verso il
Breithorn, trovammo delle peste.
--Sono le sue,--disse Jacques;--sono peste di cinque o sei giorni e di
un uomo solo; combinano. Speravo che fosse rimasto a Zermatt; se è
salito è morto.
Seguitammo le peste per oltre un'ora, ma giunti al piano superiore, ne
smarrimmo ogni traccia; era nevicato di fresco e la neve era tutta
vergine e piana. Dopo avere aggirato senza frutto tutto quanto il
ghiacciaio, verso l'imbrunire ci cascò l'animo e la forza. Giungemmo
all'albergo del Fiery verso le undici di sera. La casa era tutta scura e
silenziosa, ma l'oste doveva essere di sonno leggiero, perchè, appena la
mia guida l'ebbe chiamato per nome, si affacciò ad una finestra e disse:
--Sei tu, Jacques?
--Sì, apri.
L'oste senza muoversi replicò:
--È là dietro la casa vicino al fienile; ora scendo.
Jacques fu di un salto al luogo indicato, ed io lo seguii tastoni. Prima
che l'oste giungesse, avevo acceso un cerino e vedemmo coricato su di un
trave un sacco chiuso alla bocca, pieno, ma tutto gobbe e rilievi.
Jacques capì, io indovinai al gesto ch'egli fece; in quella giunse
l'oste.
--L'hanno portato stassera, le guide di Gressoney lo trovarono ieri sul
ghiacciaio d'Aventina; oggi salirono coi pastori a pigliarlo. Domani
verrà il pretore per l'atto. Era seduto sulla neve, i piedi neri per la
cancrena: la tormenta lo ha preso e fermato, il freddo gli ha dato la
cancrena ai piedi, dovette sedere e si addormentò.
Jacques aperse il sacco, lo rimboccò fino a scoprire la testa del morto,
lo baciò sulla bocca gli fece un segno di croce col pollice, sulla
fronte, poi richiuse il sacco e disse all'oste:
--Dacci da cena, questo signore muore di fame.