Quando Giacomo, gettato sulla pedana il sacco dell'avena ed impugnate le
redini alzava il piede per salire a cassetta, le quattro brenne
braveggiavano e s'inalberavano come cavalli di razza. La diligenza
strappata bruscamente, usciva dal portone con una voltata maestra ad
angolo retto e irrompeva di trotto sonagliando giù per la viuzza, mentre
egli, un piede sul montatoio ed uno in aria, lanciava voltandosi
indietro con spavalda noncuranza, un ultimo lazzo allo stalliere. Poi si
arrampicava a cassetta e durava un gran pezzo, dando le spalle ai
cavalli, le redini fra le ginocchia, a frugacchiare fra le gambe dei
viaggiatori per allogarvi allo scuro il sacco dell'avena e mille involti
e pacchi e pacchetti, nulla curando le impazienze di quelli che
svegliati a mezzo la notte, borbottavano e si dimenavano nella tenebra
calda dell'imperiale.
Aveva la più cattiva tappa dello stradale, tutta sali e scendi, e gomiti
e cune di rigagnoli, scarnata come un greto, chiusa qua e là fra il
monte e il fiume, un accidente di strada, ghiacciata tutto quanto
l'inverno, e l'estate in certi punti inondata alto un braccio al primo
temporale che gonfiasse la Dora. Faceva due corse nelle ventiquattr'ore,
una in salita la notte, l'altra in discesa il giorno. Prima di lui, ogni
due mesi, per quel tratto di strada era un cavallo coronato, e spezzata
o la sala o qualche razzo delle ruote; dacchè egli aveva preso le
redini, in tre anni non s'era rotta una tirella. Per strada lo
conoscevano tutti. Carrettieri, contadini, preti, osti, bottegai,
carabinieri, mendicanti, suonatori d'organetti, cantonieri, merciaiuoli
ambulanti, lucchesi, rivenditrici di fettuccie, tutti lo chiamavano per
nome, e davano al suo nome pronunziato in francese, una certa troncatura
vibrata che rendeva a pennello la sua indole irrequieta e risoluta. Egli
aveva per vezzo di fare eco al proprio nome con una sillaba consonante,
e a chi lo chiamava Giac, rispondeva invariabilmente un Crac secco come
una frustata.
Il suo vezzo era passato negli altri e l'accoppiamento di quelle due
voci era diventato nella valle quasi un segno di riconoscimento che
affermava il diritto di cittadinanza e stabiliva fra lui e ogni altro un
patto tacito di amicizia e di mutui servigi. Era servizievole, di buona
memoria, e gioviale sempre. La persona snella e l'aspetto piacevole gli
permettevano di essere famigliare con grazia, anche colla gente da più
di lui. Possedeva la grazia amatoria, faceva sorridere le ragazze e le
donne e le abbracciava di sorpresa senza farsi scorgere; traversando i
villaggi, a quante stavano alla finestra rivolgeva una certa mossa
rapida della testa, che gli gettava il cappello indietro sulla nuca,
mentre le labbra accennavano ad un bacio così improvviso e frettoloso,
che appena dava loro il tempo di vederlo, non di adombrarsene. Scherzava
a tono con ogni condizione di persone e dava ad ognuno la notizia che lo
poteva interessare. Come faceva, stando sempre per strada, a conoscere
tutte le conoscenze de' suoi conoscenti? Fatto sta che le conosceva e le
chiamava per nome tanto che Lasquaz, l'usciere, soleva dire di lui: È un
censimento.
L'inverno, quando la diligenza era vuota, egli sapeva con arte
sopraffina adescare i pedoni a salirvi. Prima di raggiungerli allentava
la corsa, li accostava di passo, poi li richiedeva di qualche minuto
servizio: districare le redini impigliate in un gancio, accorciare una
tirella, assestare il primaccino e intanto intavolava discorsi da
tirarsi per le lunghe, lasciando indovinare che al fondo ci sarebbe
stato il lecco di qualche notizia, di qualche storiella saporita, finchè
usciva in un: salite via, che poteva parere la paga del servigio
ricevuto; e quando l'amico cascatoci prendeva posto, gli susurrava
all'orecchio: ve la faccio a metà prezzo, ma che il padrone non lo
sappia.
Il padrone lo sapeva e toccava i quattrini. Quel tratto di strada
fruttava ora, un buon terzo di più che non solesse per il passato.
La notte, l'inverno, tutto il tempo della corsa zufolava quattro o
cinque note di una sola canzone; l'estate, discorreva coi cavalli, con
quelli di punta specialmente. Quelli del timone, diceva, non hanno tempo
di starmi a sentire. A questi le carezze, a quelli le frustate
chioccanti.
Metteva di volata una cavalla bianca chiamata Forca, e un cavallone
rosso, chiamato Rancio.
--Rancio, cosa guardi? È una pisciata di mulo che fa la schiuma. Sì.
Drizza le orecchie, ciac ciac [due frustate] ebbene? sà di buono? Su la
testa Forca, Forca, Forchetta, Forchina e Forcona, bella bianca, ti
piace la stalla, eh?--bada che t'inzuppi, leva i ferri o ti levo il
pelo,--avanti Rancio, vergogna! È una pietra grigia che splende alla
luna, c'era anche ieri.--Te le vuoi pigliare Forca, dimmelo che le vuoi,
è vero? è vero? Sono qui, sono qui, eccolo in aria il castiga rozze, il
castiga brenne, il castiga some, ciac, ciac, lo senti?--Oh, oh, oh! no,
con me! non si fanno i capannoni con Giac! Giac è buono!--Volete
spuntare canaglie, devono tirar tutto questi due vecchioni qui sotto? Ci
sono dei signori sapete, non è mica la baracca dell'inverno piena di
pechini e di pidocchi.--Brava Forca! Lo sapevo, ora si mette al galoppo,
ciac, ciac, ciac, anime belle, vi insegno il mestiere.
Certe volte il mestiere lo insegnava ai viaggiatori che gli sedevano
vicino, e allora erano sperticati elogi delle sue bestie, quattro
agnelli, ciac, ciac, che non occorre toccarli mai.
Coi signori, tutta gente scribacchina, chiamava _penna_ la frusta e
_calamaio_ l'astuccio di cuoio dove riporla in riposo, e via
discorrendo.
***
Il padrone di Giac, oste del _Cannon d'Oro_, teneva la posta da quindici
anni, e vi s'era arricchito ed impinguato.--Era un grosso omaccione dal
lardo cadente, pallido per vizio cardiaco e lento come un pachiderma. Un
monferrino, capitato venticinque anni addietro in Val d'Aosta conducente
di vino, stabilitovisi beccaio, assodatovisi tavernaio e salito poscia
alla dignità di albergatore e mastro di Posta. In sua vita, aveva fatto
due cose buone: molti quattrini ed una bella ed abbondante figliuola;
quelli per sè, questa [essa almeno sperava] per altri.
Ora, vecchio, non faceva più nulla; all'albergo pensava la figliuola, la
quale, nata quando già il padre prosperava, era chiamata _mademoiselle_
dai forestieri, e _soura Gin_ [signora Giovannina] da quelli di casa;
mentre al padrone, venuto su dal nulla, il nome di _Pèro_ [Pietro] non
s'era mai potuto nobilitare con un _sour_, ed era somma grazia se negli
ultimi anni, più la pancia che la dignità, lo avevano fatto chiamare
_Barba Gris_ [zio grigio].
_Soura Gin_ era dotata di una grassezza soda e fresca; bionda, bianca,
piccolo naso, piccoli occhi vivissimi, bocca larga, labbra carnose e
ridenti, dentatura stupenda. Badava a tutto, compresi i cavalli, era
sempre dappertutto, ma più in scuderia, quando sapeva di trovarci Giac.
Una volta che a Giac era toccato un potentissimo calcio da una mula,
essa gli aveva fasciato la gamba ferita e lo aveva tenuto all'albergo
come un signore per oltre una settimana. Un'altra volta, venuti alle
mani Giac e lo stalliere, questi ebbe da soura Gin otto giorni di paga
ed il congedo immediato. Barba Gris attribuiva quelle cortesie a
saggezza amministrativa: Giac essendo una perla di cocchiere, era
naturale che la figliuola lo tenesse da conto: ma Giac, sapeva valutarle
altrimenti, benchè non adoperasse per procacciarsele; giovialone con
tutte le donne, a tu per tu diventava un sultano freddo e non curante e
faceva grazia a lasciarsi adorare.
Un giorno il caffettiere e tabaccaio del luogo, venne dall'oste a
confidargli come qualmente una sua nipote ed erede, si fosse innamorata
di Giac, e lo volesse ad ogni costo per marito.
Giac non visto udiva il colloquio.
--Che ne dite voi?
--Dateglielo.--È un accidenti che può far la sorte di una casa.
E giù un sacco di elogi.
Giac la sera, tornato dalla tappa, così vestito com'era, colla _blouse_
di tela blu e la frusta in mano, prese Barba Gris in disparte, e senza
preamboli gli chiese la mano di soura Gin.
Il grosso uomo gli piantò in faccia gli occhi stralunati, gli strappò di
mano la frusta e rispose:
--Questa è la penna con cui vuoi scrivere il contratto? Fila, o te la
misuro sulla groppa.
--Non volete? Padrone! E andò a cena, poi a dormire sul fienile. Verso
la mezzanotte Gin fu a svegliarlo.
--Vieni con me.
Lo condusse in cucina, lo fece sedere, sturò una bottiglia di Carema,
gli sedette accanto, colmò due bicchieri, e levandone uno per toccare
gli disse:
--Alle nostre nozze!
Giac diede una crollatina di spalle.--Essa riprese:
--Queste sono due mila e settecento lire che ho raspato in quattro anni
di governo. Sono mie. Il padre mi ha detto ogni cosa, bisogna
costringerlo, se ti sposo senza il consenso, mi leva dal testamento: è
un cane.
--E lei non mi sposi.
--Con questi quattrini, tu gli pianti la concorrenza, comperi quattro
cavalli e l'omnibus della _Croce Rossa_ di Ivrea che è da vendere. I
quattrini li avrai trovati da una persona che ti protegge. Parti subito.
Fra otto giorni piombi qui coll'omnibus verniciato a nuovo: lo chiamerai
«l'_America_» e ci scriverai _Concorrenza_ in giallo che sembri oro.
Attacchi tre cavalli, il quarto starà di ricambio, in sei mesi li avrai
accoppati ma di qui là nasceranno cose. Farai tappa qui, per dar
profitto all'albergo, e mai parole brusche col padre. Siamo intesi? Va.
Giac la guardava versargli addosso dagli occhi asciutti tutto il fuoco
della sua giovinezza, sentendo di potersela pigliare solo allungando la
mano. In quel discorso, tronco, pensato, furbo, dove non era altra
parola che d'affari, vibrava una passione ardente, disposta egualmente a
concessioni immediate ed a lunghe pazienze. Ogni parola acquistava dalla
voce e dall'accento una doppia portata. Passava per il cervello, un
cervello mercantile ordinato e spedito, ma scaturiva diritta dal cuore.
Diceva le cose assennate, tradiva i sentimenti scomposti, i termini
erano da lettera di traffico, la voce era piena d'impeti e di caldezze
peccaminose e gli occhi secondavano la voce, foravano e frugavano,
cercando nel volto impassibile del giovane, un assentimento che la
facesse trionfare come di una vittoria insperata.
Il danaro era sulla tavola.--Essa seguitava: Un cavallo, lo trovi a
Donnas, che è il grigio di Loutrier; ha otto anni; ora è sfiancato, ma
lo rifaremo. Loutrier l'ha comprato tre mesi fa dall'Ebreo, ora lo
rivende perchè smette il negozio per la morte del figlio; ce n'è un
altro da vendere a Verres dal fornaio, quell'alto alto, colle barbette
lunghe: per trecento lire te lo buttano dietro; puoi provare se Viano il
conducente ti vende la Bella, è ombrosa e scappa, ma nelle tue mani...!
Non si può dire la carezza ammirativa che c'era in quelle parole: _nelle
tue mani_, e per accrescerla, essa ne afferrò una di quelle mani
poderose e la serrò vigorosamente in una stretta dove raccolse tutto il
fuoco della sua impaziente verginità, e tutta la tenerezza dell'animo.
E il giovane seguitava a guardarla impassibile, già risoluto di
accettare, ma inconsciamente persuaso del potere irresistibile che gli
derivava dalla sua freddezza.
Gin, ripreso il bicchiere che aveva deposto, lo tese verso di lui.
--Non vuoi toccare?
--_Topa_--rispose Giac, toccando col movimento del suonatore di
piatti--poi bevve d'un fiato e levatosi in piedi intascò lentamente
quattrini.
--Bondì soura Gin.
--Quando torni?
--Appena montata la baracca; ma i cavalli che mi ha detto lei non li
voglio. A vedermeli comperare farebbero troppi discorsi per la valle;
bisogna piombare qui d'un colpo col terremoto dell'_America_.
--È giusto: comprali dove vuoi; ma fa presto.
--E se me li mangio?
Gin crollò le spalle, sicura. Giac s'avviò seguito dalla ragazza.
Sull'uscio, questa gli pose una mano sulla spalla; il giovane si voltò
brusco, la levò di peso e tenendola tutta inerte nelle braccia, le
stampò sulla bocca un bacio lungo e mordente, finchè Gin guizzatagli di
mano come un pesce e piantandosegli in faccia, rasente la persona,
irrigidita, gli occhi morenti di languore, gli soffiò sul viso:
--Vuoi?
--_Pas de bétise_, rispose il giovine, in francese, e via di corsa.
***
Cominciò dunque la concorrenza. Sul principio l'_America_ scaricava nel
cortile del _Cannon d'Oro_, una zavorra di viaggiatori straccioni dei
quali Barba Gris diceva ridendo con Giac: Quanto li paghi? e: Caro
rispondeva il vetturino.--I cavalli erano tre bestiaccie grame, scarnate
e spellate che giungevano svogliate perfin della stalla e duravano
un'ora a gonfiare la cinghiaia soffiando come mantici e tossendo, il
muso a terra.
Giac le aveva comprate per la pelle, tanto per sbarcare la stagione
morta di primavera e stupire poi la gente e più l'oste colla muta
rifornita di fresco, in principio d'estate.
Gli stallieri ne ridevano; Barba Gris, trionfante, badava a vantarli per
migliori che non paressero, e lodava Giac d'essersi una buona volta
messo da sè, che a servire un padrone c'è da lasciarci le costole. E
Giac rispondeva modestamente che lo avevano subillato, che già si
pentiva, ma che oramai, finchè duravano le rozze, bisognava tirare il
carro, ma una volta crepate...
--Io non ti ripiglio però, me ne duole, ma il tuo posto è preso.
--Pazienza, cercherò altrove, l'ho fatta e la pago.
Con Gin, mai una parola, nè apertamente nè di nascosto:--la ragazza,
aveva indovinato il giuoco e lo secondava; solo quando egli sedeva alla
tavola degli stallieri, essa dal vano dell'uscio se lo guardava con
tenerezza orgogliosa, così giovane e bello, e avveduto e perdurante.
Barba Gris non aveva nemmeno calato i prezzi delle sue corse.
--Lo faccio per te, diceva a Giac, per non rovinarti affatto.
La prima rozza crepò sul principio di giugno, stramazzando morta in
cortile, ancora attaccata alla carrozza giunta appena, e l'esercizio
seguitò per due settimane trascinandosi al passo delle rimaste. L'oste
intanto aveva pubblicato il cartellone colle tariffe estive,
affiggendolo a tutti i caffè e gli alberghi del circondario.
Fu il giorno 23 giugno, la vigilia di san Giovanni, che Giac, come già
Bruto e papa Sisto, gettò la maschera dell'umiltà e si rivelò imperante.
Questa volta era la vera _America_ aurifera e adescatrice, una gabbia
alta e snella, lucente come uno specchio, la cassa verde filettata di
rosso, le ruote rosse coi filetti verdi sui razzi. E la parola
_concorrenza_ trombonata da un cartellone sull'alto dov'era scritta a
lettere bianche sul fondo nero, e il nome _America_, spiccante sullo
sportello, nella gloria dei raggi d'oro.
La nuova diligenza si trovò alla stazione all'arrivo dell'ultimo
convoglio; l'estate precoce aveva anticipato l'affluenza dei forestieri,
un monello improvvisato a fattorino, strillava dallo sportello: _Val
d'Aosta, si parte subito_; un facchino raccoglieva intorno gli scontrini
del bagaglio. Giac a cassetta, stimolava e ratteneva tre cavalloni
morelli che empivano i finimenti colla polpa rifatta in quindici giorni
di scuderia a razione di fatica. L'omnibus empitosi in un momento partì
rumoreggiando a gran chiocchi di frustate larghe che sfogliavano i rami
del viale, come grani di tempesta.
Quando sull'albeggiare, dal letto dove vegliava per l'asma cardiaco,
Barba Gris sentì irrompere in cortile il vetturone, alla furia composta
dei cavalli e al rullo sordo ed eguale delle ruote lo scambiò per una
carrozza signorile. Si vestì, scese colla fretta lenta cui era
costretto, e trovò la figliuola già affaccendata a servire il caffè ai
nuovi arrivati.
L'occhio pratico gli disse subito che quei signori non facevano brigata
e ne argomentò che la carrozza doveva essere di _servizio pubblico_.
Uscì inquieto. La diligenza, stava sotto la tettoia, senza cavalli, il
timone nudo piantato come una lancia nel ventre. L'aggirò in silenzio,
fiutando un nemico, non lesse la parola concorrenza, scritta troppo in
alto, ma il nome: _America_ gli fece inarcare le ciglia. Stette un
momento in pensieri, poi mormorò seco stesso _mai più, mai più!_ e entrò
in scuderia. Giac e lo stalliere di servizio erano andati, uno per acqua
l'altro per fieno. Nella penombra del locale basso, male arieggiato da
una finestruccola graticolata e dove la lampada era un carboncino rosso
agonizzante, si avviò diritto alle poste dei cavalli forestieri; li
sentì soffiare, ne misurò a occhio la statura, una palmata sulla groppa
del primo fece un _ciac_ pieno, indizio di carne soda e nutrita, tastò
la groppa degli altri due, tesa come un tamburo, e stette pensoso
mulinando sospetti e ricacciandoli col solito _mai più, mai più_.
Ma nell'uscire, ecco Giac col secchione e la spugna.
--Hai trovato padrone?
--Roba mia, roba mia! cantò il giovane, senza fermarsi.
Barba Gris dovette sedere sull'abbeveratoio; il cuore gli rullava nel
petto come poc'anzi le ruote della carrozza in cortile: boccheggiava
come un pesce fuor d'acqua, e intanto udiva Giac in scuderia chiamar le
bestie per nome e carezzarle a palmate come donne sfacciate, zufolando
allegro una fanfara dei bersaglieri. Come riebbe il fiato, urlò traverso
l'uscio.
--Dove li hai rubati i quattrini?
--Eredità del barba.
In quella squillò in istrada la cornetta della posta, e la vecchia
diligenza imboccato il portone al passo, andò gemendo a fermarsi
dirimpetto la sala da pranzo. Ne scesero un carabiniere e il cuoco
venuto da un albergo di San Remo a far la campagna estiva al _Cannon
d'Oro_.
--Ladro! borbottò l'oste avviandosi alla sua stanza, dove si tappò per
tutta la giornata. E Giac trovò così il destro di consegnare a Gin il
conto di quella prima corsa, datata dal 24 giugno, giorno di San
Giovanni, onomastico della ragazza.
***
La concorrenza fu tosto accanita e rabbiosa. Adesso anche la diligenza
postale andava alla stazione a far gente, strillando il ribasso dei
prezzi; ma a imballare i sacchi delle lettere ne andava sempre una
mezz'ora e Giac via subito. La postale cambiava i cavalli a mezza
strada, mentre Giac filava d'un fiato; è vero che il tempo perduto nel
cambio tornava nella forza dei cavalli freschi, ma questo non bastava a
ricomprare il primo ritardo. Tuttavia qualche volta ai due terzi di
cammino Giac sentiva la postale rumoreggiargli alle spalle, e voltandosi
vedeva nelle tenebre luccicare l'occhio acceso dell'alto fanale. Allora
in luogo di tenersi da banda per cercare il sodo e scansare le
carreggiate, l'_America_ prendeva il colmo dello stradale, sollevando
nuvoli di polvere; e cominciava una corsa sfrenata più agevole ai tre
cavalli di fronte che al lungo traino dei quattro appaiati. Le discese
poi finivano sempre per darla vinta a Giac, il cui polso di ferro,
reggeva le bestie sospese alle redini, mentre le frustate e le grida
stimolanti e il peso della carrozza le precipitavano in una corsa
tempestosa e corretta.
Barba Gris in principio stava ogni mattina in ascolto dietro le
persiane, se mai udisse prima la cornetta della diligenza, che lo
scampanellare della rivale; poi, sfiduciato, aveva mutato stanza,
allogandosi nella più remota della casa per non udire nè questo, nè
quella; la figliuola lo aveva persuaso a non guastarsi interamente con
Giac per non nimicarlo al _Cannon d'Oro_, e non perdere almeno avventori
all'albergo. Il soverchio ribasso dei prezzi tentato dal vecchio per
vincere la concorrenza, gli era tornato in danno e scorno, inzeppandogli
la diligenza di valligiani, locchè ne svogliava i forestieri. La
gentaccia mal pagante della postale, appena scesa di carrozza, si
sperdeva qua e là, volta alle case ed ai traffichi, la signoria della
concorrenza sostava all'albergo. Giac accorto, aveva ristabilita la
tariffa intera, sicchè l'_America_ semivuota fruttava più che la postale
gremita di gente, e semivuota non era mai.
Che spina al cuore del vecchio! I quattrini perduti erano nulla rispetto
all'orgoglio umiliato; li avrebbe buttati a sacca pure di spuntarla.
Pensò perfino di impiantare un servizio alla svizzera, ma non era
impresa da pochi giorni. La salute ne soffriva, l'asma gli s'era fatta
più forte e frequente, non parlava più, non scendeva in cortile che per
traversarlo e portare al caffè, nel piccolo crocchio taroccante, i
rancori che in forma di scherni stentati gli uscivano dall'animo.
Gin, impietosita, stava meditando una confessione generale, sperandone
pace.
Una notte, sul principio d'agosto, si scatenò nella valle un temporale
furiosissimo. Sul fare dell'alba, già rasserenatosi il cielo, un
merciaiolo parlò, giungendo, di guasti gravi lungo lo stradale. Pochi
minuti dopo Lasquaz, l'usciere, recò che alla diligenza erano morti
fulminati il cocchiere e due cavalli. Ignorava se alla posta o alla
concorrenza, la notizia proveniva dal forte di Bard, avvisato per
soccorsi.
L'oste, mancategli le gambe, sedeva sullo scalino della cucina guardando
intorno e tenendosi il petto. L'asma lo soffocava, ma non c'era verso di
farlo salire in stanza. Gin pallidissima avrebbe voluto lanciarsi di
corsa per lo stradale a sincerare la notizia, ma l'aspetto sfinito del
padre la tratteneva; il cortile era pieno di gente e ne veniva sempre. A
quell'ora tutte e due le carrozze erano in grande ritardo. La folla
inerte aspettava; i carabinieri erano partiti verso Bard.
Dopo un gran silenzio, Barba Gris disse:
--La posta ha la cornetta e l'_America_ i sonagli.
E tacque di nuovo.
Un altro tempo di ansia silenziosa. Il cane del fornaio, dall'altro capo
del paese, abbaiava forte come di notte; l'acqua della fontana
chiaccherava nell'abbeveratoio.
Si udì lontano il _pêê pêê_ della cornetta.
Allora il vecchio sorse come respinto da una molla, boccheggiò un
momento, gli uscì dalle labbra due o tre volte: _la mia! la mia!_ si
lanciò nel mezzo del cortile, fra la gente che s'allargava in cerchio
paurosa di pazzie, e si pose a ballare, dimenando alte le braccia, una
danza pesante e dolorosamente scomposta.
La cornetta trombettava più vicino, poi il carrozzone sboccò nel
cortile. Il vecchio ballando sempre mosse ad incontrarla, ridendo con
degli ah! singhiozzanti. Come la vide, allargò le braccia, mutò l'ah!
della risata in un oh! di maraviglia angosciosa, e stramazzò a terra sul
colpo come un sacco.
Giac fece in tempo a trattenere i tre cavalli che quasi gli erano
addosso. L'_America_ incolume aveva raccolto parte del carico e il
postiglione mal concio della diligenza postale. Avvicinandosi al paese
aveva suonato la cornetta in segno di gioia per il pericolo scampato.
Barba Gris era morto.
Giac e Gin si sposarono dopo tre mesi.