Il Parvis si accorge d'essere un po' in ribasso nella considerazione del
signor Vincenzo e nota pure di non destare più nessuna curiosità
nell'amica di Teo, la quale mangia di buon appetito e come alla mattina
parla, ride, scherza... ma senza occuparsi affatto di Sua Eccellenza!
— Ha un tipo espressivo; tuttavia dev'essere una ragazza inconcludente!
Come può divertirsi tanto ai discorsi di que' due scimuniti?... — Perchè
sono due scimuniti!... Positivo!... — Senza cappello ci perde
moltissimo! È molto meno bella; non sembra più lei!
— Desidera senape inglese, o _worcester sauce_! — domanda il signor
Vincenzo passandogli vicino.
— Datemi il _Secolo_ e il _Corriere della Sera_.
E fra un boccone e l'altro comincia a leggere i due giornali.
Dio, la politica!... Sembra una cosa tanto grande e non è che un
pettegolezzo così piccolo! — Baruffe chiozzotte! — Invidie e gelosie,
ambizione e volgarità! È l'interesse proprio, colla scusa di fare quello
degli altri.
L'amica di Teo aveva però una voce ben singolare! Che voce strana! Non
era forte, eppure come la si sentiva bene, anche da lontano! Che bella
voce, calda, penetrante!
— Una bella voce è una gran bella cosa! Deve avere anche dello spirito,
la signorina. Quelle due mummiette vive sono condotte per il naso — si
vede — che è un piacere! — Come ride di gusto e come ride bene! — Sfido
io a non rider bene con quei denti! Che bianchezza! È una bocca
abbagliante!
— I bei denti sono una gran bella cosa! — Che età potrà avere? Non deve
essere più giovanissima!...
L'onorevole Parvis l'osserva, questa volta con coraggio, attentamente.
La giovinezza trionfava in lei, in tutto il suo pieno rigoglio: ogni
linea, ogni contorno era vivente e fiorente, mentre il volume enorme e
capriccioso dei capelli nerissimi sembrava dare alla sua carnagione un
brunito di sodezza e di forza.
— E pensare che con tante belle ragazze e con tante belle donne che ci
sono al mondo, io ho speso le ore migliori della mia vita con Saracco...
e con Zanardelli! — Al diavolo il Governo e la politica, la Camera e il
Senato! — E sua madre? — Ci sarà la mamma, certo. — Dov'è? — La vecchia
gialla che le sta di faccia? — No! No!... Non le somiglia affatto! Più
che altro, ha l'aria di essere un'istitutrice. — Ad ogni modo, madre o
istitutrice, perchè non le sta accanto? Una ragazza seduta in mezzo a
due giovanotti, che le fanno la corte... Come sono cambiati i costumi e
gli usi del mondo! A' miei tempi...
Ma a questo punto, mentre l'onorevole Parvis, occupato da così gravi
pensieri, si serve distrattamente dell'arrosto e dell'insalata, è
richiamato d'improvviso alle piccole realtà della vita e dell'Abetone da
una gravissima disobbedienza commessa da Teo.
... Com'è stufo il povero Teo di passeggiare su e giù dinanzi alla
locanda, legato e tenuto al guinzaglio dal vecchio Prospero! Ogni tanto
dà una grande strappata e tenta di mordere il laccio. Peggio ancora
quando passa vicino al portone dell'albergo: si ferma, puntando le
quattro zampe, s'allunga prodigiosamente. Ma non c'è verso! — Prospero
continua passo passo, trascinandoselo dietro inesorabile e muto come il
destino.
Teo si arrabbia, brontola riottoso, ma intanto medita il colpo, e sta
attento.
Un po' innanzi, passato l'albergo, la valle si apre spaziosa e libera,
tutta verde di abeti; e in fondo alta, nuda, rocciosa la vetta del monte
Cimone prende, in quell'ora del crepuscolo estivo e dopo l'ultima
doratura infocata del sole, una tinta arancia, poi violacea, poi quasi
rosea, in sullo sfondo, limpido e terso, del cielo azzurrino.
La giornata non era stata mai tanto bella, nè il tramonto tanto
maraviglioso. Prospero contempla a bocca aperta, e Teo, che lo vede in
estasi, non perde l'occasione: una terribile strappata e via come una
saetta! Infila la porta dell'albergo, infila l'uscio della sala da
pranzo e sempre a tutta carriera e sempre tirandosi dietro il guinzaglio
passa sotto le tavole, fra le gambe della gente, fra le sottane delle
signore, fiutando, annusando, frugando di qua e di là, in cerca del
padrone di cui sente l'odore, ma non trova ancora la traccia.
Il monotono sussiego della _table d'hôte_ è rotto come per incanto: due
vecchie inglesi — detestate alla lor volta dai villeggianti, per l'odio
che portano alla sigaretta — si alzano spaventate e inorridite,
sbattendo i tovaglioli per difendersi. Teo, credendo l'atto uno scherzo
e un incitamento, corre loro addosso saltando e abbaiando. Tutti ridono
e molti gridano per far del chiasso.
— Teo! Qui! Teo!...
— Piccolo _caaro_! — esclama l'amica, colla sua voce più languida e più
tenera e con un accento di ammirazione e di protezione.
— _Caaro! Caaro!_ Piccolo _caaro_!
— Teo! Teo! — L'onorevole è furioso. Quel _piccolo caaro_ gli rimescola
il sangue più dell'ira ridicola delle due vecchie inglesi.
— Teo! Qui! Subito!
Teo comprende al tono che non è il momento di scherzare. Prima si
rimpiatta sotto la tavola, poi esce fuori quatto quatto, tutto basso,
tutto lungo, tutto storto, la coda fra le gambe e sbirciando il padrone.
Gerardo afferra il guinzaglio e di colpo, sollevandolo mezzo da terra,
lancia il povero Teo fra le gambe di Prospero che aspettava timoroso
sull'uscio e che a sua volta acchiappa il cane e scompare.
— Povero _piiccolo_... Che cattiveria!
L'onorevole sente appena queste parole volare nell'aria, sente il
lamento, il rimprovero che gli è diretto e torna a sedere al suo
tavolino con una faccia così seria e torva, come se non si trovasse
dinanzi ai quarti di un pollo arrosto, ma di fronte ad una schiera di
ostruzionisti!
Passata la collera, gli resta in corpo la stizza. Va presto su, nella
sua stanza per dormire. Lo ha preso la stanchezza delle due notti
passate in ferrovia e più ancora dell'aria diversa della montagna. Ma
prima di coricarsi, dà una lavata di testa sonora, al povero Prospero,
che lascia passare la burrasca senza fiatare e questa volta senza metter
muso, perchè riconosce il proprio torto.
— Dov'è quella bestiaccia maledetta?
— Lì.
Prospero indica una poltrona in fondo alla camera sulla quale c'è una
coperta e sulla coperta Teo, raggomitolato, ma che è stato attento,
senza parere, a tutta la grande sfuriata.
— Se lo fai un'altra volta! Se vieni in sala un'altra volta, stai
fresco! — E Gerardo, che ormai s'è sfogato, alza ancora la mano, ma
nell'atto, più che una minaccia, c'è adesso un invito... Teo non si
muove: gli occhi bassi, socchiusi, guardano da un'altra parte; invece di
Prospero è lui, questa volta, che tiene il muso al padrone.
— Bravo Teo! Hai più fierezza e più carattere di molti miei colleghi!
Gerardo, ridendo, si avvicina al povero Teo per accarezzarlo e far la
pace, ma a un tratto si ferma sospeso e sorpreso...
Dalla sala terrena della _Succursale_ di faccia — la sala dell'albergo
riservata al ballo, alla musica e alla conversazione — dopo i primi
accordi incerti del pianoforte, si è levata e sale nell'aria una bella
voce di soprano, limpida e squillante, un canto largo e pieno che
riempie tutta la strada e tutta la valle.
È una romanza del Massenet che ripete ad ogni ritornello in tutti i
toni, con tutte le cadenze, e con l'estasi più appassionata le parole:
_Je t'adoore!_...
— È la signorina! — borbotta Prospero vedendo il padrone come incantato.
— Quale signorina?
— Quella del Teo!
Non c'era dubbio: i due _oo_ del _t'adoore_, avevano la stessa
intonazione dei due _aa_ del «piccolo _caaro!_»
— È una signorina di famiglia molto nobile; ma vuol darsi al teatro lo
stesso, perchè non ha più nè padre, nè madre e ha pochi soldi.
— Come lo sai?... Chi te l'ha detto?
— La signora Clotilde.
— E chi è questa signora Clotilde?
— La cameriera della signorina. Siamo vicini di tavola. — La signorina è
una marchesa. Marchesa D'Albaro di Genova.
Gerardo fissa il servitore stupito.
... Oh bella! Quella mutria taciturna del signor Prospero che
all'Abetone diventa loquace e pettegolo!