Gerardo Parvis era un polemista ed un oratore violento e, certe volte,
persino aggressivo. Sul terreno, in quegli anni in cui i duelli erano
ancora di moda, era stato un avversario pronto e assai temibile;
tuttavia nel suo carattere c'era un fondo di timidezza che pure nelle
lotte della tribuna parlamentare e nelle vicende rumorose della vita
pubblica non era ancora riuscito a vincere interamente. Anzi, questa sua
timidezza, non scemava punto, ma, al contrario, si faceva più viva, a
grado a grado che aumentavano la sua fama e la popolarità del suo nome.
Al primo presentarsi in un teatro o in una sala o in qualunque altro
luogo, in mezzo alla gente, egli rimaneva un istante confuso, impacciato
da tutti gli sguardi curiosi che gli si fissavano addosso. Egli doveva
sempre fare uno sforzo per vincersi, per mostrarsi sicuro e disinvolto;
ma questo sforzo non sempre gli riusciva e allora il Parvis nascondeva
la propria timidezza sotto una apparenza seria, quasi dura, pronunciando
poche parole tronche e imperiose.
Quel primo giorno, in montagna, entrando per far colazione nella grande
sala, lunga, bassa e così affollata e rumorosa della locanda, egli si
sentì ancor più viva e più fastidiosa l'impressione di debolezza che lo
turbava e lo impacciava.
Le due lunghe tavole erano piene. Non un posto vuoto. Subito al suo
presentarsi, era cessato per un istante il cicalìo e il risonare delle
posate e dei cristalli; tutti gli sguardi si erano alzati e fermati
sopra l'onorevole Parvis.
«Per un ex-ministro era ancora giovane! E molto elegante!... Aveva un
aspetto simpatico!... — Doveva avere del talento! — Certo, per arrivare,
sia pure soltanto alle «Poste e Telegrafi», di talento ce ne vuole!
Lo fissavano con ostinata curiosità anche gli occhi neri, nerissimi,
della bella signorina del grande cappellone tutto bianco e tutto rosa.
Gerardo, aveva veduta l'amica di Teo, prima di guardarla; anzi, più che
averla vista, l'aveva sentita.
— Che combinazione! Era lì, proprio lì, dinanzi, in faccia al suo
tavolino!
Per restar solo, per non conoscere nessuno, l'onorevole aveva ordinato
per sè un tavolino a parte, e glielo avevano tenuto e preparato proprio
in faccia all'amica di Teo!
Il primo cameriere, in atto di grande deferenza, aspettava i suoi
ordini, porgendogli la lista del giorno.
Gerardo la guardò un momento.
— Devo ordinare, invece, per sua Eccellenza, una costoletta alla
milanese con patate _soufflées_? Oppure un buon _chateaubriand au beurre
d'anchois_?
— Come volete. Quello che c'è. Purchè si faccia presto!
— E vino, Eccellenza?
— Niente Eccellenza e niente vino! Soda e cognac.
Gerardo ha fra le mani la _Tribuna_, e mentre aspetta che gli portino la
colazione comincia a scorrerla lanciando occhiate in giro, senza parere.
Varie di quelle facce non gli riuscivano del tutto nuove.
— Quanta fatica dovrò fare per impedire le conoscenze, i riconoscimenti
e i complimenti!
Nella sala erano ricominciate le conversazioni e a mano a mano
diventavano più animate e rumorose. Le pronunzie delle varie regioni
spiccavano più nettamente fra quel brusìo festevole e cerimonioso.
L'accento piemontese rispondeva al toscano, il napoletano e il siciliano
al milanese, e la parlata veneta rumorosa alla romana aggraziata e
melodica. Ma ben chiara, scolpita, fra quelle mille voci diverse e
stonate, giungeva al suo orecchio la voce fresca di quella tal signorina
— l'amica di Teo.
— Piccolo _caaro_!
Parlava benissimo; senza tradire nessun dialetto. Doveva essere
dell'alta Italia... milanese no. L'avrebbe veduta qualche volta a
Milano.
— Signorina? — Perchè signorina?... — Che cosa ne sapeva Prospero? —
Poteva essere benissimo anche una signora.
Gerardo, colla scusa di voltare la pagina della _Tribuna_, lanciò
un'altra occhiata.
— Signorina! È ancora signorina...: Pure, per essere una signorina, è
molto disinvolta! Troppo disinvolta!
Seduta in mezzo a due giovanotti, che sembravano piuttosto due
giovinetti, col viso sbarbato e smorto, rimpicciolito dall'abbondante e
folta capigliatura, ella parlava molto, rideva molto, si moveva molto.
— Signorina, sì; ma già un po' civetta!
Ecco il cameriere col _chateaubriand_, l'onorevole ripone la _Tribuna_,
e intanto guarda ancora il cappellone rosa e i due vicini.
Dalle giacche bigie, larghissime, spuntavano i colli impiccati negli
alti solini rigidi.
— Che caricature... Con la marca autentica dell'imbecillità fatua e
pretenziosa!
— Pure, bisogna essere così per piacere alle donne!
E al Parvis, sfugge un sospiro. È forse il rammarico di essere diverso!
— Com'è più viva e radiosa lei, di quei due lì,
Pareva un caldo fiore dell'Oriente, un sole di luce, in mezzo a due
candele spente!
— Eh! Se io fossi ancora giovane! Mah!... Potrò diventare presidente del
Consiglio, ma giovane non lo ritorno più, pur troppo!
E l'onorevole, per la prima volta, sospira alla bella gioventù sparita,
sparita per sempre, senza che egli nemmeno se ne sia accorto!
All'Abetone, le noie della celebrità furono, per fortuna, di breve
durata. Quel giorno stesso all'ora di pranzo, la sua entrata nella sala
non fece più voltar la testa a nessuno.
Come mai?... La bella amica di Teo è partita?
Così pensa Gerardo mettendosi a sedere, ma poi la vede al suo posto, fra
i due soliti cavalierini rigidi, impettiti e angolosi, come due
cavallette nell'abito di sera.
— C'è! C'è!
Ma non c'è più il cappellone!... Peccato!
Nessuna signora aveva il cappello. Gli uomini in _smoking_ o in _frak_,
le signore in _toilette_; non c'era più nella sala l'allegria espansiva
della mattina; correva invece per le due lunghe tavolate un'aria
compassata di grande sussiego e di musoneria.
— Peccato! Stava così bene con quel grande cappello alla moschettiera!
Mentre l'onorevole pensa al cappellone, il signor Vincenzo — il primo
cameriere, — aspetta i suoi ordini.
— Date anche a me il pranzo del giorno!... Il solito della pensione.
L'inchino del signor Vincenzo si fa, involontariamente meno profondo.
Tante raccomandazioni e tanto strepito per un ministro... che non ordina
nemmeno un _extra_ e beve la soda!