L'onorevole Parvis non dormì bene quella prima notte; anzi, non dormì
affatto. Era troppo stanco e troppo agitato. E poi non era ancora
abituato all'aria, al clima, alla montagna alta.
Non potendo dormire, era rimasto tutta notte in preda al «Je t'adoore!»,
anche dopo che la marchesina D'Albaro, ricevuta una duplice salva di
applausi, si era ritirata con la sua istitutrice ed era andata a
dormire.
Il Parvis aveva sentito i complimenti che le erano stati fatti giù in
strada, i saluti e il ricambio della buona notte.
— Al teatro!... Sarebbe andata a finir male!
L'onorevole Parvis, che in vita sua era stato assai poco a teatro e che
non era forse mai salito sopra un palcoscenico, aveva tutti i pregiudizi
comuni a chi vede da lontano le quinte e i camerini.
— Sola e libera? Sul teatro!
Gerardo era contrariato e indispettito. L'onda di simpatia era svanita.
Egli, ad un tratto, provava quasi del risentimento contro la marchesina.
E lì, nel buio, dalla _Gilda_ alla _Tosca_, tutte le eroine delle poche
opere che ricordava, gli passavano innanzi nella loro posa più
provocante... ma tutte col viso, colla bocca e con gli occhi della
giovane e bella amica di Teo.
— Farà certo fortuna con quella sua bellezza! E anche con
quell'espressione che sa dare al _caaro_ e al «Je t'adoore!».
— Auf!... Non si può dormire all'Abetone!...
Era venuto per godere il fresco e invece soffriva un caldo, un'afa, che
gli mettevano la smania addosso!
— Che letto incomodo!... E quanta gente antipatica, odiosa!
Ma a lui che cosa importava della gente? Era venuto all'Abetone per
passeggiare e per riposare con la testa e con lo spirito. Avrebbe fatto
una vita assolutamente solitaria. Poi aveva tante cose da leggere e
tante lettere e tanti articoli da scrivere!
— Non voglio conoscere nessuno e non voglio parlare con nessuno. Lunghe
escursioni, faticare tanto da poter dormire e poi a tavolino!... E se
qui non mi sentirò sicuro, cambierò locanda... e se occorre, anche
paese!
La mattina dopo, si alza prestissimo, gira nel bosco per un paio d'ore e
poi, evitando la gente, ritorna all'albergo e sale in camera sua, dove
trova Teo che gli fa quattro salti e una corsa in giro, ma che torna
subito ad accucciolarsi, avvolgendosi in sè stesso sulla poltrona.
— Ha sonno! È stanco, povero piccolo!...
Gerardo non s'è accorto di chiamarlo piccolo, «povero piccolo» come l'ha
chiamato la signorina del cappellone.
— Povero piccolo!... Tu dormi ed io mi metto a lavorare.
Infatti, siede al tavolino e comincia il suo primo articolo al _Daily
Express_.
Ma quando si dorme male, non si può poi scrivere bene. È impossibile! —
L'onorevole Parvis quella mattina non è di lena.
... E il pianoforte della _Succursale_ che non tace mai!
— È un'ira di Dio!... È proprio la terra dei suoni e dei canti,
l'Abetone!
Ma non sono gli accordi della sera innanzi! Non sono gli accordi della
romanza di Massenet; non è il _Je t'adoore!_
Il Parvis resta per una buona mezz'ora assorto e pensoso... e la carta
che ha dinanzi, per quella mattina, rimane bianca e intatta.
— Andiamo, Teo! Andiamo a fare un'altra passeggiata! L'articolo al
_Daily Express_ lo scriveremo dopo colazione.
Si era di piena estate, eppure lassù si respirava un'aria fresca di
primavera! Il verde ancora tenue sotto il verde carico e cupo dei vecchi
abeti; nei prati le margherite e i _vergiss_, nelle rive ombrose fra il
murmure del rio e lo spionciare delle cingallegre, le violette e le
fragole. La primavera! La primavera!
Come consola gli occhi, come accarezza il viso e penetra nel sangue ed
anche nel cuore con un infinito e dolce benessere!
— Mi sento più giovane in montagna! — Andiamo Teo! Andiamo a fare una
bella passeggiata! Siam qui per riposare e non per lavorare! Ci
divertiremo, mangeremo di buon appetito e ci faremo buona compagnia!...
Noi soli, sempre soli!... E tu, bravo Teo, sta attento e fa la guardia!
Se vedi un seccatore da lontano, abbaia! E se ti viene vicino, ringhia e
mordi! Qui non sei costretto a portare la museruola; all'occorrenza
approfittane!
Teo, che ha ascoltato il lungo discorso, standosene attento con una
gamba davanti ripiegata e sospesa, con la testa inclinata da un lato,
alzando, allargando le orecchie, fissando, dilatando le pupille, fa un
atto di assenso con un piccolo starnuto e via come il vento, giù dalle
scale, guaiolando prima, non di dolore ma di gioia, e poi fuori
all'aperto, innalzando lui pure il suo inno alla primavera e alla
montagna con festevoli latrati che echeggiano risonanti nel silenzio
della valle!
Ma in quanto al non fare conoscenze, il signor Matteo è di tutt'altro
avviso e di tutt'altri gusti dell'onorevole Parvis! All'Abetone lui vuol
vivere nel bel mondo, giuocare con tutti, divertirsi con tutti! E
specialmente con le signore! Quando ne vede una in distanza si acquatta,
prima, allungandosi e poi prende la corsa saltandole addosso.
— Teo! Qui, Teo!
Il grande stradone fiancheggiato dagli abeti comincia a popolarsi. Dai
boschi spuntano le signore nelle bianche _toilettes_ mattinali,
circondate, seguìte dagli eleganti cavalieri. E Teo, ormai reso popolare
dalla scena del giorno innanzi con le due vecchie stizzose, riceve da
tutti saluti e carezze, che gli sono prodigate anche per ingraziarsi il
padrone.
— Teo! Qui!... Teo!
Teo si volta un momento con la testa, sbatte le orecchione ricadenti
come foglie di lattuga appassita, e poi di nuovo salti, giravolte,
cerimonie, di qua e di là, con tutti quelli che incontra, purchè sia
gente ben vestita.
A un certo punto, dove la strada si biforca nel bosco, l'occhio di
Gerardo si fa torbido, il viso accigliato:
— Teo! Qui! Teo!
Ha visto sbucare dal verde folto il grande cappellone a trine bianche e
a nastri rosa, seguìto dai due soliti giovinotti o giovinetti, vestiti
pure di chiaro, il berretto bigio, e con in mano le racchette e la
reticella, con le palle del _tennis_.
— Teo! Qui! Teo!
Ma che!... Teo si è già abbassato, allungato e all'invito di un —
_piccolo caaro! caaro! caaro!_ — si precipita incontro alla sua amica
del dì innanzi, le salta addosso, riesce a leccarle la faccia, poi,
sempre di corsa, torna indietro a far festa al padrone, e poi di nuovo
alla signorina, e poi di nuovo, al padrone, come per far capire all'una
e all'altro che ormai devono essere amici tutti e tre!
La bella marchesina saluta l'onorevole Parvis con un cenno grazioso e
signorile del capo: i due giovanotti o giovanetti si fermano a due passi
di distanza, diritti, come due aiutanti di campo, scoprendosi
rispettosamente.
Non c'è verso! L'onorevole deve salutare, deve fermarsi, deve parlare...
— È una grande seccatura questa mia bestiola! Si permette troppe
confidenze, e si prende troppe libertà!...
— È tanto _caaro_!
— Il mio servitore... È stata un'idea infelice del mio servitore, quella
di tirarselo dietro, fin quassù! Giù! Fermo! Bestiaccia sconveniente!
— Teo, una bestiaccia?! Oh, povero _piiccolo_!
Teo, con il petto giallo sporgente e le gambette anteriori puntate ad
arco, scrolla la testa e starnuta di nuovo con l'atto di dire anche lui
di no, che non è una bestiaccia.
— È carino, carino, carino! È un _tesooro_, lui; è un _amoore_! Soltanto
l'intelligenza che ha dimostrato ieri sera!
— Già, interloquisce uno dei due pallidi cavalieri. Quando voleva
mangiare il naso a miss Kean e a mrs Brand!
La marchesina ride, con tutti i suoi bei denti luccicanti e chinandosi e
tenendo Teo per le zampe gli scocca due bacioni sulla grossa testa di
raso.
— _Caaro! Caaro! Tesooro!_
Gerardo ha un barbaglio agli occhi e sente una scossa in tutto il corpo:
il barbaglio di quella bocca, di quei capelli.... Ha la scossa dei due
baci sonanti.
Si parla del tempo, del fresco, del buon odore di resina.
— Ritorna all'albergo, marchesina?
— Vicino all'albergo, al _tennis_. Facciamo due ore di _tennis_ tutti i
giorni, prima di colazione. Lei giuoca al _tennis_?
— Giuocavo!...
L'onorevole Parvis, guardando la marchesina, mette involontariamente un
sospiro, un rimpianto in quel verbo giuocare al tempo passato.
La marchesina è molto intelligente, coglie al volo la mesta intonazione.
— Adesso, non giuoca più?... È naturale! A Roma! La Camera! Tante
occupazioni! Tanto _lavooro_! Ma qui vorrà ben riposare un po'! Farà
qualche partita con noi? Accetta una sfida?
E si volge, senza aspettare risposta, ai due giovinotti rimasti fermi,
impalati e li chiama per presentarli:
— Se permette, Eccellenza....
— Non sono più un'Eccellenza!
— Come devo dire, allora?... Onorevole?... Se permette, onorevole, le
presento il conte Annibale e il conte Cesare Mattioli, miei cugini.
L'onorevole Parvis saluta l'uno e l'altro, con una stretta di mano, e
tutti insieme ritornano fin al campo del _tennis_, che è giù, basso, in
una conca verde, proprio sotto l'albergo.
L'onorevole cammina al fianco della marchesina D'Albaro, con Teo che gli
passa fra le gambe: Cesare e Annibale, che non hanno dei due grandi
conquistatori altro che il nome, rimangono dietro, sempre a due passi di
distanza.
La marchesina parla e fa ammirare il paesaggio: l'onorevole tace e
ammira la marchesina. — Come sa essere amabile e vivace, pur rimanendo
sempre... bambina! Non è civetteria, è schiettezza, è naturalezza
giovanile la sua!... Ha bandite — si vede — tutte le stupide formalità,
tutte le ipocrisie del suo ambiente, ma per altro, ne conserva tutta la
grazia signorile. È proprio «marchesina» fino alla punta dei capelli! —
Che capelli meravigliosi!... E che occhi! Neri, neri, nerissimi! Da
perdervi dentro, l'anima e il corpo!
— Teo, Teo! Finiamola!
Teo diventava troppo insopportabile!... Aveva visto da lontano le due
vecchie quacquere, e s'era messo a correre per saltar loro addosso!
— Teo, qui!
Teo si ferma sulle tre gambe: dall'aria birichina, lo si vede, non c'è
da fidarsi! La bella fanciulla, ridendo, lo piglia in braccio,
accarezzandolo e baciandolo di nuovo, finchè le due vecchie non sono
sparite.
— Caro, caro, _caaro_!
Gerardo ne è ormai più che persuaso: bisogna rinunziare, da quel
momento, ad ogni speranza di solitudine, ad ogni proposito di non voler
fare conoscenze. La signorina D'Albaro, prima ancora di arrivare al
_tennis_, è circondata da una frotta di villeggianti, che approfittano
dell'occasione per essere presentati all'onorevole. Molti, anzi,
dichiarano di averlo già visto, già conosciuto altre volte e citano
luoghi, date, particolari.
Di qualcuno, il Parvis si ricorda davvero: di un vecchio generale, fra
gli altri: il generale Bonferreri, messo da parecchi anni in posizione
ausiliaria dalla gotta e dai reumatismi.
Addio solitudine! Addio quiete! Addio pace!
Giunti vicino al _tennis_, la marchesina ripete l'invito: il Parvis
crolla il capo, ringraziandola con un inchino.
— Oggi no? Proprio no?... Ma domani?... Domani sì?... Promette?
— Giuocare al _tennis_? Io?... Ma io non sono più un giovanotto! Sono
vecchio, marchesina!
— Vecchio? _Leei!_
Quanti _e_, in quel _lei_! E tutti, uno più delizioso dell'altro!
— Bella ragazza! — esclama il generale Bonferreri, rimasto solo
coll'onorevole. L'onorevole lo guarda: il generale, lungo lungo, secco
secco, un po' dondolante sulle gambe malferme, ha i capelli e i grossi
baffi d'un bianco d'argento, che dànno risalto al rosso vivo della
faccia. Quell'ammirazione per la marchesina è tutta paterna. — Bella
ragazza... e buona! Le piace scherzare, divertirsi, ma non c'è nulla da
dire sul conto suo!
Il Parvis ha uno slancio di simpatia per il generale e lo piglia sotto
braccio... senza appoggiarsi troppo.
— Quando l'avete conosciuta, onorevole?
— Stamattina; un momento fa. È stato Teo a presentarmi.
— La signorina D'Albaro viene all'Abetone tutti gli anni. Conosce tutti!
Qui, è come un po' la padroncina di casa.
— Ed è... sola?
— La signora De Paolis, la sua antica governante o istitutrice, adesso è
la sua dama di compagnia. Bisogna sentirla cantare! Come canta! È una
Patti! Una Stoltz!
— La signora De Paolis?
— No, che! La marchesina Sofia! La faremo cantare! Sentirete!... Una
voce! Un talento! Straordinario! Ha intenzione di darsi al teatro e farà
bene.
— Farà male. Giovane, bella e sola.
— Non c'è pericolo! È una donnina piena di giudizio! Saprebbe tener
testa a un reggimento! Oh, sono molti anni che la conosco. E poi è d'un
carattere calmo, freddo, positivo. Sapete come la chiamo io, per farla
arrabbiare?... _Notte di gelo!_ E poi, per farla ridere, _la casta
diva!_
Così discorrendo, sono giunti, passo passo, fin sulla soglia
dell'albergo. L'onorevole Parvis, salutando il generale, gli stringe la
mano con grande e sentita effusione.
— Sono contento, contentissimo di avervi trovato quassù, caro generale!
Spero che ci vedremo spesso e ci faremo buona compagnia.
... Che mattina deliziosa! Che aria balsamica!
Il Parvis, messo di buon umore dall'aria e dal cielo, fa le scale
cantarellando. Appena in camera, chiude la finestra in faccia alla
_Succursale_, — vi entrava troppo sole, — e apre l'altra di fianco,
dalla quale si domina tutta la vallata e si vede, proprio, sotto, il
giuoco del _tennis_.
Egli rimane a lungo alla finestra, ma tenendosi nascosto dietro le
persiane.
— Che bel verde! Che bel cielo limpido! E che fragranza, che buon odore
di pino!
Teo, visto che il padrone non si occupa di lui, è sparito. È andato in
cerca di Prospero e della colazione.