— Viene anche il Teo, all'Abetone?
— Il Teo?
L'onorevole Parvis guarda Prospero con aria stupita e la bestiola
capisce che si parla di lei. Teo, seduto sulle gambe di dietro e ritto
su quelle davanti, corte e storte, a roncolo, con gli occhi gialli,
d'ambra lucida, fissi, guarda a sua volta il padrone ed il servitore,
piega, ora verso l'uno, ora verso l'altro, la testolina con
un'espressione d'ansia, con un atto fra interrogativo e supplichevole.
— Prendere anche il Teo, con noi? Diventi matto?
— Perchè?
— Un cane? In viaggio? Figurati che seccatura!
— Durante tutto il viaggio lo terrò con me. Lei non ci pensi; non se ne
accorgerà neppure!
Teo, che per quanto inglese puro sangue, capisce benissimo l'italiano di
Prospero, gli si avvicina, rizzandosi, tenendosi appoggiato con le
grosse zampe alla gamba del suo protettore e leccandogli la mano.
— In viaggio, sta bene... — continua il Parvis. — Ma poi lassù,
all'Abetone, all'albergo? Con tanta gente, con tanti forestieri?... No,
no, è impossibile! Diventi matto, ti ripeto!
— Anche all'albergo, starà sempre con me. Dormirà con me. Gli darò io da
mangiare, lo condurrò io a passeggiare. Lei non ci pensi neppure!
Trattandosi di intercedere per Matteo, per l'amico fedele che sa dire,
come lui, tante cose senza parlare, il vecchio Prospero diventa persino
loquace.
Ma l'onorevole è insofferente di contraddizioni. Non vuol saperne di
cani in viaggio, all'albergo: e siccome l'altro insiste, egli perde la
pazienza, si arrabbia, alza la voce, e Prospero, subito, allunga il
broncio.
— Allora, mi dirà lei, dove e a chi lo dovrò lasciare! Lo avverto, però,
che in un'altra casa non ci sta, certo, nemmeno dipinto!... E poi,
quando non vedrà più nè me, nè lei, creperà, magari, anche di fame!
Dopo questo _aut aut_, e quasi affermando la gravità del problema, Teo
torna a fissare il padrone, tenendo la coda bassa e dimenandola
lentamente, come aspettando che venga decisa la sua sorte.
— Si potrebbe lasciarlo alla portinaia!
Prospero non si degna nemmeno di rispondere, di voltarsi. Continua a
chiudere bauli e valigie.
— Oh Dio! — pensa Parvis, sbuffando. — Ci siamo! — Infatti, quando
Prospero si imbroncia ce n'è per un bel pezzo... — Perchè poi, domando
io, non si potrebbe lasciarlo alla portinaia?
— Perchè dalla portinaia non ci sta.
Teo dimena la coda più forte. Dice anche lui che dalla portinaia non ci
sta. Egli aveva una precisa antipatia contro quella donna per certe
vivissime impressioni ricevute sotto l'atrio e lungo le scale, durante
la sua prima gioventù.
Gerardo non vuol troppo inquietarsi; s'è inquietato abbastanza a Roma,
per cose più serie, e finisce col sorridere a Teo e coll'accarezzarlo,
per rappacificarsi col servitore. Riflette, intanto, quale possa essere
la maggiore delle sue seccature: viaggiare col cane, oppure col broncio
di Prospero che è capacissimo di farglielo godere per tutto il tempo
della villeggiatura...
— Starò lassù un paio di settimane, per riposare, camminare, prendere il
fresco e per scrivere un paio di articoli sulle condizioni politiche
dell'Italia al _Daily Express_... Poi, basta Abetone! Tornerò a Roma per
una settimana. A Roma ci posso andare senza Prospero e Prospero, invece,
potrà tornare a Milano con Matteo!
Il muso di Prospero ha dunque ottenuto l'effetto voluto. Gerardo Parvis
è ormai disposto a cedere. Adesso, cerca soltanto di salvare l'onore
delle armi e quindi continua a guardare e ad accarezzare il cane, mentre
domanda al servitore:
— E se poi disturbasse i forestieri?
Prospero, sempre zitto. Ha finito di chiudere i bauli e tutte le valigie
e comincia ad arrotolare il _plaid_.
— Se poi, qualche notte, si mettesse ad abbaiare?
Silenzio perfetto.
— Basta! Sarà quel che sarà! Condurremo anche Teo in montagna! Ma
ricordati, Prospero, ci penserai tu!
— Sissignore!
La faccia del vecchio ha un lampo di sorriso, e Teo, dalla gioia,
comincia a squittire frenetico, a correre di nuovo in giro per la
stanza, a tirare, a mordere la giacca e i pantaloni del padrone; poi
afferra colla bocca una babbuccia di pelle e se la porta via scappando
sotto le seggiole e il canapè, inseguito dalle grida e dalle minacce di
Prospero.
L'onorevole Parvis ha fatto conto di fermarsi a Pracchia e di salire
all'Abetone in carrozza, la mattina presto, col fresco, e così prende
l'ultimo diretto, quello della notte per Firenze.
Come tutti gli uomini politici e gli uomini d'affari che viaggiano molto
e non hanno tempo da perdere, l'onorevole Parvis legge, scrive, lavora
anche in treno, nel suo scompartimento. Un ministro, anche
dimissionario, trova facilmente il modo di rimaner solo.
Appena il treno è in moto, egli apre la sua valigetta particolare, leva
la cartella, il calamaio, poi un fascio di lettere e di carte. Ne
sfoglia, ne esamina alcune attentamente, poi le mette da parte e
comincia a scrivere. Sente di dover inviare una lettera al suo
sotto-segretario, l'onorevole Donadei. Bisogna persuaderlo che non è il
caso ch'egli pure dia le dimissioni, e ciò non soltanto per atto di
cortesia, abituale in simili casi, ma altresì perchè al Parvis, preme
realmente che il suo collaboratore rimanga qualche tempo ancora sulla
breccia a sostenere l'urto delle opposizioni postume ed anche delle
postume invettive.
La lettera non è facile a scrivere, neppure per un diplomatico fine e
consumato come Gerardo Parvis. Ma il rullio del treno, che non gli
permette di scrivere in fretta, gli lascia il tempo necessario di
meditare sulle frasi. E non c'è male: certe lettere, quando meno ci si
pensa, si vedono poi comparire, al solito momento più inopportuno, su
questo e su quel giornale.
Le lettere degli uomini politici, come quelle delle donne che hanno più
di un innamorato, non sono mai prudenti abbastanza...
«_Onorevole amico_,
«Se ho avuto qualche perplessità nel risolvermi ad abbandonare le cure e
le responsabilità del Governo e se ora ne provo qualche rimpianto, è
soltanto pel rammarico di separarmi da lei, di interrompere un'opera con
tanta fiducia iniziata insieme e, mercè la sua intelligente e provvida
collaborazione, proseguita in mezzo a contrarie fortune, non senza onore
ed utilità.
«Ma questo rimpianto si farebbe in me assai più grave e doloroso, e mi
indurrebbe quasi a temere di aver recato danno colla mia risoluzione
agli interessi del Paese e delle Istituzioni, ove dovessi apprendere,
che per eccessiva delicatezza nell'intendere l'obbligo morale di
un'antica e fida solidarietà ella intendesse di ritirarsi a sua volta.
«Il Ministero del quale oggidì Ella regge interinalmente e così
degnamente le sorti, è d'indole affatto amministrativa, ed in un paese
ove le forme rappresentative fossero più progredite, dovrebbe al pari
dei dicasteri dell'_Agricoltura_, del _Commercio_, dei _Lavori Pubblici_
e così via — essere sottratto alle vicende troppo di frequente mutabili
della politica parlamentare. A questo carattere imperfetto del nostro
ordinamento, procuriamo di riparare, anche a costo di personali
sacrifici, noi tutti, uomini d'ordine, zelanti del bene pubblico; ed
Ella, ne offra l'esempio col rimanere...»
A questo punto, il treno rallenta, poi si ferma nella stazione di Lodi.
Il Parvis sente, tra il fragore del convoglio, il trepestìo dei
passeggieri e il gridare dei conduttori, un abbaiare furioso; è la voce
di Matteo!
— Bravo!... Cominciamo bene!
Poco dopo aprono lo sportello dello scompartimento. L'Onorevole si
volta, guarda... È Prospero, confuso, impacciato, che tiene Teo fra le
braccia, Teo che si agita, si dibatte nervoso, furioso, inquieto.
— Che vuoi?... Cosa c'è con quel cane?
— Sa che lei è qui vicino, e non vuol più stare con me!... Non ha fatto
altro che abbaiare e smaniare tutto il tempo!
— Te lo avevo detto io!... Avevo preveduto che sarebbe stata una
seccatura! «Lei non ci pensi! Lei non ci pensi!» E poi subito, tanto di
muso, ostinato, testardo!
Ma più del vecchio servitore, che rimane a testa bassa, l'ostinato e il
testardo è Teo, che si divincola, si torce più che mai per sfuggire
dalle braccia di Prospero, e ringhia al conduttore, che tenendo con una
mano lo sportello, coll'altra cerca di accarezzarlo.
— E adesso che facciamo?
— Lo tenga con lei...
La campanella, il fischio...
— Partenza!...
Teo fa il diavolo a quattro e Prospero non riesce più a trattenerlo.
— Dà qui! E ricordati: se non sta tranquillo, alla prima stazione vi
lascio a terra: te e la tua bestia! Tutti e due!
Il cane è già saltato sul sedile, sulle ginocchia di Gerardo, che lo
accoglie con uno spintone e uno scappellotto. Ma Teo, in questa
circostanza, non si mostra permaloso. Scuote, pieno di allegrezza, le
orecchie e la coda, e poi corre a rizzarsi sul finestrino per guardare
fuori.
— Fermo! E quieto! — impone Gerardo con voce aspra e alzando la mano in
aria di minaccia.
Teo capisce... e non capisce. Si acquatta di colpo, si stende sulle
quattro zampe. Ma poi, alzando gli occhi, senza alzare la testa, fissa
il padrone attentamente, e lo studia, ancora poco persuaso che quel tono
di minaccia non sia uno scherzo.
Prospero frattanto è scomparso; il treno si ripone in moto e l'onorevole
Parvis ricomincia a scrivere e continua la sua lettera all'onorevole
Donadei.
Matteo, queto queto, stirandosi sul cuscino, si avvicina al padrone e
pone la punta del musetto, lustro ed umido, sulle ginocchia di lui,
senza muoversi più. Solo, di tanto in tanto, apre ed alza gli occhi,
sempre senza alzar la testa, e guarda Gerardo con una lunga occhiata
affettuosa; poi sbatte le labbra mandando sospironi di soddisfazione.
Quando il treno giunge a Pracchia, comincia ad albeggiare. Fra le varie
carrozze che attendono presso la stazione, Matteo distingue subito il
più bel landò a due cavalli, e mentre i facchini scaricano i bauli e le
valigie, egli salta in carrozza, rimanendo appoggiato accanto allo
sportello aperto, sempre guardando il padrone e dimenando la coda a
Prospero, quando il vecchio servo si avvicina, per far caricare il
bagaglio nella carrozza.
E per tutto il viaggio, per tutta la salita, Teo non fa altro che
passare da un capo all'altro del sedile, in faccia al padrone,
allungandosi quasi ad aspirare con delizia i buoni odori della campagna,
fiutando Prospero per accertarsi che sia sempre ben lui l'uomo che siede
a cassetta presso il cocchiere; poi di nuovo, di qua e di là,
spingendosi molto all'infuori dello sportello, quando sulla strada passa
qualche mucca o qualche pecora, balzando fin sul mantice del landò
quando la vettura s'incontra in un qualche cagnaccio ringhioso che le
corre dietro latrando.
L'onorevole Parvis sorride a Teo, sorride a quella gioia quasi
bambinesca e involontariamente apre l'animo alla stessa allegrezza, si
sente preso dallo stesso ingenuo benessere.
A mano a mano che la strada sale e l'aria si fa più pura ed elastica, e
dalla foresta, che si stende verde e cupa a ridosso della montagna,
esalano più forti i profumi delle resine sotto il sole, anche i pensieri
dell'ex-ministro sembrano sollevarsi, farsi più tenui, più languidi.
Quei buoni aromi del monte gli penetrano nel cervello, come un blando
narcotico, e lo inducono a una lieve sonnolenza cullata dal moto della
carrozza, che i cavalli oramai trascinano al passo, su per l'erta,
sostando tratto tratto, per riprender fiato. E di quelle fermate,
Gerardo Parvis non si indispettisce; tutt'altro! Per la prima volta,
dopo tanto tempo, non ha nessuna fretta di arrivare: non ha più nulla
che lo stimoli, che lo urga a fare o a dire: non aspetta nessuno, non si
prepara a parlare con nessuno, comincia a non pensare più a niente, o
quasi!
— Che silenzio!... Che delizia!
Poi quell'odor forte della resina che lacrima attraverso la scorza bruna
degli abeti, gli richiama la fragranza dell'incenso, che fanciullo
aspirava con avidità, nella lunga noia delle cerimonie religiose, al suo
paese, nella cappella della ampia e melanconica villa paterna.
— Quanto tempo è passato! Quante cose, quanti dolori, quanti amici,
quanti nemici!
Ma è inutile. Anche il cumulo delle memorie non vale a rattristarlo
sotto quel bel sole, in mezzo a quel verde, a quel silenzio, a quella
solitudine! Il silenzio! La solitudine! Che ristoro, che carezza, che
pace, che vita nuova! Non par vero che lui, proprio lui, è lì, su quella
strada, solo con Prospero, con Teo, col vetturale e non è obbligato nè
ad ascoltare, nè a dire, nè a pensare niente, proprio niente, più
niente! I soli rumori che ode sono anch'essi discreti, diversi dai
rumori soliti: il passo dei cavalli, ogni tanto la musica argentina
delle sonagliere scosse, od un sommesso squittire di Teo, che sembra
matto di gioia e di piacere, od il ronzìo di un moscone che batte contro
il cuoio del mantice e se ne va, o il fruscio d'ali d'uno scarabeo che
fende l'aria luminosa con un barbaglio d'oro e scompare...
Più niente, più nessuno!... Riposo, riposo e pace; la pace profonda,
immensa che ha sospirato tante volte, con una nostalgia da studente e da
innamorato, in mezzo ai fastidi, alle cure, ai disinganni, alle ire
represse, alle ipocrisie forzate della sua vita occupata, preoccupata,
eccitata, tutta per gli altri... Come si sente bene, anche di nervi e di
stomaco!... Non prova neppure più il bisogno di accendere sigarette, una
dopo l'altra, come poche ore innanzi, in treno... Forse è una illusione,
ma gli sembra già di avere appetito... Appetito, di quello buono, che fa
pensare all'odore del pan fresco e del formaggio, non già quel languore,
quegli stiramenti del ventricolo, a bocca amara, che lo avvisavano di
aver lasciata passare l'ora del pranzo o della colazione, per sbrigare
tutto quello che a sbrigare non si arriva mai!... Più niente! Più
nessuno!
La strada sale continuamente e i villaggi, i casolari, giù nelle vallate
ridenti, si fanno sempre più piccoli. Come si fanno piccine anche le
impressioni, le cose, le battaglie che fino alla vigilia ingombravano la
sua mente, agitavano la sua vita! Come appare meschina e perfida la
grande politica di Stato, di fronte a quel cielo così vasto e così puro!
Ed anche la sua missione di salvatore della patria e della umanità,
quella persuasione intima, inavvertita di essere indispensabile al bene
degli altri, non è una fisima, una vanità? Il Parvis comincia a
dubitarne, vedendo come tutto intorno fiorisca e gioisca la vita, in un
distacco assoluto, in una perfetta ignoranza di tutto quanto si agita e
si trascina al basso, nei grandi centri del cosidetto mondo civile...
Anche gli uomini — quei pochi uomini che appaiono a rari intervalli
sulla via e che la carrozza si lascia dietro — gli sembrano uomini di
un'altra razza: più fieri e più onesti nei loro poveri panni, di tutti i
suoi colleghi e clienti e adulatori e denigratori di Roma e di Milano,
in frak e cravatta bianca... Quasi quasi gli spiace di arrivare anche
all'Abetone... Vorrebbe passare la sua vacanza, tutta intera, in quel
bel deserto verde, fatto di frescura e di silenzio.
All'Abetone, fra la folla elegante, sempre a caccia del più piccolo
incidente atto a rompere la monotonia della vita, la venuta
dell'ex-Eccellenza delle cui dimissioni avevano tanto parlato i
giornali, fu un avvenimento vero, importante.
Era stato consultato l'orario e fatti i calcoli. Si sapeva che
l'onorevole Parvis sarebbe arrivato in landò a due cavalli e che quei
due cavalli impiegavano nella salita tre ore e mezzo. L'onorevole Parvis
doveva dunque giungere all'Abetone verso le dieci.
E verso le dieci, la larga strada fiancheggiata ai due lati, dalla
locanda e dalla _Succursale_, formicolava di villeggianti incuriositi.
Quando, sullo stradone, allo svolto ove finiva il bosco d'abeti, spuntò
la carrozza, vi fu un mormorìo.
— È venuto col Narducci!
Il Narducci era il più bravo vetturale, quello che aveva il più bel
landò e i migliori cavalli, dell'Abetone e di tutto Boscolungo.
Poi, quando il landò fu vicino alla locanda, chi attirò l'attenzione
generale fu Teo, sempre appoggiato colle zampe allo sportello, Teo che
guardava a sua volta e fiutava curiosamente quei signori e quelle
signore.
Al Parvis la vista di quella folla, il «bel mondo» di Firenze, di
Napoli, di Palermo, riunita dalla indiscrezione e dalla smania del
pettegolezzo intorno alla sua carrozza, dà un senso di uggia
invincibile. Addio buon umore, addio serenità di spirito, addio
godimento ingenuo e profondo della campagna, della montagna! Egli ha
sperato invano in un altro paese; il paese è sempre quello! L'uomo, come
la formica, s'illude inutilmente di trovare la solitudine: gira e
rigira, quando meno se lo crede, si trova di nuovo in mezzo al
formicaio.
— Piccolo _caaro_!
L'albergatore accorre, tutto ossequioso, apre lo sportello della
carrozza e il Parvis sta per scendere, quando lo scuote il «piccolo
_caaro_» pronunciato con voce tenera e armoniosa, il languore del doppio
_a_, strascicato. Mette piede a terra e si volge.
È uno splendore di ragazza, tutta vestita di bianco, ritta in mezzo ad
un gruppo di altre signorine, ma di tutte più alta, più bella, più viva.
Sotto l'enorme cappellone di trine e di nastri rosa, le si avvolge
confusamente la massa ondulata dei capelli neri, e luccicano gli occhi
pure neri, nerissimi, di un nero lucente: di fuoco.
— Bella creatura!
Per l'onorevole Parvis la «bella creatura» ha anche il merito di non
occuparsi di lui, ma di Teo, e Teo, riconoscente, appena balzato di
carrozza, le fa festa intorno, poi subito segue il padrone, fiutando di
qua e di là, fiutando lungo le scale, nella camera, intorno ai bauli,
alle valigie, sotto il letto, come per una prima ricognizione ed una
presa di possesso dei luoghi e delle cose.
Le camere sono al primo piano, le finestre sono aperte e dalla strada
sale un brusìo di voci fresche ed allegre, e fra tutte, più fresca, più
allegra, come una risata, la voce già nota del «piccolo _caaro_». Il
Parvis vuol restare solo e Teo deve andarsene con Prospero. Ma quando il
padrone ha finito la sua toletta, prima ancora che richiami Prospero,
ecco Teo, — il quale ha già imparato la strada, — precipitarsi contro
l'uscio ed entrare nella camera come una bomba: Prospero, lo segue, con
la faccia soddisfatta.
— Teo ha già fatte amicizie!
— C'è qualche altro cane, all'_Hôtel_?
— No, no! Amicizia... con una bella signorina! E Prospero accarezza la
bestiola, come approvando il suo buon gusto nella scelta.
Il Parvis non dubita neppure chi sia la bella signorina. Rivede la
figura bianca, gli occhioni neri sotto il grande cappellone rosa, e di
nuovo sente la melodia, l'incanto del doppio _a_, di quel _caaro_...
— Ha fatto amicizia, povero Teo!
Mentre Prospero continua ad accarezzare il fido amico, Gerardo si avvede
che anche sul viso di limone del vecchio servitore, quella apparizione
di donna giovane e fiorente ha gettato come un raggio di calore e di
luce.
— Piccolo _caaro_!