Athos gli seguitò, poi Porthos, indi Aramis. Il tenente fu l’ultimo, e
non cessava di muover la testa.
«Che diavolo avete, mio caro? gli chiese Porthos, in verità, fareste
paura a un Cesare.
«Ho, che non veggo su questo porto nè sentinella, nè ispettore, nè
doganiere.
«Oh sì, lagnatevi! rispose Porthos, tutto va come sui fiori o foglie.
«Tutto va troppo bene! Basta, alla grazia di Dio!»
Tosto fu levata la tavola, il padrone sedè al timone, e fece un cenno
ad un marinajo, il quale armatosi di un grosso gancio, principiò a
manovrare per uscire dal laberinto di navigli fra cui era impacciata la
barca.
L’altro marinaro stava già col remo in mano.
Quando ei potè adoprarlo, il suo compagno si unì a lui, e lo schifo
cominciò ad andare più lestamente.
«Alla fine si parte! disse Porthos.
«Ahimè! rispose il conte di la Fère, partiamo soli!
«Sì, ma noi quattro insieme, e senza un graffio: è una consolazione.
«Non siamo ancora arrivati, fece d’Artagnan, guai agli incontri!
«Eh! disse Porthos, siete come i corvi, voi! cantate sempre a
disgrazia! chi può incontrarci in questa notte oscurissima, che non si
vede a distanza di venti passi?
«Sì, ma domattina?
«Domattina saremo a Boulogne.
«Lo desidero di cuore, soggiunse il Guascone, e confesso la mia
debolezza: ecco, Athos, adesso riderete, ma sinchè siamo stati a
tiro di schioppo dallo scalo o dai bastimenti che v’erano attorno, mi
attendevo qualche terribile fucilata che ci distruggesse tutti.
«Ma, osservò Porthos col suo giudizio un po’ materiale, era
impossibile, poichè avrebbero ucciso nello stesso tempo e padrone e
marinai.
«Veh! grande affare per messer Mordaunt! credete che badi a così poco?
«Insomma, disse Porthos, ho piacere che d’Artagnan convenga di aver
avuto paura.
«Non solo ne convengo, ma me ne vanto: non sono mica un rinoceronte
come voi.... Ehi! che roba è questa?
«Il _Lampo_, disse il capitano.
«Dunque siamo arrivati? domandò Athos in inglese.
«Si arriva».
E dopo tre colpi di remo, erano accanto al piccolo bastimento.
Il marinaro aspettava, la scala era apparecchiata, chè egli aveva
riconosciuta la barca.
Athos salì per il primo con abilità da uomo di mare; Aramis con una
certa abitudine che aveva ai mezzi ingegnosi di traversare spazi
proibiti; d’Artagnan come un cacciatore di camosci; Porthos con la
forza che in lui suppliva a tutto.
In quanto ai servitori l’operazione fu più difficile, non per Grimaud,
ch’era una specie di gatto magro e sfilato, e trovava sempre modo
di cacciarsi in qualunque luogo, ma per Mousqueton e Blaisois, che i
marinaj dovettero sollevare in braccio sino a portata di Porthos, il
quale afferratili pel collare della casacca li piantò ritti sul ponte.
Il capitano guidò i passeggieri alla stanza ad essi apparecchiata e
in cui dovevano rimanere tutti insieme, e poi cercava di andarsene col
pretesto di dare degli ordini.
«Un momento, disse d’Artagnan; padrone, quanti uomini avete a bordo?
«Non capisco, rispose quello in inglese.
«Athos, domandateglielo nella sua lingua».
Athos fece l’interrogazione.
«Tre, disse Groslow, ben inteso senza contar me».
D’Artagnan comprese, perchè il capitano così replicando aveva alzate
tre dita.
«Oh! egli aggiunse, tre: comincio ad esser più quieto. Ma non serve,
intanto che voi altri vi accomodate qui, io vo a fare un giro per il
bastimento.
«Ed io, continuò Porthos, mi occuperò della cena.
«È bello e generoso il vostro progetto, Porthos! ponetelo in
esecuzione. Voi, Athos, imprestatemi Grimaud che dalla compagnia del
suo caro Parry ha imparato a borbottare un po’ d’inglese, e mi farà da
interprete.
«Andate, Grimaud», disse Athos.
V’era sul ponte una lanterna, d’Artagnan l’alzò con una mano,
nell’altra prese una pistola, e disse al padrone:
«_Come_[14]».
Che unito a _goddam_ era quanto ei sapesse dell’idioma britannico.
Il Guascone pigliò dal boccaporto e scese nella stiva.
La quale stiva dividevasi in tre compartimenti: quello in cui passava
d’Artagnan, e che poteva estendersi dal terzo alberetto all’estremità
da poppa, e che in conseguenza era ricoperto dal pavimento della camera
dove Athos, Porthos ed Aramis si disponevano a pernottare; il secondo,
che occupava il mezzo del naviglio, e destinato ai domestici; il terzo
di sotto alla prora, vale a dire sotto al camerino fatto di nuovo in
cui stava nascosto Mordaunt.
«Oh oh! fece d’Artagnan scendendo la scaletta del boccaporto e
facendosi precedere dal lampione che teneva steso di tutta la lunghezza
del braccio, quante botti! pare la caverna di Alì-Baba».
(In quell’epoca appunto erano state tradotte per la prima volta ed
erano in gran voga le _Mille e una Notte_.)
«Che dite?» domandò in inglese il capitano.
Il tenente capì dall’intuonazione della voce, e rispose:
«Desidero sapere che cosa v’è in quelle botti?»
E posò sopra ad una di queste la lanterna.
Il padrone fece un atto come per ritornar su, ma poi si fermò e disse:
«Porto.
«Ah! vino di Porto Porto! anche questa è una consolazione, non morremo
di sete», fece d’Artagnan.
E girandosi verso Groslow che si asciugava sulla fronte grosse gocce di
sudore, lo richiese:
«E sono piene?»
Grimaud tradusse la interrogazione.
«Alcune piene, altre vuote», disse Groslow con tal voce che ad onta
d’ogni sforzo manifestava grande inquietudine.
D’Artagnan picchiò col dito sui fusti, e riconobbe esserne cinque pieni
e gli altri vuoti; dipoi introdusse con vie maggiore sbigottimento di
Groslow, il lume che aveva in mano negli intervalli lasciati fra le
botti, e visto che quelli erano vacui:
«Animo, andiamo avanti, disse, e s’inoltrava verso l’usciale che dava
sulla seconda divisione.
«Aspettate, lo avvertì l’Inglese rimasto indietro, sempre nella
maggiore agitazione; aspettate, ho io la chiave di costì».
Allora, passando innanzi al Guascone e a Grimaud, mise con mano
tremante la chiave nella serratura, e così furono nel secondo
compartimento, dove Mousqueton e Blaisois si preparavano a cenare.
In quello evidentemente non trovavasi cosa da cercare o da osservare;
si scorgeva ogni posto, ogni angolo, mediante una lampada che avevano i
due degni compagni.
Sicchè, senza fermarsi, andarono a visitare il terzo locale.
Quello era la camera dei marinaj.
Tre o quattro cuccette sospese al palco, una tavola sostenuta da una
fune doppia passata a ciascuna delle sue estremità, due panche marce
e zoppe, ne formavano tutta la mobilia. D’Artagnan andò a sollevare
due o tre vecchie vele che pendevano dalle pareti, e nulla vedendo di
sospetto, ritornò dal boccaporto sul ponte.
«E questo camerino?» domandò d’Artagnan.
Grimaud fece all’Inglese la versione delle parole del moschettiere.
«È il camerino mio, rispose il padrone; ci volete entrare?
«Aprite», seguitò d’Artagnan.
Groslow obbedì. Il Guascone allungò il braccio munito del lampione,
cacciò dentro il capo dall’usciale socchiuso, ed osservato che si
trattava a dirittura di un buco, disse:
«Bene, bene: se a bordo v’è un’armata, di certo la non sarà rimpiattata
qui. Si vada a sapere se Porthos ha trovato da cena».
E ringraziato con un moto della testa il capitano, si recò nuovamente
nella stanza dove erano i suoi amici.
Porthos, per quanto pare, non aveva trovato cosa alcuna, e pure la
stanchezza aveva vinta la fame, e sdraiatosi sul suo ferrajuolo dormiva
profondamente quando entrò d’Artagnan.
Athos ed Aramis, cedendo ai dolci movimenti cagionati dai primi flutti
del mare principiavano a chiuder gli occhi: li riapersero al rumore
fatto dal tenente.
«Ebbene? chiese Aramis.
«Tutto va ottimamente, disse d’Artagnan, e possiamo dormire tranquilli».
Dietro di che Aramis si lasciò nuovamente andar giù la testa; Athos
colla sua fe’ un cenno affettuoso a d’Artagnan, il quale al pari di
Porthos aveva più bisogno di sonno che di cibo, licenziò Grimaud e si
coricò sul suo pastrano, con la spada nuda, in modo tale che col suo
corpo ingombrava il passo, e che nessuno potrebbe entrare nella camera
senza urtare addosso a lui.