I quattro colleghi si guardarono.

«È giusto» dissero Porthos ed Aramis, lusingandosi di essere i

prescelti.

Athos e d’Artagnan non parlarono, ma lo stesso loro silenzio era un

assenso.

«Or bene, fece Mordaunt fra il profondo e solenne silenzio che regnava

nella misteriosa abitazione, io mi eleggo per primo avversario quello

di voi, che non credendosi più degno di nominarsi conte di la Fère, si

è fatto chiamare Athos».

Athos si rizzò dalla sedia come se lo avesse fatto balzare in piedi una

molla; ma con somma sorpresa dei compagni, dopo un momento d’immobilità

taciturna, disse scuotendo il capo:

«Signor Mordaunt, tra di noi è impossibile qualunque duello: fate a

qualcun altro l’onore che a me destinavate».

E tornò a sedersi.

«Ah!! disse Mordaunt, eccone uno di già che ha paura!

«Corpo di una bomba! esclamò d’Artagnan scagliatosi verso di lui, e chi

ha detto qui che Athos aveva paura?

«Lasciatelo dire, fece Athos con un sorriso pieno di mestizia e

disprezzo.

«Siete deciso così, Athos? domandò il Guascone.

«Immutabilmente.

«Va bene, non se ne parli più.... Signor Mordaunt, avete inteso che il

conte di la Fère non vuol farvi l’onore di battersi con voi. Scegliete

fra noi uno che lo rimpiazzi.

«Subito che non mi batto con lui, poco m’importa con chi che sia.

Ponete i vostri nomi in un cappello, e trarrò a sorte.

«Buona idea! approvò d’Artagnan.

«Realmente con questo mezzo si concilia tutto, confermò Aramis.

«Io non ci avrei pensato, disse Porthos, eppure era tanto semplice!

«Orsù, Aramis, continuò d’Artagnan, scriveteci un po’ codesto col bel

carattere con cui scrivevate a Maria Michon per avvertirla che la madre

del signorino voleva far assassinare milord Brougham».

Mordaunt sopportò questo nuovo attacco senza far motto: stava in piedi,

colle braccia incrociate, e pareva tranquillo quanto può esserlo un

uomo in tale circostanza. Se non era in lui coraggio, era per lo meno

orgoglio, lo che assai gli somiglia.

Aramis si accostò al tavolino di Cromvello, tagliò tre pezzi di carta

di grandezza eguale, segnò sul primo il suo proprio nome e sopra gli

altri due quelli de’ suoi camerati, li presentò aperti a Mordaunt,

il quale senza leggerli fe’ con la testa un cenno che esprimeva

rapportarsi egli a lui pienamente, e ripiegatili li mise in un cappello

che porse al giovanotto.

Questi cacciò dentro la mano, ne levò uno dei tre fogli, e senza

leggerlo lo lasciò sprezzantemente ricadere sul tavolino.

«Ah! serpentello, mormorò d’Artagnan, darei tutte le mie speranze al

grado di capitano dei moschettieri perchè il mio nome fosse su quel

bigliettino».

Aramis sciolse il foglietto, ma per quanta calma o freddezza

ostentasse, si scorgeva che gli tremava la voce d’odio e di desiderio.

«D’Artagnan!» disse forte.

Il tenente guascone diede un grido di giubilo.

«Ah! esclamò, dunque v’è in cielo giustizia!»

E direttosi a Mordaunt:

«Spero, signore, che non abbiate da affacciare obbiezioni?

«Nessuna» quegli rispose.

E cavata fuori la spada ne appoggiava la punta sullo stivale.

Tosto che d’Artagnan fu sicuro ch’era esaudita la sua brama e che

l’uomo non gli sfuggirebbe, ritornò in tutta la sua quiete, la sua

flemma, ed anche la lentezza che aveva costume di usare nei preparativi

della grave faccenda che chiamasi duello. Si arricciò le basette,

stropicciò la suola del piè destro in terra, e ciò non tolse che

osservasse come per la seconda volta Mordaunt si mandava attorno lo

sguardo singolare del quale altra fiata ei si era accorto.

«Siete pronto? domandò poi.

«Anzi, sono io che aspetto; replicò Mordaunt sollevando il capo e

fissando su d’Artagnan un’occhiata che non sapremmo descrivere.

«Dunque badate a voi, fece il Guascone, perchè tiro bene di spada.

«E anch’io.

«Meglio! così ho più quieta la coscienza: in guardia!

«Un momento, disse Mordaunt: signori, datemi la vostra parola di non

attaccarmi se non se uno dopo l’altro.

«Forse ci domandi codesto per aver il piacere d’insultarci, piccolo

serpente? rimbrottò Porthos.

«No: per avere, come diceva testè questo signore, la coscienza quieta.

«Dev’essere per qualche altro fine, bucinò d’Artagnan tentennando la

testa e osservandosi d’appresso con dubbiezza.

«Sulla fede di gentiluomo! risposero insieme Aramis e Porthos.

«Se così è, signori, soggiunse Mordaunt, ritiratevi in un canto come ha

fatto il signor conte di la Fère, il quale se non vuol battersi mostra

almeno esser cognito delle regole del combattimento, e dateci libero lo

spazio: ne avremo bisogno.

«Sia pure, fece Aramis.

«Uh! quante ciancie! mugolò Porthos.

«Da parte, signori! da parte! seguitò d’Artagnan, non va lasciato al

signorino il menomo pretesto di contenersi malamente, del che, salvo il

rispetto che gli debbo, mi pare che abbia la gran voglia».

Questo nuovo dileggio andò ad estinguersi sulla faccia impassibile di

Mordaunt.

Porthos ed Aramis si trassero nell’angolo opposto a quello dov’era

Athos, talmentechè i due campioni si trovarono ad occupare il posto

di mezzo della stanza, cioè erano situati in piena luce, stando sul

tavolino di Cromvello le due lampade che rischiaravano la scena.

Già s’intende che la luce diventava più fiacca a misura che uno si

discostava dal centro ov’ella splendeva.

«Orsù, disse d’Artagnan, siete all’ordine alfine?

«Sono all’ordine» rispose Mordaunt.

Amendue fecero nello stesso tempo un passo innanzi, e mercè quest’unico

e medesimo movimento s’incrociarono i ferri.

D’Artagnan era troppo abile schermidore per trastullarsi, conforme si

dice in termini di sala, a tasteggiare l’avversario. Fece una bella e

rapida finta; e questa fu parata da Mordaunt.

«Ah ah!» disse questo con un sorriso di soddisfazione.

E senza perder tempo, credendo di vedere un’apertura, allungò una botta

diritta, celere, e fiammeggiante come il lampo.

Mordaunt parò una contro di quarta così stretta che non sarebbe uscito

il ferro dall’anello di una fanciulla.

«Principio a credere che ci divertiremo, disse d’Artagnan.

«Sì, ripicchiò Aramis, ma divertendovi, incalzate a modo.

«Perdinci! amico, state avveduto!» aggiunse Porthos.

Allora Mordaunt si diede a sogghignare.

«Uh! signor mio, gli disse d’Artagnan, che brutto sorriso avete mai!

gli è il diavolo che vi ha insegnato a sorridere così, non è vero?»

Mordaunt non rispose se non cercando di imbracciare il ferro di

d’Artagnan con un vigore che questi non s’immaginava di trovare in

quel corpo in apparenza sì debole; ma mediante una parata non meno ben

eseguita che quella dell’emulo incontrò a tempo la lama di Mordaunt,

che sdrucciolò lungo la sua senza toccargli il petto.

Il giovanotto retrocedè sollecito di un passo.

«Ah! vi stendete? disse il Guascone, ah! vi girate? a vostro genio sia

pure, io ci guadagno anzi qualche cosa: che non vedo più il vostro

volto maligno. Eccomi del tutto all’ombra: tanto meglio. Non potete

figurarvi che tristo sguardo è il vostro, in ispecie quando avete

paura. Guardate un poco i miei occhi, e vedrete una cosa che il vostro

specchio non vi mostrerà mai, cioè uno sguardo franco e leale».

A cotesta abbondanza di parole, forse non gentili, ma abituali in

d’Artagnan che aveva per massima di tener distratto l’avversario,

Mordaunt non replicò nemmeno; ma sempre stendendosi e girando pervenne

a cambiar posto col tenente.

E vieppiù sorrideva. E il suo sorriso cominciò a dar noja al Guascone.

«Eh via! va finita, disse questi; il birbante ha i garretti di ferro.

Avanti le botte maestre!»

Ed incalzò Mordaunt, il quale continuò a distendersi, ma evidentemente

per semplice tattica, senza fare un fallo di cui il tenente potesse

approfittarsi, senza che la sua spada scartasse un momento dalla linea.

Peraltro siccome il combattimento avea luogo in una stanza ed era

scarso lo spazio, in breve il piede di Mordaunt toccò il muro, ed esso

vi appoggiò la mano sinistra.

«Ah! fece d’Artagnan, mio bell’amico, questa volta non vi allargherete

più! signori (seguitò stringendo le labbra e aggrottate le ciglia)

avete mai visto uno scorpione appiccicato a una muraglia? No?

benissimo, ora lo vedrete».

In un minuto secondo d’Artagnan diè tre colpi tremendi a Mordaunt. Lo

toccarono tutti, ma leggerissimamente. Il Guascone non ci capiva più

nulla. I tre amici guardavano ansiosi, con la fronte bagnata di sudore.

Finalmente d’Artagnan, stretto troppo da vicino, fece egli pure

un passo indietro onde preparare un quarto colpo, o piuttosto per

eseguirlo: imperciocchè per esso le armi siccome gli scacchi erano

un vasto calcolo di cui tutti i dettagli andavano concatenati l’uno

all’altro; ma nel punto che più accanito che mai, si scagliava sul

nemico, nel punto che dopo una finta celere e forte si avventava ratto

come un baleno, parve si aprisse il muro; Mordaunt sparì da un vacuo,

e la spada del tenente inceppata fra due sporti si ruppe quasi fosse di

vetro.

Egli rinculò alquanto. La parete tornò a chiudersi.

Mordaunt, mentre si difendeva, avea manovrato in tal guisa da venire

a ridosso alla porta segreta dalla quale noi già vedemmo uscire

Cromvello. Giunto colà, con la manca cercò e spinse il bottoncino. Poi

disparve come in teatro spariscono i genj malefici che hanno il dono di

passare a traverso ai muri.

Il Guascone mandò un’imprecazione furibonda, a cui dal lato opposto

rispose una risata selvaggia, funebre, la quale fece passare i brividi

sino nelle vene allo scettico Aramis.

«Qua con me, miei signori! gridò d’Artagnan, si sfondi la porta!

«È il demonio in persona! disse Aramis accorrendo.

«Ci scappa, sangue del diavolo! ci scappa! urlò Porthos posando le

larghe spalle sul tramezzo, che trattenuto da qualche molla interna non

si mosse.

«Meglio! mormorò truce Athos.

«Me lo figuravo, caspita! disse d’Artagnan tentando inutili sforzi, me

lo figuravo quando lo sciagurato girava per la stanza attorno attorno;

prevedevo qualche infame manovra, indovinavo che tramava qualchecosa;

chi poteva immaginarsi mai questa?

«È una disgrazia terribile mandataci dal diavolo suo amico! esclamò

Aramis.

«È una fortuna manifesta inviataci da Dio! ribattè Athos con la massima

allegrezza.

«In verità, rispose d’Artagnan stringendosi nelle spalle, e

abbandonando la porta che assolutamente non voleva aprirsi, andate un

poco giù, Athos! come potete dire cose simili a genti quali noi siamo?

Caspita! ma dunque non comprendete la situazione?

«Che cose? che situazione? domandò Porthos.

«A quel giuoco chi non uccide è ucciso. Sentiamo, mio caro, sta forse

nei vostri treni espiatorii che Mordaunt ci sacrifichi alla sua pietà

figliale? Se tale è la vostra opinione, ditelo francamente.

«Oh d’Artagnan! amico mio!

«È propriamente vergogna considerare le cose sotto questo aspetto. Il

furfante ci manderà cento coste di ferro che ci pesteranno come tanto

grano in questo mortajo di messer Cromvello. Animo, animo! si vada! se

stiamo qui cinque minuti, per noi è finita!

«Sì, avete ragione, si vada! ripeterono Athos ed Aramis.

«E dove si andrà? domandò Porthos.

«All’albergo, a prendere le nostre robe e i nostri cavalli; e di là,

se piace a Dio, in Francia, dove almeno io conosco l’architettura

dei casamenti. Il battello ci aspetta; affeddiddio! è anche una gran

sorte!»

E d’Artagnan, unendo l’esempio al precetto, rimise nel fodero il suo

pezzo di spada, ripigliò il cappello, schiuse l’uscio di sulla scala, e

scese velocemente seguito dai tre compagni.

Al portone i fuggiaschi ritrovarono i loro lacchè, e domandarono ad

essi contezza di Mordaunt, ma eglino non avevano veduto a partirsi

veruno.

Venti anni dopo · 第 102 / 130 题