LXXIV.

_Conversazione._

Mordaunt era stato sorpreso tanto all’improvviso, ed aveva salito

i gradini agitato da un sentimento tuttavia sì confuso, che le sue

riflessioni non avevano potuto esser chiare; in realtà, quel primo

sentimento era stato tutto di emozione, di stupore e d’insormontabile

terrore, quale lo prova qualunque individuo a cui un nemico acerrimo

e superiore di forza stringe il braccio nel momento preciso ch’ei lo

crede in altro luogo ed occupato ad altre cure.

Però una volta che si fu seduto e si accorse che gli si accordava

una dilazione, un respiro, con qualsivoglia intenzione ciò pur fosse,

concentrò tutte le proprie idee ed a sè richiamò tutte le sue forze. Il

fuoco dello sguardo di d’Artagnan, anzi che impaurirlo, quasi diremmo

lo elettrizzò: conciossiachè quello sguardo, comunque su di lui si

fissasse bollente di minaccia, era schietto nel suo odio e nel suo

sdegno. Mordaunt, pronto a cogliere ogni occasione che se gli offerisse

di trarsi dall’impaccio o col vigore o con l’astuzia, si raggruppò

sopra sè stesso come fa l’orso incalzato nella tana che con occhio

apparentemente immobile bensì osserva tutti i gesti del cacciatore da

cui fu inseguito.

Frattanto quell’occhio, con moto rapidissimo, si portò su la spada

lunga e solida che gli batteva sull’anca; egli, senza affettazione posò

la mano sinistra sull’elsa, la ricondusse a portata della man diritta,

e si assise secondo ne era pregato dal tenente dei moschettieri

francesi.

Questi di sicuro attendeva qualche parola aggressiva onde intavolare

una di quelle conversazioni dileggiatrici o terribili come ben sapeva

sostenerne.

Aramis borbottava:

«Sentiremo ciarle volgari».

Porthos si mordeva i baffi mormorando:

«Cospetto! quante cerimonie per ischiacciare questo serpentello!»

Athos si appiattava nell’angolo della stanza, immobile e pallido quanto

un bassorilievo di marmo, e non ostante con la fronte molle di sudore.

Mordaunt nulla diceva; e soltanto quando si stimò certo di aver sempre

a sua disposizione la spada, incrociò imperturbabile le gambe ed

aspettò.

Non poteva un tal silenzio prolungarsi di più senza dare nel ridicolo.

D’Artagnan lo comprese, ed avendo egli invitato l’altro ad _accomodarsi

per discorrere_, pensò che a lui toccava di dar principio al dialogo.

«Mi pare, signor mio, disse con la sua micidiale civiltà, che voi

mutiate abito quasi con la medesima prontezza ch’io lo vidi fare agli

istrioni italiani che il signor Mazzarino fece venir da Bergamo, e che

senza dubbio vi condusse a vedere in occasione del vostro viaggio in

Francia».

Mordaunt non rispose.

«Poc’anzi, continuò il Guascone, eravate travestito, anzi volevo dire

vestito, da assassino, e adesso....

«E adesso, al contrario, sembro vestito come un uomo vicino ad essere

assassinato, non è così? fece Mordaunt con la calma sua solita.

«Oh! soggiunse d’Artagnan, come potete dire cose simili quando siete in

compagnia di gentiluomini, e avete al fianco una sì buona spada?

«Non v’è spada assai buona da valere contro quattro spade e quattro

pugnali, senza contare le spade e i pugnali de’ vostri accoliti che vi

attendono alla porta.

«Scusate, signore, voi fate sbaglio: quelli che ci attendono da basso

non sono nostri accoliti, ma nostri lacchè. A me preme di ristabilire

le cose nella loro più scrupolosa verità».

Mordaunt fece un sorriso ironico che gl’increspò le labbra.

«Ma non si tratta di questo, riprese d’Artagnan, ed io ritorno alla

mia richiesta. Avevo avuto l’onore di domandarvi perchè avete cambiato

d’esteriore. La maschera, per quanto mi sembra, vi stava assai comoda;

la barba grigia vi andava a meraviglia; e in quanto alla scure con la

quale deste un colpo sì illustre, io credo ch’ella non vi starebbe male

nemmeno in guesto momento. Dunque perchè l’avete abbandonata?

«Perchè, ricordandomi la scena d’Armentières, ho pensato che troverei

quattro scuri contro una, dacchè ero per trovarmi fra quattro

carnefici.

«Signore, replicò d’Artagnan con tutta calma, sebbene un piccolo

movimento delle ciglia dinotasse esser prossimo a riscaldarsi;

quantunque profondamente vizioso e corrotto, voi siete eccessivamente

giovane, per lo che io non mi fermerò ai vostri frivoli discorsi....

Sì, frivoli, mentre ciò che ora dite in proposito d’Armentières non ha

il minimo rapporto con l’attuale circostanza. Infatti, noi non potevamo

offerire una spada alla vostra signora madre e pregarla di battersi di

scherma con noi; ma a voi, signorino, ad un cavaliere che maneggia il

pugnale e la pistola come vi abbiamo visto fare, e che porta al fianco

una spada di questa lunghezza, chiunque ha diritto di chiedere il

favore di battersi seco.

«Ah, ah! disse Mordaunt, volete dunque un duello?»

E si alzò, con l’occhio infuocato quasi fosse disposto a rispondere

nell’istante alla provocazione.

Si rizzò pure Porthos, pronto, secondo il consueto, a tali sorte di

avventure.

«Scusate, scusate, disse d’Artagnan con lo stesso sangue freddo, non ci

diamo tanta fretta, giacchè ognuno di noi deve desiderare che le cose

succedano in tutta regola. Sicchè, caro Porthos, sedete, e voi, signor

Mordaunt, favorite star fermo. Stimeremo alla meglio questa faccenda,

ed io sarò con voi schiettissimo. Confessate, signor Mordaunt, che

avete la gran voglia di ammazzarci, o gli uni o gli altri?

«E gli uni e gli altri», replicò Mordaunt.

D’Artagnan si volse così ad Aramis:

«Caro Aramis, convenitene meco, è una grande fortuna che messer

Mordaunt conosca tanto bene le sottigliezze della lingua francese:

almeno fra di noi non vi saranno male intesi, ed ora regoleremo il

tutto egregiamente».

E indi disse all’altro:

«Caro signor Mordaunt, vi dirò che questi signori contraccambiano i

vostri buoni sentimenti a lor riguardo, e anch’essi avrebbero a genio

di ammazzarvi. Dirò di più: che probabilmente vi ammazzeranno.... ma da

leali gentiluomini, e la miglior prova ch’io possa darne eccola qua».

E d’Artagnan gittò il cappello sul tappeto, rinculò la sua seggiola al

muro, accennò agli amici che facessero altrettanto, e salutato Mordaunt

con una grazia assolutamente francese, continuò:

«Signore, ai vostri comandi; poichè se non avete che ridire sull’onore

ch’io reclamo, comincerò io con vostra licenza. La mia spada è più

corta della vostra, è vero, ma basta! spero che il braccio supplisca al

ferro.

«Alto là! gridò Porthos avanzandosi, son io che principio, e senza

tanta rettorica.

«Permettete, Porthos», fece Aramis.

Athos non si mosse; pareva una statua: sembrava che gli si fosse

fermato anco il respiro.

«Signori, signori, disse d’Artagnan, state buoni, toccherà poi a voi

altri. Guardate gli occhi di questo signore e leggete in essi l’odio

bellissimo che noi gl’inspiriamo; vedete con che abilità ha sguainato

il brando; ammirate con quanta circospezione si cerca d’intorno se vi

sia qualche ostacolo che gl’impedisca di distendersi. Or bene, tutto

questo forse non vi prova che il signor Mordaunt è un’ottima lama, e

che voi mi subentrerete fra poco se io lo lascio fare? Dunque statevene

al vostro posto quieti come Athos, del quale vi raccomando la calma, e

lasciate a me l’iniziativa che ho digià presa. E poi (continuò levando

fuori il ferro con un gesto terribile) ho che fare in particolare con

questo signore, e comincerò; lo bramo, lo voglio!»

Era la prima volta che d’Artagnan profferiva questa parola parlando ai

suoi amici. Sino allora si era limitato a pensarla.

Porthos indietreggiò, Aramis si cacciò la spada sotto il braccio, Athos

rimase fermo nel cantone, non quieto, conforme diceva d’Artagnan, ma

ansante, smanioso.

«Cavaliere, disse d’Artagnan ad Aramis, rimettete l’arme nel fodero,

questo signore potrebbe supporre delle intenzioni che voi non avete».

E volgendosi a Mordaunt:

«Signore, vi attendo.

«Ed io vi ammiro tutti quanti; discutete fra voi chi debba cominciare

a battersi meco, e non consultate me, a cui mi sembra che ciò riguardi

alcun poco. Vi odio tutti, è vero, ma in diversi gradi. Spero tutti

uccidervi, ma ho più probabilità di uccidere il primo che il secondo,

il secondo che il terzo, il terzo che l’ultimo. Reclamo quindi

di scegliere io il mio avversario. Se mi negate questo diritto,

ammazzatemi, non mi batterò».

Venti anni dopo · 第 101 / 130 题