_Conversazione._
Mordaunt era stato sorpreso tanto all’improvviso, ed aveva salito
i gradini agitato da un sentimento tuttavia sì confuso, che le sue
riflessioni non avevano potuto esser chiare; in realtà, quel primo
sentimento era stato tutto di emozione, di stupore e d’insormontabile
terrore, quale lo prova qualunque individuo a cui un nemico acerrimo
e superiore di forza stringe il braccio nel momento preciso ch’ei lo
crede in altro luogo ed occupato ad altre cure.
Però una volta che si fu seduto e si accorse che gli si accordava
una dilazione, un respiro, con qualsivoglia intenzione ciò pur fosse,
concentrò tutte le proprie idee ed a sè richiamò tutte le sue forze. Il
fuoco dello sguardo di d’Artagnan, anzi che impaurirlo, quasi diremmo
lo elettrizzò: conciossiachè quello sguardo, comunque su di lui si
fissasse bollente di minaccia, era schietto nel suo odio e nel suo
sdegno. Mordaunt, pronto a cogliere ogni occasione che se gli offerisse
di trarsi dall’impaccio o col vigore o con l’astuzia, si raggruppò
sopra sè stesso come fa l’orso incalzato nella tana che con occhio
apparentemente immobile bensì osserva tutti i gesti del cacciatore da
cui fu inseguito.
Frattanto quell’occhio, con moto rapidissimo, si portò su la spada
lunga e solida che gli batteva sull’anca; egli, senza affettazione posò
la mano sinistra sull’elsa, la ricondusse a portata della man diritta,
e si assise secondo ne era pregato dal tenente dei moschettieri
francesi.
Questi di sicuro attendeva qualche parola aggressiva onde intavolare
una di quelle conversazioni dileggiatrici o terribili come ben sapeva
sostenerne.
Aramis borbottava:
«Sentiremo ciarle volgari».
Porthos si mordeva i baffi mormorando:
«Cospetto! quante cerimonie per ischiacciare questo serpentello!»
Athos si appiattava nell’angolo della stanza, immobile e pallido quanto
un bassorilievo di marmo, e non ostante con la fronte molle di sudore.
Mordaunt nulla diceva; e soltanto quando si stimò certo di aver sempre
a sua disposizione la spada, incrociò imperturbabile le gambe ed
aspettò.
Non poteva un tal silenzio prolungarsi di più senza dare nel ridicolo.
D’Artagnan lo comprese, ed avendo egli invitato l’altro ad _accomodarsi
per discorrere_, pensò che a lui toccava di dar principio al dialogo.
«Mi pare, signor mio, disse con la sua micidiale civiltà, che voi
mutiate abito quasi con la medesima prontezza ch’io lo vidi fare agli
istrioni italiani che il signor Mazzarino fece venir da Bergamo, e che
senza dubbio vi condusse a vedere in occasione del vostro viaggio in
Francia».
Mordaunt non rispose.
«Poc’anzi, continuò il Guascone, eravate travestito, anzi volevo dire
vestito, da assassino, e adesso....
«E adesso, al contrario, sembro vestito come un uomo vicino ad essere
assassinato, non è così? fece Mordaunt con la calma sua solita.
«Oh! soggiunse d’Artagnan, come potete dire cose simili quando siete in
compagnia di gentiluomini, e avete al fianco una sì buona spada?
«Non v’è spada assai buona da valere contro quattro spade e quattro
pugnali, senza contare le spade e i pugnali de’ vostri accoliti che vi
attendono alla porta.
«Scusate, signore, voi fate sbaglio: quelli che ci attendono da basso
non sono nostri accoliti, ma nostri lacchè. A me preme di ristabilire
le cose nella loro più scrupolosa verità».
Mordaunt fece un sorriso ironico che gl’increspò le labbra.
«Ma non si tratta di questo, riprese d’Artagnan, ed io ritorno alla
mia richiesta. Avevo avuto l’onore di domandarvi perchè avete cambiato
d’esteriore. La maschera, per quanto mi sembra, vi stava assai comoda;
la barba grigia vi andava a meraviglia; e in quanto alla scure con la
quale deste un colpo sì illustre, io credo ch’ella non vi starebbe male
nemmeno in guesto momento. Dunque perchè l’avete abbandonata?
«Perchè, ricordandomi la scena d’Armentières, ho pensato che troverei
quattro scuri contro una, dacchè ero per trovarmi fra quattro
carnefici.
«Signore, replicò d’Artagnan con tutta calma, sebbene un piccolo
movimento delle ciglia dinotasse esser prossimo a riscaldarsi;
quantunque profondamente vizioso e corrotto, voi siete eccessivamente
giovane, per lo che io non mi fermerò ai vostri frivoli discorsi....
Sì, frivoli, mentre ciò che ora dite in proposito d’Armentières non ha
il minimo rapporto con l’attuale circostanza. Infatti, noi non potevamo
offerire una spada alla vostra signora madre e pregarla di battersi di
scherma con noi; ma a voi, signorino, ad un cavaliere che maneggia il
pugnale e la pistola come vi abbiamo visto fare, e che porta al fianco
una spada di questa lunghezza, chiunque ha diritto di chiedere il
favore di battersi seco.
«Ah, ah! disse Mordaunt, volete dunque un duello?»
E si alzò, con l’occhio infuocato quasi fosse disposto a rispondere
nell’istante alla provocazione.
Si rizzò pure Porthos, pronto, secondo il consueto, a tali sorte di
avventure.
«Scusate, scusate, disse d’Artagnan con lo stesso sangue freddo, non ci
diamo tanta fretta, giacchè ognuno di noi deve desiderare che le cose
succedano in tutta regola. Sicchè, caro Porthos, sedete, e voi, signor
Mordaunt, favorite star fermo. Stimeremo alla meglio questa faccenda,
ed io sarò con voi schiettissimo. Confessate, signor Mordaunt, che
avete la gran voglia di ammazzarci, o gli uni o gli altri?
«E gli uni e gli altri», replicò Mordaunt.
D’Artagnan si volse così ad Aramis:
«Caro Aramis, convenitene meco, è una grande fortuna che messer
Mordaunt conosca tanto bene le sottigliezze della lingua francese:
almeno fra di noi non vi saranno male intesi, ed ora regoleremo il
tutto egregiamente».
E indi disse all’altro:
«Caro signor Mordaunt, vi dirò che questi signori contraccambiano i
vostri buoni sentimenti a lor riguardo, e anch’essi avrebbero a genio
di ammazzarvi. Dirò di più: che probabilmente vi ammazzeranno.... ma da
leali gentiluomini, e la miglior prova ch’io possa darne eccola qua».
E d’Artagnan gittò il cappello sul tappeto, rinculò la sua seggiola al
muro, accennò agli amici che facessero altrettanto, e salutato Mordaunt
con una grazia assolutamente francese, continuò:
«Signore, ai vostri comandi; poichè se non avete che ridire sull’onore
ch’io reclamo, comincerò io con vostra licenza. La mia spada è più
corta della vostra, è vero, ma basta! spero che il braccio supplisca al
ferro.
«Alto là! gridò Porthos avanzandosi, son io che principio, e senza
tanta rettorica.
«Permettete, Porthos», fece Aramis.
Athos non si mosse; pareva una statua: sembrava che gli si fosse
fermato anco il respiro.
«Signori, signori, disse d’Artagnan, state buoni, toccherà poi a voi
altri. Guardate gli occhi di questo signore e leggete in essi l’odio
bellissimo che noi gl’inspiriamo; vedete con che abilità ha sguainato
il brando; ammirate con quanta circospezione si cerca d’intorno se vi
sia qualche ostacolo che gl’impedisca di distendersi. Or bene, tutto
questo forse non vi prova che il signor Mordaunt è un’ottima lama, e
che voi mi subentrerete fra poco se io lo lascio fare? Dunque statevene
al vostro posto quieti come Athos, del quale vi raccomando la calma, e
lasciate a me l’iniziativa che ho digià presa. E poi (continuò levando
fuori il ferro con un gesto terribile) ho che fare in particolare con
questo signore, e comincerò; lo bramo, lo voglio!»
Era la prima volta che d’Artagnan profferiva questa parola parlando ai
suoi amici. Sino allora si era limitato a pensarla.
Porthos indietreggiò, Aramis si cacciò la spada sotto il braccio, Athos
rimase fermo nel cantone, non quieto, conforme diceva d’Artagnan, ma
ansante, smanioso.
«Cavaliere, disse d’Artagnan ad Aramis, rimettete l’arme nel fodero,
questo signore potrebbe supporre delle intenzioni che voi non avete».
E volgendosi a Mordaunt:
«Signore, vi attendo.
«Ed io vi ammiro tutti quanti; discutete fra voi chi debba cominciare
a battersi meco, e non consultate me, a cui mi sembra che ciò riguardi
alcun poco. Vi odio tutti, è vero, ma in diversi gradi. Spero tutti
uccidervi, ma ho più probabilità di uccidere il primo che il secondo,
il secondo che il terzo, il terzo che l’ultimo. Reclamo quindi
di scegliere io il mio avversario. Se mi negate questo diritto,
ammazzatemi, non mi batterò».