«Ebbene? domandò d’Artagnan.
«È solo, rispose Grimaud.
«Ne sei certo?
«Sì.
«Non abbiam visto partirsi l’altro.
«Sarà andato dal secondo usciale.
«Che fa egli?
«Si avvolge nel ferrajuolo e si mette i guanti.
«A noi!» disse d’Artagnan.
Porthos mise mano al pugnale, e macchinalmente lo trasse dal fodero.
«Riponi, amico Porthos, avvertì il tenente; non si deve tirar subito.
Lo abbiamo in nostro potere, si proceda con ordine. Abbiamo da
richiederci qualche scambievole spiegazione, e questa è una copia
della scena di Armentières: se non che speriamo che costui non abbia
progenie, e schiacciato lui sia tutto schiacciato.
«Zitto! fece Grimaud, ecco che si apparecchia ad andarsene. Si accosta
al lume. Lo smorza. Non veggo più niente.
«Dunque in terra, in terra!»
Grimaud saltò all’indietro e cadde in piedi. La neve attutiva il
rumore; nulla si intese.
«Va a prevenire Athos ed Aramis; si pongano uno per ogni lato della
porta, come faremo Porthos ed io; battano le mani se lo acchiappano, e
noi eseguiremo altrettanto se egli è nostro».
Grimaud disparve.
«Porthos! raccomandava il Guascone, tirate meglio indietro le larghe
spalle; è necessario ch’esca senza scorgere cosa alcuna.
«Purchè venga di qua!
«Silenzio!»
Porthos si pigiò al muro quasi volesse entrarvi dentro; lo stesso fece
d’Artagnan.
Allora si udì camminare Mordaunt per la scala. Scorse stridendo uno
sportello non visto nell’intelajatura. Mordaunt guardò, e mercè le
precauzioni prese dai due amici nulla distinse. Introdusse la chiave
nella serratura, aprì, e si mostrò su la soglia.
E nel punto medesimo si trovò faccia a faccia con d’Artagnan.
Voleva respingere la porta, ma Porthos slanciandosi ad afferrare il
bottoncino la spalancò affatto.
Porthos battè tre volte le mani, ed accorsero Athos ed Aramis.
Mordaunt diventò paonazzo, ma non diede un grido, non chiamò ajuto.
D’Artagnan andò direttamente addosso a Mordaunt, e spingendolo per
così dire col petto gli fece risalire a passi indietro tutta la scala,
rischiarata da una lampada che permetteva al Guascone di non perdere
di vista le mani di Mordaunt. Ma questi comprese che anche ucciso
d’Artagnan, gli resterebbe da disfarsi degli altri tre nemici: sicchè
non fece un movimento di difesa, non un gesto di minaccia. Mordaunt,
arrivato all’uscio, si sentì su questo incalzato, e di certo credè che
là fosse per finir tutto: s’ingannava però, chè il tenente stese la
mano ed aprì, ed esso e Mordaunt si trovarono nella stanza ove dieci
minuti prima il giovane se ne stava a discorrere con Cromvello.
Dopo di lui entrò Porthos; aveva disteso il braccio e staccata la
lampada dal palco, e con questa ne accese un’altra.
Comparvero Athos ed Aramis, e chiusero a chiave.
«Favorite accomodarvi», disse d’Artagnan a Mordaunt porgendogli una
sedia.
Quegli prese la seggiola e si mise pallido e tranquillo. A tre passi
di distanza Aramis ne recò altre tre, per sè, per d’Artagnan e per
Porthos.
Athos andò ad assidersi in un canto, nel luogo più appartato della
camera, sembrando deciso di rimanere immobile spettatore di quanto
accadrebbe.
Porthos si situò a mano sinistra, ed Aramis alla destra del Guascone.
Athos pareva abbattuto. Porthos si stropicciava le palme delle mani con
impazienza febbrile.
Aramis, sogghignando, si mordeva le labbra sino a spremerne il sangue.
D’Artagnan era il solo che si moderasse, almeno in apparenza.
«Signor Mordaunt, esso disse, giacchè dopo tante giornate perdute
a correrci appresso uno coll’altro, alla fine il caso ci riunisce,
discorriamola un poco, se non vi dispiace».