LXII.

_Gesù Signore!_

Allorchè Mordaunt arrivò di faccia alla casa, distinse d’Artagnan sulla

soglia e i soldati distesi qua e là con le loro armi sopra l’erbetta

del giardino.

«Olà! gridò con voce soffocata dalla precipitazione della corsa, i

prigionieri sono sempre costà?

«Sì, signore, disse il sergente».

E si drizzò subito, ugualmente che i suoi uomini, e si toccò come essi

il cappello.

«Bene. Quattro uomini per prenderli e condurli sul momento al mio

alloggio».

Si apparecchiarono i quattro richiesti.

«Che c’è? fece d’Artagnan con quell’aria beffarda che i nostri

leggitori debbono aver in lui riscontrata molte volte dacchè lo

conoscono, che c’è, di grazia?

«V’è, signor mio, rispose Mordaunt, che ordino a quattro soldati di

pigliare i prigionieri da noi fatti stamani a menarli al mio alloggio.

«E perchè mo’? domandò d’Artagnan. Scusate la curiosità, ma capite che

bramo essere schiarito su quest’oggetto.

«Perchè adesso i prigionieri sono miei, fece con alterigia Mordaunt, ed

io ne dispongo a mio capriccio.

«Con permesso, mio giovane signorino, e’ mi pare che sbagliate; questi

per solito sono di quelli che gli hanno presi, e non di coloro che sono

stati a vederli prendere. Voi potevate prendere milord Winter, che per

quanto si dice era vostro zio, ed avete preferito ucciderlo: va benone;

il signor du Vallon ed io potevamo uccidere quei due gentiluomini, ed

abbiamo preferito prenderli: ciascuno ha il suo gusto».

A Mordaunt diventarono bianche le labbra.

D’Artagnan capì che le cose non tarderebbero a guastarsi, e si mise a

suonare sull’usciale la marcia delle guardie.

Al primo tempo battuto uscì Porthos, e si pose dall’altra parte della

porta, di cui toccava coi piedi la soglia e col capo la cima.

Nè Mordaunt mancò già di accorgersene, onde disse, principiando a

mostrare la collera che lo rodeva:

«Signore, fareste una resistenza inutile: i prigionieri mi sono stati

donati in questo punto dal generale in capo mio illustre proiettore,

dal signor Oliviero Cromvello».

Queste parole colpirono d’Artagnan alla guisa di un fulmine. Gli salì

il sangue alle tempie, gli passò una nube avanti agli occhi, comprese

la feroce speranza del giovanotto, e la sua mano scese per un moto

naturale sull’impugnatura della sua spada.

Porthos poi lo osservava onde sapere ciò che avesse da fare e regolare

i propri atti a tenore de’ suoi.

Gli sguardi di Porthos diedero più timore che quiete a d’Artagnan, il

quale principiò a dolersi di aver richiamata la forza brutale del suo

compagno in un affare che gli sembrava specialmente andasse maneggiato

coll’astuzia.

«La violenza, ei diceva fra sè, ci rovinerebbe tutti. D’Artagnan, prova

a quel serpentello che sei non solo più forte, ma anche più scaltro di

lui.... Ah ah! signor Mordaunt (disse poscia con un profondo saluto),

come! venite da parte del signor Oliviero Cromvello, il più illustre

capitano di questi tempi?

«L’ho lasciato poc’anzi, rispose Mordaunt mettendo piedi a terra e

dando a reggere il suo cavallo ad uno de’ suoi soldati.

«E perchè non lo dicevate subito, mio caro? tutta l’Inghilterra è del

signor Cromvello, e poichè mi chiedete in suo nome i prigionieri, io

m’inchino, signor mio, sono vostri, pigliateli».

Mordaunt si avanzò tutto allegro, e Porthos guardando d’Artagnan col

massimo stupore apriva bocca per parlare.

Ma quest’ultimo montò sullo stivale a Porthos, il quale allora conobbe

che l’amico faceva da burla.

Mordaunt mise il piede sul primo gradino accanto alla porta, e col

cappello in mano si accinse a passare fra i due camerati, accennando a’

suoi quattro uomini che lo seguissero.

«Per altro scusate, disse il tenente con un grazioso sorriso e posando

la mano sulla spalla al giovane, se l’illustre generale Oliviero

Cromvello ha disposto in favor vostro di quegli individui, vi avrà

fatta di certo cotesta donazione per iscritto».

L’altro si fermò di botto.

«Vi ha dato qualche letterina per me, un fogliaccio qualunque,

in somma che attesti qualmente siete qui in nome suo? Favorite

consegnarmelo, acciò almeno io scusi con un pretesto l’abbandono de’

miei compatriotti. Diversamente, intendete, quantunque io sia sicuro

che il generale Oliviero Cromvello non possa volere ad essi alcun male,

ciò farebbe un pessimo effetto».

Mordaunt retrocedè, e sentendo la botta diede un’occhiata terribile

a d’Artagnan; questi però vi rispose con la ciera più garbata e

amichevole che potesse immaginarsi.

«Quando vi dico una cosa, fece Mordaunt, mi fate l’ingiuria di

dubitarne?

«Io! io dubitare di ciò che voi dite? Dio me ne liberi, mio caro! anzi

vi tengo per degno e perfetto gentiluomo, secondo le apparenze.... E

poi, volete che vi parli schietto?

«Parlate.

«Il signor du Vallon qui presente è ricco, ha quarantamila lire di

entrata, ed in conseguenza non tira ai denari; sicchè non discorro per

lui, ma per me.

«E poi?

«Ebbene, io non sono ricco; in Guascogna questo non fa disonore, non

v’è alcuno che lo sia, ed Enrico IV di gloriosa memoria, ch’era il

re delle Guascogne, siccome Sua Maestà Filippo IV è il re di tutte le

Spagne, non aveva mai un soldo in tasca.

«Terminate, vedo a che punto bramate arrivare, e se vi trattiene quel

ch’io suppongo, sarà una difficoltà da togliersi di mezzo.

«Ah! lo sapevo, disse d’Artagnan, ch’eravate un ragazzo di spirito.

Orsù, ecco la sostanza, ecco dove il dente duole. Sono ufficiale

di fortuna, e non altro. Non ho se non quel che mi frutta la mia

spada, cioè più busse che biglietti di banca. Ora, stamani prendendo

due Francesi che mi pajono d’alta nascita, due cavalieri della

Giarrettiera, dicevo fra di me: È fatta la mia fortuna. Dico due,

perchè in simile circostanza, il signor du Vallon ch’è facoltoso, cede

sempre a me i suoi prigionieri».

Mordaunt, illuso appieno dalla loquace bonarietà del suo interlocutore,

sorrise da uomo che intende benissimo le ragioni addottegli, e con

dolcezza rispose:

«Fra un momento avrò l’ordine firmato, ed insieme con questo duemila

doppie; ma intanto lasciatemi condurre via i due Francesi.

«No no; che v’importa di un indugio di mezz’ora? sono molto assestato

io, facciamo le cose in regola.

«Eppure, soggiunse Mordaunt, potrei forzarvi, qui comando io.

«Oh! signore, fece d’Artagnan gentilmente, si vede che sebbene il

signor du Vallon ed io abbiamo avuto l’onore di viaggiare in vostra

compagnia, non ci conoscete. Siamo gentiluomini, siamo Francesi, siamo

capaci fra noi due soli di uccidere voi ed i vostri otto sottoposti.

Signor Mordaunt, non fate da caparbio, perchè quando uno si ostina

mi ostino io pure, e sono un caparbio feroce.... ed ecco questo

signore ch’è più caparbio ancora di me.... senza contare che siamo

inviati dal signor ministro Mazzarino, il quale rappresenta il re di

Francia: ne resulta che in questo istante noi rappresentiamo il re ed

il ministro, il che fa sì che nella nostra qualità di ambasciadori

siamo inviolabili, cosa ch’è in grado di capire egregiamente il

signor Cromvello, grande politico al pari che gran generale. Quindi

richiedetegli l’ordine scritto. Che cosa vi costa, caro signor

Mordaunt?

«Sì, l’ordine scritto, seguitò Porthos che cominciava a capire

l’intenzione di d’Artagnan, non vi si ricerca altro».

Per quanta voglia avesse Mordaunt di ricorrere alla violenza, era

uomo da riconoscere per buone le ragioni addottegli da d’Artagnan.

D’altronde la di lui fama gl’imponeva, e aggiungendosi a quella ciò che

gli aveva veduto operare la mattina, vi riflettè seriamente. Di più,

ignaro totalmente delle relazioni d’intrinseca amicizia esistenti fra

i quattro Francesi, eransi dileguate tutte le sue inquietezze di faccia

al motivo assai plausibile del loro riscatto.

Decise adunque di andare non soltanto a prendere il mandato, ma anche

le duemila doppie per cui aveva egli stesso valutati i due prigionieri.

E così montò a cavallo, raccomandò al sergente di far buona guardia, e

sparì.

«Bene! fece d’Artagnan, un quarto d’ora per andare alla tenda, per

tornare indietro mezz’ora, è più che non ci bisogni».

E venutosene inverso Porthos senza dare indizio al sembiante di verun

cambiamento, in modo che quei che lo consideravano attenti potessero

credere ch’ei continuasse la medesima conversazione, e mirandolo ben

fisso, gli disse:

«Amico Porthos, statemi a sentire. Prima di tutto, nemmeno una parola

ai nostri amici di ciò che avete udito testè: è inutile che sappiano

qual servizio ad essi noi rendiamo.

«Bene, capisco.

«Andate alla scuderia, vi troverete Mousqueton, porrete la sella ai

cavalli e le pistole nelle sacche, e li condurrete nella strada di giù

affinchè non vi sia più da salir sopra; al resto penserò io».

Porthos non fece obbiezioni, ed obbedì con la sublime fiducia che aveva

sempre nell’ex-collega.

«Vado subito, rispose; ma, dico, ho da entrare nella stanza dove sono

quei signori?

«Eh no! non giova a niente.

«Dunque, fatemi il piacere di pigliare la mia borsa che ho lasciata sul

caminetto.

«State pur tranquillo».

Porthos si avviò con la sua flemma consueta alla scuderia, e passò

framezzo ai soldati, i quali, comunque ei fosse Francese, non poterono

astenersi dall’ammirare di lui l’alta statura e le membra robuste.

Sul canto incontrò Mousqueton, e lo menò via seco.

Allora d’Artagnan tornò dentro, fischiando un’arietta che aveva

incominciata alla partenza di Porthos.

«Carissimo Athos, ho riflettuto ai vostri ragionamenti, ed essi mi

hanno persuaso; m’incresce assolutamente di essermi trovato in questo

affare. Voi lo diceste; Mazzarino è un furfante; sicchè io sono

risoluto a fuggire con voi. Non fate calcoli, ma state pronti; le

vostre due spade sono in un cantone, non le dimenticate, sono tali

arnesi che nelle circostanze nostre possono essere utilissimi....

appunto questo mi fa ricordare della borsa di Porthos: eccola!»

D’Artagnan si ripose in tasca la borsa. Gli altri due lo stavano a

guardare stupefatti.

«Ebbene, che v’è di sorprendente? disse il Guascone, lo domando a voi.

Ero cieco, e Athos mi ha fatto veder chiaro: non v’è altro; venite

qua».

Venti anni dopo · 第 85 / 130 题