_Come gl’infelici confondono talvolta il caso con la Provvidenza._
«Ebbene, signora? domandò di Winter allorchè la regina ebbe licenziati
i servitori.
«Ebbene, milord, accadde quel che avevo preveduto.
«Ricusa?
«Non ve lo avevo detto prima?
«Il ministro ricusa di ricevere il re, la Francia ricusa ospitalità ad
un principe infelice? è questa la prima volta!
«Non dissi la Francia, milord, dissi il ministro, ed il ministro non è
tampoco francese.
«Ma la regina l’avete vista?
«È inutile, rispose Enrichetta scuotendo mestamente la testa, non
dirà di sì la regina quando Mazzarino ha detto di no. Non sapete che
quell’italiano guida tutto, e nell’interno e fuori? V’è di più, ed io
ritorno a quel che vi ho avvertito: non mi sorprenderebbe che fossimo
stati prevenuti da Cromvello. Nel parlarmi egli era in sommo imbarazzo,
e nulladimeno saldo nella volontà di negar tutto. E poi, avete
osservato la grande agitazione al palazzo reale, l’andare e venire
di tanta gente affaccendata? Che avessero ricevuta qualche notizia,
milord?
«Non certo d’Inghilterra, o signora; io ho operato con tal
sollecitudine da starmi sicuro di non essere stato prevenuto; sono
partito tre giorni fa, sono passato per miracolo in mezzo all’armata
puritana, ho presa la posta con Tony, mio lacchè, ed i cavalli che
abbiamo furono da noi comprati a Parigi. D’altronde son sicuro che
il re, avanti di arrischiar niente, attenderà la risposta di Vostra
Maestà.
«Milord, replicò disperata la regina, voi gli riferirete che nulla io
posso fare, che ho sofferto al pari di lui e più; costretta qual sono a
mangiare il pane dell’esigilo e chiedere l’ospitalità a falsi amici che
si ridono delle mie lacrime, e che in quanto alla sua regia persona,
sarà d’uopo che si sacrifichi generosamente e muoja da re. Ed io ne
andrò a morire al di lui fianco.
«Signora, signora! esclamò di Winter, Vostra Maestà si abbandona allo
scoraggiamento, e forse ancor ci rimane qualche lusinga.
«Non più amici, milord! non più amici nel mondo intero, fuori che
voi.... Mio Dio, mio Dio! gridò Enrichetta alzando le braccia verso
il cielo, ritraeste a voi tutti i cuori generosi ch’esistevano sulla
terra!
«Io spero di no...., seguitò di Winter pensoso, vi ho parlato di
quattro uomini.
«Che volete fare con quattro uomini?
«Quattro pieni di zelo, quattro pronti a morire, possono molto,
signora, e quelli di che io vi discorro fecero molto in un certo tempo.
«E dove son essi?
«Ah! questo è quello che non so. Da quasi venti anni gli ho perduti di
vista; eppure in tutte le occasioni in cui ho veduto il re in pericolo
ho ripensato a loro.
«Ed erano vostri amici?
«Uno di essi ebbe tra le sue mani la mia vita, e me la rese; ignoro se
sia rimasto mio amico, ma io almeno da quell’epoca sono restato amico
suo.
«E sono in Francia coloro?
«Così credo.
«Ditene i nomi! forse gli avrò intesi menzionare, e potrò ajutarvi
nelle vostre ricerche.
«Uno chiamavasi cavaliere d’Artagnan.
«Oh milord! se non m’inganno, quel cavaliere d’Artagnan è tenente delle
guardie.... ho udito, sì, nominarlo.... ma badate.... quegli mi fa
paura, è tutto del ministro.
«Allora poi, fece di Winter, sarebbe l’ultima sciagura, e comincierei a
credere che avessimo davvero la maledizione addosso.
«Ma gli altri, gli altri! continuò la regina che si afferrava a
quest’ultima speme come un naufrago ai rottami della nave, gli altri,
gli altri!
«Il secondo.... lo seppi per caso, giacchè innanzi di battersi contro a
noi i gentiluomini ci avevano dato i loro nomi, il secondo era il conte
di la Fère... Per i due rimanenti, l’abitudine che avevo a chiamarli
con nomi posticci mi fece dimenticare quelli veri.
«Ohimè! e sarebbe però urgente di ritrovarli, soggiunse la regina,
poichè stimate che quei degni gentiluomini possano essere tanto utili
al re!
«Oh sì, signora! perchè sono quegli stessi, ascoltatemi bene e
riproducetevi tutte le vostre rimembranze. Non vi fu narrato come la
regina Anna fosse in addietro salvata dal maggior periglio a cui mai si
esponesse una sovrana?
«Sì, a tempo de’ suoi amori con Buckingham, e non so per quale
scrignetto di gioje.
«Appunto, appunto.... coloro sono quegli stessi che la salvarono, ed
in me muove un sorriso di pietà il pensare che se i lor nomi noti non
sono a voi, o signora, egli è perchè Anna li dimenticò, mentre avrebbe
dovuto farli primi signori del suo reame.
«Or dunque, milord, è d’uopo rintracciarli; ma che potranno fare
quattro uomini, o piuttosto tre, poichè ve lo dico, non dobbiamo
contare sopra d’Artagnan.
«Sarebbe una buona spada di meno, non lo nego, ma ne resterebbero
sempre tre altre, senza far caso della mia; e quattro zelanti attorno
al re a guardarlo da’ suoi nemici, ad assisterlo in battaglia, ad
ajutarlo in consiglio, a scortarlo nella fuga, sarebbero bastanti, non
per rendere vincitore il re, ma per salvarlo se fosse vinto, per dargli
mano a tragittare il mare; e, per quanto ne dica Mazzarino, il vostro
regio sposo, giunto una volta sulle coste di Francia, vi troverebbe
asili e ricoveri quanti ne trova l’augello marino in tempo di procella.
«Milord, cercate, cercate quei gentiluomini, e se li rinvenite, e se
aderiscono a recarsi con voi in Inghilterra, io darò a ciascuno di
essi un Ducato nel giorno in cui ascenderemo nuovamente sul trono,
ed inoltre tant’oro quanto ne occorrerebbe a rifare il pavimento del
castello di White-Hall. Oh, cercate, milord! cercate! ve ne scongiuro.
«E lo farei, signora, e di sicuro li rinverrei, ma mi manca il tempo.
Si è forse scordata Vostra Maestà che il re attende, e nella massima
angoscia, la sua risposta?
«Allora siamo perduti! esclamò la regina in tutto lo sfogo di un cuore
squarciato».
Nel momento fu aperto l’uscio; comparve la giovane Enrichetta, e la
regina, con quella forza sublime che è tutto l’eroismo delle madri
si rimandò in fondo al petto le lacrime facendo cenno a di Winter di
cambiar discorso.
Quella variazione però, comunque fatta abilmente, non isfuggì alla
principessina; essa si fermò sulla soglia, e dando un sospiro, domandò:
«Madre mia, e perchè sempre piangete senza di me?»
La genitrice sorrise, e invece di risponderle disse:
«A voi, di Winter, almeno ad esser regina soltanto per metà ha
guadagnato qualche cosa, cioè che i miei figli mi chiamino _madre mia_
anzi che dirmi _signora_».
E voltasi alla fanciulla:
«Che volete, Enrichetta?
«Entra ora appunto al Louvre un cavaliero, e chiede di presentare
i suoi ossequj a Vostra Maestà; viene dall’armata, e dice avere una
lettera da consegnarvi, se non isbaglio, per parte del maresciallo di
Grammont.
«Ah! fece la regina indirizzandosi a di Winter, è uno dei miei fidi....
Ma non osservate, caro lord, che stiamo tanto meschinamente riguardo a
servitù, che la mia figliuola adempie le funzioni d’introduttrice?
«Signora! disse di Winter, abbiate pietà di me, voi mi straziate
l’anima!
«E chi è quel cavaliero, Enrichetta?
«L’ho veduto dal balcone; è un giovane che mostra avere appena sedici
anni, chiamato visconte di Bragelonne».
La regina fe’ un cenno col capo, la principessa riaprì la porta, e
presentossi Raolo.
Il quale mossi tre passi verso la sovrana, s’inginocchiò dicendo:
«Io reco a Vostra Maestà una lettera del mio amico signor conte di
Guiche, che mi ha detto aver l’onore di essere fra i vostri servi;
questa contiene una importante notizia e le proteste del suo rispetto».
Al nome del conte di Guiche si copersero di rossore le guancie della
giovinetta; la genitrice la guardò in atto alquanto severo.
«Ma Enrichetta, ella le disse, mi avete riferito essere la lettera del
maresciallo di Grammont.
«Così credevo, signora, quella balbettò.
«È mia la colpa, replicò Raolo, difatti io mi annunziai come venuto per
incarico del maresciallo; ma egli ferito nel braccio diritto, non fu in
grado di scrivere, ed il conte di Guiche gli fece da segretario.
«Vi è stata dunque battaglia? chiese la regina indicando a Bragelonne
con un gesto di alzarsi.
«Sì signora», costui rispose.
E diè il foglio a di Winter, che già avanzatosi a riceverlo lo
trasmetteva alla sovrana.
Alla nuova di un combattimento la giovane principessa schiuse il labbro
per fare una domanda che senza dubbio la interessava, ma non proferì un
accento, e le belle rose venutele dapprima sul volto a grado a grado si
dileguarono.
La regina osservò tutti quei moti, e convien dire che il materno suo
cuore li traducesse in parole, poichè interrogò così Raolo:
«E non è accaduto alcun danno al contino di Guiche? chè non solo è fra’
nostri servi, conforme vi disse, ma è ancora nostro amico.
«No signora, al contrario, si è acquistata in questa giornata
grandissima gloria, ed ha avuto l’onore di ricevere un solenne
abbraccio dal signor Principe sul campo di battaglia».
La principessina battè palma a palma, ma indi vergognandosi di essersi
portata a tale dimostrazione di allegrezza si girò verso un vaso di
fiori, e si chinò come a respirarne la fragranza.
«Si veda cosa ci partecipa il conte, disse la regina.
«Ho prevenuta Vostra Maestà ch’egli scriveva in nome di suo padre, fece
Raolo.
«È vero, ella replicò».
E disigillò il piego.
«Mia signora e regina.
«Non potendo aver l’onore di scrivervi da per me, per ragione di
una ferita statami fatta al braccio destro, vi supplisco per mano
di mio figlio, conte di Guiche, che voi conoscete esser vostro
servo pari di me, onde annunziarvi che abbiamo vinta la battaglia
di Lens, e che questa vittoria non potrà a meno di dar molto potere
al ministro Mazzarino ed alla regina sugli affari dell’Europa.
Vostra Maestà, adunque, ove le piaccia attenersi al mio consiglio,
approfitti del momento per insistere in favore del suo augusto
sposo presso al governo del re. Il signor di Bragelonne, che
avrà l’onore di consegnarvi il presente dispaccio, è amico di mio
figlio, a cui secondo ogni probabilità ha egli salvata la vita;
è un gentiluomo, al quale la Maestà Vostra può totalmente fidarsi
in caso che avesse da farmi pervenire qualche ordine verbale o in
iscritto.
«Mi rassegno rispettosamente, ec.
«Maresciallo di Grammont».
Nel punto in cui si trattava del servigio renduto al conte, Raolo
non aveva potuto astenersi dal volgere la testa verso la giovane
principessa, e per sè stesso avea visto passare nei di lei occhi
un’espressione d’immensa gratitudine. Non v’era dunque più dubbio, la
figlia del re Carlo I amava l’amico di lui.
«Vinta la battaglia di Lens! disse la regina, son fortunati, qui;
vincono delle battaglie!... Sì, il maresciallo di Grammont ha ragione,
con ciò cangieranno aspetto i loro affari; ma io temo che non faccia
niente ai nostri, se pure non nuoce. Questa nuova è recente, vi sono
grata, signore, di avermela recata con tal sollecitudine; senza di voi,
senza la lettera, non l’avrei saputa che domani, domani l’altro, forse
l’ultima in tutta Parigi.
«Signora, rispose Raolo, il Louvre è il secondo palazzo ove sia giunta
la notizia; nessuno la conosce ancora, ed io aveva giurato al signor
conte di Guiche di consegnare il plico a Vostra Maestà anche innanzi di
avere abbracciato il mio tutore.
«Il vostro tutore è come voi un Bragelonne? domandò lord di Winter; io
conobbi in passato un Bragelonne: vive egli sempre?
«No signore, è morto, e da lui il mio tutore di cui era prossimo
parente, a quanto io creda, ha ereditata quella tenuta della quale
porto il nome.
«E il vostro tutore, interrogò la regina, non potendo a meno di
interessarsi a quel bel giovane, come si chiama?
«Conte di la Fère, replicò questi».
Di Winter fece un atto di sorpresa; la sovrana lo guardò, lieta oltre
ogni segno.
«Il conte di la Fère! essa esclamò, non diceste così?»
Di Winter non poteva dar fede a ciò che aveva udito.
«Il conte di la Fère! ripetè egli pure, ve ne prego, ditemi, il
conte di la Fère non è un signore ch’io conobbi bello e prode, che
fu moschettiere di Luigi XIII, e può avere adesso quarantasette o
quarantotto anni?
«Sì signore, precisamente.
«E che serviva sotto un nome da lui assunto....
«Sotto nome di Athos. Anche ultimamente intesi il suo amico signor
d’Artagnan a chiamarlo in tal guisa.
«Appunto, signora, appunto! seguitò il conte. Ah sia lodato Iddio!...
Ed è in Parigi? (richiese a Raolo).... Sperate, sperate ancora! (disse
ad Enrichetta) la Provvidenza si manifesta a favor nostro, poichè fa
ch’io ritrovi questo prode gentiluomo in modo tanto miracoloso. E dove
abita, signore? dove abita, di grazia?
«Il signor conte di la Fère è alloggiato in via Guénégaud, all’albergo
del gran re Carlomagno.
«Grazie.... Prevenite il mio degno amico acciò rimanga nelle sue
stanze.... tra poco andrò ad abbracciarlo.
«Obbedisco con sommo piacere, se Sua Maestà si degna licenziarmi.
«Andate, signor visconte di Bragelonne, disse la regina, e siate certo
di tutto il nostro affetto».
Raolo, riverite ossequiosamente le due principesse, salutò di Winter e
partì.
Questo e la regina continuarono a discorrere qualche tempo sotto voce
acciò la principessa non li udisse; ma la precauzione era superflua,
dacchè essa era tutta occupata dei propri pensieri.
Indi, mentre di Winter si accingeva a tor commiato, la regina gli disse:
«Milord, ascoltate: io aveva conservato questa croce di diamanti
venutami da mia madre, e questa placca di S. Michele avuta dal mio
sposo; valgono circa cinquanta mila lire. Avevo giurato di morir
di fame con questi preziosi ricordi prima che disfarmene; ma oggi
che possono esser utili a lui od a’ suoi difensori, tutto devesi
sacrificare a tale speranza. Prendeteli, e se bisogna danaro per la
vostra impresa, vendeteli liberamente; bensì, se trovate mezzo di
serbarli, pensate, milord, ch’io lo terrò come il servigio più grande
che render possa un gentiluomo ad una regina, e nei giorni di mia
prosperità quegli che mi riporti e la placca e la croce sarà benedetto
da me e da’ miei figli.
«Signora, soggiunse di Winter, Vostra Maestà sarà servita da un uomo a
lei devoto. Io corro a depositare in luogo sicuro questi due oggetti,
i quali non accetterei se ci restassero risorse delle antiche nostre
fortune; ma i nostri beni sono confiscati, esausto il contante, e
siamo arrivati noi pure a trar costrutto da tutto ciò che possediamo.
Fra un’ora vo dal conte di la Fère, e domani Vostra Maestà avrà una
risposta definitiva».
La regina porse la mano a di Winter, che la baciò rispettosamente, ed
accennando la figliuola, seguitò:
«Milord, eravate incaricato di consegnare a questa fanciulla qualche
cosa da parte di suo padre».
Di Winter rimase attonito: non sapeva che si volesse dirgli.
Allora la giovane Enrichetta si avanzò sorridendo, eppure arrossendo, e
porse la fronte al gentiluomo.
«Dite a mio padre che re o fuggiasco, vincitore o vinto, possente o
misero, proferì la principessina, ha in me la figlia più sommessa ed
amorosa.
«Lo so, lo so», rispose di Winter toccando con le labbra la fronte ad
Enrichetta.
Poi se ne andò senza che alcuno lo accompagnasse, traversando i vasti
appartamenti bui e deserti, ed asciugandosi le lacrime, che sebbene
divenuto indifferente mediante i cinquanta anni vissuti in corte, non
poteva a meno di spargere al mirare quel regio infortunio a un tempo
stesso sì profondo e dignitoso.