XLIII.

_Zio e nepote._

Lord di Winter era aspettato al portone dal lacchè e dal cavallo.

S’incamminò alla propria dimora, pensoso e guardandosi dietro tratto

tratto a contemplare la nera e silenziosa facciata del Louvre. Allora

fu che vide un cavaliere distaccarsi, per così dire, dal muro, e

seguitar lui a qualche distanza, e si rammentò di aver osservato

nell’uscir dal palazzo reale un’ombra a un dipresso consimile.

Il servo di lord Winter, ch’era a tergo a questo di pochi passi,

esaminava esso pure inquietissimo il cavaliero.

«Tony! chiamò il gentiluomo accennando al domestico di avvicinarsi.

«Eccomi, monsignore».

E il domestico si pose accanto al padrone.

«Avete badato a colui che ci seguita?

«Sì, milord.

«E chi è?

«Non lo so; ma viene appresso a Vostra Grazia sino dal Palazzo Reale,

si è fermato al Louvre per attendere ch’ella uscisse, ed al Louvre si è

mosso nuovamente con lei.

«Qualche spione del ministro! fece tra sè di Winter, fingiamo non

accorgerci della sua sorveglianza».

E dato di sprone s’inoltrò nel laberinto di strade che conducevano

al suo palazzo situato dalla parte del Marais; avendo abitato lungo

tempo sulla piazza Reale, era tornato naturalmente ad alloggiarsi in

prossimità dell’antica sua dimora.

L’incognito spinse al galoppo il suo cavallo.

Di Winter smontò all’albergo, e salì al suo quartiere, proponendosi

di far osservare quella spia con ogni premura. Ma intanto che posava

i guanti e il cappello sul tavolino, vide ad uno specchio che aveva

dinanzi una figura che compariva sulla soglia della camera.

Si volse: gli stava davanti Mordaunt.

Di Winter impallidì e restò immobile.

Mordaunt rimaneva sull’uscio, freddo, minaccioso, e simile alla statua

del Commendatore.

Fuvvi un momento di silenzio fra i due individui.

«Signore, disse poscia di Winter, credevo avervi digià fatto intendere

ch’ero stanco di codesta persecuzione. Ritiratevi, o chiamerò gente per

farvi cacciar via come a Londra. Non sono vostro zio, non vi conosco!

«Zio mio, rispose Mordaunt con la sua voce solita rauca e

dileggiatrice, v’ingannate; questa volta non mi farete scacciare come

a Londra; no, non vi ci ardirete. In quanto al negare ch’io sia vostro

nepote, ci penserete ben bene, or che ho sapute molte cose che ignoravo

un anno addietro.

«E che mi cale di ciò che avete saputo?

«Vi cale, vi cale assai, zio mio, ne son certo; e ora sarete del mio

parere (aggiunse il giovane con un sorriso che fece passare il brivido

nelle vene di quello a cui era diretto). Quando mi presentai da voi in

Londra la prima volta, era per domandarvi che fosse avvenuto de’ miei

beni; quando mi presentai la seconda, era per domandarvi da chi mai

fosse stato denigrato, avvilito il mio nome. Oggi vengo per farvi una

richiesta molto più terribile di tutte quelle, per dirvi, siccome disse

Iddio al primo omicida: — Caino, che facesti del fratel tuo Abele? —

Milord, che faceste di vostra sorella, di vostra sorella ch’era mia

madre?»

Di Winter retrocedè atterrito dal fuoco che brillava negli occhi del

giovane.

«Di vostra madre!

«Sì, di mia madre, milord.....»

E Mordaunt così rispondendo scuoteva la testa.

L’altro fece uno sforzo, e immergendosi nelle sue rimembranze come per

attingere in esse un odio nuovo esclamò:

«Cercate che fu di lei, e domandatene all’inferno; l’inferno forse vi

risponderà».

Mordaunt si avanzò nella stanza sino a trovarsi faccia a faccia con

lord di Winter, ed incrociate le braccia, in tuono truce, livido il

volto per ira ed affanno, gli disse:

«Io ne ho chiesto al boja di Bethune, e il boja mi ha risposto».

Di Winter cadde sopra una sedia come colpito da un fulmine, ed invano

tentò di parlare.

«Sì! non è vero? proseguì il giovane, con queste parole tutto si

spiega, con questa chiave si apre l’abisso. La mia genitrice aveva

ereditato dal suo consorte, e voi, la mia genitrice, assassinaste! Il

mio nome mi assicurava il patrimonio paterno, e voi del nome mio mi

degradaste. E poi mi spogliaste de’ miei beni. Ora non più stupisco che

non mi riconosciate, non più stupisco che ricusiate riconoscermi! Mal

si addice chiamar nepote, quando uno è ladro infame, l’uomo che si rese

povero, quando uno è omicida, l’uomo che si rese orfano!»

Questi detti produssero l’effetto contrario a quello atteso da

Mordaunt. Di Winter si ricordò qual mostro fosse milady. Surse quieto

e grave frenando quasi col suo sguardo severo lo sguardo infiammato del

figlio di milady.

«Volete, ei disse, penetrare questo orribile arcano? Or bene! sia

pure. Sappiate adunque qual’era la donna di cui oggi venite a chiedermi

ragione: essa, secondo ogni probabilità, aveva avvelenato mio fratello,

e per aversi la mia eredità si accingeva ad assassinar me. Io ne ho la

prova. A ciò che direte?

«Dirò ch’era mia madre!

«Ella fece trafiggere da un uomo, stato in prima giusto, buono, puro,

l’infelice duca di Buckingham. Che direte di questo delitto? io ne ho

la prova!

«Era mia madre!

«Reduce in Francia, avvelenò nel convento degli Agostiniani di

Bethune una giovane donna amata da un di lei nemico. Questo delitto vi

persuaderà che giusto fosse il gastigo? e di questo io ho la prova!

«Era mia madre! ripetè Mordaunt, che alle sue tre esclamazioni aveva

data una forza sempre progressiva.

«Finalmente sozza di uccisioni, di crapula, a tutti odiosa, minacciante

tuttavia come una pantera sitibonda di sangue, soccombè sotto i colpi

di uomini che avea ridotti alla disperazione e che mai non le avevano

recato il menomo danno; trovò dei giudici, che contro lei richiamarono

gli esecrandi suoi attentati; e quel carnefice che voi vedeste, quel

carnefice che tutto vi narrò, deve avervi pur detto ch’egli stesso

balzava di gioja nel vendicare su di lei il vituperio ed il suicidio

di suo fratello. Zitella corrotta, moglie adultera, sorella snaturata,

omicida, avvelenatrice, orribile a tutti quanti conosciuta l’avevano, a

tutte le nazioni che l’avevano accolta nel lor seno, morì maledetta dal

cielo e dalla terra.... Ecco, ecco qual’era quella donna!»

Un violento singulto più forte che la volontà di Mordaunt straziò a

questo la gola e gli rimandò il sangue sul pallido volto; strinse egli

le pugna, e con la guancia molle di sudore, e i capelli irti sulla

fronte come quelli di Amleto, ei gridò furibondo:

«Tacete! era mia madre! i suoi disordini non mi son noti; i suoi vizj

non mi son noti; i suoi delitti non mi son noti! Ma quel ch’io so, è

che avevo una madre, è che uomini uniti in lega contro una donna la

uccisero clandestinamente, crudelmente, da vili, da vili! quel ch’io

so, è che fra costoro eravate ancor voi, signore! voi, mio zio, e

che diceste al pari degli altri, e più forte degli altri: — È d’uopo

ch’ella muoja! — E quindi ve ne avverto, e date ascolto a queste

parole, e vi si scolpiscano nella memoria in guisa che giammai non le

obbliate: l’assassinio che tutto mi tolse, l’assassinio che mi privò

del mio nome, l’assassinio che m’impoverì, l’assassinio che mi rese

depravato, malvagio, implacabile, di questo assassinio vi chiederò

ragione, prima a voi, e poi a quelli che furon vostri complici, quando

io venga a conoscerli».

Con l’odio nelle pupille, la spuma sulla bocca, il pugno teso, Mordaunt

aveva mosso un passo di più, passo terribile, passo minaccioso incontro

a di Winter.

Questi diè mano alla spada, e disse col sogghigno proprio di un uomo

che da trent’anni già scherzi con la morte:

«Signore, volete assassinarmi? allora vi riconoscerò per mio nepote,

perocchè siete veramente figlio di vostra madre.

«No! ribattè Mordaunt, e sforzava a frenarsi e a tornare nel loro stato

naturale tutte le fibre del volto, tutti i muscoli del corpo, no! non

vi ucciderò, almeno pel momento, perchè senza di voi non iscuoprirei

gli altri; ma quando noti essi mi siano, oh tremate! io trafissi

col mio pugnale il boja di Bethune; senza pietà lo trafissi, senza

misericordia, ed egli fra tutti era il meno colpevole».

Ciò detto, il giovanetto uscì e scese la scala con calma bastante per

non essere osservato; indi sul pianerottolo d’abbasso passò davanti

a Tony, che chinato sulla branca non aspettava se non un grido del

padrone per correr su da lui.

Ma di Winter non chiamò; oppresso, abbattuto, restò in piedi, porgendo

l’orecchio.... e soltanto quando ebbe inteso allontanarsi il cavallo

cadde sopra una sedia dicendo:

«Mio Dio! vi ringrazio.... deh! non conosca egli mai altri che me!»

Venti anni dopo · 第 60 / 130 题