_Lettera di Carlo I._
È d’uopo che adesso il leggitore passi con noi la Senna, e ci segua
sino al convento delle Carmelitane in via di San Jacopo.
Sono le undici della mattina, e le divote suore hanno fatto dire una
messa pel buon successo delle armi del re Carlo I. Uscite di chiesa,
una donna ed una giovinetta, vestite di nero, quella come una vedova e
questa come un’orfanella, sono rientrate nella lor cella.
La donna si è genuflessa sur un inginocchiatojo di legno tinto, e a
poca distanza da lei la giovane appoggiandosi ad una sedia rimane in
piedi e piange.
La donna dev’essere stata bella; ma si scorge che le lacrime le hanno
data l’apparenza di vecchia. La giovinetta è vaghissima, e le lacrime
l’abbelliscono vie più. La donna mostra aver quarant’anni, la giovane
ne ha quattordici.
«Mio Dio! diceva la supplice genuflessa, deh! conservate il mio sposo,
il mio figlio, e vi prendete questa mia vita tanto misera e trista.
«Mio Dio! diceva l’altra, deh! conservatemi mia madre!
«Vostra madre non può fare per voi più cosa alcuna in questo mondo,
Enrichetta; fece volgendosi l’afflitta che pregava, essa non ha più
trono, nè consorte, nè figlio, nè danari, nè amici; vostra madre è
abbandonata dall’universo».
E gittandosi nelle braccia della figliuola che si avanzava a
sostenerla, proruppe ella pure in singulti.
«Madre mia, fatevi coraggio! seguitò la fanciulla.
«Ah! quest’anno i re sono sfortunati, rispose la più attempata posando
la testa sulla di lei spalla, e nessuno in questo paese pensa a noi,
chè ognuno pensa ai propri affari. Sino a tanto che fu con noi vostro
fratello, ei mi sostenne, ma è partito, ed ora non può dar nuove di sè
nè a me nè a suo padre. Io ho impegnate le ultime mie gioje, venduti
i miei panni ed i vostri, onde pagare il salario a’ suoi servi, che
ricusavano di accompagnarlo se non avessi fatto un tale sacrifizio.
E noi siamo ridotte a vivere a spese delle figlie del Signore; siamo
poverelle soccorse da Dio.
«Ma perchè non vi rivolgete alla regina vostra sorella? domandò la
zittella.
«Ahimè! la regina mia sorella non è più regina, e un altro regna in
nome di lei. Un giorno potrete comprendere questo.
«Or bene, allora al re vostro nepote. Volete ch’io gli parli? Sapete
quanto mi ama!
«Ah! il re mio nepote non è ancor re, ed egli stesso, non lo ignorate,
e venti volte ce lo disse Laporte, egli stesso è sprovvisto di tutto.
«Dunque, volgiamoci a Dio» soggiunse la meschinella.
E s’inginocchiò accanto alla genitrice.
Le due donne così in orazione ad un medesimo inginocchiatojo erano la
figlia e la nepote di Enrico IV, la moglie e la figliuola di Carlo I.
Terminavano la duplice preghiera, quando una religiosa battè pian piano
all’uscio della cella.
«Entrate, sorella» disse la più attempata alzatasi ed asciugandosi gli
occhi.
La monaca schiuse la porta rispettosamente.
«Vostra Maestà si compiacerà scusarmi se la disturbo nelle sue
meditazioni, essa disse, ma v’è nel parlatorio un signore straniero
arrivato dall’Inghilterra, che domanda l’onore di presentarle una
lettera.
«Oh! una lettera! forse del re!... Notizie di vostro padre, al certo!
sentite, Enrichetta?
«Sì, l’odo, e lo spero.
«E chi è quel signore?
«Un gentiluomo di quaranta a quarantacinque anni.
«Il suo nome? ha detto il suo nome?
«Milord di Winter.
«Milord di Winter! l’amico del mio sposo! Ah, fatelo entrare!...»
E la regina corsa incontro al messaggiero, gli prese la mano con la
massima premura.
Lord di Winter s’inginocchiò e porse un foglio arrotolato dentro un
astuccio d’oro.
«Ah! disse la regina, voi ci recate tre cose che da gran tempo non
vedemmo: oro, un amico zelante, ed una lettera del nostro sposo e
signore».
Di Winter fece un altro saluto, ma non potè rispondere per la troppa
commozione.
«Milord, continuò la sovrana accennando la missiva, capite che ho
ansietà di sapere che contenga questo foglio.
«Signora, io mi ritiro.
«No, trattenetevi: leggeremo davanti a voi: non capite che ho da farvi
mille domande?»
Di Winter retrocedè di alcuni passi, e rimase in piedi e in silenzio.
Madre e figlia dal canto loro eransi ricovrate nel vano della finestra,
e scorrevano la seguente epistola:
«Signora e cara sposa
«Eccoci giunti al termine. Tutte le risorse che mi ha lasciate
Iddio sono concentrate in questo campo di Naseby, d’onde vi scrivo
in fretta. Qua aspetto l’armata de’ miei sudditi ribelli, e vo a
contrastare con essi anco una volta. Vincitore, fo perpetuar la
lotta; vinto, sono del tutto rovinato. In quest’ultimo caso (ahimè!
quando si è nel grado a cui noi siamo, tutto si dee prevedere)
voglio tentare di arrivare alle coste di Francia. Ma si potrà, si
vorrà ivi accogliere un infelice re che rechi sì funesto esempio
in un paese digià sollevato dalle civili discordie? Mi serviranno
di guida la vostra saviezza e il vostro affetto. Il latore della
presente vi dirà ciò ch’io non posso affidare a’ rischi di un
incidente qualunque. Esso vi spiegherà quali diligenze mi aspetto
da voi. Gli commetto puranco di recare la mia benedizione a’ miei
figli, insieme colle espressioni più cordiali per voi, signora e
diletta sposa».
La lettera era firmata, non già _Carlo re_, ma _Carlo ancora re_.
La trista lettura, di cui di Winter osservava tutte le impressioni sul
volto della regina, portò pur non ostante nelle di lei pupille un lampo
di speme.
«Che non sia pur re! ella esclamò, sia vinto, esule, proscritto, ma
viva!... Ah! il trono è oggi un posto troppo periglioso per ch’io
desideri ch’ei vi rimanga.... Ma ditemi, milord, non mi occultate
nulla, dov’è egli? la sua situazione è tanto disperata quanto egli si
crede?
«Più disperata ch’ei non lo pensi, o signora. Sua Maestà ha il cuore
sì buono che non comprende l’odio, sì leale che non si figura il
tradimento. L’Inghilterra è attaccata da uno spirito di vertigine,
ch’io temo non si estingua se non nel sangue.
«Ma lord Montrose? Io aveva udito a parlare di grandi e rapidi
successi, di battaglie guadagnate ad Inverlashy, ad Auldone, ad Alfort
e a Kilsyth. Avevo inteso dire marciasse alla frontiera per riunirsi al
suo re.
«Sì, ma alla frontiera ha incontrato Lesly. Egli aveva stancata la
vittoria a forza d’imprese sovrumane, e la vittoria lo ha abbandonato.
Montrose battuto a Phillippaugh è stato costretto a licenziare i resti
della sua armata ed a fuggire travestito da lacchè. Egli è a Bergen in
Norvegia.
«Dio lo salvi! disse la Regina. Almeno è una consolazione il sapere che
siano in sicuro quei che tante volte arrischiarono per noi la propria
vita. Ed ora che veggo la posizione del re quale essa è, cioè senza
scampo, ditemi ciò di che siete incaricato dal mio regio sposo.
«Or bene, rispose di Winter, il re brama che procuriate di penetrare le
disposizioni del re e della regina a suo riguardo.
«Ma lo sapete pure! il re è un bambinello, e la regina è una donna
anche ben debole: il signor di Mazzarino è tutto.
«Vorrebbe forse fare in Francia la parte che fa Cromvello in
Inghilterra?
«No no; è un Italiano scaltro e basso, che probabilmente sogna il
delitto, ma non oserà mai commetterlo; ed al contrario di Cromvello
che dispone di ambo le Camere a suo talento, Mazzarino non ha altro
appoggio che la regina nel suo conflitto col Parlamento.
«Allora, ragione di più perchè protegga un re contro il quale sono
accaniti i Parlamenti».
La regina scosse il capo, e disse con qualche amarezza:
«Milord, se ho da giudicare da me stessa, il ministro non farà cosa
alcuna, o forse anco sarà contro a noi. Già gli sono di peso la
presenza mia e quella di mia figlia in Francia: tanto più quella del
re. Milord! è cosa trista e quasi vergognosa a dirsi; ma noi abbiamo
passato l’inverno al Louvre, senza danaro, senza panni, quasi senza
pane, e spesso non alzandoci dal letto per mancanza di fuoco!
«Orrore! esclamò di Winter, la figlia di Enrico IV, la moglie del re
Carlo! E perchè non vi rivolgeste a qualunque di noi?
«Ecco l’ospitalità che dà ad una regina il ministro a cui vuole il re
ora richiederla.
«Io però aveva udito a discorrere di un matrimonio tra monsignore
principe di Galles e madamigella d’Orleans.
«Sì, lo sperai per un momento; essi si amavano, ma la regina che
sul principio avea secondato questo amore ha cangiato idee, ma il
duca d’Orleans, che aveva incoraggito il cominciamento della loro
familiarità, ha proibito alla figliuola di più pensare ad una tale
unione. Ah! (continuava la regina senza nemmeno badare a tergere le
lacrime) è meglio combattere come ha fatto il re, e morire come forse
ei morrà, che vivere mendicando come fo io.
«Coraggio, signora, coraggio! non disperate; gl’interessi della corona
di Francia in questo punto tanto compromessi, sono di combattere la
ribellione presso il popolo il più vicino. Mazzarino è uomo di Stato, e
comprenderà questa necessità.
«Ma siete sicuro, domandò la regina in atto di dubbio, di non essere
prevenuto?
«Da chi? fece di Winter.
«Dai Joyce, dai Priedge, dai Cromvello.
«Da un sartore! da un carrettiere! da un birrajo!... Oh! mi lusingo che
il ministro non entrerebbe in alleanza con simili uomini.
«Ed egli stesso che cos’è? seguitò Enrichetta.
«Ma per l’onore del re, per quello della regina....
«Animo, lusinghiamoci che faccia qualche cosa per questo onore; disse
Enrichetta. Milord, un amico possiede una sì buona eloquenza che voi mi
riconfortate. Sicchè datemi la mano, e andiamo dal ministro.
«Signora, replicò di Winter inchinandosi, tanto onore mi confonde.
«Però, alfine, se egli ricusasse, obiettò la regina, ed il re perdesse
la battaglia?
«Allora Sua Maestà si rifugierebbe in Olanda, dove ho inteso dire
ch’era monsignore principe di Galles.
«E Sua Maestà potrebbe per la sua fuga riposarsi sopra molti servi
eguali a voi?
«Ahimè! no; ma il caso è preveduto, ed io vengo a cercare in Francia
degli alleati.
«Alleati! ripetè la regina scuotendo il capo.
«Pur ch’io ritrovi antichi amici ch’ebbi in passato, ribattè di Winter,
e tutto garantisco.
«Si vada, milord, riprese Enrichetta colla dolorosa dubitanza delle
persone che furono per lungo tempo infelici, si vada, e Dio vi
ascolti!»
Ella salì in carrozza, e di Winter a cavallo, seguito da due domestici
l’accompagnò vicino allo sportello.