_Un pranzo del tempo addietro._
Il secondo abboccamento degli antichi moschettieri non era stato
pomposo e minaccioso come il primo. Athos, con il suo senno sempre
superiore, aveva giudicato che la tavola sarebbe il centro più rapido
e completo della riunione, e nell’istante che i suoi amici per riguardo
alla sua distinzione ed alla sobrietà sua non osavano favellare di uno
di quei buoni pranzi di tempo addietro goduti o al _Pomo del Pino_ o
al _Parpaillot_, propose egli stesso di ritrovarsi attorno a qualche
mensa bene inbandita, ed abbandonarsi senza riserva ognuno al proprio
carattere ed alle proprie maniere, tratto di semplicità che aveva
mantenuta la buona intelligenza per la quale in un’epoca anteriore
erano stati chiamati gl’inseparabili.
Fu a tutti accetta la proposta, e specialmente a d’Artagnan, ch’era
ansioso di ritrovare le gentilezze ed il brio delle conversazioni
di sua gioventù, conciossiachè da lunga pezza il suo spirito fino
e geniale non aveva incontrato che soddisfazioni insufficienti, e,
come diceva egli stesso, un vile pascolo. Porthos sul momento di
esser barone aveva sommo piacere di imbattersi in quella occasione
di studiare in Athos ed in Aramis i modi e il tuono della gente di
qualità. Aramis voleva sapere le notizie del Palazzo Reale per mezzo
di d’Artagnan e Porthos, e serbarsi per tutte le congiunture amici
tanto zelanti che in passato sostenevano le sue contese con ispade
prontissime e invincibili.
Athos poi era il solo che nulla avesse da aspettare o da ricevere
dagli altri, e che fosse mosso unicamente da un sentimento di semplice
grandezza e di pura amistà.
Fu quindi convenuto che ognuno darebbe il suo indirizzo ben positivo,
e che al bisogno di uno dei soci si convocherebbe la riunione da un
famoso trattore della via della Zecca all’insegna del _Romitorio_. Fu
fissato il primo appuntamento, pel successivo mercoledì ed alle otto
precise di sera.
Infatti nel giorno concordato giunsero puntualmente, ciascuno dal
lato suo, i quattro amici al momento destinato. Porthos aveva avuto
da provare un nuovo cavallo, d’Artagnan smontava la guardia al Louvre,
Aramis avea dovuto far visita ad una sua penitente in quella contrada,
ed Athos che avea preso domicilio in via Guènegaud ci si combinava
da per sè. Furono dunque assai sorpresi d’incontrarsi al portone del
_Romitorio_, Athos sboccando dal ponte Nuovo, Porthos dalla strada del
Roule, d’Artagnan da quella dei Fossi di S. Germano l’Auxerrois, ed
Aramis dall’altra di Bethisy.
Le prime parole ricambiate fra i quattro individui, appunto per
l’ostentazione che pose ognuno nelle proprie dimostrazioni, furono
alquanto forzate, ed il pasto cominciò con qualche freddezza. Si
vedeva che d’Artagnan faceva violenza a sè stesso per ridere, Athos per
bere, Aramis per raccontare, Porthos per tacersi. Athos accortosi di
tale imbarazzo, alfine di rimediarvi, ordinò che si recassero quattro
bottiglie di Sciampagna.
Al qual comando, da lui dato con la calma sua consueta, si schiarì un
poco il sembiante al Guascone, e si rasserenò quello di Porthos.
Aramis rimase attonito. Sapeva, non solo che Athos non beveva più, ma
anche che provava pel vino una tal quale ripugnanza.
E si accrebbe in esso la meraviglia quando ei lo vide mescersi in
abbondanza e bevere coll’entusiasmo di gran tempo addietro. D’Artagnan
empiè e vuotò subito un bicchiere. Porthos ed Aramis batterono i loro
un sull’altro. In un attimo furono vuote le quattro bottiglie. Pareva
che i commensali anelassero di far divorzio coi loro occulti pensieri.
E realmente, in men che nol diciamo, quell’ottimo specifico ebbe
dissipato sino al menomo nuvolo che rimaner potesse in fondo ai loro
cuori. Si misero a parlare più forte, senza aspettare che uno avesse
terminato perchè un altro principiasse, ed a prendere sulla tavola
ciascheduno la sua positura favorita. In breve, cosa enorme! Aramis
allentò due cordoni del suo giubbetto, e Porthos ciò osservando
disciolse subito tutti i suoi.
Le battaglie, le lunghe strade, le botte date e ricevute formarono il
primo argomento della conversazione. Indi si passò alla ascosa lotta
sostenuta contro colui che ormai chiamavasi il gran ministro.
«Affè! disse scherzando Aramis, bastano gli elogi dei morti, sparliamo
un poco dei vivi. Io vorrei dire un tantinello di Mazzarino: è
permesso?
«Sempre, sempre! rispose d’Artagnan con uno scroscio di risa; narrate
la vostra storiella, e vi applaudirò s’ella è buona.
«Un gran principe, seguitò Aramis, di cui il Mazzarino ricercava
l’alleanza, fu da questi invitato a mandargli la nota delle condizioni
mediante le quali volesse fargli l’onore di trattare con lui. Il
principe, che repugnava alquanto a aver che fare con un simile
gaglioffo, fece e inviò la nota a mal in cuore. Vi erano scritte tre
condizioni che spiacevano a Mazzarino, ed egli mandò ad offrire al
principe di rinunziarvi per dieci mila scudi.
«Ah! ah! esclamarono i tre amici, non era caro, ed ei non aveva da
temere d’esser preso alla parola. Che disse l’Altezza?
«L’Altezza spedì tosto cinquanta mila lire a Mazzarino, pregandolo a
non iscrivergli mai più, ed offrendogli venti mila lire se si obbligava
a non più parlargli.
«Che fece il Mazzarino?
«Si sdegnò? chiese Athos.
«Fe’ bastonare il messaggiero? domandò Athos.
«Accettò la somma? disse d’Artagnan.
«Voi, d’Artagnan, l’avete indovinata, replicò Aramis».
E tutti proruppero in sì clamorose risate che salì l’oste a domandare
se avevano bisogno di qualcosa.
Erasi supposto che si battessero.
Alla fine si calmò l’ilarità.
«Possiamo picchiare il signor di Beaufort? propose d’Artagnan. Ne avrei
la gran voglia!
«Fate pure, rispose Aramis, il quale conosceva a fondo quell’indole
guascona sì accorta e prode che non retrocedeva giammai su verun campo.
«E voi, Athos, che ne pensate? seguitò d’Artagnan.
«Io vi giuro da gentiluomo che rideremo se ci avete garbo.
«Dunque comincio, soggiunse d’Artagnan. Un giorno di Beaufort
discorrendo con un amico del signor Principe, gli disse che sulle prime
contese di Mazzarino e del Parlamento, ei si era trovato una volta
in disputa col signor di Chavigny, e che vedendolo attaccato al nuovo
ministro, lui che in tante maniere era collegato all’antico, lo aveva
ben bene percosso.
«L’amico, il quale conosceva di Beaufort per uomo di mano assai
leggiera, non istupì mica del fatto, e se n’andò correndo a riferirlo
al Principe. Si divulga la faccenda, ed ecco che ognuno volge le spalle
a Chavigny. Questi ricerca spiegazione della freddezza generale; si va
titubanti a manifestargliela; poi v’è persona che si azzarda a dirgli
come a tutti faccia sorpresa essersi egli lasciato _percuotere_ dal
signor di Beaufort abbenchè principe.
«E chi ha detto che il principe mi aveva percosso? fece il Chavigny.
«Il principe stesso, replica l’amico.
«Si va alla fonte chiara, e si trova la persona a cui il principe ha
tenuto codesto discorso, e che scongiurata sull’onore a palesare la
verità, lo ripete e lo afferma.
«Chavigny, dolentissimo di una tale infamia, di cui non capisce un
ette, dichiara che morrà piuttosto che sopportarla. In conseguenza
manda due patrini al principe, con l’incarico d’interrogarlo se
sussista aver egli detto di avere percosso il signor di Chavigny.
«L’ho detto e lo ripeto, fa il principe, giacchè così è.
«Monsignore, soggiunge uno dei patrini di Chavigny, permetteteci di
avvertire Vostra Altezza qualmente colpi dati a un gentiluomo degradano
tanto quello che li dà quanto quello che gli riceve. Il re Luigi XIII
non voleva aver camerieri gentiluomini, per aver diritto di picchiarli.
«Veh! continuò il signor di Beaufort, e chi parla di colpi? e chi
discorre di picchiare?
«Ma voi, monsignore, che pretendete per percosso....
«Chi?
«Il signor di Chavigny.
«Io?
«Non percuoteste il signor di Chavigny, almeno da quel che dite?
«Sì.
«Ebbene! egli vi smentisce.
«Oh! fece il principe, l’ho percosso così bene, che ecco le mie proprie
parole che lo gelarono (e il signor di Beaufort vi poneva tutta la sua
maestà a voi nota): « — signor di Chavigny, siete assai da biasimare
per aver dato soccorso a un birbante qual è il Mazzarino!»
«Ah! Altezza! esclamò il patrino, comprendo! volevate dire scosso.
«O _scosso_ o _percosso_, che importa? gridò il di Beaufort, non è egli
lo stesso? Davvero i vostri compositori di frasi sono pure pedanti!»
Furono grandi risate per questo errore filologico del signor di
Beaufort, i di cui abbagli su tal genere incominciavano a passare
in proverbio, e si pattuì, che essendo per sempre bandito da quelle
amichevoli riunioni lo spirito di parte, d’Artagnan e Porthos
potrebbero burlare i principi, con patto però che Athos ed Aramis
fossero in facoltà di _percuotere_ il Mazzarino.
«Affè, disse d’Artagnan a’ suoi due amici, avete ragione di volergli
male, a Mazzarino, giacchè egli dal canto suo, e ve lo giuro, non vi
vuol punto bene.
«Uh! propriamente? fece Athos. Se credessi che quel mascalzone mi
conoscesse di nome, mi farei sbattezzare per paura che si supponesse
ch’io conoscessi lui.
«Non vi conosce per nome ma per i fatti; sa che vi sono due
gentiluomini che più particolarmente hanno contribuito alla fuga di
Beaufort, e li fa cercare con grande premura, ve lo accerto.
«Da chi?
«Da me.
«Come, da voi?
«Sì, mi ha mandato a domandare anche stamane se avevo qualche notizia.
«Su quei due gentiluomini?
«Sì.
«E che gli avete risposto?
«Che non ne ho finora, ma che pranzavo con due soggetti i quali
potrebbero darmene.
«Gli avete detto così? fece Porthos con una grossa risata che gli
allegrava la grassa faccia. Bravo! e voi, Athos, non avete paura?
«No, disse Athos, non temo già le indagini di Mazzarino.
«Voi! soggiunse Aramis, oh! ditemi un po’ di che temete!
«Nulla, almeno nel presente.
«E nel passato? chiese Porthos.
«Ah! nel passato è tutt’altro, ribattè Athos con un sospiro, nel
passato e nel futuro.
«Paventate forse per il vostro Raolo? domandò Aramis.
«Eh! disse d’Artagnan, non si rimane mai uccisi nel primo fatto.
«Nè al secondo, ribattè Aramis.
«Nè al terzo, accrebbe Porthos. E poi, quando si è uccisi, si ritorna,
e la prova ne sia che eccoci qua.
«No, ripigliò Athos, non è tampoco Raolo che mi dia inquietudine,
mentre spero si conterrà da gentiluomo, e se resta ucciso, ebbene! lo
sarà valorosamente; ma ecco.... se gli accadesse tal disgrazia....»
Athos si passò la mano sulla fronte scolorita.
«Dite su.... lo spronò Aramis.
«Dico, che quella disgrazia sarebbe da me riguardata come un’espiazione.
«Ah ah! esclamò d’Artagnan, so io di che intendete.
«E anch’io, confermò Aramis, ma non bisogna pensarci, il passato è
passato.
«Non capisco, obiettò Porthos.
«L’affare di Armentières, bisbigliò piano d’Artagnan.
«D’Armentières?
«Milady....
«Ah sì, fece Porthos, l’avevo dimenticato».
Athos lo guatò con l’occhio suo penetrante, e disse:
«Dimenticato? voi, Porthos!
«Eh sì, è tanto tempo!
«Dunque non vi sta più sulla coscienza?
«Ma no! replicò Porthos.
«Ed a voi, Aramis?
«Ci penso qualche volta come ad uno di quei casi di coscienza che più
danno luogo a discussione.
«E a voi, d’Artagnan?
«Io confesso che quando la mia mente si ferma su quell’epoca terribile
non ha altre rimembranze che per il corpo gelido della povera signora
Bonacieux. Sì, sì...., mormorò, spesso provai de’ rammarici per la
vittima, non mai rimorsi pel di lei assassino.
«Riflettete, osservò Aramis, che ammessa la divina giustizia e la sua
partecipazione alle cose di questo mondo, quella donna fu punita per
volere di Dio. Noi fummo gli stromenti, e non altro.
«Ma il libero arbitrio?
«Che fa il giudice? ha esso pure il suo libero arbitrio, e condanna
senza paura. Che fa il carnefice? è padrone del proprio braccio, eppure
colpisce senza rimorso.
«Il carnefice.... borbottò Athos, e ben vedevasi che lo tratteneva una
qualche ricordanza.
«So ch’è cosa tremenda, proseguì d’Artagnan; ma quando penso che noi
uccidemmo Inglesi, Roccellesi, Spagnuoli, anco Francesi, i quali non ci
avevano fatto mai altro male che pigliarci di mira collo schioppo senza
coglierci, e non avevano avuto verso di noi altro torto che incrociare
il loro ferro col nostro e non arrivare a tempo a parare, mi scuso per
la mia parte nell’uccisione di quella femmina, in parola d’onore.
«Io, disse Porthos, adesso che me lo avete rimesso in mente, caro
Athos, rivedo la stessa scena come se ci fossi sempre. Milady era
costà, dove voi siete (Athos impallidì); io stava nel posto dov’è ora
d’Artagnan. Io avevo al fianco una spada che tagliava come una lama
di Damasco; ve ne rammentate, Aramis, che la chiamavate la Balizarda?
Or bene! vi giuro a tutti e tre, che se non vi fosse stato il boja di
Bethune.... È di Bethune?.... sì sì, di Bethune.... avrei troncato il
collo a quella scellerata, senza rimetterci le mani due volte, e anco
rimettendole.... l’era una donna iniqua!
«E poi, disse Aramis in tuono di non curante filosofia, a che giova
pensare a tutto questo? quel ch’è stato è stato. Ci confesseremo di
quest’azione nell’ora suprema, e Dio saprà meglio di noi se sia un
delitto, un fallo, o un’azione meritoria. Pentirmene, voi mi direte? oh
no, per Bacco! non me ne pento se non perchè era una donna.
«Ciò che è più atto a metterci in quiete, osservò d’Artagnan, egli è
che di tutto quel passato non rimane alcuna traccia.
«Aveva un figlio, notò Athos.
«Ah sì, lo so, disse d’Artagnan, e me ne avete parlato; ma chi sa
poi che ne sia stato di lui? morto il serpe, estinto il covo! credete
che di Winter suo zio abbia allevato quel serpentello? Di Winter avrà
condannato il figliuolo siccome condannò la madre.
«Allora, rilevò Athos, guai a di Winter, giacchè il bambino nulla aveva
fatto, nulla!
«Il bambino morì, o che il diavolo mi porti! seguitò Porthos. V’è tanta
nebbia in quel brutto paese, almeno a quel che dice d’Artagnan».
Nel punto in cui questa conclusione di Porthos era forse prossima a
riportare un certo brio su tutte quelle faccie più o meno accigliate,
si udì rumore di passi per la scala, e fu bussato all’uscio.
«Entrate! disse Athos.
«Signori, avvertì l’oste, v’è un giovanotto che con molta premura
chiede di parlare ad uno di voi altri.
«A quale? domandarono in quattro.
«A quello che si chiama conte de la Fère.
«Son io, rispose Athos. E che nome ha colui?
«Grimaud.
«Oh! fece Athos, e diveniva smorto in viso, digià tornato? E che mai
sarà accaduto a Bragelonne?
«Venga! ordinò d’Artagnan, venga pure!»
Ma Grimaud aveva già fatta tutta la scala ed attendeva sull’ultimo
gradino. Si slanciò nella stanza, e con un gesto licenziò il
locandiere.
Il locandiere richiuse l’usciale. I quattro gentiluomini rimasero in
ansietà. L’azione di Grimaud, pallido, sudante, tutto malconcio dalla
polvere che aveva addosso, annunziava esser egli messaggero di qualche
nuova interessante e tremenda.
«Signori, ei disse, quella donna aveva un bambino, il bambino è
diventato un uomo; la tigre aveva un figliuoletto, ora il tigre è
cresciuto, vi viene incontro, badate a voi!»
Athos guardò i compagni con un sorriso malinconico; Porthos si
cercava al fianco la spada che aveva appesa al muro, Aramis afferrò un
coltello; d’Artagnan si rizzò in piedi.
«Che vuoi tu dire, Grimaud? esclamò questi.
«Che il figlio di Milady ha abbandonato l’Inghilterra, è in Francia,
viene a Parigi, se a quest’ora non v’è.
«Diamine! disse Porthos, sei sicuro?
«Sicuro» confermò Grimaud.
Lungo silenzio accolse questa dichiarazione. Grimaud era sì stanco ed
ansante che cascò sopra una seggiola.
Athos avendo riempito un bicchiere di vino di Sciampagna glielo recava.
«Or bene, in sostanza, fece d’Artagnan, quando vivesse, quando venisse
a Parigi, ne abbiamo vedute di più belle! che venga!
«Sì, aggiunse Porthos esaminando con compiacenza il brando appeso alla
parete, lo aspettiamo, venga!
«E d’altronde, è un ragazzo!» rimarcò Aramis.
Grimaud si levò fieramente.
«Un ragazzo! gridò, sapete che cosa ha fatto quel ragazzo? Travestito
da monaco ha scoperto tutta la storia in un colloquio avuto col boja di
Bethune, il quale credendolo realmente tale, voleva confessarsi, e dopo
aver da lui saputo tutto, gli ha piantato nel cuore questo pugnale.
Ecco, esso è ancora rosso e bagnato, giacchè non sono più di trenta ore
ch’è tratto fuori dalla piaga».
E Grimaud gittò sulla tavola lo stiletto dimenticato dal finto frate
nella ferita del boja.
D’Artagnan, Porthos ed Aramis si alzarono con un movimento spontaneo, e
corsero ad impugnare le spade.
Athos solo restò seduto, quieto e pensoso.
«E dici tu, Grimaud, ch’è vestito da monaco?
«Sì.
«E che uomo è egli?
«Del mio personale, secondo mi riferì l’oste, magro, pallido, con occhi
turchini chiari e capelli biondi.
«E.... non ha veduto Raolo? domandò Athos.
«Anzi, si sono incontrati, ed il visconte stesso lo ha condotto presso
al letto del moribondo».
Athos senza fiatare si levò a distaccare dal muro il suo brando.
«Ehi, signori! disse d’Artagnan procurando di scherzare, ma sapete che
facciamo la figura di tante donnicciuole? Come! noi quattro uomini,
che senza far motto siamo stati a fronte a intere armate, ora tremiamo
davanti ad un fanciullo!
«Sì, replicò Athos, ma quel fanciullo viene in nome di Dio».
E tutti uscirono in fretta dall’albergo.