_Scaramuccia._
Fu breve la permanenza a Noyon, ed ivi tutti dormirono di sonno
profondo. Raolo aveva raccomandato che lo destassero se giungeva
Grimaud, ma Grimaud non giunse.
I cavalli dal canto loro apprezzarono senza dubbio le ott’ore di
assoluto riposo e lo strame abbondante che furon loro concessi. Il
conte di Guiche fu destato la mattina alle cinque da Raolo che venne
ad augurargli il buon giorno. Fecero colazione prestissimo, ed alle sei
avevano già fatto un pajo di leghe.
Il conversare del giovane conte era molto interessante per Raolo.
Perciò questi ascoltava attento, e quegli raccontava sempre. Di
Guiche, educato in Parigi, dove Raolo non era stato che una volta,
in corte, che Raolo non avea mai veduta, le sue scappataggini da
paggio, due duelli che avea saputo procurarsi a dispetto degli editti
e particolarmente del suo ajo, erano cose curiosissime pel visconte di
Bragelonne. Raolo non era stato se non in casa di Scarron, e nominò
a Guiche le persone da lui viste colà. Guiche le conosceva tutte, la
Neuillan, la d’Aubigné, la Scudery, la Paulet, la Chevreuse; le burlò
quasi tutte col massimo spirito, e Raolo temeva che burlasse anche
madama di Chevreuse, per cui egli nudriva vera e profonda simpatia; ma,
o fosse per istinto, o per affetto verso la duchessa, ei ne disse molto
bene, e da cotali elogi si accrebbe per lui l’amicizia di Raolo.
Venne poi il capitolo delle galanterie e degli amori. Su questo
rapporto pure Bragelonne aveva assai più da ascoltare che da
discorrere, e così fece, e fra tre o quattro avventure, che diremmo un
po’ trasparenti, gli sembrò di distinguere che il conte avesse in cuore
a pari di lui un’occulta passione.
Di Guiche, secondo noi accennammo, era stato allevato in corte, e di
questa conosceva tutti gli intrighi. Era la corte di cui Raolo aveva
inteso a parlare dal conte di la Fère, se non che aveva mutato faccia
moltissimo dall’epoca stessa in cui Athos l’aveva veduta. Talchè tutta
la narrazione di Guiche fu cosa nuova pel suo compagno di viaggio.
Il contino, spiritoso e maldicente, passò in rivista tutti quanti;
dettagliò gli antichi amori di madama di Longueville con Coligny, il
duello di questo sulla Piazza Reale, che gli fu sì funesto, e che la
Longueville contemplava di dietro alle persiane; e i di lei nuovi amori
col principe di Marsillac, che, a quanto dicevasi, era tanto geloso
da voler far ammazzare una quantità di gente, ed anco il d’Herblay;
gli amori del signor principe di Galles con Madamigella, la quale in
appresso fu chiamata la Grande Madamigella, tanto celebre dappoi pel
suo matrimonio segreto con Lauzun; neppur fu risparmiata la regina, e
toccò la sua parte anche al ministro Mazzarino.
La giornata passò rapida come un’ora. L’ajo del conte, uomo di mondo,
alla buona, sapientissimo fino ai denti (conforme diceva l’alunno),
rammentò varie volte a Raolo la somma erudizione e le graziose e
pungenti ironie di Athos; ma per la delicatezza e la nobiltà delle
maniere nessuno poteva stare a confronto col signor di la Fère.
I cavalli, strapazzati meno del dì precedente, si fermarono vergo le
quattro pomeridiane ad Arras. Si avvicinavano al teatro della guerra, e
fu risoluto di trattenersi in quella città sino all’indomani, perocchè
alcune brigate di Spagnuoli profittavano spesse fiate della notte per
far delle corse sino nei dintorni di Arras.
L’armata francese occupava da Pont-à-Marc sino a Valenciennes
ritornando sopra Douai. Si diceva che il signor Principe fosse in
persona a Bethune.
L’armata nemica si estendeva da Cassel a Courtray; e siccome commetteva
ogni sorta di violenze e di saccheggio, le povere genti delle frontiere
abbandonarono le proprie abitazioni isolate venendo a rifugiarsi
nelle città forti che promettevano loro un asilo. Arras era piena di
fuggiaschi.
Si parlava di una prossima battaglia, la quale esser doveva
decisiva, avendo il signor Principe manovrato fino allora soltanto
nell’aspettativa dei rinforzi che alla fine erano giunti. I nostri
giovanotti si rallegravano di esser capitati così a puntino.
Cenarono insieme e dormirono nella stessa camera. Erano nell’età delle
pronte amicizie, e a lor pareva di conoscersi sin dalla nascita e di
non potersi lasciare mai più.
S’impiegò la serata a discorrere di guerra; i servidori forbirono le
armi; i padroni caricarono le pistole pel caso di qualche scaramuccia,
e alla domane si destarono smaniosi perchè ambedue si erano sognati che
arrivavano troppo tardi per prender parte alla battaglia.
Nella mattina si sparse la voce che il principe di Condé avesse
evacuata Bethune per ritirarsi a Carvin, lasciando però guarnigione
nella prima di queste città; ma siccome codesta notizia nulla
presentava di positivo, i due giovani risolsero di continuare il loro
cammino verso Bethune, salvo a voltare a diritta viaggio facendo e
dirigersi poi a Carvin.
L’ajo del conte di Guiche conosceva perfettamente il paese; in
conseguenza ei propose di pigliare una scorciatoia ch’era in mezzo fra
la via di Lens e quella di Bethune. Ad Ablain si ricercherebbero le
informazioni opportune. Per Grimaud fu lasciato un itinerario.
La partenza ebbe luogo intorno alle sette della mattina.
Guiche, piuttosto caldo, diceva a Raolo:
«Eccoci in tre padroni e tre servi; i nostri servi sono ben armati, ed
il vostro mi sembra deciso.
«Non l’ho mai veduto all’opra, rispose Raolo, ma è Bretone, e ciò
promette assai.
«Sì, sì, e son certo che all’occasione tirerebbe la sua schioppettata.
Io per me ho due uomini sicuri che hanno guerreggiato con mio padre;
talchè insieme rappresentiamo sei combattenti. Se trovassimo una
piccola truppa di partigiani uguale per numero alla nostra ed anco
superiore, forse non faremmo una scarica?
«Sì, signore, rispose il visconte.
«Olà, giovanotti! disse l’ajo immischiandosi nella conversazione,
cospetto! come andate alla lesta! e le mie istruzioni, signor conte? vi
dimenticate che ho l’ordine di condurvi sano e salvo presso al signor
Principe? Una volta che sarete all’armata, fatevi ammazzare se così
vi piace, ma di qua a là vi prevengo che nella mia qualità di generale
d’esercito comando la ritirata e volto le spalle al primo spennacchio
che vedo».
Di Guiche e Bragelonne si guardarono sott’occhi e sorridendo. Tratto
tratto s’incontravano piccole comitive che si ritiravano mandando
avanti i loro bestiami, e trascinando nelle carrette o portando a
braccia le lor robe più preziose.
Si giunse senza disgrazie sino ad Ablain. Ivi si cercarono notizie, e
si seppe che il signor Principe aveva realmente abbandonato Bethune
e se ne stava fra Cambrin e la Venthie. Allora si riprese, sempre
lasciando a Grimaud la sua carta, una scorciatoja che in mezz’ora
mise la piccola compagnia sulla sponda di un ruscelletto il quale va a
gettarsi nella Lys.
Era un’amena contrada, troncata da belle valli verdi al pari dello
smeraldo. Di quando in quando si trovavano piccoli boschi traversati
dal sentiero su cui si andava. Ad ognuno di que’ boschi, in previsione
di qualche imboscata l’ajo faceva ire innanzi i lacchè del conte
che così formavano la vanguardia. L’ajo stesso e i due signorini
rappresentavano il corpo d’armata, ed Olivain con la carabina sul
ginocchio e gli occhi attenti invigilava da tergo.
Da un poco di tempo si scorgeva all’orizzonte una folta macchia.
Il signor d’Arminges, pervenuto che fu a distanza di cento passi
da quella, prese le sue precauzioni consuete, e mandò avanti i due
domestici di Guiche.
Costoro dunque erano spariti sotto gli alberi; i due amici e il
precettore, ciarlando e scherzando, li seguitavano da un centinaio
di passi indietro. Olivain si manteneva a tergo ad ugual lontananza,
quando ecco in un subito udirsi cinque o sei spari di moschetto. L’ajo
gridò di far alto; i gentiluomini obbedirono e fermarono i cavalli. E
nel medesimo momento si videro tornare indietro i due servi.
Guiche e Raolo, impazienti di conoscere la causa di quella fucilata,
diedero di sprone per andar verso i domestici. D’Arminges correva
appresso.
«Siete stati arrestati? domandarono con impeto il contino e il visconte.
«No, risposero i lacchè, è anzi probabile che nessuno ci abbia visti;
gli spari hanno avuto luogo da cento passi più innanzi di noi, nel più
folto della macchia, e siamo venuti in qua per domandar consiglio.
«Il mio consiglio, ed in caso di bisogno la mia volontà, fece il signor
d’Arminges, si è di batter la ritirata; in questo bosco può celarsi un
agguato.
«Dunque nulla avete veduto? chiese il conte ai suoi famigli.
«Mi è sembrato, rispose uno di costoro, di scorgere due cavalieri
vestiti di giallo che scorrevano giù nel letto del ruscello.
«Così è! disse l’ajo, siamo caduti in una banda di Spagnuoli. Indietro,
signori!»
I due giovani si consultarono con uno sguardo furtivo, e nell’istante
si udì una pistolettata e tre o quattro grida che chiamavano ajuto.
Guiche e Bragelonne con un’altra occhiata fra loro ricambiata si
accertarono che ognun di loro fosse nell’intenzione di non retrocedere,
e siccome l’ajo aveva già fatto voltare il suo cavallo, si slanciarono
avanti, urlando, Raolo: «Qua, Olivain, a me!» e il conte di Guiche:
«Qua a me, Urbano e Blanchet!»
E prima che il precettore si fosse calmato dall’estremo stupore, erano
già spariti nella selva.
Nell’atto che cacciavano gli sproni nel ventre ai palafreni impugnavano
le pistole.
A capo a cinque minuti furono sul sito d’onde pareva fosse venuto il
rumore. Allora cominciarono ad inoltrarsi più adagio e cautamente.
«Zitto! disse di Guiche, gente a cavallo!
«Sì, tre a cavallo, e tre smontati.
«Che fanno? lo vedete?
«Sì, direi che frugassero addosso ad un morto o ferito.
«Qualche vile assassinio!
«Eppure son soldati, fece Bragelonne.
«Ma partigiani, cioè ladroni.
«Tiriamo! disse Raolo.
«Tiriamo! ripetè di Guiche.
«Signori! esclamò l’ajo, in nome del cielo!....»
Ma quelli non gli davano retta; si erano già mossi a gara, e gli urli
di d’Arminges non ebbero altro resultato che di far mettere all’erta
gli Spagnuoli.
Tosto i tre cavalcanti si scagliarono ad incontrare i due nostri
gentiluomini, mentre gli altri tre a piedi terminavano di spogliare i
due viaggiatori.
Che in vece di un corpo disteso in terra ve n’erano due.
A distanza, di Guiche sparò pel primo, ma non colse l’uomo a cui
mirava. Lo Spagnuolo che facevasi innanzi a Raolo sparò esso pure, e
Raolo si sentì al braccio sinistro un dolore simile a quello di una
frustata. Mandò egli la botta, e lo Spagnuolo, preso in mezzo al petto,
stese le braccia e cadde supino sulla groppa del suo destriero, che,
vinta la mano, girò da una parte e lo trasportò via.
Nel momento Raolo vide come a traverso a un nuvolo la canna di
un moschetto che su di lui dirigevasi. Gli tornò in mente la
raccomandazione di Athos, e con un moto rapido quanto il baleno fece
impennare il suo animale e scoccò la botta.
Il cavallo fece un balzo, mancò dalle quattro zampe, e cascò
imbarazzando sotto di sè la gamba di Raolo.
Lo Spagnuolo si slanciò afferrando lo schioppo dalla canna onde rompere
col calcio la testa a Bragelonne.
Disgraziatamente, Raolo, nella sua situazione, non poteva levare la
spada dal fodero, nè la pistola dalle saccoccie della sella; vide il
calcio del fucile che gli stava più su del capo, e a suo malgrado era
per chiuder gli occhi, ma di Guiche arrivò in un balzo addosso allo
Spagnuolo e gli mise la pistola alla gola.
«Arrendetevi! gli disse, o siete morto!»
Al soldato scivolò di mano il moschetto, ed ei si arrese.
Guiche, chiamato uno dei suoi domestici, gli affidò la custodia del
prigioniero, con ordine di abbruciargli il cervello se facesse il
minimo atto onde fuggire; smontò sollecito e si accostò a Raolo.
«Affè, signor mio, gli disse Raolo ridendo, benchè nella sua pallidezza
s’appalesasse la commozione inevitabile di un primo fatto; voi pagate
prestissimo i vostri debiti, e non avete voluto restarmi obbligato
per un pezzo. Senza di voi ero morto! aggiunse ripetendo le parole del
conte.
«Il mio nemico, fuggendo, replicò di Guiche, mi ha data ogni facilità
di venirvi a soccorrere. Siete ferito gravemente? vi veggo tutto
insanguinato!
«Credo, rispose Raolo, di avere al braccio come uno sgraffio. Ajutatemi
dunque a cavarmi di sotto al cavallo, e spero, che non vi sarà
impedimento a che si continui il nostro viaggio».
Il signor d’Arminges ed Olivain erano digià a terra, e sollevavano il
corsiero, il quale si dibatteva nell’agonia. Raolo riuscì a trarre il
piede dalla staffa e la gamba di sotto all’animale, ed in un attimo si
trovò ritto.
«Nulla di rotto? chiese di Guiche.
«No, grazie al cielo.... Ma che n’è stato dei disgraziati che quei
manigoldi assassinavano?
«Siamo arrivati troppo tardi, gli hanno uccisi, secondo me, e sono
scappati portando seco il loro bottino; i miei due servi sono accanto
ai cadaveri.
«Andiamo a vedere se sono veramente morti o se si potesse dar loro
assistenza, disse Raolo; Olivain, abbiamo ereditato due cavalli, ma io
ho perduto il mio; prendete il migliore dei due per voi, e date a me
l’altro».
E si appressarono al luogo ove giacevano le due vittime.