XIX.

_Ricreazioni del duca di Beaufort nella torre di Vincennes._

Il prigioniero che incuteva tanta paura al ministro, e i di cui

quaranta mezzi di fuga turbavano il riposo di tutta la corte, non

s’immaginava lo spavento che per cagion sua risentivasi nel palazzo

reale.

Si vedeva sì ben custodito che aveva riconosciuta l’inutilità di ogni

suo tentativo; tutta la sua vendetta consisteva nel mandare un diluvio

d’imprecazioni ed ingiurie contro al Mazzarino. Si era pure provato a

comporre qualche strofetta, e poi ci aveva rinunziato subito. Infatti

il signor di Beaufort non ricevè dal cielo il dono di tesser versi,

ed anche in prosa si esprimeva difficilmente: per lo che di lui diceva

Blot, canzoniere dell’epoca:

Beaufort, de grande renommée,

Qui sut ravitailler Paris,

Doit toujours tirer son epée

Sans jamais dire son avis.

S’il veut servir toute la France,

Qu’il n’approche pas du barreau!

Qu’il rengaine son éloquence

Et tire son fer du fourreau.

Dans un combat, il brille, il tonne,

On le redoute avec raison;

Mais de la façon qu’il raisonne,

On le prendrait pour un oisou.

Gaston, pour faire une harangue,

Eprouve bien moins d’embarras;

Pourquoi Beaufort n’a-t-il la langue?

Pourquoi Gaston n’a-t-il le bras?[7].

Premesso questo, è da capirsi che il detenuto si limitasse ad ingiurie

e imprecazioni.

Era il duca di Beaufort nepote di Enrico IV e di Gabriella d’Estrée,

tanto buono, valoroso e fiero, e specialmente tanto guascone, quanto

il suo avolo, ma molto meno letterato. Dopo essere stato per qualche

tempo, alla morte del re Luigi XIII, favorito, uomo di confidenza,

insomma il primo in corte, avea dovuto un giorno cedere il posto a

Mazzarino e trovarsi secondo, e all’indomani avendo avuto il poco

giudizio di crucciarsi per tale trasposizione e l’imprudenza di dirlo,

la regina lo avea fatto arrestare e condurre a Vincennes da quello

stesso Guitaut che noi vedemmo comparire sul principio di questa

storia, e che avremo occasione d’incontrare di nuovo. Ben intesi la

_regina_ vuol dire _Mazzarino_. Non solo si erano sbarazzati così della

sua persona e delle sue pretensioni, ma anche non si facevano più conti

con lui, benchè fosse principe popolare, e da cinque anni egli abitava

in una stanza pochissimo regia nella torre di Vincennes.

Codesto spazio di tempo, che avrebbe maturate le idee di qualunque

altro, sul cervello del signor di Beaufort non produsse effetto

alcuno. Infatti, un altro avrebbe riflettuto e qualmente s’ei non

si fosse piccato ad urtare il ministro, a sprezzare i principi, ad

andarsene solo senza altri seguaci (come dice il cardinale di Retz)

che pochi malinconici con faccie da tristi cogitabondi, in cinque

anni avrebbe ottenuto o la sua libertà o dei difensori. Probabilmente

queste considerazioni non si presentarono tampoco alla mente del duca;

la lunga sua detenzione non fece che consolidarlo maggiormente nello

spirito di dispettosa ribellione, ed ogni giorno il ministro riceveva

di lui tali notizie ch’erano a Sua Eccellenza oltremodo spiacevoli.

Il signor di Beaufort, dopo aver fatto _fiasco_ in poesia, si era

provato alla pittura. Disegnava col carbone la figura del ministro,

e siccome la sua abilità men che mediocre nell’arte suddetta non gli

permetteva di arrivare ad una grande somiglianza, così non volendo

che rimanessero dubbi in quanto all’originale, egli scriveva sotto in

italiano: _Ritratto dell’illustrissimo facchino Mazzarino_.

Il signor di Chavigny si recò a fare una vista al duca, e lo pregò

di applicarsi ad altri passatempi, o almeno far ritratti senza la

leggenda. Il giorno dopo la camera era piena di leggende e di ritratti.

Il signor di Beaufort, secondo avviene però di tutti i prigionieri,

faceva come i bambini che più si ostinano nelle cose più a loro

proibite.

Il signor di Chavigny fu avvertito di questa nuova quantità di profili.

Beaufort non abbastanza sicuro di sè per arrischiarsi alla testa di

faccia, ne aveva provvista la sua stanza come una sala da esposizione.

Questa volta il governatore non disse nulla, ma un giorno mentre il

duca giuocava alla palla ci fece passare una spugna su tutti i disegni

e dipingere la camera a guazzo.

Il signor di Beaufort ringraziò il Chavigny, che avea tanta bontà da

ripulire e ridurre a nuovo i suoi cartoni, ed allora divise la camera

in più compartimenti, dei quali dedicò ciascuno ad un tratto della vita

del signor Mazzarino.

Il primo doveva rappresentare l’illustrissimo Mazzarino ricevendo un

fiacco di bastonate dal Bentivogli di cui era stato servitore;

Il secondo, l’illustrissimo stesso, facendo la parte d’Ignazio nella

tragedia del medesimo nome o titolo;

Il terzo, l’illustrissimo rubando il portafogli da primo ministro al

signor di Chavigny che già si credeva di possederlo;

E finalmente il quarto, l’illustrissimo negando le lenzuola a Laporte

cameriere di Luigi XIV, con dirgli che per un re di Francia era

abbastanza mutare le lenzuola ad ogni trimestre.

Queste erano grandi composizioni, che di certo oltrepassavano la

misura del talento del carcerato; ed infatti egli si era contentato di

tracciare i quadri e porvi le iscrizioni.

Per altro le iscrizioni ed i quadri furono sufficienti a risvegliare

gli scrupoli del signor di Chavigny, il quale fe’ prevenire il signor

di Beaufort che se non rinunziava ai progettati ritratti ei gli

toglierebbe tutti i mezzi di eseguirli. Il Beaufort rispose che poichè

gli si levava il modo di acquistarsi rinomanza nelle armi voleva

acquistarsela nella pittura, e non potendo essere un Bojardo o un

Trivulzio intendeva diventare un Michelangiolo o un Raffaello.

Una mattina che il duca passeggiava nel cortile, gli fu tolto il fuoco,

e col fuoco i carboni, e coi carboni la cenere, talchè quando tornò non

trovò il più piccolo oggetto di cui servirsi a guisa di matita.

Il Beaufort gridò, strillò, bestemmiò, disse che si voleva farlo morire

di freddo e di umidità come erano morti Puylaurens, il maresciallo

Ornano e il gran priore di Vendome; al che gli fu risposto dal

governatore, che qualora desse parola di abbandonare il disegno, o

promettesse di non far pitture storiche, gli si renderebbe la legna e

l’occorrente per accenderla. Egli non volle dare la parola, e rimase

senza fuoco tutto il resto dell’inverno.

E di più, in un momento che il prigioniero era fuori furono raspate le

iscrizioni, e la camera si ritrovò bianca e nuda senza il menomo segno

dei di lui lavori.

Allora il signor di Beaufort comprò da uno de’ suoi guardiani un cane

chiamato Pistacchio, dappoichè non v’era difficoltà che i carcerati

avessero un cane. Il signor di Chavigny dette la sua autorizzazione per

che il quadrupede cambiasse padrone. Il signor di Beaufort se ne stava

delle ore intiere con quella bestia. Ognuno si figurava che in tali ore

il detenuto attendesse all’educazione di Pistacchio, ma non si sapeva

qual direzione a questa egli desse. Una volta, essendo ormai Pistacchio

assai bene avvezzato, il Beaufort invitò il Chavigny e gli uffiziali

di Vincennes ad una grande rappresentazione nella sua camera. Giunsero

gl’invitati. La stanza era illuminata con quanti moccoli aveva il duca

potuto procurarsi. Cominciarono gli esercizi.

Il signor di Beaufort, con un pezzo di gesso staccato dal muro,

aveva segnata in mezzo all’appartamento una lunga riga bianca che

rappresentava una corda. Pistacchio al primo comando si mise su quella

linea, e si rizzò sulle zampe di dietro, e fra le zampe davanti tenendo

uno scudiscio da sbattere gli abiti, principiò ad andare su per la riga

con tutte le contorsioni che fanno i saltatori, poi restituita la mazza

al padrone, ricominciò le medesime mosse senza equilibrio.

Grandi applausi si prodigarono all’intelligentissimo animale.

Dividevasi lo spettacolo in tre parti. Finita la prima, si passò alla

seconda.

Bisognava innanzi a tutto dir quante ore erano.

Il signor di Chavigny mostrò il suo oriuolo a Pistacchio. Erano le sei

e mezza.

Pistacchio alzò ed abbassò la zampa sei volte, ed alla settima restò

con la zampa per aria. Non si poteva esser più chiari; un quadrante

solare non avrebbe risposto di meglio: come ognuno sa il quadrante

solare ha l’inconveniente di non accennare le ore se non se fino a

tanto che risplende il sole.

Poi si doveva riconoscere fra tutta la comitiva quale fosse il miglior

carceriere di tutte le prigioni di Francia.

Il cane fece tre volte il giro della stanza, e andò ad accucciarsi

rispettosamente ai piedi del signor di Chavigny.

Il signor di Chavigny fece mostra di trovare graziosissima la celia,

e ne rise un pochettino. Poi, finito ch’ebbe di ridere, si morse le

labbra ed aggrottò le ciglia.

In ultimo il signor di Beaufort propose al cane la questione

difficilissima, cioè, chi fosse il più gran ladro del mondo conosciuto.

Pistacchio andò attorno attorno, non si fermò vicino a nessuno, e corso

all’uscio si mise a raspare brontolando.

«Vedete signori, disse il principe, l’interessante animale non trovando

qui quei che io gli domando va fuori a cercarlo; ma non dubitate, non

per questo sarete privi di risposta.»

E continuò:

«Pistacchio, qua!»

La bestia obbedì.

«Il più gran ladro del mondo conosciuto, fece il duca, è egli il

segretario del re Le Camus, che venuto a Parigi con sei lire possiede

adesso sei milioni?»

Il cane mosse la testa in atto negativo.

«È forse, proseguì il signor di Beaufort, il soprintendente d’Emery,

che ha dato a suo figlio signor Thorè, nel dargli moglie, trecento

mila lire di rendite, ed un palazzo a petto al quale le Tuileries è un

tugurio, e il Louvre un bugigattolo?»

E il suddetto cane mosse la testa in atto negativo.

«Non è neppur quello? fece il principe, cerchiamo a modo: sarebbe egli

per caso l’illustrissimo facchino Mazzarino di Piscina?»

Pistacchio ammiccò disperatamente di sì, rizzando ed abbassando la

zucca otto o dieci volte di seguito.

«Signori! capite, disse il Beaufort agli astanti, che questa volta

nemmeno osavano ridere un pochettino, l’illustrissimo facchino

Mazzarino di Piscina è il più gran ladro del mondo conosciuto. Così

almeno dice Pistacchio. Si passi ad un altro esercizio.»

E il duca di Beaufort profittando del silenzio onde produrre il

programma della parte terza della serata, disse:

«Signori, tutti quanti vi rammenterete che il signor duca di Guise

aveva insegnato a tutti i cani di Parigi a saltare per madamigella

de Pons da lui proclamata la bella fra le belle; ebbene! quello era

un nulla, giacchè quegli animali obbedivano macchinalmente, e non

sapendo fare dissidenza (il Beaufort intendeva dire _differenza_) tra

coloro per cui dovevano saltare e coloro per i quali no. Pistacchio vi

mostrerà, egualmente che al signor governatore, com’egli sia superiore

a’ suoi colleghi. Signor di Chavigny, abbiate la bontà d’imprestarmi la

vostra canna d’India».

Il signor di Chavigny porse la canna richiestagli.

Il Beaufort la colloco orizzontalmente all’altezza di mezzo braccio.

«Pistacchio caro, disse poi, fatemi il piacere di saltare per madama di

Montbazon».

Tutti dettero in uno scroscio di risa: era noto come nel punto in cui

fu arrestato il Beaufort era amante palese della Montbazon.

E l’animale non fece difficoltà alcuna, e scavalcò allegramente di

sopra alla mazza.

«Eh! osservò il Chavigny, mi pare che Pistacchio faccia per l’appunto

quel che facevano i suoi colleghi quando balzavano per la de Pons.

«Aspettate! rispose il principe, Pistacchio, carino mio, saltate per la

regina».

E alzò il bastone di cinque o sei polzate.

Il quadrupede balzò rispettosamente di sul bastone.

«Pistacchio, amor mio, continuò il duca tirando su la mazza di altri

sei pollici, saltate per il re».

La bestia si slanciò, e ad onta dell’altezza schizzò sveltamente.

«E adesso, attenti! fece il duca abbassando il giunco sino a terra,

Pistacchio, mio bello, salta per l’illustrissimo facchino Mazzarino».

Il cane voltò il preterito al giunco.

«Oh! che azioni sono codeste? gridò il Beaufort segnando un semicircolo

dalla testa alla coda dell’animale, e presentandogli da capo la mazza,

salta su, Pistacchio!»

Ma Pistacchio, come prima, girò in tondo e volse alla mazza il

preterito.

Beaufort ripetè il movimento e la frase. Il cane impazientito si

avventò addosso alla canna d’india, la levò di mano al principe e la

ruppe coi denti.

Il signor di Beaufort gli tolse di bocca i due pezzi, e con tutta

serietà li rese al signore di Chavigny, chiedendogli mille scuse, e

dicendogli che il trattenimento era terminato, ma che se fra tre mesi

si compiacesse intervenire ad una seduta consimile, Pistacchio avrebbe

in allora imparato nuovi giuochi.

Dopo tre giorni Pistacchio era avvelenato.

Si cercò il reo, ma il reo (com’è da credere) rimase ignoto.

Il signor di Beaufort fece erigere una tomba col seguente epitaffio:

_Qui giace Pistacchio, uno dei cani più

intelligenti che mai esisterono._

Su questo elogio non v’era che ridire, nè il signor di Chavigny potè

proibirlo.

Ma allora il duca disse ben altamente che sul suo cane si era fatta la

prova delle droghe che si dovevano adoprare per lui, e un giorno dopo

pranzo si mise a letto gridando che aveva i dolori di corpo e che il

Mazzarino lo aveva fatto avvelenare.

Questa burletta arrivò alle orecchie del ministro e gli mise gran

paura. La torre di Vincennes era reputata malsana, e madama di

Rambouillet aveva detto qualmente la stanza in cui erano morti

Puylaurens, il maresciallo Ornano e il gran priore di Vendome valeva

tanto arsenico quanto pesava, e codesto detto aveva fatto molto

incontro. Ordinò quindi che il prigioniero non mangiasse più cosa

alcuna senza farsi prima il saggio del vino e delle vivande, ed allora

fu che il birro La Ramée gli fu posto vicino come assaggiatore.

Frattanto il signor di Chavigny non aveva perdonate al duca le

impertinenze scontate dall’innocente Pistacchio. Era una creatura del

defunto ministro, si diceva perfino che fosse suo figlio, e dunque

doveva intendersi un bricciolino di tirannia. Si piccò a rendere i

suoi tormenti al signor di Beaufort, gli levò quanti coltelli di ferro

e forchette di argento gli erano stati lasciati per lo innanzi, e

gli fece dare coltelli di argento e forchette di legno. Il Beaufort

si lagnò, ma il Chavigny gli mandò a rispondere come aveva inteso

appunto che il ministro avendo detto a madama di Vendome che suo figlio

starebbe tutta la vita nella torre di Vincennes, aveva temuto che il

prigioniero a sì trista notizia si portasse a qualche tentativo di

suicidio. Dopo due settimane il signor di Beaufort trovò due file di

alberi grossi quanto un dito mignolo schierati sulla via che conduce

al giuoco del pallone, domandò che cosa fosse, e gli fu risposto

ch’erano là per dargli dell’ombra in un certo giorno. Finalmente, una

mattina venne da lui il giardiniere, e in apparenza di voler dargli

nel genio gli annunziò che gli si pianterebbero degli sparagi. Come

tutti sanno, gli sparagi che ora stanno quattro anni per nascere ne

richiedevano cinque in quell’epoca in cui era meno perfezionata l’arte

dell’ortaggio. E tale alto di gentilezza fece andare sulle furie il

duca di Beaufort.

Quindi pensò esso esser tempo di ricorrere ad uno dei suoi quaranta

mezzi, e cominciò dal più semplice, ch’era di corrompere la Ramée:

ma la Ramée aveva comprata la sua carica per mille cinquecento scudi,

e bramava di conservarsela; sicchè invece di secondare le vedute del

detenuto andò correndo ad avvertire il signor di Chavigny, il quale

mise tosto otto uomini nella camera stessa del duca, raddoppiò le

sentinelle e triplicò i posti di guardia. Da quel momento il principe

cominciò a camminare, come i re da teatro, con quattro uomini davanti e

quattro dietro, senza contare quei che andavano in fila.

Sul principio il signor di Beaufort se la rise di molto di questa

severità, che per lui diventava una distrazione. Ripetè quanto poteva,

«la mi diverte, la mi _svaria_,» voleva dire _mi svaga_, ma secondo ci

è noto e’ non diceva sempre ciò che avrebbe voluto. Poi aggiungeva: «E

d’altronde, quando avrò idea di sottrarmi alle onoranze che mi fate, ho

altri trentanove mezzi».

A lungo andare però la distrazione si convertì in noja. Per millanteria

il signor di Beaufort la resse per sei mesi, alla fine dei quali,

vedendo sempre otto uomini che sedevano quando egli sedeva, si alzavano

quando egli si alzava, si fermavano quando ei si fermava, cominciò a

far cipiglio ed a contare i giorni.

Questa nuova persecuzione cagionò un incremento all’odio contro al

Mazzarino. Il principe bestemmiava da mattina a sera, e non parlava che

di fare un ammorsellato di orecchie del ministro. Era cosa da fremere;

il ministro informato di quanto succedeva a Vincennes, si calcava senza

volere la berretta fin sul collo.

Un giorno il signor di Beaufort, radunò i guardiani, e ad onta della

sua difficoltà di elocuzione passata già in proverbio, fece ad essi il

seguente discorso, apparecchiato, ben è vero anticipatamente:

«Signori, e soffrirete che un nepote del buon re Enrico IV sia oppresso

d’oltraggi e d’ignobilia? (intendeva dire ignominia) cappeterina! come

diceva mio nonno, io ho quasi regnato in Parigi, sapete? per un’intera

giornata ho avuto in custodia il re e _monsieur_. Allora la regina

mi accarezzava e mi chiamava il più onest’uomo del regno. Signori

borghesi, adesso mettetemi fuori, andrò diritto al Louvre, torcerò il

collo al Mazzarino, voi sarete le mie guardie del corpo, vi farò tutti

uffiziali e con buone pensioni. Cappiterina! avanti, marcia!»

Ma comunque si fosse patetica, l’eloquenza del nepote di Enrico IV,

non commosse quei cuori di macigno; nessuno fece motto. E visto ciò,

il signor di Beaufort disse loro ch’erano tutta canaglia, e se li fece

nemici acerrimi.

Alcune fiate, quando il signor di Chavigny si portava a trovarlo, al

che non mancava mai due o tre volte per settimana, il duca profittava

del momento per minacciarlo.

«Che fareste, gli diceva, se un bel giorno vedeste comparire un’armata

di Parigini ricoperti di ferro e carichi di schioppi venuti a

liberarmi?

«Monsignore, rispondeva Chavigny al principe con una profonda

riverenza, io ho sulle mura venti pezzi di artiglieria, e nelle

casematte l’occorrente per tirar trentamila colpi di cannone, e ci

lavorerei meglio che mi potessi.

«Sì, ma dopo che aveste fatti i trentamila spari, quelli piglierebbero

la torre, ed io poi sarei costretto a lasciar che v’impiccassero, del

che, per certo, sarei dolentissimo!»

Ed il principe salutava esso pure Chavigny con estrema cortesia.

«Ma io, monsignore, soggiungeva il Chavigny, al primo ribelle che

passasse fuori dalle mie porte o ponesse i piedi sui miei bastioni,

sarei obbligato con mio sommo rincrescimento ad ammazzarvi di mia

propria mano, attesochè siete affidato a me in particolare e devo

restituirvi o vivo o morto».

E riveriva di nuovo Sua Altezza.

«Sì, ribatteva il duca, ma siccome quelle brave genti non verrebbero

qui che dopo aver data una buona impiccatura al signor Giulio

Mazzarino, vi guardereste bene dal pormi addosso le mani, e mi

lascereste vivere per paura di essere tirato da quattro cavalli, dai

Parigini, lo che è più tristo ancora d’essere appiccato, non dubitate!»

Questi scherzi agrodolci andavano innanzi, dieci minuti, quindici, o

venti al più, ma finivano sempre che Chavigny verso la porta gridava:

«Olà! la Ramée!»

Ed il chiamato accorreva.

«Ehi! gli diceva il signor di Chavigny, vi raccomando in particolar

modo il signor di Beaufort, trattatelo con tutti i riguardi dovuti al

suo nome ed al suo rango, e a tale effetto non lo perdete un momento di

vista».

E poscia si ritirava, salutando il Beaufort con una cortesia cotanto

ironica che faceva venire a questo la mosca al naso.

La Ramée, adunque, era diventato il commensale obbligato del principe,

il suo sempiterno guardiano, l’ombra del di lui corpo; ma noi dobbiamo

pur dirlo, la compagnia di la Ramée, buon gaudente, schietto camerata

a tavola, bevitore riconosciuto, gran giuocatore, in sostanza buona

creatura, e non avente per Beaufort se non un solo difetto, quello

cioè di essere incorruttibile, si era cambiata pel duca da molestia in

distrazione.

Pur troppo non succedeva altrettanto di la Ramée, e quantunque

ei valutasse sino a un certo segno l’onore di star rinchiuso con

un prigioniero di sì alta importanza, pure il piacere di vivere

familiarmente col nepote di Enrico IV, non gli compensava quello che

avrebbe provato ad andare di quando in quando a fare una visita alla

sua famiglia. Uno può essere ottimo birro del re, e nel tempo stesso

buon padre e buon marito.

E messer la Ramée adorava la moglie e i figliuoli, che ormai vedeva a

mala pena di cima alla muraglia quando essi per procacciargli quella

contentezza paterna e conjugale se ne venivano a passeggiare dall’altra

parte dei fossi, ed assolutamente per lui questo era poco, ed egli

capiva che il suo umore allegro, da lui considerato qual cagione della

sua buona salute — non calcolando che probabilmente ne era ben anzi il

risultato — non reggerebbe lungo tempo ad un simile metodo di vita.

E siffatta persuasione maggiormente si accrebbe nella sua mente

allorchè poco a poco Beaufort e Chavigny sempre più inaspritisi,

cessarono totalmente di frequentarsi. Allora la Ramée sentì più forte

aggravarsi sul suo capo la responsabilità; e siccome giustamente, per

le ragioni da noi quivi spiegate, ei cercava qualche sollievo, accolse

premurosamente la proposizione fattagli dal suo amico l’intendente

del maresciallo di Grammont di dargli un compagno, e tenutone subito

proposito col signor di Chavigny, gli era stato da questo risposto non

opporvisi in veruna maniera, con patto che peraltro il soggetto fosse

di suo genio.

A noi sembra inutilissimo il dare ai nostri leggitori il ritratto

fisico o morale di Grimaud: se essi, come noi speriamo, non hanno

dimenticata del tutto la prima parte della presente opera[8] debbono

aver serbato assai chiara ricordanza di quello stimabile individuo, in

cui non era avvenuto altro cambiamento se non se di avere venti anni di

più, il quale acquisto non aveva fatto che renderlo più taciturno che

mai, ancorchè Athos dopo la variazione in lui succeduta gli avesse resa

piena licenza di parlare.

Ma in quell’epoca Grimaud aveva già da dodici o quindici anni adottata

l’abitudine di tacersi, ed un’abitudine di dodici o quindici anni è

diventata una seconda natura.

Venti anni dopo · 第 25 / 130 题