_Ricreazioni del duca di Beaufort nella torre di Vincennes._
Il prigioniero che incuteva tanta paura al ministro, e i di cui
quaranta mezzi di fuga turbavano il riposo di tutta la corte, non
s’immaginava lo spavento che per cagion sua risentivasi nel palazzo
reale.
Si vedeva sì ben custodito che aveva riconosciuta l’inutilità di ogni
suo tentativo; tutta la sua vendetta consisteva nel mandare un diluvio
d’imprecazioni ed ingiurie contro al Mazzarino. Si era pure provato a
comporre qualche strofetta, e poi ci aveva rinunziato subito. Infatti
il signor di Beaufort non ricevè dal cielo il dono di tesser versi,
ed anche in prosa si esprimeva difficilmente: per lo che di lui diceva
Blot, canzoniere dell’epoca:
Beaufort, de grande renommée,
Qui sut ravitailler Paris,
Doit toujours tirer son epée
Sans jamais dire son avis.
S’il veut servir toute la France,
Qu’il n’approche pas du barreau!
Qu’il rengaine son éloquence
Et tire son fer du fourreau.
Dans un combat, il brille, il tonne,
On le redoute avec raison;
Mais de la façon qu’il raisonne,
On le prendrait pour un oisou.
Gaston, pour faire une harangue,
Eprouve bien moins d’embarras;
Pourquoi Beaufort n’a-t-il la langue?
Pourquoi Gaston n’a-t-il le bras?[7].
Premesso questo, è da capirsi che il detenuto si limitasse ad ingiurie
e imprecazioni.
Era il duca di Beaufort nepote di Enrico IV e di Gabriella d’Estrée,
tanto buono, valoroso e fiero, e specialmente tanto guascone, quanto
il suo avolo, ma molto meno letterato. Dopo essere stato per qualche
tempo, alla morte del re Luigi XIII, favorito, uomo di confidenza,
insomma il primo in corte, avea dovuto un giorno cedere il posto a
Mazzarino e trovarsi secondo, e all’indomani avendo avuto il poco
giudizio di crucciarsi per tale trasposizione e l’imprudenza di dirlo,
la regina lo avea fatto arrestare e condurre a Vincennes da quello
stesso Guitaut che noi vedemmo comparire sul principio di questa
storia, e che avremo occasione d’incontrare di nuovo. Ben intesi la
_regina_ vuol dire _Mazzarino_. Non solo si erano sbarazzati così della
sua persona e delle sue pretensioni, ma anche non si facevano più conti
con lui, benchè fosse principe popolare, e da cinque anni egli abitava
in una stanza pochissimo regia nella torre di Vincennes.
Codesto spazio di tempo, che avrebbe maturate le idee di qualunque
altro, sul cervello del signor di Beaufort non produsse effetto
alcuno. Infatti, un altro avrebbe riflettuto e qualmente s’ei non
si fosse piccato ad urtare il ministro, a sprezzare i principi, ad
andarsene solo senza altri seguaci (come dice il cardinale di Retz)
che pochi malinconici con faccie da tristi cogitabondi, in cinque
anni avrebbe ottenuto o la sua libertà o dei difensori. Probabilmente
queste considerazioni non si presentarono tampoco alla mente del duca;
la lunga sua detenzione non fece che consolidarlo maggiormente nello
spirito di dispettosa ribellione, ed ogni giorno il ministro riceveva
di lui tali notizie ch’erano a Sua Eccellenza oltremodo spiacevoli.
Il signor di Beaufort, dopo aver fatto _fiasco_ in poesia, si era
provato alla pittura. Disegnava col carbone la figura del ministro,
e siccome la sua abilità men che mediocre nell’arte suddetta non gli
permetteva di arrivare ad una grande somiglianza, così non volendo
che rimanessero dubbi in quanto all’originale, egli scriveva sotto in
italiano: _Ritratto dell’illustrissimo facchino Mazzarino_.
Il signor di Chavigny si recò a fare una vista al duca, e lo pregò
di applicarsi ad altri passatempi, o almeno far ritratti senza la
leggenda. Il giorno dopo la camera era piena di leggende e di ritratti.
Il signor di Beaufort, secondo avviene però di tutti i prigionieri,
faceva come i bambini che più si ostinano nelle cose più a loro
proibite.
Il signor di Chavigny fu avvertito di questa nuova quantità di profili.
Beaufort non abbastanza sicuro di sè per arrischiarsi alla testa di
faccia, ne aveva provvista la sua stanza come una sala da esposizione.
Questa volta il governatore non disse nulla, ma un giorno mentre il
duca giuocava alla palla ci fece passare una spugna su tutti i disegni
e dipingere la camera a guazzo.
Il signor di Beaufort ringraziò il Chavigny, che avea tanta bontà da
ripulire e ridurre a nuovo i suoi cartoni, ed allora divise la camera
in più compartimenti, dei quali dedicò ciascuno ad un tratto della vita
del signor Mazzarino.
Il primo doveva rappresentare l’illustrissimo Mazzarino ricevendo un
fiacco di bastonate dal Bentivogli di cui era stato servitore;
Il secondo, l’illustrissimo stesso, facendo la parte d’Ignazio nella
tragedia del medesimo nome o titolo;
Il terzo, l’illustrissimo rubando il portafogli da primo ministro al
signor di Chavigny che già si credeva di possederlo;
E finalmente il quarto, l’illustrissimo negando le lenzuola a Laporte
cameriere di Luigi XIV, con dirgli che per un re di Francia era
abbastanza mutare le lenzuola ad ogni trimestre.
Queste erano grandi composizioni, che di certo oltrepassavano la
misura del talento del carcerato; ed infatti egli si era contentato di
tracciare i quadri e porvi le iscrizioni.
Per altro le iscrizioni ed i quadri furono sufficienti a risvegliare
gli scrupoli del signor di Chavigny, il quale fe’ prevenire il signor
di Beaufort che se non rinunziava ai progettati ritratti ei gli
toglierebbe tutti i mezzi di eseguirli. Il Beaufort rispose che poichè
gli si levava il modo di acquistarsi rinomanza nelle armi voleva
acquistarsela nella pittura, e non potendo essere un Bojardo o un
Trivulzio intendeva diventare un Michelangiolo o un Raffaello.
Una mattina che il duca passeggiava nel cortile, gli fu tolto il fuoco,
e col fuoco i carboni, e coi carboni la cenere, talchè quando tornò non
trovò il più piccolo oggetto di cui servirsi a guisa di matita.
Il Beaufort gridò, strillò, bestemmiò, disse che si voleva farlo morire
di freddo e di umidità come erano morti Puylaurens, il maresciallo
Ornano e il gran priore di Vendome; al che gli fu risposto dal
governatore, che qualora desse parola di abbandonare il disegno, o
promettesse di non far pitture storiche, gli si renderebbe la legna e
l’occorrente per accenderla. Egli non volle dare la parola, e rimase
senza fuoco tutto il resto dell’inverno.
E di più, in un momento che il prigioniero era fuori furono raspate le
iscrizioni, e la camera si ritrovò bianca e nuda senza il menomo segno
dei di lui lavori.
Allora il signor di Beaufort comprò da uno de’ suoi guardiani un cane
chiamato Pistacchio, dappoichè non v’era difficoltà che i carcerati
avessero un cane. Il signor di Chavigny dette la sua autorizzazione per
che il quadrupede cambiasse padrone. Il signor di Beaufort se ne stava
delle ore intiere con quella bestia. Ognuno si figurava che in tali ore
il detenuto attendesse all’educazione di Pistacchio, ma non si sapeva
qual direzione a questa egli desse. Una volta, essendo ormai Pistacchio
assai bene avvezzato, il Beaufort invitò il Chavigny e gli uffiziali
di Vincennes ad una grande rappresentazione nella sua camera. Giunsero
gl’invitati. La stanza era illuminata con quanti moccoli aveva il duca
potuto procurarsi. Cominciarono gli esercizi.
Il signor di Beaufort, con un pezzo di gesso staccato dal muro,
aveva segnata in mezzo all’appartamento una lunga riga bianca che
rappresentava una corda. Pistacchio al primo comando si mise su quella
linea, e si rizzò sulle zampe di dietro, e fra le zampe davanti tenendo
uno scudiscio da sbattere gli abiti, principiò ad andare su per la riga
con tutte le contorsioni che fanno i saltatori, poi restituita la mazza
al padrone, ricominciò le medesime mosse senza equilibrio.
Grandi applausi si prodigarono all’intelligentissimo animale.
Dividevasi lo spettacolo in tre parti. Finita la prima, si passò alla
seconda.
Bisognava innanzi a tutto dir quante ore erano.
Il signor di Chavigny mostrò il suo oriuolo a Pistacchio. Erano le sei
e mezza.
Pistacchio alzò ed abbassò la zampa sei volte, ed alla settima restò
con la zampa per aria. Non si poteva esser più chiari; un quadrante
solare non avrebbe risposto di meglio: come ognuno sa il quadrante
solare ha l’inconveniente di non accennare le ore se non se fino a
tanto che risplende il sole.
Poi si doveva riconoscere fra tutta la comitiva quale fosse il miglior
carceriere di tutte le prigioni di Francia.
Il cane fece tre volte il giro della stanza, e andò ad accucciarsi
rispettosamente ai piedi del signor di Chavigny.
Il signor di Chavigny fece mostra di trovare graziosissima la celia,
e ne rise un pochettino. Poi, finito ch’ebbe di ridere, si morse le
labbra ed aggrottò le ciglia.
In ultimo il signor di Beaufort propose al cane la questione
difficilissima, cioè, chi fosse il più gran ladro del mondo conosciuto.
Pistacchio andò attorno attorno, non si fermò vicino a nessuno, e corso
all’uscio si mise a raspare brontolando.
«Vedete signori, disse il principe, l’interessante animale non trovando
qui quei che io gli domando va fuori a cercarlo; ma non dubitate, non
per questo sarete privi di risposta.»
E continuò:
«Pistacchio, qua!»
La bestia obbedì.
«Il più gran ladro del mondo conosciuto, fece il duca, è egli il
segretario del re Le Camus, che venuto a Parigi con sei lire possiede
adesso sei milioni?»
Il cane mosse la testa in atto negativo.
«È forse, proseguì il signor di Beaufort, il soprintendente d’Emery,
che ha dato a suo figlio signor Thorè, nel dargli moglie, trecento
mila lire di rendite, ed un palazzo a petto al quale le Tuileries è un
tugurio, e il Louvre un bugigattolo?»
E il suddetto cane mosse la testa in atto negativo.
«Non è neppur quello? fece il principe, cerchiamo a modo: sarebbe egli
per caso l’illustrissimo facchino Mazzarino di Piscina?»
Pistacchio ammiccò disperatamente di sì, rizzando ed abbassando la
zucca otto o dieci volte di seguito.
«Signori! capite, disse il Beaufort agli astanti, che questa volta
nemmeno osavano ridere un pochettino, l’illustrissimo facchino
Mazzarino di Piscina è il più gran ladro del mondo conosciuto. Così
almeno dice Pistacchio. Si passi ad un altro esercizio.»
E il duca di Beaufort profittando del silenzio onde produrre il
programma della parte terza della serata, disse:
«Signori, tutti quanti vi rammenterete che il signor duca di Guise
aveva insegnato a tutti i cani di Parigi a saltare per madamigella
de Pons da lui proclamata la bella fra le belle; ebbene! quello era
un nulla, giacchè quegli animali obbedivano macchinalmente, e non
sapendo fare dissidenza (il Beaufort intendeva dire _differenza_) tra
coloro per cui dovevano saltare e coloro per i quali no. Pistacchio vi
mostrerà, egualmente che al signor governatore, com’egli sia superiore
a’ suoi colleghi. Signor di Chavigny, abbiate la bontà d’imprestarmi la
vostra canna d’India».
Il signor di Chavigny porse la canna richiestagli.
Il Beaufort la colloco orizzontalmente all’altezza di mezzo braccio.
«Pistacchio caro, disse poi, fatemi il piacere di saltare per madama di
Montbazon».
Tutti dettero in uno scroscio di risa: era noto come nel punto in cui
fu arrestato il Beaufort era amante palese della Montbazon.
E l’animale non fece difficoltà alcuna, e scavalcò allegramente di
sopra alla mazza.
«Eh! osservò il Chavigny, mi pare che Pistacchio faccia per l’appunto
quel che facevano i suoi colleghi quando balzavano per la de Pons.
«Aspettate! rispose il principe, Pistacchio, carino mio, saltate per la
regina».
E alzò il bastone di cinque o sei polzate.
Il quadrupede balzò rispettosamente di sul bastone.
«Pistacchio, amor mio, continuò il duca tirando su la mazza di altri
sei pollici, saltate per il re».
La bestia si slanciò, e ad onta dell’altezza schizzò sveltamente.
«E adesso, attenti! fece il duca abbassando il giunco sino a terra,
Pistacchio, mio bello, salta per l’illustrissimo facchino Mazzarino».
Il cane voltò il preterito al giunco.
«Oh! che azioni sono codeste? gridò il Beaufort segnando un semicircolo
dalla testa alla coda dell’animale, e presentandogli da capo la mazza,
salta su, Pistacchio!»
Ma Pistacchio, come prima, girò in tondo e volse alla mazza il
preterito.
Beaufort ripetè il movimento e la frase. Il cane impazientito si
avventò addosso alla canna d’india, la levò di mano al principe e la
ruppe coi denti.
Il signor di Beaufort gli tolse di bocca i due pezzi, e con tutta
serietà li rese al signore di Chavigny, chiedendogli mille scuse, e
dicendogli che il trattenimento era terminato, ma che se fra tre mesi
si compiacesse intervenire ad una seduta consimile, Pistacchio avrebbe
in allora imparato nuovi giuochi.
Dopo tre giorni Pistacchio era avvelenato.
Si cercò il reo, ma il reo (com’è da credere) rimase ignoto.
Il signor di Beaufort fece erigere una tomba col seguente epitaffio:
_Qui giace Pistacchio, uno dei cani più
intelligenti che mai esisterono._
Su questo elogio non v’era che ridire, nè il signor di Chavigny potè
proibirlo.
Ma allora il duca disse ben altamente che sul suo cane si era fatta la
prova delle droghe che si dovevano adoprare per lui, e un giorno dopo
pranzo si mise a letto gridando che aveva i dolori di corpo e che il
Mazzarino lo aveva fatto avvelenare.
Questa burletta arrivò alle orecchie del ministro e gli mise gran
paura. La torre di Vincennes era reputata malsana, e madama di
Rambouillet aveva detto qualmente la stanza in cui erano morti
Puylaurens, il maresciallo Ornano e il gran priore di Vendome valeva
tanto arsenico quanto pesava, e codesto detto aveva fatto molto
incontro. Ordinò quindi che il prigioniero non mangiasse più cosa
alcuna senza farsi prima il saggio del vino e delle vivande, ed allora
fu che il birro La Ramée gli fu posto vicino come assaggiatore.
Frattanto il signor di Chavigny non aveva perdonate al duca le
impertinenze scontate dall’innocente Pistacchio. Era una creatura del
defunto ministro, si diceva perfino che fosse suo figlio, e dunque
doveva intendersi un bricciolino di tirannia. Si piccò a rendere i
suoi tormenti al signor di Beaufort, gli levò quanti coltelli di ferro
e forchette di argento gli erano stati lasciati per lo innanzi, e
gli fece dare coltelli di argento e forchette di legno. Il Beaufort
si lagnò, ma il Chavigny gli mandò a rispondere come aveva inteso
appunto che il ministro avendo detto a madama di Vendome che suo figlio
starebbe tutta la vita nella torre di Vincennes, aveva temuto che il
prigioniero a sì trista notizia si portasse a qualche tentativo di
suicidio. Dopo due settimane il signor di Beaufort trovò due file di
alberi grossi quanto un dito mignolo schierati sulla via che conduce
al giuoco del pallone, domandò che cosa fosse, e gli fu risposto
ch’erano là per dargli dell’ombra in un certo giorno. Finalmente, una
mattina venne da lui il giardiniere, e in apparenza di voler dargli
nel genio gli annunziò che gli si pianterebbero degli sparagi. Come
tutti sanno, gli sparagi che ora stanno quattro anni per nascere ne
richiedevano cinque in quell’epoca in cui era meno perfezionata l’arte
dell’ortaggio. E tale alto di gentilezza fece andare sulle furie il
duca di Beaufort.
Quindi pensò esso esser tempo di ricorrere ad uno dei suoi quaranta
mezzi, e cominciò dal più semplice, ch’era di corrompere la Ramée:
ma la Ramée aveva comprata la sua carica per mille cinquecento scudi,
e bramava di conservarsela; sicchè invece di secondare le vedute del
detenuto andò correndo ad avvertire il signor di Chavigny, il quale
mise tosto otto uomini nella camera stessa del duca, raddoppiò le
sentinelle e triplicò i posti di guardia. Da quel momento il principe
cominciò a camminare, come i re da teatro, con quattro uomini davanti e
quattro dietro, senza contare quei che andavano in fila.
Sul principio il signor di Beaufort se la rise di molto di questa
severità, che per lui diventava una distrazione. Ripetè quanto poteva,
«la mi diverte, la mi _svaria_,» voleva dire _mi svaga_, ma secondo ci
è noto e’ non diceva sempre ciò che avrebbe voluto. Poi aggiungeva: «E
d’altronde, quando avrò idea di sottrarmi alle onoranze che mi fate, ho
altri trentanove mezzi».
A lungo andare però la distrazione si convertì in noja. Per millanteria
il signor di Beaufort la resse per sei mesi, alla fine dei quali,
vedendo sempre otto uomini che sedevano quando egli sedeva, si alzavano
quando egli si alzava, si fermavano quando ei si fermava, cominciò a
far cipiglio ed a contare i giorni.
Questa nuova persecuzione cagionò un incremento all’odio contro al
Mazzarino. Il principe bestemmiava da mattina a sera, e non parlava che
di fare un ammorsellato di orecchie del ministro. Era cosa da fremere;
il ministro informato di quanto succedeva a Vincennes, si calcava senza
volere la berretta fin sul collo.
Un giorno il signor di Beaufort, radunò i guardiani, e ad onta della
sua difficoltà di elocuzione passata già in proverbio, fece ad essi il
seguente discorso, apparecchiato, ben è vero anticipatamente:
«Signori, e soffrirete che un nepote del buon re Enrico IV sia oppresso
d’oltraggi e d’ignobilia? (intendeva dire ignominia) cappeterina! come
diceva mio nonno, io ho quasi regnato in Parigi, sapete? per un’intera
giornata ho avuto in custodia il re e _monsieur_. Allora la regina
mi accarezzava e mi chiamava il più onest’uomo del regno. Signori
borghesi, adesso mettetemi fuori, andrò diritto al Louvre, torcerò il
collo al Mazzarino, voi sarete le mie guardie del corpo, vi farò tutti
uffiziali e con buone pensioni. Cappiterina! avanti, marcia!»
Ma comunque si fosse patetica, l’eloquenza del nepote di Enrico IV,
non commosse quei cuori di macigno; nessuno fece motto. E visto ciò,
il signor di Beaufort disse loro ch’erano tutta canaglia, e se li fece
nemici acerrimi.
Alcune fiate, quando il signor di Chavigny si portava a trovarlo, al
che non mancava mai due o tre volte per settimana, il duca profittava
del momento per minacciarlo.
«Che fareste, gli diceva, se un bel giorno vedeste comparire un’armata
di Parigini ricoperti di ferro e carichi di schioppi venuti a
liberarmi?
«Monsignore, rispondeva Chavigny al principe con una profonda
riverenza, io ho sulle mura venti pezzi di artiglieria, e nelle
casematte l’occorrente per tirar trentamila colpi di cannone, e ci
lavorerei meglio che mi potessi.
«Sì, ma dopo che aveste fatti i trentamila spari, quelli piglierebbero
la torre, ed io poi sarei costretto a lasciar che v’impiccassero, del
che, per certo, sarei dolentissimo!»
Ed il principe salutava esso pure Chavigny con estrema cortesia.
«Ma io, monsignore, soggiungeva il Chavigny, al primo ribelle che
passasse fuori dalle mie porte o ponesse i piedi sui miei bastioni,
sarei obbligato con mio sommo rincrescimento ad ammazzarvi di mia
propria mano, attesochè siete affidato a me in particolare e devo
restituirvi o vivo o morto».
E riveriva di nuovo Sua Altezza.
«Sì, ribatteva il duca, ma siccome quelle brave genti non verrebbero
qui che dopo aver data una buona impiccatura al signor Giulio
Mazzarino, vi guardereste bene dal pormi addosso le mani, e mi
lascereste vivere per paura di essere tirato da quattro cavalli, dai
Parigini, lo che è più tristo ancora d’essere appiccato, non dubitate!»
Questi scherzi agrodolci andavano innanzi, dieci minuti, quindici, o
venti al più, ma finivano sempre che Chavigny verso la porta gridava:
«Olà! la Ramée!»
Ed il chiamato accorreva.
«Ehi! gli diceva il signor di Chavigny, vi raccomando in particolar
modo il signor di Beaufort, trattatelo con tutti i riguardi dovuti al
suo nome ed al suo rango, e a tale effetto non lo perdete un momento di
vista».
E poscia si ritirava, salutando il Beaufort con una cortesia cotanto
ironica che faceva venire a questo la mosca al naso.
La Ramée, adunque, era diventato il commensale obbligato del principe,
il suo sempiterno guardiano, l’ombra del di lui corpo; ma noi dobbiamo
pur dirlo, la compagnia di la Ramée, buon gaudente, schietto camerata
a tavola, bevitore riconosciuto, gran giuocatore, in sostanza buona
creatura, e non avente per Beaufort se non un solo difetto, quello
cioè di essere incorruttibile, si era cambiata pel duca da molestia in
distrazione.
Pur troppo non succedeva altrettanto di la Ramée, e quantunque
ei valutasse sino a un certo segno l’onore di star rinchiuso con
un prigioniero di sì alta importanza, pure il piacere di vivere
familiarmente col nepote di Enrico IV, non gli compensava quello che
avrebbe provato ad andare di quando in quando a fare una visita alla
sua famiglia. Uno può essere ottimo birro del re, e nel tempo stesso
buon padre e buon marito.
E messer la Ramée adorava la moglie e i figliuoli, che ormai vedeva a
mala pena di cima alla muraglia quando essi per procacciargli quella
contentezza paterna e conjugale se ne venivano a passeggiare dall’altra
parte dei fossi, ed assolutamente per lui questo era poco, ed egli
capiva che il suo umore allegro, da lui considerato qual cagione della
sua buona salute — non calcolando che probabilmente ne era ben anzi il
risultato — non reggerebbe lungo tempo ad un simile metodo di vita.
E siffatta persuasione maggiormente si accrebbe nella sua mente
allorchè poco a poco Beaufort e Chavigny sempre più inaspritisi,
cessarono totalmente di frequentarsi. Allora la Ramée sentì più forte
aggravarsi sul suo capo la responsabilità; e siccome giustamente, per
le ragioni da noi quivi spiegate, ei cercava qualche sollievo, accolse
premurosamente la proposizione fattagli dal suo amico l’intendente
del maresciallo di Grammont di dargli un compagno, e tenutone subito
proposito col signor di Chavigny, gli era stato da questo risposto non
opporvisi in veruna maniera, con patto che peraltro il soggetto fosse
di suo genio.
A noi sembra inutilissimo il dare ai nostri leggitori il ritratto
fisico o morale di Grimaud: se essi, come noi speriamo, non hanno
dimenticata del tutto la prima parte della presente opera[8] debbono
aver serbato assai chiara ricordanza di quello stimabile individuo, in
cui non era avvenuto altro cambiamento se non se di avere venti anni di
più, il quale acquisto non aveva fatto che renderlo più taciturno che
mai, ancorchè Athos dopo la variazione in lui succeduta gli avesse resa
piena licenza di parlare.
Ma in quell’epoca Grimaud aveva già da dodici o quindici anni adottata
l’abitudine di tacersi, ed un’abitudine di dodici o quindici anni è
diventata una seconda natura.