_Entra in funzioni Grimaud._
Sicchè Grimaud si presentò alla torre di Vincennes con l’esteriore
suo favorevole. Il signor di Chavigny si piccava d’aver l’occhio
infallibile, lo che potrebbe indurci ad opinare che realmente fosse
figliuolo di Richelieu che aveva in eterno codesta pretensione: quindi
esaminò attentamente il postulante, e congetturò che i sopraccigli
accosti, le labbra sottili, il naso ricurvo e i grossi pomelli di
Grimaud fossero indizi perfetti. Gli disse soltanto dodici parole, e
Grimaud ne rispose quattro.
«Ecco, fece Chavigny, un giovanotto come si deve; andate a farvi
accettare da la Ramée, dicendogli che fate ottimamente al caso mio».
Grimaud voltò le calcagna, e andò a passare sotto l’inspezione assai
più rigorosa di la Ramée. Ciò che rendeva costui più difficile si era
che Chavigny sapeva di potersi riposare su di lui, ed egli voleva poter
riposarsi sopra Grimaud.
Aveva Grimaud per l’appunto le qualità capaci di dare nel genio
ad un birro il qual desideri un sottobirro; dimodochè dopo mille
interrogazioni che ottennero appena un quarto di risposta, la Ramée
affascinato da quella sobrietà di parole si stropicciò le mani ed
arruolò il Grimaud.
«Gli ordini? chiese quest’ultimo.
«Eccoli. Non lasciar mai solo il detenuto, levargli qualunque arnese
pungente e tagliente, impedirgli di far de’ cenni alle genti di fuori e
troppe ciarle co’ suoi guardiani.
«Non v’è altro?
«Niente altro pel momento. Nuove circostanze, se ve ne saranno, daranno
luogo a nuove istruzioni.
«Bene» fece Grimaud.
Ed entrò dal duca di Beaufort.
Questi stava occupato a pettinarsi la barba. La barba, ei se la
lasciava crescere, ugualmente che i capelli, per far dispetto a
Mazzarino mostrando la sua miseria e alterando la sua trista figura.
Però, essendogli sembrato, pochi giorni innanzi, di su dalla torre,
di riconoscere in fondo ad una carrozza la bella Montbazon, la di cui
memoria gli era tuttavia cara, non voleva essere per lei qual era per
Mazzarino, e nella speranza di rivederla aveva chiesto un pettine di
piombo, che gli era stato concesso.
Il Beaufort aveva domandato il pettine di piombo, perchè alla guisa
di tutti i biondi egli era di pelo un po’ rossiccio, e pettinandoselo
veniva a tingerlo più cupo.
Grimaud capitato colà adocchiò il suddetto pettine posato dal principe
sul tavolino, e lo prese facendo una riverenza.
Il duca guardò attonito quella figura singolare.
La figura si mise in tasca il pettine.
«Ehi! olà! che roba è questa? gridò il duca, e chi è quel birbante?»
Grimaud non fiatò, ma fe’ un altro saluto.
«Sei tu mutolo?» esclamò il duca.
L’altro ammiccò di no.
«Dunque, chi sei? rispondi, te lo comando! disse il Beaufort.
«Guardiano, pronunziò Grimaud.
«Guardiano? strillò il principe, oh bene! non mancava altro alla mia
raccolta che questo muso da forca!... Ehi! la Ramée! qua, qua gente!»
Venne la Ramée. Disgraziatamente pel duca, questo fidandosi di Grimaud
stava in procinto di trasferirsi a Parigi; era già nel cortile, e tornò
su malcontento.
«Che v’è egli, mio principe? domandò.
«Che mascalzone è quello che mi piglia il pettine e se lo mette nella
sua saccoccia sporca?
«È una delle vostre guardie, monsignore, un giovane pien di merito, e
che, ne sono certo, apprezzerete come facciamo il signor di Chavigny ed
io.
«Perchè mi prende il pettine?
«Ma davvero, poi, disse la Ramée, perchè prendete il pettine di
monsignore?»
Grimaud si cavò di tasca il pettine, ci passò sopra il dito, e
guardando, e mostrando la zanna si limitò a profferire questa parola:
«Pungente.
«È vero! fece la Ramée.
«Che dice quella bestia? chiese il duca.
«Monsignore, dice che dal re vi è proibito qualunque arnese pungente.
«Ah! ribattè Beaufort, siete forse impazzito, la Ramée? se me lo deste
voi stesso!
«E feci male, perchè nel darvelo, Altezza, contravvenni agli ordini».
Il principe guatò con collera Grimaud, che aveva restituito a la Ramée
l’oggetto della questione, e borbottò:
«Prevedo che quel furfante mi darà noja assai!»
Infatti, in carcere non v’hanno sentimenti intermedj: uomini e cose,
tutto vi è amico o nemico; s’ama e si odia qualche volta con ragione,
ma più ancora per istinto. Ora, pel motivo semplicissimo che alla prima
occhiata Grimaud era piaciuto a Chavigny e la Ramée, per questo, i suoi
pregi di faccia al governatore ed al birro diventando difetti in faccia
al prigioniero, ei dovea subito spiacere a Beaufort.
Bensì Grimaud non volle tosto al primo giorno romperla col detenuto:
egli aveva bisogno non di una repugnanza repentina, ma di un odio bello
e buono e tenace. Per lo che si ritirò, cedendo il posto a quattro
custodi, i quali avendo fatto colazione potevano riassumere il loro
servizio appresso al principe.
Il signor di Beaufort dal canto suo aveva da preparare una burla di
cui faceva gran caso: aveva chiesto dei gamberi per la colazione
dell’indomani, e divisava di occuparsi tutta la giornata a metter
su una piccola forca, onde appiccare il più bello di tutti in mezzo
alla stanza. Il color rosso che doveva dargli la cottura aumenterebbe
l’illusione, e così egli godrebbe della soddisfazione d’impiccare
Mazzarino in effigie, aspettando che fosse impiccato in realtà, senza
però che alcuno potesse a lui rimproverare di aver giustiziato altro
che un gambero.
Lavorò assiduo all’apparecchio dell’esecuzione. In carcere si
rimbambisce, e il signor di Beaufort era di tal carattere da subire
più di chiunque questo inconveniente. Andò a passeggiare al solito,
strappò due o tre ramoscelli destinati ad aver parte nella sua scena
buffonesca, dopo aver cercato di molto trovò un pezzo di bicchiere
rotto (del che si mostrò contentissimo), e tornato in camera sfilacciò
un fazzoletto.
Nessuno di questi atti sfuggì all’attenzione di Grimaud.
La mattina dipoi la forca fu pronta; e per poterla piantare in mezzo
alla stanza il signor di Beaufort ne affilava una delle punte col suo
pezzo di vetro.
La Ramée lo guardava con la curiosità di un padre che pensi di scoprire
tra poco un nuovo balocco da dare a’ suoi figliuoli, ed i quattro
custodi con quell’aria d’indolenza che formava in allora, come oggi
pure, il carattere principale della fisonomia del soldato.
Quando entrò Grimaud, il duca aveva posato il pezzo di bicchiere;
sebbene non avesse ancora terminato di assottigliare il piede del
patibolo, aveva sospesa l’operazione per legare il refe alla punta
opposta.
Il principe diede a Grimaud un’occhiata che manifestava qualche resto
del mal umore della sera precedente, ma siccome gioiva anticipatamente
del risultato che avrebbe la sua invenzione, così non gli badò più
altrimenti.
Se non che quando ebbe finito di fare un nodo fisso ad una cima del
filo ed all’altra un nodo scorridojo, quando ebbe dato uno sguardo
al piatto di gamberi e scelto il più maestoso, si girò per andare a
pigliare l’avanzo di bicchiere, e questo era sparito.
«Chi mi ha preso il vetro?» domandò il duca aggrottando le ciglia.
Grimaud ammiccò esser egli stesso.
«Come! tu? e perchè?
«Ma davvero, chiese la Ramée, perchè avete preso il vetro di Sua
Altezza?»
Grimaud che aveva in mano il nuovo oggetto di contesa ci passò sopra il
dito, e disse:
«Tagliente.
«È giusto, monsignore! fece la Ramée, capperi! che prezioso custode
abbiamo acquistato!
«Signor Grimaud, disse Beaufort, per vostro bene vi scongiuro a badare
di non trovarvi mai a portata della mia mano».
Grimaud fece una riverenza e si ritirò in fondo alla camera.
«Zitto, zitto, monsignore! seguitò la Ramée, datemi codesto palo, e ve
lo affilerò col mio coltello.
«Voi? domandò il duca ridendo.
«Io, sì: non era questo che volevate?
«Certo... veh! così sarà più ridicola!... a voi, mio caro la Ramée».
Il birro, che non aveva capita l’esclamazione del principe, assottigliò
con tutto garbo il piede del palo.
«Bravo! fece il Beaufort, adesso fatemi un buco in terra, intanto ch’io
vo a prendere il paziente».
L’altro posò un ginocchio al suolo e fece la buca.
Frattanto il duca attaccò il gambero al refe.
Poi fissò il patibolo nel pavimento, dando in uno scroscio di risa.
Rise anche la Ramée, ma senza sapere di che; e le guardie vi si unirono
in coro.
Grimaud fu il solo che non ridesse. Si avvicinò a la Ramée, e
additandogli l’animaletto che girava in cima al filo, gli disse:
«Ministro.
«Appiccato da Sua Altezza duca di Beaufort! continuò il principe
smascellandosi dalle risa, e da messer Jacopo Crisostomo la Ramée birro
del re».
Il qual birro inorridito cacciò un urlo, si scagliò verso il palo,
lo levò di terra, e lo ridusse a pezzetti, e questi buttò via dalla
finestra. Ed altrettanto stava per fare del gambero, mentre era fuori
di sè, ma Grimaud glielo prese di mano.
«Buono da mangiare», esso disse.
E se lo ripose in saccoccia.
Questa volta il duca si era divertito tanto che quasi perdonò a
Grimaud la parte da lui fatta. Però, nel corso della giornata riflettè
all’intenzione avutasi dal guardiano, e questa in fondo gli parve
pessima, e sentì accrescersi in petto l’odio contro di lui.
Frattanto, con sommo dolore di la Ramée, la storia del gambero fece
molto strepito nell’interno della torre ed anche fuori. Il signor
di Chavigny, che in cuore aborriva il ministro, si diè premura di
confidare l’aneddoto a due o tre amici, che subito lo divulgarono.
E ciò tenne allegro per due o tre giorni il signor di Beaufort.
Il duca aveva osservato fra’ suoi custodi un uomo di buon aspetto, e
lo accarezzava tanto più quanto ad ogni istante aveva maggior rancore
contro Grimaud. Una mattina, che aveva preso in disparte quell’uomo, ed
era riuscito a parlargli qualche tempo da solo a solo, capitò Grimaud,
esaminò quel che là succedeva, ed accostatosi rispettosamente ai due
interlocutori pigliò per un braccio il guardiano.
«Che volete?» gli domandò brutalmente il duca.
Grimaud accompagnò il custode quattro passi in là, e gli disse:
«Andate».
Quegli obbedì.
«Oh! esclamò il principe, mi siete insopportabile, vi castigherò».
Grimaud s’inchinò ossequiosamente.
«Vi romperò le ossa!» gridò il principe esacerbato.
Grimaud ossequiosamente s’inchinò.
«Signore spione, continuò il duca, vi strozzerò con le mie mani!»
Grimaud salutò camminando all’indietro.
«E questo, non più tardi di adesso!» soggiunse il signor di Beaufort,
che pensava esser meglio finirla subito.
E stese i due pugni verso Grimaud.
Grimaud si contentò di spinger fuori il guardiano e chiuder l’uscio.
Al tempo stesso sentì le mani del signor di Beaufort che gli si
abbassavano sulle spalle come due tanaglie di ferro, ma in vece di
chiamare o difendersi si limitò a portarsi lentamente l’indice a
pari altezza delle labbra, ed a profferire a mezza voce sotto un
graziosissimo sorriso:
«Zitto!»
Erano cose sì rare in Grimaud un gesto, un sorrisetto e una parola,
che Sua Altezza si fermò in tronco, giunta al massimo grado di
stupefazione.
Grimaud approfittò del momento per cavarsi dalla fodera della casacca
un bel bigliettino con sigillo signoresco, a cui la lunga permanenza
ne’ suoi abiti non aveva fatto perdere del tutto il buon odore, e senza
pronunziare un accento lo porse al signor duca.
Il quale, vieppiù maravigliato, lasciò libero Grimaud, pigliò il
biglietto, e riconosciutone il carattere, esclamò:
«Madama di Montbazon!»
Grimaud col capo ammiccò di sì.
Il principe lacerò sollecito la sopraccarta, si passò una mano sugli
occhi, tant’era il bagliore che provava, e lesse quanto segue:
«Mio caro duca
«Potete fidarvi totalmente al bravo uomo che vi consegnerà il
presente, essendo egli il domestico di un gentiluomo ch’è tutto
nostro, e ce lo ha garantito come esperimentato mediante venti anni
di costante fedeltà. Ha aderito ad entrare al servizio del vostro
birro e rinchiudersi con voi a Vincennes, onde disporre e secondare
la vostra fuga, della quale noi ci andiamo occupando.
«Si avvicina il momento della liberazione. Abbiate pazienza
e coraggio, pensando che non ostante il tempo e la lontananza
tutti gli amici vostri vi serbano ancora i sentimenti che per voi
nudrivano.