XVII.

_Diplomazia di Athos._

D’Artagnan erasi coricato, non tanto per dormire, quanto per esser solo

e ripensare a tutto ciò che aveva udito e veduto in quella sera.

Essendo egli di ottimo naturale, e avendo avuto per Athos sino da

principio una spontanea propensione, la quale aveva terminato col

diventare sincera amicizia, gli fu grato il trovare un uomo che

brillasse d’intendimento e di vigore anzichè l’abbietto ubriaco

cui si attendeva di rivedere sdrajato sul letame a digerire il vino

tracannato; si rassegnò pure senza difficoltà alla costante superiorità

di Athos sopra di lui, ed invece di risentire il disappunto e l’astio

che avrebbero attristato un animo men del suo generoso, non provò in

sostanza che uno schietto e onesto giubilo il quale gli fe’ concepire

per le sue attrattive le più favorevoli speranze.

Bensì parevagli di non ritrovare Athos chiaro e franco sovra tutti i

punti. Che giovanetto era quello, ch’egli diceva di aver adottato,

e che tanto gli somigliava? d’onde il ritorno alla vita di società

e l’esagerata sobrietà da lui notata nel medesimo a mensa? Ed una

cosa, in apparenza inconcludente, cioè l’assenza di Grimaud, da cui

in addietro Athos non poteva separarsi, e del quale neppur si era

proferito il nome non ostante che si fosse cercato di entrare su

quel proposito, inquietava d’Artagnan. Dunque egli non possedeva

più la fiducia dell’amico, ovvero Athos era legato da qualche catena

invisibile, o anche anticipatamente prevenuto contro la visita ch’ei

gli faceva?

Non potè a meno di riflettere a Rochefort ed a ciò ch’esso gli aveva

detto nella chiesa di Nostra Signora. Che Rochefort lo avesse preceduto

recandosi presso del conte?

D’Artagnan non aveva avuto tempo da perdere in lunghe congetture.

E quindi risolse venirne l’indomani ad una spiegazione. Le scarse

fortune di Athos abilmente occultate indicavano desiderio di figurare,

e manifestavano un resto di ambizione facile a risvegliarsi. La

robustezza di mente e la lucidezza d’idee rendevano Athos più sollecito

di un altro ad agitarsi. Egli entrerebbe nei progetti del ministro con

tanto maggior calore, in quanto che l’attività sua naturale raddoppiata

sarebbe da una dose di necessità.

Queste idee mantenevano desto d’Artagnan ad onta della sofferta fatica;

ei preparava il suo piano di attacco, e benchè sapesse essere Athos

un avversario terribile, fissò di agire subito al dì vegnente dopo la

colazione.

Però, da un altro lato fra sè diceva, che sopra un terreno così nuovo

facea mestieri inoltrarsi con prudenza, studiare più giorni le aderenze

di Athos, abbadare alle sue novelle abitudini e farsene un giusto

concetto; procurar di trarre dall’ingenuo giovane, o battendosi seco di

scherma o rincorrendo qualche animale a caccia, le notizie intermedie

che gli mancavano per riunire l’Athos di prima all’Athos attuale: e ciò

doveva riuscire agevole, imperocchè il precettore avrebbe sicuramente

comunicato qualcosa del suo al cuore ed allo spirito dell’alunno. Ma

d’Artagnan stesso, ch’era accorto abbastanza, comprese tosto quali armi

fornirebbe contro di sè in caso che un’imprudenza o una inavvertenza

qualunque discoprisse i suoi raggiri all’occhio esperto di Athos.

E poi, sarà egli d’uopo di dirlo? d’Artagnan pronto a far uso di

astuzie contro la scaltrezza di Aramis o la vanità di Porthos, si

vergognava ad andare per vie indirette con Athos, uomo schietto, animo

leale. Gli sembrava che riconoscendolo per lor maestro in diplomazia,

Aramis e Porthos lo stimerebbero vieppiù, laddove Athos all’opposto lo

avrebbe in minor stima.

«Ah! perchè non è qui, egli diceva, Grimaud, il taciturno Grimaud?

Molte sono le cose che dal suo silenzio io avrei capite. Era tanto

eloquente il silenzio di Grimaud!»

Frattanto era cessato in casa ogni rumore; egli aveva udito chiudere

usci ed imposte: indi i cani, dopo essersi scambievolmente risposto per

la campagna, si erano pure chetati; finalmente un usignolo solo in un

gruppo d’alberi aveva gorgheggiato alquanto le sue note armoniose e si

era addormentato. Nel castello non succedeva se non se un movimento di

passi uguali e monotoni di sotto alla sua camera. Ed ei suppose fosse

quella la stanza di Athos.

«Passeggia e riflette! fece d’Artagnan, e per che fare? Ecco quel ch’è

impossibile di sapere. Il resto si poteva indovinare, questo no».

In ultimo Athos certamente si mise in letto, poichè si estinse anco

quel rumore.

Stanchezza e silenzio insieme uniti vinsero d’Artagnan, ei chiuse gli

occhi e lo prese il sonno.

Non era solito a dormir molto. Appena l’alba ebbe indorate le sue

cortine si levò ed aprì la finestra. Allora gli parve di distinguere

dalla persiana qualcuno che ronzasse pel cortile scansando di farsi

sentire. Seguendo la sua usanza di non lasciar passare cosa a lui

vicina senza assicurarsi di ciò che si fosse, guardò attento e senza

far chiasso, e riconobbe il giustacuore color di granato ed i capelli

scuri di Raolo.

Il garzoncello (chè era desso) schiuse la porta della stalla, ne tolse

il cavallo bajo di che si era servito il giorno avanti, gli mise da

sè la sella e la briglia con la prontezza e la destrezza del più abile

cavallerizzo, poi trasse fuori l’animale pel viale diritto dell’orto,

aperse un uscio laterale che dava sopra una strada, lo riserrò; ed

allora d’Artagnan di cima al muro lo vide scappare come un dardo

chinandosi sotto i rami pendenti e fioriti degli aceri e degli acacia.

Nella sera precedente d’Artagnan aveva osservato che quel sentiero

doveva condurre a Blois.

«Eh, eh! disse il Guascone, ecco un bricconcello che già ne fa di

belle, e che non mi sembra odiare il bel sesso come Athos. Non va a

caccia, poichè non ha nè armi nè cani; non va per un’incombenza, poichè

parte di soppiatto.... Di soppiatto da chi? da me, o da suo padre? chè,

ne sono certissimo, il conte è suo padre.... Cospetto! questo poi lo

saprò, ne parlerò alla libera ad Athos».

Si faceva sempre più giorno; si risvegliavano i clamori cessati la

sera innanzi; l’uccello fra i rami, il cane nella stalla, i montoni

nei campi; anche le barche legate sulla Loira distaccandosi dalla riva

si lasciavano trascinare dal moto delle acque. D’Artagnan rimase alla

finestra per non destare alcuno; indi, quando ebbe inteso spalancarsi

usciali e imposte del palazzo, si accomodò i capelli, si allisciò i

baffi, per abitudine si spazzolò le tese del cappello con la manica del

giubbetto e andò abbasso.

Ed aveva appena saltato l’ultimo gradino del verone, che vide Athos

chinato verso terra come un uomo che cerchi uno scudo tra la rena.

«Oh! buon giorno, mio caro albergatore», disse d’Artagnan.

«Buon giorno, amico: la nottata è andata bene?

«A meraviglia; tutto è andato benone, come il vostro letto, come la

vostra cena che doveva condurmi al sonno, come la vostra accoglienza.

Ma che guardavate costì con tanta attenzione? siete forse diventato

amatore di tulipani?

«Ah! non per questo dovreste burlarmi: in campagna variano di molto i

gusti, e si arriva ad amare senza accorgersene tutte quelle belle cose

che lo sguardo di Dio fa scaturire dal più profondo della terra e per

cui nelle città si ha disprezzo sì grande. Io osservava semplicemente

alcuni iridi che avevo messi vicino a quella conserva d’acqua, e che

stamane sono stati schiacciati. Quei giardinieri sono pure sbadati!

nel menare indietro il cavallo che ha tirata la noria, lo avranno fatto

camminare sulle cassette».

D’Artagnan sorrise dicendo:

«Uhm?... credete così?»

E condusse Athos giù pel viale, dov’erano impressi molti passi simili a

quelli che avevano schiacciati l’iridi.

«Eccone degli altri, mi pare, disse con indifferenza.

«Eh si! fece Athos, e passi recenti!

«Recentissimi!

«Chi sarà uscito stamane? domandò Athos come fra sè ed inquieto; fosse

fuggito un cavallo dalla stalla?

«Non è probabile, ribattè d’Artagnan, perchè le orme sono eguali e ben

solcate.

«Dov’è Raolo? esclamò Athos, e come va ch’io non lo abbia veduto?

«Zitto! rispose il tenente mettendosi un dito sulla bocca.

«Che c’è?» chiese l’altro.

D’Artagnan raccontò ciò che aveva visto, ma esaminando bene la cera di

Athos.

Questi replicò facendo un piccolo moto delle spalle.

«Ah, ah! ora capisco; il povero ragazzo sarà andato a Blois.

«A che fare?

«Mio Dio! per aver notizie della piccola La Vallière.... sapete pure,

della fanciulletta che jeri si stravolse un piede.

«Ne siete persuaso? seguitò d’Artagnan incredulo.

«Non solo persuaso, ma sicurissimo, disse Athos; non avete osservato

che Raolo è innamorato?

«Eh via! di chi mai? di quella bambina di sette anni?

«Caro mio, alla sua età il cuore è così pieno ch’è necessario

riversarlo sopra qualche cosa, o sogno o realtà.... E l’amore di lui è

metà dell’uno e metà dell’altra.

«Via scherzate! come! quella bimba?....

«Non l’avete forse guardata? è la più bella creaturina che sia al

mondo: capelli biondi e lucidi, occhi azzurri, digià maliziosetti e

languidi ad un tempo....

«Ma che ne dite di codesta fiamma?

«Io non dico niente; me la rido, e mi fo beffe di Raolo. Peraltro,

quei primi bisogni del cuore sono sì imperiosi, questi sfoghi della

malinconia amorosa ne’ giovanetti sono tanto dolci ed insieme amari,

che spesso, mostrano tutti i caratteri della passione. Io mi ricordo

che alla di lui età mi ero invaghito di una statua greca data dal buon

Enrico IV a mio padre, ed ebbi ad impazzire quando mi fu detto che

l’istoria di Pigmalione era soltanto una favola.

«È tutto effetto d’ozio; voi non date a Raolo occupazione bastante, ed

esso cerca dal canto suo di occuparsi.

«Non v’è altro; e perciò penso ad allontanarlo di qua.

«E farete bene.

«Senza dubbio; ma sarà uno straziargli il cuore, ed egli ne soffrirà

quanto per un vero amore. Da tre o quattro anni indietro, ed allora

esso pure era bambino, si è preso diletto ad abbellire ed ammirare

quell’idoletto, che un giorno poi finirebbe con adorare se rimanesse

qui. I due fanciulli stanno insieme giornate intere a riflettere e

discorrere su molte cose serie come veri amanti di venti anni. Insomma

per un pezzo i parenti della piccola La Vallière ne ridevano, ma adesso

credo che comincino a far cipiglio.

«Ragazzate! bensì Raolo ha d’uopo di distrarsi: levatelo di qui presto,

o per Bacco! non ne farete mai un uomo.

«Ho idea, disse Athos, di mandarlo a Parigi.

«Ah!» fece il tenente de’ moschettieri.

E stimò giunto il momento delle ostilità.

«Se volete, rispose, possiamo fargli uno stato a quel giovinetto.

«Ah! ripetè a vicenda Athos.

«Anzi, vorrei consultarvi sopra una cosa passatami per il capo.

«Dite pure.

«Credete che sia tempo da porsi nel servizio militare?

«E non ci siete sempre, voi, d’Artagnan?

«M’intendo da me.... servizio attivo.... L’antica nostra vita non ha

più nulla che vi dia tentazione, e se vi fossero riserbati dei vantaggi

reali, non gradireste di ricominciare in compagnia mia e del nostro

amico Porthos le imprese di nostra gioventù?

«Dunque mi fate una proposizione? domandò Athos.

«Chiara e schietta.

«Per tornare in campagna?

«Si.

«Dalla parte di chi, e contro a chi? chiese subito Athos fissando

l’occhio lucido e benevolo sopra al Guascone.

«Cospetto! come siete pressante!

«E specialmente preciso. Sentitemi, d’Artagpan: non v’è più altro che

una persona, o piuttosto una causa, a cui un uomo par mio possa esser

utile: quella del re.

«Per l’appunto.

«Sì; ma intendiamoci: se per la causa del re ponete quella del signor

Mazzarino, non ci capiremo più.

«Non dico a dirittura...» rispose imbarazzato il Guascone.

«Animo d’Artagnan, non facciamo gara di astuzia. La vostra titubanza, i

vostri ripieghi, mi manifestano da parte di chi venite. Quella causa,

infatti, non si osa dichiararla apertamente, e chi va reclutando per

lei lo fa a testa bassa e con voce balbuziente.

«Ah, caro Athos!....

«D’Artagnan, sapete bene che non parlo per voi, che siete la perla

degli uomini valorosi e audaci; vi discorro di quell’Italiano

imbroglione e meschino, di quel mascalzone che procura di porsi in capo

una corona che ha rubata sotto un capezzale; di quel villano che chiama

il suo partito, partito del re, e si diverte a far porre in carcere i

principi del sangue perchè non ardisce ucciderli come faceva il nostro

gran ministro; uno spilorcio che pesa i suoi scudi d’oro e serba i

più tosati per paura di perderli al giuoco dove ruba di soppiatto; un

birbante, insomma, che per quanto si accerta strapazza la regina....

peggio per lei, già s’intende! e che fra tre mesi ci susciterà una

guerra civile per conservarsi le sue pensioni.... È quello il padrone

che mi proponete? grazie mille!

«Dio mi perdoni! disse d’Artagnan, siete più focoso di prima, e gli

anni vi hanno riscaldato il sangue invece di raffreddarlo. E chi vi

dice ch’egli sia il mio padrone, e che io voglia darlo a voi?»

Il Guascone aveva borbottato fra sè: «Diamine! non si confidino i

nostri segreti ad un uomo sì mal disposto!»

«E allora, amico mio, soggiunse Athos, che proposte sono codeste?

«Eh! è naturale: voi campate ne’ vostri feudi, e sembra che siate

felice nella vostra aurea mediocrità; Porthos ha cinquanta o sessanta

mila lire di rendita; Aramis ha sempre quindici duchesse che fanno a

gara a possederlo come quando era moschettiere: è tuttavia il cucco

della sorte: ma io che fo in questo mondo? porto la corazza e la pelle

di bufalo da venti anni, inchiodato a questo grado insufficiente, senza

avanzare, senza retrocedere, senza vivere. In conclusione, sono morto!

E quando per me si tratta di risuscitarmi un tantino, venite tutti

a esclamarmi: È un villano, è un briccone, è un pessimo padrone! Oh

cappio! sono anch’io del vostro parere, ma trovatemene uno migliore, o

assegnatemi una buona pensione».

Athos riflettè per tre minuti secondi, ed in questo piccolo intervallo

comprese l’astuzia di d’Artagnan, il quale per essersi avanzato di

troppo sulle prime parava onde nascondere il suo giuoco. Vide chiaro

che i progetti fattigli erano reali e si sarebbero appalesati in tutto

il loro sviluppo qualora egli ci avesse prestato orecchio.

«Bene, bene! disse tra sè, d’Artagnan è Mazzarino».

E da tal momento si tenne estremamente guardingo.

D’Artagnan dal lato suo fece giuoco anco più stretto.

«Ma in sostanza, avete un’idea? continuò Athos.

«Di certo: bramavo prender consiglio da voi tutti, e pensare ai mezzi

di far qualche cosa, giacchè uno senza l’altro saremo sempre scompleti.

«È giusto. Mi parlavate di Porthos: lo avete dunque indotto a cercar

fortuna? ma le fortune, le ha digià.

«Sì, le ha; ma l’uomo è fatto così, che desidera sempre.

«Ed egli che desidera?

«D’esser barone.

«Ah! è vero, me lo scordavo, disse Athos ridendo.

«È vero! bucinò fra sè il tenente. E di dove lo sa egli? che sia in

corrispondenza con Aramis? Oh! se sapessi questo, saprei tutto».

Terminò là il colloquio, perchè appunto capitò Raolo. Athos voleva

dolcemente rimproverarlo; pure nel mirarlo afflitto non n’ebbe

coraggio, ed anzi sospese il discorso per domandargli che cosa avesse.

«Forse la vostra vicina sta di peggio?» chiese d’Artagnan.

«Ah, signore! replicò Raolo quasi soffocato dall’affanno, la caduta è

grave, e benchè senza apparente difformità, il medico teme che zoppichi

sinchè vive.

«Oh, sarebbe terribile! fece Athos».

D’Artagnan aveva una facezia in cima alla lingua, ma visto l’interesse

che prendeva Athos a quel caso, ei si frenò.

«Quel che più mi fa disperare, continuò Raolo sospirando, è che di

questa disgrazia son io la cagione.

«Voi! come? l’interrogò Athos.

«Eh sì! non fu per correre incontro a me che saltò giù da quel fascio

di legna?

«Mio caro, soggiunse d’Artagnan, vi rimane un solo compenso, cioè di

sposarla per espiazione.

«Signore! replicò il giovanetto, voi scherzate sopra un dolore verace,

reale.... è mal fatto!»

E perchè aveva bisogno di star solo per piangere in libertà, se ne andò

in camera sua, e non ne uscì che all’ora di colazione.

La buona intelligenza de’ due amici non era stata minimamente alterata

dalla scaramuccia della mattina; sicchè fecero colazione con ottimo

appetito, guardando tratto tratto il povero ragazzo, che con gli occhi

bagnati e il cuore gonfio poteva appena mangiare.

Alla fin del pasto arrivarono due lettere. Athos le lesse con somma

attenzione, e non seppe astenersi da scuotersi più volte.

D’Artagnan, che aveva la vista acuta e l’osservava da una estremità

all’altra della tavola, giurò che riconosceva incontrastabilmente il

carattere minuto di Aramis; l’altro foglio era d’uno scritto da donna

lungo e imbrogliato. Ed accorgendosi che Athos bramava di rimaner

solo o per rispondere alle missive o per riflettervi sopra, ei disse a

Raolo:

«Andiamo a far un giro alla sala d’armi: vi distrarrete un poco».

Il ragazzo diede un’occhiata ad Athos, il quale fe’ un cenno di assenso.

Passarono entrambi in un salotto a terreno, dov’erano appesi fioretti,

maschere, guanti, piastroni e tutti gli accessorj della scherma.

«Ebbene? chiese Athos arrivato colà dopo un quarto d’ora.

«Ha digià la vostra mano, Athos mio, rispose il tenente, e se ha il

vostro sangue freddo, non avrò che da congratularmene con lui».

Il giovane si peritava alquanto. Per una o due volte che aveva toccato

d’Artagnan o sul braccio o sulla coscia, questo gli aveva dato di

bottone venti fiate a mezzo al corpo.

Venne Carletto a recare un biglietto di gran premura per d’Artagnan

portato da un messaggiero.

Toccò ad Athos a guardare con la coda dell’occhio.

Il tenente lesse senza mostrare veruna commozione, e indi tentennando

un poco il capo, disse:

«Vedete, amico mio, che cos’è il servizio militare; e affè, avete

ragione di non volerlo riprendere: il signor di Tréville è ammalato,

ed ecco che la compagnia non può far a meno di me: talchè si trova

troncata la mia licenza.

«Tornate a Parigi? domandò Athos con impeto.

«Eh sì.... ma non vi venite anche voi?»

Athos arrossì un poco, e rispose:

«Se vi andassi, avrei il massimo piacere nel rivedervici.

«Olà, Planchet! gridò sull’uscio il tenente, si parte fra dieci minuti;

date la biada ai cavalli».

Poi, voltosi ad Athos:

«Mi pare che qui mi manchi qualcosa, e mi duole davvero di lasciarvi

senza aver rivisto il buon Grimaud.

«Grimaud?.... ah! sì.... mi stupivo che non me ne ricercaste notizie.

L’ho imprestato ad un mio amico.

«Che capirà i suoi cenni? fece d’Artagnan.

«Spero di sì».

D’Artagnan ed Athos si abbracciarono cordialmente. Quegli strinse

la mano a Raolo, si fe’ promettere da Athos di fargli visita qualora

andasse a Parigi, o di scrivergli in caso contrario, e saltò a cavallo.

Planchet era già in sella.

«Non venite con me? disse ridendo a Raolo, io passo da Blois».

Il giovane si girò verso Athos, il quale lo trattenne con un gesto

impercettibile, e perciò rispose:

«No, signore, resto col signor conte.

«Dunque addio a tutti e due, miei buoni amici, seguitò il tenente

premendo loro di nuovo la destra, e Iddio vi conservi! come dicevamo

ogni volta che ci lasciavamo a tempo del defunto ministro».

Athos gli fece un cenno colla mano, Raolo un inchino, e d’Artagnan e

Planchet partirono.

Il conte li seguitò cogli occhi, posando la destra sulla spalla del

ragazzo ch’era digià alto quasi al pari di lui; ma tosto che coloro

furono spariti dietro al muro, ei disse:

«Raolo, questa sera partiremo per Parigi.

«Come! esclamò questi, e impallidiva.

«Potete andare a dir addio per voi e per me a madama di S. Remy; vi

aspetterò qui alle sette ore».

Raolo s’inchinò con espressione di rincrescimento misto a gratitudine,

e si ritirò per andare a por la sella al suo cavallo.

D’Artagnan poi, appena trovatosi fuori di luogo da esser visto, si era

tratto di saccoccia il biglietto e lo aveva riletto

«Tornate sul momento a Parigi».

«G. M.»

«È secca, questa lettera, brontolò, e se non ci fosse per fortuna un

poscritto non l’avrei capita».

E diede una scorsa al poscritto, che gli faceva passar sopra al

laconismo della missiva:

P. S. «Passate dal tesoriere del re a Blois, dategli il vostro

nome, e mostrategli la presente, e riscuoterete duecento doppie».

«Ecco! fece il tenente, mi piace questa prosa, e il ministro scrive

meglio che non mi credevo. Planchet, si vada a far visita al signor

tesoriere, e poi di galoppo.

«Per Parigi?

«Per Parigi.»

E mossero intanto tutti due di trotto steso.

Venti anni dopo · 第 23 / 130 题