XVI.

_Il castello di Bragelonne._

D’Artagnan durante quella scena era restato con gli occhi stralunati

e la bocca aperta; aveva riscontrate le cose sì poco conformi alle sue

previdenze, che la meraviglia lo aveva istupidito.

Athos lo prese per un braccio e lo condusse in giardino.

«Mentre ci si allestisce la cena, disse sorridendo, non vi increscerà,

mi figuro, di dilucidare questo mistero che vi dà da pensare?

«Così è, signor conte», rispose d’Artagnan, il quale a grado a grado

aveva sentito riassumersi da Athos l’immensa superiorità su di lui

avuta sempre.

Athos lo guatò dolcemente.

«Prima di tutto, caro d’Artagnan, ei replicò, qui non v’è signor conte.

Se vi ho chiamato cavaliere, è stato per presentarvi ai miei commensali

e onde sapessero chi siete; ma per voi sono, lo spero, sempre Athos,

vostro compagno ed amico. Preferite forse il tuono cerimonioso perchè

mi siete meno affezionato?

«Oh, Dio me ne liberi! fece il Guascone con uno di quei lieti slanci di

gioventù che di rado ritrovansi nell’età matura.

«Dunque torniamo alle nostre abitudini, e per cominciare siamo

schietti, principiò il conte. Qui tutto vi sorprende?

«Al maggior segno.

«Ma più di tutto, seguitò Athos sogghignando, io stesso: confessatelo.

«Ve lo confesso.

«Sono ancor giovane, non è vero, nonostante i miei quarantanove anni?

sono tuttavia in grado da riconoscermi.

«All’incontro! gridò il tenente pronto a portare all’eccesso la

raccomandazione di Athos di trattare con franchezza, non lo siete per

niente!

«Ah! intendo, fece Athos, ed arrossiva alquanto, tutto ha il suo fine,

la follìa come tutt’altro.

«E poi, mi pare sia accaduto un cambiamento nel vostro stato di

fortuna; avete un’ottima abitazione; questa casa, mi figuro, è vostra.

«Sì, è il piccolo podere che vi dissi aver ereditato quando lasciai il

militare.

«Avete parco, cavalli, equipaggi....»

Athos sorrise.

«Mio caro, il parco è di una ventina di jugeri, dei quali prendono

porzione gli orti e i fabbricati; i cavalli sono due, s’intende che

non conto il cortaldo del mio servitore; gli equipaggi si riducono a

quattro cani da macchia, due levrieri e un cane da guardia.... Ed anche

tutta questa muta di lusso non è per me.

«Sì, comprendo, è per il giovanetto, per Raolo, fece d’Artagnan

guardando sott’occhi Athos.

«Avete indovinato, amico mio, disse questo.

«E quegli è forse vostro commensale, vostro figlioccio, vostro

parente... Oh! come siete variato, Athos mio!

«È un orfanello, abbandonato da sua madre presso un povero curato di

campagna; io l’ho mantenuto, allevato.

«E dev’esservi attaccato assai?

«Credo che mi ami come se fossi suo padre.

«È specialmente molto grato?

«Oh! la gratitudine poi è scambievole, disse Athos, io gli debbo quanto

egli deve a me, e se a lui non lo dico, lo dico però a voi, son io

quello che abbia più obbligazioni.

«E come mai? fece il moschettiere attonito.

«Eh sì! egli fu che in me cagionò la variazione che osservate: mi

risecchivo come un povero albero isolato che a nulla abbia rapporto

sulla terra; non v’era se non se un affetto profondo che potesse farmi

rimettere radice nella vita: un’amante? ero troppo vecchio; amici? non

vi avevo più meco. Ebbene! quel fanciullo mi fece ritrovare tutto ciò

che avevo perduto. Non mi sentivo più il coraggio di campare per me,

campai per lui. Per un fanciullo le lezioni son molto, l’esempio val di

più. Io gli ho dato l’esempio. Dei vizi che avevo, mi sono corretto;

le virtù che non possedevo, ho finto di possederle. Sicchè non credo

illudermi, d’Artagnan, ma Raolo è destinato ad essere un gentiluomo

compito quando sia ancora al nostro secolo impoverito concesso di

darne».

D’Artagnan guardava Athos con sempre maggiore ammirazione.

Passeggiavano insieme sotto un viale fresco e ombroso, ove entravano

obliquamente alcuni raggi di sole sul tramonto. Uno di questi raggi

dorati illuminava il volto di Athos, e sembrava che i suoi occhi

a vicenda rendessero quel fuoco tepido e quieto della sera che

ricevevano.

Venne a presentarsi allo spirito di d’Artagnan l’idea di milady.

«E siete felice?» domandò all’amico.

Le pupille penetranti di Athos si volsero in fondo al cuore a

d’Artagnan, e parve vi leggessero il suo concetto.

«Felice per quanto sia dato ad una creatura di Dio di esserlo in questo

mondo... ma terminate di esprimere il vostro pensiero, non me lo avete

detto tutto.

«Siete terribile, Athos! nulla si può occultarvi. Or bene, sì, volevo

domandarvi se avete talvolta qualche improvviso impulso di terrore che

somigli....

«A rimorsi? continuò Athos, finisco io la vostra frase. Forse sì, forse

no. Non ho rimorsi, perchè quella donna, io credo, meritava la pena

che ha subita; non ho rimorsi, perchè se l’avessimo lasciata vivere

ella avrebbe indubitatamente proseguita l’opera sua di distruzione; ma

ciò non vuol dire ch’io sia convinto che avessimo diritto di far ciò

che facemmo. Forse qualunque sangue versato vuole un’espiazione. Ella

compiè la sua; chi sa che a noi non rimanga da compiere la nostra?

«Io pure con voi lo pensai alcune volte, replicò il tenente.

«Aveva un figlio, colei?

«Sì.

«Ne udiste parlare?

«Giammai.

«Deve avere ventitrè anni, borbottò Athos, io penso spesso a quel

giovane.

«È singolare! io lo aveva dimenticato».

Athos fece un sorrisetto malinconico.

«E di lord de Winter ne aveste notizia?

«So ch’era in gran favore presso il re Carlo I.

«Avrà seguitata la di lui sorte, che in questo momento è cattiva. Ecco,

d’Artagnan, con questo si torna a quel ch’io vi diceva poc’anzi; egli

lasciò scorrere il sangue di Strafford; il sangue chiama sangue. E la

regina?

«Qual regina?

«Enrichetta d’Inghilterra, figlia di Enrico IV.

«È al Louvre, come sapete.

«Sì, e sprovvista di tutto, non è vero? Dicono che nei forti freddi

di quest’inverno la sua figliuola ammalata abbia dovuto restarsene a

letto per mancanza di legna. Capite un po’! (e Athos si stringeva nelle

spalle) la figlia di Enrico IV a tremare per non avere due fascine

da accendere! Perchè non venne a chiedere ospitalità al primo di noi,

invece di domandarla a Mazzarino? nulla le sarebbe mancato.

«La conoscete voi, dunque, Athos?

«No, ma mia madre la vide bambina. Vi ho detto mai che mia madre era

stata dama d’onore di Maria de’ Medici?

«No, mai; voi non le dite codeste cose.

«Oh! anzi sì, vedete pure.... ma bisogna che ne capiti l’occasione.

«Porthos non l’aspetterebbe con tanta pazienza, fece d’Artagnan

sorridendo.

«Ognuno ha il suo naturale, mio caro. Porthos, non ostante un poco di

vanità, ha qualità eccellenti. Lo avete rivisto?

«L’ho lasciato cinque giorni sono», rispose d’Artagnan.

E raccontò con tutta la vivacità dell’indole sua da Guascone le

magnificenze di Porthos nel suo castello di Pierrefonds, e mentre

lacerava l’amico mandò due o tre botte all’ottimo signor Mouston.

«Ammiro, replicò Athos sogghignando a quel brio che gli ricordava i

loro giorni felici, ammiro che in addietro noi abbiamo formato a caso

una società d’uomini ancora tanto ben collegati uno con l’altro a

malgrado di venti anni di separazione. L’amicizia pone delle radici

molto profonde nei cuori onesti, d’Artagnan; credete a me, i malvagi

soli negano l’amicizia, perchè non la comprendono. Ed Aramis?

«Ho visto anco lui, ma mi è sembrato freddo.

«Ah! avete veduto Aramis? riprese Athos fissando sul tenente un

occhio indagatore; ma fate a dirittura un pellegrinaggio al tempio

dell’Amistà, come direbbero i poeti.

«Eh! sì...., fece d’Artagnan imbarazzato.

«Aramis, vi è già noto, continuò Athos, è naturalmente freddo; e poi, è

sempre confuso negl’intrighi di donne.

«Credo che ne abbia nel momento uno complicatissimo» disse il tenente.

L’altro non rispose.

Non solo Athos non rispose, ma anche cambiò conversazione, ed

accennando all’amico ch’eran tornati vicini al palazzo dopo un’ora di

passeggio:

«Ecco, disse, abbiamo già fatto il giro de’ miei dominj.

«In essi tutto è bello, e specialmente dimostra il gentiluomo», replicò

d’Artagnan.

Nel momento si udì camminare un cavallo.

«È Raolo che ritorna, disse Athos, avremo notizie della povera

fanciulla».

Realmente comparve al cancello il giovanetto, e rientrò nel cortile

tutto coperto di polvere; indi smontando dal cavallo, e consegnando

questo ad una specie di palafreniere, venne a salutare il conte ed il

tenente con rispettosa civiltà.

«Questo signore, fece Athos volto a Raolo, e posando la mano sulla

spalla a d’Artagnan, è il cavaliere d’Artagnan di cui mi avete inteso

spesso a discorrere».

E Raolo direttosi al tenente, e riveritolo più profondamente, soggiunse:

«Il signor conte ha pronunziato davanti a me il vostro nome come un

esempio ogni volta che gli è occorso di citare un gentiluomo generoso

ed intrepido».

Il piccolo complimento scese dolcissimo al cuore di d’Artagnan. Questi

porse la mano a Raolo rispondendogli:

«Giovane amico mio, tutti gli elogi che di me si fanno devono ritornare

al signor conte, giacchè egli formò la mia educazione in tutte le cose,

e non è sua colpa se l’allievo abbia profittato poco o punto; ma egli

si rifarà sopra di voi, ne sono certo. Mi piace il vostro aspetto,

Raolo, ed ho gradita la vostra cortesia».

Athos fu più contento che non sapremmo esprimere; mirò in viso

d’Artagnan con riconoscenza: poi volse sopra Raolo uno di quegli

stranissimi sorrisi di che i ragazzi vanno tanto gloriosi.

«Adesso, ripigliò il tenente a cui non era sfuggito quel giuoco alla

mutola, adesso ne sono più che sicuro.

«Ebbene? domandò Athos, spero che lo inconveniente accaduto non abbia

avuto conseguenze?

«Non si sa ancora niente: il medico nulla ha potuto dire a motivo

dell’enfiagione; teme però che abbia sofferto qualche nervo.

«E non vi siete trattenuto sino a più tardi, presso madama di S. Remy?

«Avrei dubitato di non esser qui all’ora vostra di pranzo e di farvi

aspettare», rispose Raolo.

In quel punto un ragazzetto mezzo contadino e mezzo lacchè venne ad

avvisare che la cena era in tavola.

Athos condusse il suo commensale nel salotto da mangiare,

semplicissimo, ma avente le finestre che da un lato davano sul giardino

e dall’altro sopra una stufa ove crescevano fiori magnifici.

D’Artagnan diede un’occhiata al servito; il vasellame era superbo;

ben si scorgeva esser tutta vecchia argenteria di famiglia. Sopra una

credenza stava un bellissimo mesciroba dello stesso metallo. Ei si

fermò a contemplarlo.

«Oh! questo è fatto egregiamente! disse poi.

«Sì, fece Athos, è un capolavoro di un sommo artista fiorentino

chiamato Benvenuto Cellini.

«E la battaglia che rappresenta?

«È quella di Marignano; è il momento in cui uno de’ miei antenati dà

la sua spada a Francesco I che aveva rotta la sua. Si fu in quella

circostanza che Enguerrando di La Fère, mio avo, venne fatto cavaliere

di S. Michele. Inoltre, dopo quindici anni, il re, che non si era

dimenticato di aver combattuto ancor tre ore col brando dell’amico

Enguerrando senza che questo si rompesse, gli donò quel mesciroba ed

una spada che forse avrete vista in addietro da me e ch’è ugualmente un

bellissimo capo di oreficeria. Quello era il tempo dei giganti, seguitò

Athos, noi siamo tanti nani a petto a quegli uomini.... Sediamo,

d’Artagnan, e ceniamo. Oh! (avvertì quindi al piccolo lacchè che aveva

messa in tavola la zuppa) chiamate Carletto».

Il ragazzo uscì, e indi a un momento venne il domestico a cui i due

viaggiatori si erano diretti al loro arrivo.

«Caro Carletto, gli disse Athos, vi raccomando particolarmente, per

tutto il tempo che resterò qui, Planchet, servo del signor d’Artagnan.

Gli piace il vino buono, voi avete la chiave della cantina; egli ha

dormito per un pezzo malamente, e non gli deve increscere di aver un

buon letto: procurateglielo, ve ne fo premura».

Carletto fece un inchino e se ne andò.

«Anch’esso è un brav’uomo, disse il conte, mi serve oramai da diciotto

anni.

«Voi pensate a tutto, replicò d’Artagnan, e vi ringrazio per Planchet,

mio caro Athos».

A questo nome Raolo spalancò gli occhi, come per assicurarsi che il

tenente parlasse propriamente al conte.

«Raolo, gli disse Athos sorridendo, questo nome vi sembra bizzarro?

Era il mio da guerra, quando il signor d’Artagnan, due valorosi amici,

ed io, facevamo prodezze a la Rochelle sotto il defunto ministro, e

sotto Bassompierre ch’è morto esso pure. Il signor d’Artagnan si degna

conservarmi codesto nome di amicizia, e ad ogni volta che l’odo il mio

cuore ne esulta.

«Quel nome era celebre, seguitò il tenente de’ moschettieri, e ottenne

un giorno gli onori del trionfo.

«Che intendete dir mai? domandò Raolo con curiosità.

«Davvero non lo so» fece Athos.

«Che? vi siete scordato del bastione S. Gervasio, e del tovagliolo

di cui tre palle fecero una bandiera? Io ho la memoria migliore della

vostra, me ne sovvengo, ed ora, giovanotto, vi racconterò la faccenda».

E d’Artagnan narrò a Raolo tutta la storia del bastione, siccome Athos

aveva narrata a lui quella del suo avolo.

A tal relazione parve al giovanetto di udire il racconto di uno dei

fatti descritti dal Tasso, o dall’Ariosto, spettanti ai prestigiosi

tempi della cavalleria.

«Ma ciò che non vi dice d’Artagnan, soggiunse Athos, si è ch’egli era

uno de’ migliori combattenti dell’epoca; garretto di ferro, pugno

d’acciajo, colpo d’occhio sicuro, sguardo di fuoco, ecco quanto

offeriva all’avversario; aveva diciotto anni, tre anni più di voi,

Raolo, la prima volta ch’io lo vidi all’opra e contro ad uomini

sperimentati.

«Ed il signor d’Artagnan fu vincitore? domandò Raolo, a cui brillavano

le pupille durante quella conversazione e sembrava implorassero

ulteriori dettagli.

«Ne uccisi uno, se non isbaglio, disse il tenente interrogando Athos

collo sguardo, l’altro lo disarmai, o lo ferii, non mi ricordo....

«Sì, lo feriste.... Ah, eravate un fiero atleta!

«Ed ancora non ho perduto di troppo; contento, riprese d’Artagnan con

la risatina da Guascone, ed ultimamente pure....»

Athos lo fissò in viso in maniera che gli chiuse la bocca, e disse a

Raolo:

«Vuo’ che sappiate voi, mio caro, che vi credete spada fina, e

nella vostra vanità potreste un giorno soffrirne qualche spiacevole

disinganno, vuo’ che sappiate quanto è pericoloso l’uomo che congiunge

il sangue freddo all’agilità, giacchè non potrei mai ritrovarne un più

chiaro esempio: pregate domani il signor d’Artagnan, qualora non sia

troppo stanco, di darvi una lezione.

«Diamine! ripicchiò d’Artagnan, voi, Athos, siete pure buon maestro,

soprattutto per le qualità che di me vantate. Anche oggi Planchet

mi parlava del famoso duello del recinto dei Carmelitani con lord

de Winter ed i suoi compagni.... Giovanetto! ei proseguiva, qui

dev’esservi in qualche luogo una spada, che spesse fiate io chiamai la

prima del reame.

«Oh, avrò guastata la mia mano con quel fanciullo! fece Athos.

«Mio caro, vi sono mani tali che non si guastano, ma che sciupano le

altre» disse il tenente.

Raolo avrebbe voluto si prolungasse tutta la notte il colloquio; ma

il conte gli fece osservare come l’ospite loro doveva essere stanco e

aver d’uopo di riposo. D’Artagnan si difese con molta cortesia. Athos

insistè perchè ei pigliasse possesso della sua camera. Raolo condusse

a quella il forestiero, ed Athos figurandosi che si tratterrebbe più

tardi che potesse onde fargli riepilogare tutte le prodezze dei tempi

giovanili, venne a prenderlo dopo un momento, e chiuse quella buona

serata con una stretta di mano cordialissima, augurando la felice notte

al moschettiere.

Venti anni dopo · 第 22 / 130 题