_Due teste da angioli._
Si trattava di un lungo cammino, ma d’Artagnan non se ne prendeva
pensiero; sapeva che i suoi cavalli si erano rinfrescati alle ben
fornite mangiatoie del signore de Bracieux. Si avventurò quindi con
tutta confidenza alle quattro o cinque giornate di viaggio che aveva da
fare, seguito dal fido Planchet.
Siccome già dicemmo, quei due uomini, per iscacciare la noja del
tragitto, andavano uno accosto all’altro e ciarlavano sempre insieme.
D’Artagnan a poco a poco si era spogliato della qualità di padrone, e
Planchet aveva deposta affatto la pelle da servitore. Era un accorto
volpone, che dopo l’improvvisa sua dignità borghese spesso aveva
ricordati con rammarico i bei pasti di sulle strade maestre, non meno
che la conversazione e la brillante compagnia dei gentiluomini, e
che sentendo di avere un certo valore personale, pativa nel vedersi
deprezzare dal perpetuo contatto di genti d’idee sciocchissime.
S’inalzò pertanto in breve tempo, verso di quello che tuttavia chiamava
suo padrone, al rango di confidente. D’Artagnan da molti anni non aveva
sfogato il proprio cuore. Accadde che ritrovandosi, que’ due soggetti
si aggiustarono fra di loro egregiamente.
E d’altronde Planchet non era un compagno di avventure del tutto
volgare: era uomo di buon consiglio; benchè non cercasse il pericolo,
non retrocedeva in faccia ai colpi, secondo spesso d’Artagnan aveva
avuto occasione di accorgersene; finalmente era stato soldato, e
le armi nobilitavano; e poi, a di più di tutto questo, se Planchet
aveva d’uopo di d’Artagnan, neppure era egli a lui inutile. Talchè
all’incirca sul tenore di due buoni amici giungevano essi nel Blaisois.
Cammin facendo, d’Artagnan, scuotendo il capo, e reduce ognora a quel
pensiero che incessantemente l’occupava, diceva:
«So che il mio tentativo presso Athos è inutile ed assurdo, ma debbo
questo atto di convenienza al mio antico amico, uomo che aveva in sè
quanto abbisogna al più nobile e generoso di tutti gli uomini.
«Oh! il signor Athos era un famoso gentiluomo! disse Planchet.
«Non è così? riprese d’Artagnan.
«Da lui piovevano danari, come dal cielo la grandine, tirò innanzi
Planchet ponendo mano alla spada con atto veramente regale. Vi
rammentate, signor mio, del duello cogli Inglesi nel recinto dei
_Carmelitani_? Ah! com’era bello e magnifico il signor Athos quando
disse all’avversario: — Voleste ch’io dicessi il mio nome; peggio per
voi, mentre ora sarò costretto ad uccidervi! — Io gli stava vicino e lo
intesi: sono precisamente le sue parole. E quello sguardo quando toccò
l’avversario conforme aveva avvisato, e questo cascò giù senza nemmeno
dire _hoi!_ Lo ripeto, sì, sì, era un famoso gentiluomo!
«Va bene, fece d’Artagnan, codesto è vero, è Vangelo, ma egli avrà
perduti tutti i suoi pregi per un solo difetto.
«Me ne ricordo, gli piaceva bere.... o piuttosto beveva.... ma non come
gli altri, no! I suoi occhi non esprimevano niente quando si avvicinava
il gotto alle labbra. In coscienza, non vi fu mai silenzio tanto
parlante. Per me, mi pare di udirlo a balbettare: — Liquore, entra e
discaccia il mio dolore! — E come vi riduceva in pezzi il piede di un
bicchierino o il collo di un fiasco! per codesto non aveva l’eguale.
«Or bene, soggiunse d’Artagnan, oggi ecco il tristo spettacolo che si
appresta. Quel nobile gentiluomo d’occhio sì fiero, quel bel cavaliere
sì brillante sotto le armi che tutti si meravigliavano come in mano
tenesse una semplice spada anzichè il bastone del comando, si sarà
trasformato in un vecchio curvo, con il naso arrossato e il ciglio
piagnoloso. Lo troveremo disteso sull’erba, d’onde ci guarderà con
le pupille fosche, e forse non ci ravviserà. Iddio mi è testimone,
Planchet, che sfuggirei così triste spettacolo se non m’importasse di
provare il mio rispetto a quell’ombra illustre del conte di La Fère che
tanto a noi fu caro».
Planchet tentennò la testa e non fiatò; di leggieri acorgevasi com’egli
si associasse ai timori del suo padrone.
«E poi, ripigliò a dire il tenente, la decrepitezza, giacchè ormai
Athos è vecchio; forse la miseria, giacchè avrà trascurato le poche
sostanze che aveva; il sordido Grimaud più muto che mai e più ubbriaco
del suo superiore.... Planchet, son cose che mi spezzano il cuore!
«E’ mi par di esserci, e di vederlo là, balbuziente e vacillante....,
fece Planchet in tuono dolentissimo.
«Lo confesso, replicò d’Artagnan, l’unica mia paura si è che Athos
accetti le mie proposizioni in un momento di ebbrezza bellicosa. Per me
e per Porthos sarebbe grande disgrazia, e specialmente sommo imbarazzo;
ma sul primo del suo trasporto lo lasceremo, e basta; tornando in sè
stesso capirà.
«In ogni caso, soggiunse Planchet, non tarderemo a venire in chiaro di
tutto, giacchè io credo che quelle mura tanto alte che si arrossano al
sole sul tramonto siano appunto di Blois.
«È probabile, e quei campanili appuntati e scolpiti che si scorgono
laggiù a sinistra nel bosco somigliano a quanto io ho inteso dire di
Chambord.
«Entreremo in città? domandò Planchet.
«Senza dubbio, per prendere informazioni.
« Signore, se v’entriamo, vi consiglio di assaggiare certi vasetti di
crema de’ quali ho udito discorrere di molto, ma che disgraziatamente
non si possono far venire a Parigi, e bisogna mangiarli là sul luogo.
«Ne mangeremo, sta quieto».
Nel momento uno di quei gravi carri tirati da’ buoi che portano la
legna tagliata nelle belle macchie del paese sino ai porti della
Loira, sboccò da un sentiero pieno di buche sulla strada che battevano
i nostri due cavalcanti. Lo accompagnava un uomo, che con una lunga
pertica avente in cima un chiodo pungolava i lenti animali.
«Ehi, galantuomo! gridò a questo d’Artagnan.
«Che posso fare per servirvi?» disse il villico con la purezza del
linguaggio particolare alle genti di quella contrada, e che farebbe
vergognare cittadini puristi della piazza della Sorbona e della via
dell’Università.
«Cerchiamo la casa del signor conte di la Fère: conoscete questo nome
tra quelli dei signori delle vicinanze?»
Il contadino, udendo tal nome, si levò il cappello.
«Signori, questa legna ch’io trasporto è sua; l’ho tagliata nel suo
bosco, e la conduco al castello».
D’Artagnan non volle interrogare colui: temeva forse di sentir ripetere
da un altro ciò ch’egli stesso aveva detto a Planchet.
«Il _castello!_ fece tra sè, capisco: Athos non ha pazienza, ed avrà
obbligato come Porthos i suoi contadini a chiamar lui monsignore
e castello la sua bicocca; aveva la mano pesante, il caro Athos,
specialmente dopo aver bevuto».
I manzi andavano adagio. D’Artagnan e Planchet camminavano dietro al
carro; presto s’infastidirono.
«Sicchè, è questa la strada? chiese il tenente al bifolco, e possiamo
seguirla senza rischio di smarrirci?
«Oh! signor sì; e potete inoltrarvici invece di annojarvi a venire
appresso a bestie così lente. Avete a far soltanto mezza lega, e
distinguerete un castello a man destra; di qua non si vede a motivo
di una fila di pioppi che lo nasconde. Quello non è Bragelonne, è la
Vallière. Passerete più avanti, ma a tre tiri di schioppo più in là v’è
una gran casa bianca, col tetto di lavagne, fabbricata sopra un poggio
adombrato da enormi sicomori, è quella del signor conte di la Fère.
«E la mezza lega è alla lunga? chè nel nostro bel paese di Francia vi
sono leghe e leghe!
«Dieci minuti di cammino, signore, per le zampe sottili del vostro
cavallo».
D’Artagnan ringraziò il boaro e diede di sprone. Indi, turbato a suo
malgrado dall’idea di rivedere quell’uomo singolare che tanto lo aveva
amato, che tanto aveva contribuito coi consigli e con l’esempio alla
sua educazione di gentiluomo, rallentò un poco il passo, e continuò ad
avanzarsi, china la testa a modo di un gran pensatore.
Planchet pure aveva trovato nell’incontro e nell’attitudine di quel
villico materia a gravi riflessioni. Giammai, nè in Normandia, nè
nella Franche-Comté, nè in Artois, nè in Piccardia, contrade da esso
particolarmente abitate, non aveva veduto presso i campagnuoli quel
contegno disinvolto, l’aspetto civile, la favella purissima. Era quasi
tentato di credere di essersi imbattuto in qualche gentiluomo al pari
di lui della _Fronda_, che per causa politica fosse costretto a pari
suo a travestirsi.
In breve, alla svolta, apparve agli occhi de’ nostri viandanti,
e secondo aveva avvertito il bifolco, il castello di La Vallière,
e poscia ad un quarto di lega circa la casa bianca contornata da’
sicomori si mostrò sul campo di un folto gruppo di alberi che la
primavera impolverava con una neve di fiori.
A tal vista d’Artagnan, il quale per solito poco si comuoveva, sentiva
uno strano dubbio penetrargli nel cuore, tanto potenti sono in tutto
il corso della vita quelle rimembranze di gioventù. Planchet, che non
aveva gli stessi motivi d’impressione, sbigottito dal mirare il suo
padrone così agitato, guardava a vicenda e l’abitazione e il tenente.
Quest’ultimo mosse ancora alcuni passi innanzi, e si trovò di faccia ad
un cancello lavorato con tutto il gusto di quell’epoca.
Dal cancello si scorgevano degli orti mantenuti con la massima cura, un
cortile assai spazioso in cui battevano i piedi impazienti varj cavalli
scossi, retti da servi con diverse livree, ed una carrozza alla quale
erano attaccati due cavalli.
«O facciamo sbaglio, o colui ci ha ingannati, disse d’Artagnan; non
può essere che colà abiti Athos. Dio mio! fosse morto? il podere
appartenesse a qualcuno del suo nome? Smonta, Planchet, e va ad
informarti; per me confesso che non ne ho coraggio».
Planchet smontò.
«E aggiungerai, che un gentiluomo passando di qui brama aver l’onore di
riverire il signor conte di la Fère, e se sei contento dei dettagli che
ottieni, allora dà pure il mio nome».
Planchet, trascinando per la briglia il suo cavallo, si avvicinò alla
porta, fece suonare il campanello, e tosto si presentò a riceverlo un
uomo di servizio, con i capelli bianchi e il personale diritto ad onta
dell’età.
«Dimora qui il signor conte di la Fère? domandò Planchet.
«Sì, signore, gli rispose il domestico, poichè Planchet non indossava
la livrea.
«È un signore ritiratosi dal servizio militare, non è vero?
«Precisamente.
«E che aveva un lacchè chiamato Grimaud, seguitò Planchet, che con la
sua abituale prudenza non credeva mai troppe le informazioni.
«Il signor Grimaud è per adesso assente dal castello, replicò l’altro
cominciando a squadrarlo da capo a piedi, essendo poco avvezzo a simili
interrogazioni.
«Allora! esclamò Planchet tutto allegro, capisco ch’è proprio il conte
di la Fère che si cerca. Dunque favorite aprirmi, giacchè desidererei
annunziare al signor conte che il mio padrone, gentiluomo suo amico, è
qua e vorrebbe salutarlo.
«Perchè non lo dicevate prima? fece il domestico schiudendo il
cancello; ma il vostro padrone dov’è?
«È dietro a me, mi viene appresso».
Il servitore, avendo aperto, precedè Planchet, e questi fe’ cenno a
d’Artagnan, che palpitando più che mai entrò a cavallo nel cortile.
E Planchet, quando fu sul verone, udì una voce che usciva da una sala a
terreno dicendo:
«Ebbene! dov’è quel gentiluomo, e perchè non lo conducete qua?»
La voce, arrivando sino a d’Artagnan, ridestò nel suo cuore mille
sentimenti, mille ricordanze già dileguatesi. Esso saltò giù da
cavallo, mentre il suo compagno di viaggio col sorriso sul labbro si
avanzava verso il proprietario della casa.
«Ma lo conosco io quel giovanotto! disse Athos comparso sulla soglia.
«Oh! sì, signor conte, mi conoscete, e vi conosco anch’io. Sono
Planchet, Planchet, sapete pure....»
Ma l’onesto servo non potè dir altro, tanto gli aveva fatto specie
l’inatteso aspetto di quel gentiluomo.
«Come, Planchet! esclamò Athos, è forse qui d’Artagnan?
«Eccomi, amico, eccomi, Athos! gridò d’Artagnan balbettando e quasi
barcollando».
A tali parole apparve un’emozione visibilissima sopra il bel volto e
i quieti lineamenti di Athos. Ei fece sollecito due passi verso il
tenente senza lasciarlo d’occhio, e se lo strinse teneramente fra
le braccia. Questi, calmatosi alquanto, premè lui al seno con una
cordialità che gli brillava in lacrime nel ciglio.
Athos lo prese per mano e lo guidò in sala, dov’erano riunite parecchie
persone. Tutti si alzarono.
«Vi presento, disse Athos, il signor cavalier d’Artagnan, tenente nei
moschettieri di Sua Maestà, amico affezionato, ed uno dei più prodi ed
amabili gentiluomini ch’io abbia mai conosciuti».
D’Artagnan, secondò l’uso, ricevè i complimenti degli astanti, li
restituì come meglio potè, prese posto nel circolo, e mentre la
conversazione, interrotta un momento, diventava di nuovo generale, si
mise ad esaminar Athos.
Cosa strana! Athos era appena invecchiato. I suoi begli occhi, liberi
da quel cerchio paonazzo che segnano le vigilie e le orgie, sembravano
più grandi e di un fluido più puro che mai: il viso un poco allungato
aveva acquistato in maestosità ciò che perduto aveva in agitazione
febbrile; la mano, sempre di mirabile modello e nerboruta, non
ostante la sottigliezza delle carni, rispondeva sotto i manichini di
merletti, come certe mani del Tiziano e di Van Dyck; era più svelto
che non fosse in passato; le spalle ben distese e larghe dinotavano
vigore non comune; i lunghi capelli neri, frammischiati da pochissimi
grigi, gli cadevano elegantemente sull’omero ondulandosi come per una
piega naturale; la voce era sempre fresca quasi che avesse avuto soli
venticinque anni; e i denti superbi conservatisi bianchi ed intatti
davano un indicibile incanto al suo sorriso.
Frattanto gli ospiti del conte, accortisi dalla impercettiblle
freddezza della conversazione che i due amici erano ansiosi di trovarsi
soli, cominciarono a preparare con l’arte e la cortesia dei tempi
antichi la loro partenza, quell’affare gravissimo delle genti d’alta
società, quando vi erano genti di alta società; ma allora echeggiò nel
cortile grande susurro di cani che abbajavano, e varie persone dissero
insieme:
«Ecco Raolo che ritorna!»
Al nome di Raolo, Athos guardò d’Artagnan, e sembrò che aspettasse di
discernere i segni di curiosità che questo nome doveva fargli nascere
sul volto. D’Artagnan però non capiva ancor nulla; era malamente
rinvenuto dal suo primo bagliore. Sicchè si girò quasi macchinalmente,
quando entrò nella stanza un bel giovane di quindici anni, vestito
con semplicità, ma con un gusto squisito, alzando con molta grazia il
cappello adorno di lunghe penne rosse.
Eppure quel nuovo personaggio del tutto inaspettato lo sorprese. Un
mondo d’idee novelle gli corse alla mente, spiegandogli con tutte le
risorse del suo intendimento il cambiamento di Athos che sino allora
gli era sembrato incomprensibile. Una singolare somiglianza tra il
gentiluomo e il garzoncello gli schiariva il mistero di quella vita
rigenerata. Aspettò guardando attento e stando in ascolto.
«Eccovi di ritorno, Raolo! disse il conte.
«Sì, signore, rispose rispettosamente il giovane; ho disimpegnata
l’incombenza da voi datami.
«Ma che avete, Raolo? fece Athos con premura; siete pallido, mi parete
scomposto.
«Gli è, replicò il sopraggiunto, ch’è accaduta una disgrazia alla
nostra piccola vicina.
«Madamigella di La Vallière? gridò con impeto Athos.
«Che cosa? che cosa? domandarono parecchi.
«Ella passeggiava con la sua Marcellina nel recinto dove i taglialegne
troncano gli alberi, ed io, passando a cavallo, l’ho veduta e mi sono
fermato. Essa pure mi ha visto, e nel volere saltar giù da un monte di
legne dov’era salita, poverina! le è mancato il piede.... non ha potuto
alzarsi; io credo si sia rotta la noce del piede.
«Oh mio Dio! disse Athos, e madama di S. Remy, sua madre, è stata
avvisata?
«No, signore; madama di S. Remy è a Blois presso la signora duchessa
d’Orleans. Io ho avuto paura che i primi soccorsi fossero stati
apprestati con poca abilità, e correvo a domandarvi consiglio.
«Mandate presto a Blois; o meglio, pigliate il vostro cavallo e
andateci da per voi».
Raolo s’inchinò.
«Ma dov’è Luigia? continuò il conte.
«L’ho portata sin qui, e l’ho posta dalla moglie di Charlot, che
frattanto le ha fatto mettere i piedi nell’acqua ghiacciata».
Dopo questa spiegazione, la quale aveva dato un pretesto per alzarsi,
gli ospiti di Athos da esso si accomiatarono. Il vecchio duca di Barbò
soltanto, che trattava familiarmente in forza di un’amicizia di venti
anni con la casa di La Vallière, andò a veder la Luigetta che piangeva,
e che nel mirare Raolo terse i begli occhi e subito sorrise.
Egli propose di condur seco nella sua carrozza la piccola Luigia.
«Avete ragione, disse Athos, così sarà più presto presso a sua madre.
In quanto a voi, Raolo, sono persuaso che avete agito da scappato e ne
avete un po’ di colpa.
«Oh! no, no! ve l’assicuro»; esclamò la ragazzina, mentre il ragazzo
impallidiva al concetto di poter essere causa di quella disgrazia.
«Ah! vi assicuro....» questi balbuziò.
«Ma tanto andrete a Blois, soggiunse il conte, presenterete a madama di
S. Remy le vostre scuse e le mie, e poi verrete indietro».
Sulle guancie del giovanetto ricomparvero i bei colori; consultato con
uno sguardo il signor di la Fère, riprese nelle robuste sue braccia la
fanciullina che posava su le di lui spalle la testa indolenzita eppur
sorridente, l’adagiò bene e meglio in carrozza, indi saltato a cavallo
con l’eleganza e l’agilità di un esperto cavallerizzo, e salutati Athos
e d’Artagnan, si allontanò velocemente, andando a lato allo sportello
del legno, nell’interno del quale rimasero fissi costantemente i di lui
occhi.