_Ove si dimostra qualmente se Porthos era scontento del proprio stato,
Mousqueton però era soddisfattissimo del suo._
Tornando verso il palazzo, mentre Porthos nuotava ne’ suoi sogni di
baronia, d’Artagnan rifletteva alla miseria della povera natura umana
sempre scontenta di quel che ha, e bramosa di quel che non ha. Egli,
nei piedi di Porthos, si sarebbe considerato per l’uomo più avventurato
dell’universo, ed a Porthos per esser tale che mai mancava? sei lettere
da porre innanzi a tutti i suoi nomi, ed una piccola corona da far
dipingere su gli sportelli della sua carrozza.
«E dunque, diceva tra se d’Artagnan, starò tutta la vita guardando a
destra e a sinistra senza veder mai la faccia di un uomo completamente
felice?»
Quando faceva questa filosofica riflessione, parve che la Provvidenza
gli volesse dare una mentita. Appena Porthos lo aveva lasciato per dar
degli ordini al suo cuoco, ei si vide avvicinare Mousqueton. Il viso
del buon giovanotto, salvo una certa confusione che alla guisa di un
nuvolo d’estate velava anzi che oscurare la di lui fisionomia, sembrava
quello di un uomo pago al maggior segno.
«Ecco quel che cercavo, disse fra sè il tenente dei moschettieri, ma
ohimè! il poveretto non sa perchè io sia venuto qui».
Mousqueton se ne stava alquanto distante. Egli si mise sopra un sedile
e gli accennò si accostasse.
«Signore, disse colui profittando del permesso, ho da chiedervi una
grazia.
«Parla, mio caro, rispose d’Artagnan.
«È che non ardisco, ho paura che pensiate che la mia grande prosperità
mi abbia guastato.
«Sicchè sei soddisfatto?
«Soddisfatto quanto si possa, eppure potete esser cagione ch’io lo sia
anco di più.
«Di’ su, e s’è cosa che dipenda da me è conclusa.
«Oh! non dipende che da voi.
«Aspetto.
«Signore, la grazia che ho da domandarvi è di non più chiamarmi
Mousqueton, ma bensì Mouston. Dacchè ho l’onore di esser maggiordomo
di monsignore, ho preso quest’ultimo nome, ch’è più decoroso e vale a
farmi rispettare da’ miei subalterni... e sapete quanto è necessaria la
subordinazione alla servitù».
D’Artagnan sorrise: Porthos allungava i suoi nomi, e Mousqueton
scorciava il suo.
«Ebbene, signore? fece il buon domestico tremando.
«Oh! sì, mio caro Mouston, sta quieto, non dimenticherò la tua
richiesta, e se lo gradisci non ti darò nemmeno più del tu.
«Ah! se mi faceste un tale onore ne sarei riconoscente per tutta la
vita; ma forse sarebbe domandar troppo.
«Ohimè! disse fra sè d’Artagnan, è ben poco in cambio delle inattese
tribolazioni che reco a questo diavolaccio il quale mi ha accolto tanto
bene.
«E vossignoria si trattiene dimolto con noi? domandò Mousqueton a cui
il volto restituitosi in tutta la sua serenità diventava rosso come un
fringuello.
«Parto domani, mio caro.
«Ah! eravate venuto soltanto per cagionarci un rincrescimento?
«Ho paura di sì, fece d’Artagnan».
Ma tanto piano, che Mousqueton il quale si ritirava salutando non potè
udirlo.
Passava un rimorso in mente a d’Artagnan, sebbene gli si fosse
allargato il cuore: non gli spiaceva d’impegnare Porthos in una
carriera in cui sarebbero compromesse la di lui vita e le fortune,
giacchè Porthos arrischiava volentieri tutto questo pel titolo di
barone che desiderava da quindici anni; ma Mousqueton che bramava
solamente di esser chiamato Mouston, non era crudeltà il toglierlo
dalla vita deliziosa del suo granajo di abbondanza? Mentre quest’idea
lo confondeva, ricomparve Porthos.
«A tavola! disse questi.
«Come a tavola? domandò d’Artagnan, e che ore sono?
«È passata l’un’ora.
«La vostra abitazione è un paradiso, Porthos! uno vi dimentica il
tempo. Vi seguo, ma non ho fame.
«Venite; se non sempre si può mangiare, si può bere però; l’è una delle
massime del povero Athos di cui ho riconosciuta la solidità dacchè
m’infastidisco».
D’Artagnan, renduto ognora assai sobrio dal suo naturale guascone,
non sembrava convinto al pari del suo amico della verità dell’assioma
di Athos; nulladimeno fece quanto potè per mantenersi a petto del suo
accoglitore.
Frattanto, stando a veder mangiare Porthos, e bevendo egli benone, gli
tornava in capo l’idea di Mousqueton, e ciò con tanto più di forza
in quanto che quest’ultimo, senza servire a tavola (lo che sarebbe
stato al disotto della nuova sua posizione), compariva tratto tratto
sull’uscio, e dimostrava la sua gratitudine per il nostro tenente
mediante la qualità e la vecchiezza dei vini che faceva imbandire.
E quindi, allorchè alle frutta, Porthos dietro un cenno di d’Artagnan
ebbe mandati via i suoi domestici; e i due amici si trovarono soli,
d’Artagnan disse:
«Porthos, e chi vi accompagnerà nelle vostre campagne?
«Eh! Mousqueton, mi figuro, rispose Porthos con tutta naturalezza».
Codesto fu un colpo per d’Artagnan; già vedeva cambiarsi in ismorfie di
dolore, il benevolo sorriso del maggiordomo.
«Peraltro, replicò il tenente, Mouston non è più giovanissimo; inoltre
è ingrassato assai, ed avrà forse perduta l’abitudine ad un servizio
attivo.
«Lo so, ma mi sono assuefatto a lui; e poi, non vorrebbe lasciarmi, mi
è troppo affezionato.
«Oh, cieco amor proprio! pensò d’Artagnan.
«D’altronde, domandò Porthos, voi stesso non avete sempre al
vostro servizio il medesimo vostro lacchè, quel buono, bravo e
intelligente.... come lo chiamate?
«Planchet.... sì, l’ho ritrovato ma non è più lacchè.
«E ch’è egli?
«Con le mille sei cento lire, che voi sapete guadagnò all’assedio di La
Rochelle portando la lettera a lord de Winter, ha messo su una piccola
bottega in via dei Lombardi; ed è confettiere.
«Ah! è confettiere in via de’ Lombardi! ma come vi serve?
«Ha fatto qualche scappata, e teme di esser molestato.
«Ebbene! fece allora Porthos, se vi avessero detto che un giorno
Planchet farebbe scappare Rochefort, e che per questo voi lo
nasconderete?
«Non lo avrei creduto; ma che volete? gli avvenimenti cambiano gli
uomini.
«Non v’è cosa più vera; bensì quel che non cambia, o cambia soltanto
per megliorarsi, è il vino. Assaggiate di questo; è d’una qualità di
Spagna che il nostro amico Athos teneva in grande stima, è Xères».
Nel momento venne il maestro di casa a consultare il padrone sulla
disposizione di tavola dell’indomani ed anche sulla gita a caccia
progettata.
«Dimmi, Mouston, chiese Porthos, le mie armi sono in buono stato?»
D’Artagnan cominciò a battere il tempo sulla mensa onde celare il suo
imbarazzo.
«Le vostre armi, monsignore? rispose Mouston, e quali?
«Eh, per brio! la mia armatura.
«Che armatura?
«Da guerra.
«Ah!... sì!... almeno, credo.
«Domani te ne assicurerai, e le farai pulire se ne hanno bisogno. Qual
è il mio miglior cavallo da corsa?
«Vulcano.
«E per fatica?
«Bajardo.
«A te, quale piace?
«A me piace Rustaud; è una buona bestia e mi c’intendo a meraviglia.
«È robusto, non è così?
«Normanno, deciso Mecklembourg; andrebbe via di giorno e di notte.
«Ecco quanto ci bisogna. Farai mettere a sesto i tre animali, netterai
o farai nettare le mie armi; e di più, pistole per te ed un coltello da
caccia.
«Sicchè viaggeremo, monsignore? domandò Mousqueton digià sgomento».
D’Artagnan che sino allora aveva fatto qualche accordo vago, battè una
marcia.
«Anco di meglio! rispose Porthos.
«Si fa forse una spedizione? seguitò il maestro di casa, in cui le rose
delle guance principiavano a convertirsi in gigli.
«Si torna al servizio, replicò il padrone, procurando sempre di rendere
alle basette la perduta loro piega marziale».
Erano appena pronunciate quelle parole, che assalse Mousqueton un
tremito tale da scuotergli le gote impallidite. Esso guardò il tenente
dei moschettieri in atto indicibile, di tenera rampogna, cui d’Artagnan
non potè sopportare senza sentirsi commuovere; poi vacillò, e disse con
voce soffocata:
«Servizio? servizio nelle armate del re?
«Forse sì e forse no. Andiamo a rifar campagna, a cercare ogni sorta di
avventure, a riprendere finalmente la vita di tempo addietro».
L’ultima frase cadde addosso a Mousqueton come un fulmine.
Era quel _tempo addietro_ sì terribile che faceva l’adesso tanto dolce.
«Mio Dio! che sento? esclamò egli con uno sguardo anco più supplice del
primo diretto a d’Artagnan.
«Che volete, Mouston mio? fece questi, la fatalità....»
Ad onta della precauzione usata dal tenente di non dargli del tu e
scorciare il suo nome nel modo ch’egli ambiva, la botta fu tremenda per
Mousqueton, ed esso se ne andò tutto sconvolto dimenticando per fino di
chiuder l’uscio.
«Che caro Mouston! non cape nella pelle dal contento! disse
Porthos, nella medesima guisa in cui è da credere che don Chisciotte
incoraggisse il suo Sancho a por la sella al suo somaro per l’ultima
campagna».
I due amici rimasti soli si misero a discorrere dell’avvenire ed a
far mille castelli in aria. Il buon vino faceva vedere a d’Artagnan
una prospettiva tutta rilucente di doppie e dobloni, ed a Porthos il
cordone turchino ed il manto ducale. La sostanza si è che dormivano
sulla tavola quando venne la servitù ad invitarli ad andare a letto.
Nel dì seguente però Mousqueton fu alquanto riconfortato da d’Artagnan,
il quale gli annunziò come probabilmente la guerra avrebbe sempre luogo
nel cuor di Parigi, ed a portata del castello di Vallon ch’era vicino
a Corbeil, di Bracieux ch’era prossimo a Melun, e di Pierrefonds ch’era
tra Compiegne e Villers-Cotterets.
«Ma mi pare che in passato.... fece timidamente il buon servo.
«Oh! rispose il tenente, non si guerreggia più nella maniera che
si usava in passato: oggidì sono faccende diplomatiche; domandalo a
Planchet».
Mousqueton andò a ricercare quegli schiarimenti dall’antico suo
amico, che confermò appieno ciò che avea detto d’Artagnan, e soltanto
aggiunse:
«In questa guerra i prigionieri vanno a rischio di essere impiccati.
«Capperi! disse Mousqueton, credo che avrei più a caro l’assedio di la
Rochelle».
In quanto a Porthos, dopo aver fatto dal suo ospite ammazzare un
capriolo, dopo averlo condotto da’ suoi boschi alla sua montagna, e
da questa a’ suoi stagni, dopo avergli mostrato i suoi levrieri e la
muta, e Gredinet, insomma tutto quel che possedeva, e fattogli rifare
tre altri pasti de’ più lauti, chiese le sue istruzioni definitive a
d’Artagnan costretto a lasciarlo per continuare il suo viaggio.
«Ecco, amico carissimo, gli disse il messaggiero; mi occorrono quattro
giorni per andare di qui a Blois, uno per trattenermici, tre o quattro
per tornare a Parigi; sicchè, partite fra una settimana col vostro
equipaggio, smonterete in via Tiquetonne all’albergo della _Chevrette_,
e mi attenderete.
«Sta bene, rispose Porthos.
«Io vo a fare un giro senza speranza da Athos, seguitò d’Artagnan,
ma benchè io lo creda diventato inabile conviene osservare la creanza
cogli amici.
«Se vi andassi con voi, propose Porthos, ciò mi servirebbe di qualche
distrazione.
«Può essere, ed anche a me; ma non avreste più tempo da terminare i
vostri preparativi.
«È vero.... Dunque partite, disse Porthos, e coraggio. Per me sono
tutto ardore.
«A meraviglia! fece il tenente».
E si separarono sui limiti della tenuta di Pierrefonds, sino
all’estremità della quale Porthos volle accompagnare l’amico.
«Almeno non sarò solo, ruminava fra sè d’Artagnan. Quel diavolaccio
di Porthos è ancora in tutto il vigore. Se viene Athos saremo tre a
farci beffe di Aramis, quell’uomo tutto riserbatezza e pien di raggiri
amorosi».
Da Villers-Cotterets egli scrisse al ministro:
«Monsignore,
«Ne ho di già uno da offrire a Vostra Eccellenza, e quello vale per
venti uomini. Io parto per Blois, perchè il conte di La Fère abita
nel castello di Bragelonne nelle vicinanze di questa città».
E s’incamminò verso Blois, chiaccherando con Planchet, che nel
lunghissimo viaggio gli giovava assai a distrarsi.