_Il signor Porthos Du Vallon de Bracieux di Pierrefonds._
Mercè le informazioni attinte presso Aramis, d’Artagnan, al quale era
noto che Porthos dal suo casato chiamavasi du Vallon, aveva saputo come
per il nome delle sue terre si chiamava de Bracieux, ed a motivo di
quel suo possesso era in litigio col vescovo di Noyon.
Quindi, nelle vicinanze di Noyon doveva egli andare a cercare quelle
terre, cioè sulla frontiera dell’Isola di Francia e della Piccardia.
Ebbe presto fissato il suo itinerario: andrebbe sino a Dammartin,
dove s’inforcano le due strade, che una porta a Soissons e l’altra
a Compiegne, là domanderebbe della tenuta de Bracieux, e secondo la
risposta seguiterebbe a diritto o volterebbe a sinistra.
Planchet, non ancora ben tranquillo in quanto alla sua scappata,
dichiarò che accompagnerebbe d’Artagnan sino alla fine del mondo, o
pigliasse a diritta o a man sinistra. Se non che propose all’antico suo
padrone di partire la sera, offrendo l’oscurità una maggiore garanzia.
D’Artagnan allora gli propose di avvertire la sua moglie, onde almeno
non fosse inquieta per la di lui sorte, ma Planchet sagacemente rispose
ch’era certissimo che la sua moglie non sarebbe sgomenta per non sapere
dove fosse, mentre egli al contrario conoscendo la sfrenatezza della di
lei lingua sarebbe più che sgomento qualora essa lo sapesse.
Le quali ragioni sembrarono tanto buone a d’Artagnan, ch’egli non
insistè ulteriormente, e verso le otto di sera quando principiava a
farsi bujo, mosse dall’albergo delle _Chevrette_ o del Granchio, e
seguito da Planchet, uscì dalla capitale per la porta S. Dionigi.
A mezzanotte i due viaggiatori erano a Dammartin.
Era troppo tardi per pigliare informazioni. L’oste del _Cigno della
Croce_ era a letto. D’Artagnan rimise la faccenda all’indomani.
All’indomani chiamò l’oste. Era questi uno di quelli scaltri Normanni
che non dicono nè sì nè no, e credono sempre di compromettersi
rispondendo direttamente alle domande che lor vengono fatte; pur
nonostante, essendo sembrato a d’Artagnan di capire di aver a andare
in dirittura, si rimise in cammino dietro quella indicazione alquanto
equivoca. La mattina a nove ore era a Nanteuil, ed ivi si fermò a
colazione.
Qui il locandiere era un Piccardo buono e schietto, il quale,
riconosciuto Planchet per suo concittadino, non fece difficoltà a
dargli i bramati schiarimenti. La tenuta di Bracieux stava distante
poche leghe da Villers-Cotterets.
D’Artagnan era cognito di Villers-Cotterets, per esservi andato due
o tre volte al seguito della corte, imperciocchè in quell’epoca era
quella una residenza regia. Si avviò dunque alla suddetta città, e
smontò al suo albergo consueto, al _Delfino d’Oro_.
Là i dettagli furono soddisfacentissimi; intese essere la possessione
di Bracieux situata quattro leghe lontano, ma non doversi in essa
cercare Porthos. Porthos di fatti aveva avuto delle questioni col
vescovo di Noyon in proposito della tenuta di Pierrefonds che confinava
colla sua, ed infastidito da tali dispute giudiciarie di cui non
intendeva un’ette, aveva, per finirla, acquistato Pierrefonds, e in
conseguenza aggiunto questo nuovo nome agli altri suoi. Si chiamava,
ormai du Vallon de Bracieux di Pierrefonds, e dimorava nel nuovo suo
podere. In mancanza di altre illustrazioni, si vede che Porthos ambiva
quella del _Marchese di Carabas_.
Bisognò aspettare ancora al dì vegnente: i cavalli, fatte dieci
leghe nella giornata, erano stanchi. È vero che si poteva prenderne
degli altri, ma v’era da traversare una grandissima macchia, e noi ci
rammentiamo che di notte Planchet non aveva punto a genio le macchie.
V’era una cosa di più che non gli andava a genio, cioè di porsi in
viaggio a digiuno. Talchè d’Artagnan nel destarsi trovò allestita la
colazione. Di una simile attenzione non v’era da lagnarsi, ed egli sedè
a tavola. Ci s’intende che Planchet riassunte le sue antiche funzioni,
riassumeva l’antica umiltà, e non si vergognava di mangiare gli avanzi
del tenente più che non si vergognassero madama di Motteville e madama
di Fargis di mangiar quelli della regina Anna.
Sicchè non fu possibile partire sino verso le otto. Non v’era da
sbagliare, bisognava prender la strada che conduce da Villers-Cotterets
a Compiegne, ed uscendo dal bosco pigliare a mano destra.
Faceva una bella mattinata di primavera, gli uccelli cantavano su gli
alti alberi, larghi raggi di sole passavano nelle parti meno folte
e parevano tante cortine di velo indorato; in altri luoghi la luce
penetrava tra la fitta volta delle foglie, e i piedi delle vecchie
quercie (cui correvano precipitosamente nel vedere i viandanti gli
agili scojattoli) stavano immersi nell’ombra; da tutta quella natura
scaturiva una fragranza di erbe, di fiori e di fogliame che rallegrava
il cuore. D’Artagnan annojato dalla puzza di Parigi, diceva fra sè, che
quando si portavano tre nomi di possessioni infilati uno nell’altro si
doveva trovarsi contentissimi in un tal paradiso; poi scuoteva il capo
dicendo:
«Se io fossi Porthos, e venisse d’Artagnan a farmi la proposizione
ch’io vo a fare a Porthos, so ben io come gli risponderei!»
Planchet dal canto suo a nulla pensava, digeriva.
Sull’orlo del bosco il tenente adocchiò il sentiero indicato, ed alla
fine di quello le torri di un immenso castello feudale.
«Oh oh! borbottò, mi pareva che il castello appartenesse all’antico
ramo d’Orleans. Che Porthos ne avesse trattato col duca di Longueville?
«Affè, disse Planchet, sono terreni ben mantenuti, e se sono proprietà
del signor Porthos me ne congratulerò con lui.
«Cappita! fece d’Artagnan, non lo chiamare Porthos, nè anche du Vallon,
chiamalo de Bracieux o di Pierrefonds. Faresti andare a monte tutta la
mia ambasceria».
D’Artagnan, quanto più si avvicinava al castello che prima aveva
fermati i suoi sguardi, capiva tanto maggiormente che colà non poteva
dimorare il suo amico: le torri, comunque solide, e che parevano
fabbricate di fresco, erano aperte e come sconquassate. Avreste detto
che qualche gigante le avesse sfondate a suon di scure.
Giunto all’estremità della via, d’Artagnan si trovò a sovrastare ad
una valle amena, in fondo alla quale si vedevano giacere al piè di
un bel lago alcune case sparse qua e là, che umili, e coperte quali
di tegoli e quali di stoppie, sembrava riconoscessero per dominante
(_seigneur suzerain_) un bel castello costrutto verso il principio
del regno di Enrico IV, cui stavano di sopra banderuole signoresche.
Allora poi d’Artagnan non pose il menomo dubbio di essere alle viste
dell’abitazione di Porthos.
La strada metteva direttamente all’elegante castello, che era a petto
al suo nonno, il castello della montagna, come uno zerbinotto del
partito del duca di Enghien è a petto ad un cavaliere in armatura di
ferro del tempo di Carlo VII. D’Artagnan mise il cavallo al trotto e
seguitò giù pel sentiero; Planchet regolò la andatura della sua bestia
su quella del padrone.
A capo a dieci minuti il tenente fu all’estremità di un viale in cui
erano regolarmente piantati bellissimi pioppi, e che terminava ad un
cancello di ferro di cui le lance e le striscie trasversali erano
indorate. In mezzo stava una specie di signore vestito di verde, e
indorato come il cancello, sopra un grosso e robusto cavallo. Aveva a
destra e a manca due servitori ingallonati su tutte le cuciture; molti
villani radunati gli porgevano ossequiosissimi omaggi.
«Ah! fece tra sè d’Artagnan, fosse quegli il signore du Vallon de
Bracieux di Pierrefonds? com’è raggrinzato dacchè non si chiama più
Porthos!
«Non può esser lui, disse Planchet rispondendo a ciò che il tenente
discorreva fra sè stesso, il signor Porthos era alto quasi di sei
piedi, e quello ne ha appena cinque.
«Eppure, continuò d’Artagnan, lo riveriscono molto profondamente!»
E diè di sprone verso il cavallo grosso, l’uomo rispettabile ed i
servi, ed a misura che si avvicinava gli pareva di ravvisar meglio il
personaggio.
«Gesù Dio! esclamò Planchet che credeva esso pure di riconoscerlo,
possibile che fosse _lui_!»
Al qual grido l’uomo ch’era in sella si voltò lento e nobilmente, e i
due viaggiatori videro brillare in tutto il loro fulgore gli occhioni,
il muso rosso e bernoccoluto, ed il sorriso espressivo di Mousqueton.
Ed era proprio Mousqueton, Mousqueton grasso e paffuto, traboccante di
salute, gobbo e zeppo dal bene stare, il quale riconoscendo d’Artagnan
ben al contrario dell’ipocrita Bazin, si calò giù dal destriero sino a
terra, e si accostò col cappello in mano all’uffiziale, in guisa che
gli omaggi dell’adunanza fecero mezzo giro verso quel nuovo sole che
ecclissava il vecchio.
«Signor d’Artagnan! signor d’Artagnan! ripeteva per dentro alle gote
enormi Mousqueton sudante per l’allegrezza, signor d’Artagnan! oh che
piacere sarà per il mio signore e padrone, signor du Vallon de Bracieux
di Pierrefonds!
«Che caro Mousqueton! è egli qua il tuo padrone?
«Siete sui suoi possessi.
«Ma come sei bello, ma come sei grasso, ma come sei in fiore! badava
a dire il tenente de’ moschettieri instancabile nell’accennare i
cambiamenti recati dalla buona fortuna nell’antico affamato.
«Eh! sì, grazie a Dio, sto assai bene.
«E non dici nulla al tuo amico Planchet?
«Al mio amico Planchet! Planchet, sei tu davvero? urlò Mousqueton a
braccia aperte e con tanto di lacrime negli occhi.
«Io, sì, fece Planchet sempre prudente, ma volevo vedere se avevi messo
superbia.
«Superbia con un vecchio amico? mai, Planchet, no, mai! e tu non lo
puoi nemmeno aver pensato, o tu non conosci Mousqueton.
«Manco male! disse Planchet smontando da cavallo e porgendogli le
braccia, non è come quella canaglia di Bazin che mi piantò due ore
sotto una tettoja senza neppur mostrare di ricordarsi di me».
E Planchet e Mousqueton si abbracciarono con un trasporto che commosse
al vivo gli astanti, e ad essi fece credere che Planchet fosse qualche
gran signore travestito, tanto in alto apprezzavano la posizione di
Mousqueton.
«E adesso, signor mio, disse questi sbarazzatosi dagli amplessi di
Planchet che invano avea tentato di unirgli insieme dietro alla schiena
le sue due mani, adesso permettetemi di lasciarvi, mentre non voglio
che il mio padrone sappia la nuova del vostro arrivo da altri che da
me: non mi perdonerebbe di essermi fatto precedere da un terzo.
«Quel caro amico, replicò d’Artagnan evitando di dare a Porthos nè
l’antico nè il novello suo nome, dunque non si è scordato di me?
«Scordato! anzi, avete a dire che non passa giorno che non ci
aspettiamo di sentirvi nominato maresciallo o invece del signor di
Gassion, o invece del signor di Bassompierre».
Il tenente si lasciò comparire sulle labbra uno di quei rari sorrisi
malinconici che avevano sopravvissuto nel profondo del suo cuore alle
perdute illusioni degli anni giovanili.
«E voi, villani, seguitò Mousqueton, state appresso al signor conte
d’Artagnan, e fategli onore meglio che potete, frattanto ch’io vo ad
avvertire monsignore della sua venuta».
E rimontando, con l’ajuto di due anime caritatevoli, sul suo robusto
cavallo, mentre Planchet più svelto saltava sopra il suo da per sè,
prese sull’erbetta del viale un mezzo galoppo il quale dava anche
migliore opinione de’ fianchi che delle gambe del palafreno.
«Ah! qui le cose si dispongono bene, disse d’Artagnan: non misteri,
non ferrajuoli, non politica; si ride a scroscio, si piange di giubilo,
non vedo se non faccie larghe un braccio; in coscienza, mi pare che la
natura stessa sia in festa, che gli alberi in cambio di foglie e fiori
siano coperti di fettucce verdi e color di rosa.
«Ed a me, aggiunse Planchet, mi par di sentire di qui il più delizioso
odore d’arrosto, e di vedere tanti guatteri schierati in fila a
guardarci a passare. Ah! che cuoco deve avere il signor di Pierrefonds,
che già amava tanto di mangiar bene quando si chiamava solamente signor
Porthos!
«Alto là! disse d’Artagnan, tu mi fai paura. Se la realtà corrisponde
alle apparenze, io sono perduto. Un uomo sì felice non abbandonerà la
propria felicità, ed io perderò il mio tempo con lui come ho fatto con
Aramis».