VII.

_D’Artagnan è nell’imbarazzo, e lo viene a soccorrere un antico

conoscente._

Or dunque, d’Artagnan se ne veniva indietro, pensoso, contento di

portar seco il sacco di Mazzarino, e riflettendo al bel brillante stato

già suo, e che per un momento avea veduto luccicare in dito al primo

ministro. E diceva:

«Se mai quel diamante mi cadesse di nuovo fra le mani, ne farei subito

danari, comprerei qualche effetto attorno alla villa di mio padre, ch’è

una bella abitazione, ma non ha altre dependenze se non se un giardino

grande a mala pena quanto il cimitero degli Innocenti; e là, nella

mia maestosità attenderei che qualche erede incantata dalla mia buona

cera mi venisse a sposare; poi avrei tre figli maschi; farei il primo

un signorone come Athos, il secondo un bel soldato come Porthos ed il

terzo un grazioso abate come Aramis. Per Diana! sarebbe meglio mille

volte che la vita ch’i’ vo facendo.... Ma pur troppo messer Mazzarino è

un certo tomo che non si spossederà del diamante a favor mio».

Che avrebbe detto d’Artagnan, ove avesse saputo esser quella pietra

affidata dalla regina a Mazzarino per renderla a lui?

Entrato nella via Tiquetonne, vide che v’era gran susurro; attorno alla

sua dimora stava un attruppamento non piccolo.

«Oh oh! fece allora, avesse preso fuoco l’albergo del Granchio, o fosse

tornato sul serio il consorte di Maddalena?»

Nè uno nè l’altro: avvicinandosi si accorse qualmente la riunione

avea luogo non davanti alla sua locanda, ma al casamento contiguo. Si

udivano grida, correva gente con delle fiaccole, ed al lume di queste

ei distinse delle uniformi.

Domandò che fosse stato.

Gli fu risposto, come un borghese con circa venti suoi amici aveva

assalita una carrozza scortata dalle guardie del ministro, ma

sopraggiunto un rinforzo erano essi fuggiti, il capo della riunione

erasi ricovrato nella casa vicina all’albergo, e là si facevano

ricerche.

D’Artagnan in gioventù si sarebbe slanciato là dove vedeva uniformi e

avrebbe dato manforte a’ soldati contro i borghesi; però quei bollori

di testa gli erano passati, e inoltre aveva nelle saccocce le cento

doppie di Mazzarino, nè voleva arrischiarsi in una sommossa.

Entrò in locanda senza far altre richieste.

Prima voleva sempre sapere, allora sapeva sempre abbastanza.

Trovò Maddalena, che non lo attendeva, supponendo, secondo le aveva

detto, che pernottasse al Louvre; essa gli fece molte feste per

l’imprevisto ritorno, il quale le facea comodo tanto più ch’ella aveva

paura di ciò che accadeva sulle strade e non aveva alcuno Svizzero a

farle guardia.

Essa dunque voleva intavolar seco conversazione e raccontargli quanto

era successo; ma d’Artagnan rifletteva, e in conseguenza non era in

vena da chiacchierare; essa gli mostrò la cena che fumava, ed egli le

ordinò la mandasse nella sua camera e vi aggiungesse una bottiglia di

Borgogna del vecchio.

La bella Maddalena era avvezzata a obbedire militarmente, cioè ad un

cenno; questa volta d’Artagnan si era degnato di parlare, e quindi fu

obbedito con doppia lestezza.

Egli prese la chiave e la candela, e salì in camera. Per non recar

pregiudizio all’appigionamento, si era contentato di una stanza al

quarto piano. Il nostro rispetto per la verità ci obbliga a dire

inoltre che la stanza si trovava per l’appunto sotto la grondaja e

sopra al tetto.

Era quella la sua tenda di Achille. Ei vi si rinchiudeva quando

intendeva colla sua assenza castigare Maddalena.

Prima sua cura fu di andare a riporre in un vecchio scrigno, che aveva

la serratura nuova, il sacchetto cui non ebbe tampoco necessità di

riscontrare per sapere qual somma contenesse; indi, essendogli dopo un

momento apparecchiato, licenziò il garzone, chiuse l’uscio e si mise a

tavola.

Non era già per riflettere, conforme taluno potrebbe credere: ma

d’Artagnan pensava che le cose non si fanno bene se non una dopo

l’altra; aveva fame, cenò; e dopo andò a letto.

D’Artagnan non era nemmeno di coloro che opinano che la notte dia

consiglio: la notte dormiva. La mattina, all’incontro, fresco, lucido,

trovava le migliori inspirazioni. Da gran tempo non aveva avuto

occasione di pensare la mattina, ma aveva dormito sempre nella nottata.

Si destò all’alba, balzò dal letto con risolutezza veramente militare,

e passeggiò per la camera ruminando fra sè:

«Nel 43 (diceva), circa sei mesi dopo la morte del defunto ministro,

ricevei una lettera di Athos.... dove? dove?.... ah! me ne ricordo,

all’assedio di Besanzone: ero nella trincea.... Che mi diceva egli?....

Che abitava una piccola tenuta.... sì, piccola tenuta.... ma dove?

arrivato a quel punto della lettera, il vento me la portò via.... altra

volta sarei ito a cercarla, benchè il vento l’avesse condotta in un

luogo molto scoperto.... Ma la gioventù è un gran difetto.... quando,

non si è più giovani.... Lasciai andare il foglio a portar l’indirizzo

di Athos agli Spagnuoli, i quali non sanno che farsene e che dovrebbero

rimandarmelo.... Dunque ad Athos non va pensato. Animo.... Porthos....

Ebbi una lettera sua; m’invitava a una gran caccia nelle sue terre

per il settembre 1646. Disgraziatamente, essendo io in quell’epoca

nel Bearn a motivo della morte di mio padre, la missiva venne colà

dietro di me; ed io era partito quando essa vi giunse.... mi seguitò,

e toccò Montmedy pochi giorni dopo ch’io aveva abbandonata anco questa

città.... Mi capitò in aprile finalmente, ma nell’aprile 47, e poichè

l’invito era per settembre del 46 non ne potei profittare.... Su, si

cerchi la missiva; dev’essere con i miei documenti di proprietà....»

D’Artagnan aprì una cassetta che giaceva in un canto, piena di

pergamene relative alla tenuta di d’Artagnan, la quale da due

cento anni era uscita affatto dalla sua famiglia, e diede un grido

dall’allegrezza: aveva riconosciuto il grosso carattere di Porthos,

e sotto, alcuni versi di scritte piccole piccole fatti dalla mano

secchissima della degna di lui sposa.

Non si lambiccò il cervello a rileggere la lettera: ne sapeva digià il

contenuto; andò all’indirizzo.

Questo era al castello du Vallon.

Porthos aveva dimenticato qualunque altro schiarimento. Nel suo

orgoglio ei si credeva che tutti dovessero conoscere il castello a cui

egli avea dato il proprio nome.

«Maledetto superbo! fece d’Artagnan, sempre lo stesso!.... Eppure mi

tornava conto di cominciare da lui, attesochè non deve aver bisogno di

danari, avendo ereditate le otto cento mila lire di M. Coquenard....

Eh! ora mi manca il migliore; Athos era diventato melenso a forza di

bere; Aramis sarà immerso ne’ suoi esercizi di divozione».

D’Artagnan diede un’altra occhiata al foglio di Porthos. V’era un

_poscritto_, e conteneva questa frase:

— Scrivo con questo stesso corriere al nostro degno Aramis al suo

convento. —

«Al suo convento, sì, ma a che convento? ve ne sono due cento in

Parigi, e tremila in Francia. E poi, forse nel mettercisi avrà mutato

nome per la terza volta.... Ah! se fossi dotto in teologia, e mi

ricordassi almeno il soggetto delle sue tesi, ch’ei discuteva tanto

bene a Crevecoeur col curato di Montdidier, vedrei a qual dottrina

è più propenso e ne dedurrei di qual Santo possa esser divoto a

preferenza.... Eh! se me ne andassi dal ministro, e gli chiedessi un

salvocondotto per entrare in tutti i chiostri possibili, sarebbe una

buona idea, e probabilmente lo rinverrei colà come Achille.... Sì, ma

questo è un confessare da bel principio la mia impotenza e perdermi di

botto nel concetto del ministro. I grandi non ci hanno gratitudine se

non quando si fa per loro l’impossibile. — Se fosse stato possibile (ci

dicono) lo avrei fatto da me.... — E hanno ragione.... Ma aspettiamo

un poco.... Ebbi una lettera anche da lui, dal caro amico, e per segno

mi chiedeva un piccolo favore e glielo feci.... Ah! sì, ma adesso, dove

diavolo l’ho messa?»

D’Artagnan riflettè un momento, e si avanzò verso il cappellinajo

dov’erano appesi i suoi abiti vecchi; vi cercò il suo giubbetto del

1648; e siccome egli era un giovane che teneva le cose a sesto, lo

ritrovò attaccato a un chiodo. Frugò nella saccoccia e ne levò un

foglio: era precisamente il dispaccio di Aramis.

«Signor d’Artagnan (ei gli diceva), sapete che ho avuto una contesa

con un certo gentiluomo che mi ha fissato convegno per questa

sera in Piazza Reale; siccome sono ecclesiastico e la faccenda mi

potrebbe nuocere se ne dessi parte ad altri che a voi, vi scrivo

perchè mi serviate da secondo. Entrerete dalla via S. Caterina;

sotto il secondo lampione a man diritta sarà il vostro avversario.

Io sarò col mio sotto il terzo.

Venti anni dopo · 第 10 / 130 题