_D’Artagnan è nell’imbarazzo, e lo viene a soccorrere un antico
conoscente._
Or dunque, d’Artagnan se ne veniva indietro, pensoso, contento di
portar seco il sacco di Mazzarino, e riflettendo al bel brillante stato
già suo, e che per un momento avea veduto luccicare in dito al primo
ministro. E diceva:
«Se mai quel diamante mi cadesse di nuovo fra le mani, ne farei subito
danari, comprerei qualche effetto attorno alla villa di mio padre, ch’è
una bella abitazione, ma non ha altre dependenze se non se un giardino
grande a mala pena quanto il cimitero degli Innocenti; e là, nella
mia maestosità attenderei che qualche erede incantata dalla mia buona
cera mi venisse a sposare; poi avrei tre figli maschi; farei il primo
un signorone come Athos, il secondo un bel soldato come Porthos ed il
terzo un grazioso abate come Aramis. Per Diana! sarebbe meglio mille
volte che la vita ch’i’ vo facendo.... Ma pur troppo messer Mazzarino è
un certo tomo che non si spossederà del diamante a favor mio».
Che avrebbe detto d’Artagnan, ove avesse saputo esser quella pietra
affidata dalla regina a Mazzarino per renderla a lui?
Entrato nella via Tiquetonne, vide che v’era gran susurro; attorno alla
sua dimora stava un attruppamento non piccolo.
«Oh oh! fece allora, avesse preso fuoco l’albergo del Granchio, o fosse
tornato sul serio il consorte di Maddalena?»
Nè uno nè l’altro: avvicinandosi si accorse qualmente la riunione
avea luogo non davanti alla sua locanda, ma al casamento contiguo. Si
udivano grida, correva gente con delle fiaccole, ed al lume di queste
ei distinse delle uniformi.
Domandò che fosse stato.
Gli fu risposto, come un borghese con circa venti suoi amici aveva
assalita una carrozza scortata dalle guardie del ministro, ma
sopraggiunto un rinforzo erano essi fuggiti, il capo della riunione
erasi ricovrato nella casa vicina all’albergo, e là si facevano
ricerche.
D’Artagnan in gioventù si sarebbe slanciato là dove vedeva uniformi e
avrebbe dato manforte a’ soldati contro i borghesi; però quei bollori
di testa gli erano passati, e inoltre aveva nelle saccocce le cento
doppie di Mazzarino, nè voleva arrischiarsi in una sommossa.
Entrò in locanda senza far altre richieste.
Prima voleva sempre sapere, allora sapeva sempre abbastanza.
Trovò Maddalena, che non lo attendeva, supponendo, secondo le aveva
detto, che pernottasse al Louvre; essa gli fece molte feste per
l’imprevisto ritorno, il quale le facea comodo tanto più ch’ella aveva
paura di ciò che accadeva sulle strade e non aveva alcuno Svizzero a
farle guardia.
Essa dunque voleva intavolar seco conversazione e raccontargli quanto
era successo; ma d’Artagnan rifletteva, e in conseguenza non era in
vena da chiacchierare; essa gli mostrò la cena che fumava, ed egli le
ordinò la mandasse nella sua camera e vi aggiungesse una bottiglia di
Borgogna del vecchio.
La bella Maddalena era avvezzata a obbedire militarmente, cioè ad un
cenno; questa volta d’Artagnan si era degnato di parlare, e quindi fu
obbedito con doppia lestezza.
Egli prese la chiave e la candela, e salì in camera. Per non recar
pregiudizio all’appigionamento, si era contentato di una stanza al
quarto piano. Il nostro rispetto per la verità ci obbliga a dire
inoltre che la stanza si trovava per l’appunto sotto la grondaja e
sopra al tetto.
Era quella la sua tenda di Achille. Ei vi si rinchiudeva quando
intendeva colla sua assenza castigare Maddalena.
Prima sua cura fu di andare a riporre in un vecchio scrigno, che aveva
la serratura nuova, il sacchetto cui non ebbe tampoco necessità di
riscontrare per sapere qual somma contenesse; indi, essendogli dopo un
momento apparecchiato, licenziò il garzone, chiuse l’uscio e si mise a
tavola.
Non era già per riflettere, conforme taluno potrebbe credere: ma
d’Artagnan pensava che le cose non si fanno bene se non una dopo
l’altra; aveva fame, cenò; e dopo andò a letto.
D’Artagnan non era nemmeno di coloro che opinano che la notte dia
consiglio: la notte dormiva. La mattina, all’incontro, fresco, lucido,
trovava le migliori inspirazioni. Da gran tempo non aveva avuto
occasione di pensare la mattina, ma aveva dormito sempre nella nottata.
Si destò all’alba, balzò dal letto con risolutezza veramente militare,
e passeggiò per la camera ruminando fra sè:
«Nel 43 (diceva), circa sei mesi dopo la morte del defunto ministro,
ricevei una lettera di Athos.... dove? dove?.... ah! me ne ricordo,
all’assedio di Besanzone: ero nella trincea.... Che mi diceva egli?....
Che abitava una piccola tenuta.... sì, piccola tenuta.... ma dove?
arrivato a quel punto della lettera, il vento me la portò via.... altra
volta sarei ito a cercarla, benchè il vento l’avesse condotta in un
luogo molto scoperto.... Ma la gioventù è un gran difetto.... quando,
non si è più giovani.... Lasciai andare il foglio a portar l’indirizzo
di Athos agli Spagnuoli, i quali non sanno che farsene e che dovrebbero
rimandarmelo.... Dunque ad Athos non va pensato. Animo.... Porthos....
Ebbi una lettera sua; m’invitava a una gran caccia nelle sue terre
per il settembre 1646. Disgraziatamente, essendo io in quell’epoca
nel Bearn a motivo della morte di mio padre, la missiva venne colà
dietro di me; ed io era partito quando essa vi giunse.... mi seguitò,
e toccò Montmedy pochi giorni dopo ch’io aveva abbandonata anco questa
città.... Mi capitò in aprile finalmente, ma nell’aprile 47, e poichè
l’invito era per settembre del 46 non ne potei profittare.... Su, si
cerchi la missiva; dev’essere con i miei documenti di proprietà....»
D’Artagnan aprì una cassetta che giaceva in un canto, piena di
pergamene relative alla tenuta di d’Artagnan, la quale da due
cento anni era uscita affatto dalla sua famiglia, e diede un grido
dall’allegrezza: aveva riconosciuto il grosso carattere di Porthos,
e sotto, alcuni versi di scritte piccole piccole fatti dalla mano
secchissima della degna di lui sposa.
Non si lambiccò il cervello a rileggere la lettera: ne sapeva digià il
contenuto; andò all’indirizzo.
Questo era al castello du Vallon.
Porthos aveva dimenticato qualunque altro schiarimento. Nel suo
orgoglio ei si credeva che tutti dovessero conoscere il castello a cui
egli avea dato il proprio nome.
«Maledetto superbo! fece d’Artagnan, sempre lo stesso!.... Eppure mi
tornava conto di cominciare da lui, attesochè non deve aver bisogno di
danari, avendo ereditate le otto cento mila lire di M. Coquenard....
Eh! ora mi manca il migliore; Athos era diventato melenso a forza di
bere; Aramis sarà immerso ne’ suoi esercizi di divozione».
D’Artagnan diede un’altra occhiata al foglio di Porthos. V’era un
_poscritto_, e conteneva questa frase:
— Scrivo con questo stesso corriere al nostro degno Aramis al suo
convento. —
«Al suo convento, sì, ma a che convento? ve ne sono due cento in
Parigi, e tremila in Francia. E poi, forse nel mettercisi avrà mutato
nome per la terza volta.... Ah! se fossi dotto in teologia, e mi
ricordassi almeno il soggetto delle sue tesi, ch’ei discuteva tanto
bene a Crevecoeur col curato di Montdidier, vedrei a qual dottrina
è più propenso e ne dedurrei di qual Santo possa esser divoto a
preferenza.... Eh! se me ne andassi dal ministro, e gli chiedessi un
salvocondotto per entrare in tutti i chiostri possibili, sarebbe una
buona idea, e probabilmente lo rinverrei colà come Achille.... Sì, ma
questo è un confessare da bel principio la mia impotenza e perdermi di
botto nel concetto del ministro. I grandi non ci hanno gratitudine se
non quando si fa per loro l’impossibile. — Se fosse stato possibile (ci
dicono) lo avrei fatto da me.... — E hanno ragione.... Ma aspettiamo
un poco.... Ebbi una lettera anche da lui, dal caro amico, e per segno
mi chiedeva un piccolo favore e glielo feci.... Ah! sì, ma adesso, dove
diavolo l’ho messa?»
D’Artagnan riflettè un momento, e si avanzò verso il cappellinajo
dov’erano appesi i suoi abiti vecchi; vi cercò il suo giubbetto del
1648; e siccome egli era un giovane che teneva le cose a sesto, lo
ritrovò attaccato a un chiodo. Frugò nella saccoccia e ne levò un
foglio: era precisamente il dispaccio di Aramis.
«Signor d’Artagnan (ei gli diceva), sapete che ho avuto una contesa
con un certo gentiluomo che mi ha fissato convegno per questa
sera in Piazza Reale; siccome sono ecclesiastico e la faccenda mi
potrebbe nuocere se ne dessi parte ad altri che a voi, vi scrivo
perchè mi serviate da secondo. Entrerete dalla via S. Caterina;
sotto il secondo lampione a man diritta sarà il vostro avversario.
Io sarò col mio sotto il terzo.