_D’Artagnan sui quarant’anni._
Ohimè! dopo l’epoca in cui, nel nostro romanzo dei _Tre Moschettieri_,
lasciammo d’Artagnan in via dei _Fossoyeurs_ (dei beccamorti), al N.
12, erano passate molte cose, e soprattutto molti anni.
D’Artagnan non aveva fallito alle circostanze, ma sibbene le
circostanze a lui. Finchè aveva avuti attorno gli amici era rimasto
nella sua gioventù e nella sua poesia: era una di quelle indoli
ingegnose e fini che facilmente s’immedesimano con le qualità altrui:
Athos gli dava della sua grandezza, Porthos del suo estro, Aramis
della sua eleganza. S’egli avesse seguitato a vivere con quei tre
sarebbe divenuto un uomo superiore. Fu il primo Athos a lasciarlo,
per ritirarsi nella piccola tenuta che aveva ereditata dalla parte
di Blois; il secondo Porthos, per isposare la sua _procuratrice_; il
terzo, Aramis, per farsi abate. Da quel punto d’Artagnan, che sembrava
avesse confuso il suo avvenire con quello de’ suoi tre colleghi, si
trovò isolato e debole, senza coraggio per seguitare una carriera in
cui capiva di non poter divenire qualche cosa se non a patto che ognuno
dei compagni gli cedesse (qualora ciò possa dirsi) una parte del fluido
elettrico rispettivamente ricevuto in dono.
E quindi, abbenchè fatto tenente dei moschettieri, ei si trovò nello
stesso isolamento. Non era di nascita assai elevata, come Athos, per
essere accolto nelle grandissime case; non borioso come Porthos, per
far credere che frequentasse l’alta società; non abbastanza gentiluomo,
come Aramis, per mantenersi nella nativa sua eleganza, questa traendo
da sè medesimo. Per qualche tempo la grata ricordanza di madama
Bonacieux aveva impressa nello spirito del nostro tenente una tal quale
poesia; ma questa ricordanza, distruttibile al pari di quella delle
cose tutte di questo mondo, erasi dileguata. La vita di guarnigione
è funesta anco alle organizzazioni aristocratiche. Delle due nature
opposte componenti l’individualità di d’Artagnan la natura materiale a
poco a poco avea vinto, ed egli pian piano, senza nemmeno accorgersene,
sempre in campo, sempre a cavallo, era diventato (non so come si
chiamasse in quell’epoca) quel che ai giorni nostri si dice un vero
soldataccio (_un véritable troupier_).
Non è che per questo egli avesse perduta la sua primitiva scaltrezza.
Oh no! anzi codesta scaltrezza erasi pure accresciuta, o pareva almeno
doppiamente rimarchevole sotto una più rozza apparenza, ma egli l’aveva
applicata alle piccole e non alle grandi cose della vita, al ben essere
materiale, al ben essere quale lo intendono i soldati, cioè ad aver
buona tavola, buon alloggio, buona locandiera.
E tutto questo, ei lo aveva trovato da sei anni in via Tiquetonne,
all’insegna della _Chevrette_, o sia del Granchio.
Nei primi tempi di sua permanenza in quell’albergo, la padrona di
casa, bella e fresca Fiamminga di venticinque a ventisei anni, erasi
invaghita di lui fuor di modo; dopo certi amoretti, inceppati da
un importuno marito, al quale dieci volte d’Artagnan fece finta di
passare la spada a traverso al corpo, il detto marito una mattina
sparì, disertando per sempre, dopo aver venduto di soppiatto alcuni
barili di vino e portatosi via le gioje e i denari. Fu creduto morto.
La moglie specialmente lusingandosi nella dolce idea di esser vedova,
sosteneva arditamente ch’era estinto. Alla perfine, a capo a tre
anni di una relazione che d’Artagnan non aveva per certo cercato
di troncare, trovando ogni anno più di suo genio l’alloggio e la
padrona, conciossiachè questa dava quello a credenza, la donna ebbe la
stravagante pretensione di diventar moglie, e gli propose di sposarlo.
«Oibò! disse d’Artagnan, bigamia! ma vi pare, mia cara?
«È morto, ne sono sicurissima.
«Era tanto dispettoso che tornerà per farci impiccare.
«Veh! se torna lo ammazzerete; siete sì abile e coraggioso!
«Gnaffe! un altro mezzo per andare sulla forca!
«Dunque rigettate la mia domanda?
«E come! e con tutta fermezza!»
La bella albergatrice si disperò: avrebbe fatto di d’Artagnan non solo
il suo consorte, ma anche il suo nume! era un uomo tanto bello! aveva
baffi superbi!...
Verso il quarto anno di quella relazione venne la spedizione di
Franche-Comté. D’Artagnan fu destinato a farne parte, e si accinse
alla partenza. Furono grandi dolori, lagrime interminabili, promesse
di restar fedele, tutto, già s’intende, dal lato della locandiera:
d’Artagnan era troppo signorone per prometter nulla, e perciò promise
soltanto di far ciò che potrebbe onde accrescere vieppiù la gloria del
suo nome.
Su questo particolare, noi conosciamo il suo coraggio; si dedicò
egregiamente e con la propria persona, e caricando alla testa della
sua compagnia ricevè a traverso al petto una palla che lo distese per
il lungo sul campo di battaglia. Fu visto cadere da cavallo, nessuno
lo vide rialzarsi; lo crederono morto, e tutti coloro che speravano
di succedergli nel suo grado dissero ad ogni evento che lo era. Di
leggieri si crede ciò che si brama; e all’armata, dai generali di
divisione che bramano la morte del generale in capo, sino ai soldati
che bramano quella dei caporali, tutti desiderano di qualcuno la morte.
D’Artagnan però non era uomo da lasciarsi ammazzare così.
Rimasto, durante i calori della giornata svenuto sul campo, lo fe’
tornare in sè il fresco della notte; corse ad un villaggio; andò a
bussare alla più bella casa, fu ricevuto come lo sono dappertutto e
sempre i Francesi ancorchè feriti, fu accarezzato, curato, guarito,
e più sano che mai, una mattina s’avviò di nuovo inverso Francia; una
volta in Francia si diresse a Parigi, ed a Parigi s’incamminò in via
Tiquetonne.
Ma trovò la sua camera occupata da un cappellinajo pieno d’arredi da
uomo, meno la spada, appoggiata al muro.
«Sarà tornato; disse fra sè, peggio così; e meglio così!»
Già si capisce che d’Artagnan pensava al marito.
Egli s’informò. Garzoni nuovi, nuova serva; la padrona era ita a spasso.
«Sola? fece d’Artagnan.
«Col padrone.
«Sicchè il padrone è tornato?
«Di certo, rispose semplicemente la fantesca.
«Se avessi soldi, egli disse fra sè, me ne andrei, ma non ne ho:
bisogna restar qui, e appigliarsi al consiglio della mia locandiera
coll’impedire i conjugali progetti di quello spettro importuno».
Terminava questo monologo (lo che prova che nelle circostanze gravi
il monologo è naturalissimo) quando la serva, che faceva la posta
sull’uscio, esclamò ad un tratto:
«Oh! ecco appunto la padrona che viene col padrone».
D’Artagnan, lanciato uno sguardo sul canto della strada Montmartre,
vide la locandiera che se ne veniva sospesa al braccio di un enorme
Svizzero, il quale si tentennava camminando con tali maniere che a lui
rammentarono gradevolmente l’antico amico Porthos.
«È quello il padrone? disse fra sè d’Artagnan, oh! mi pare cresciuto di
molto».
E sedè in sala in un luogo bene in vista.
La donna, nell’entrare, lo adocchiò subito, e diede un piccol grido.
Dietro al quale, il tenente, supponendosi riconosciuto, si alzò, le
corse incontro, e l’abbracciò teneramente.
Lo Svizzero guardava stupefatto l’albergatrice, che impallidiva.
«Ah! siete voi?... che volete? essa chiese nella massima agitazione.
«Il signore è vostro cugino? il signore è vostro fratello? disse
d’Artagnan».
E senza sconcertarsi nella parte che rappresentava, nè attendere
ch’ella rispondesse, si gettò al collo all’Elvetico.
Questi si lasciò fare con tutta freddezza.
«Chi è costui? domandò poi».
La donna soffocava, non aveva più fiato.
«Chi è questo Svizzero? la interrogò il tenente.
«Deve sposarmi,.... fece l’ostessa fra due spasimi.
«Dunque vostro marito finalmente è morto?
«Che _inderesse_ voi? disse lo Svizzero.
«_Inderesse_ molto, ribattè d’Artagnan, sendochè non potete sposarla
senza mio consenso, e che io....
«E _ghe_?... cominciò l’altro.
«E _ghe_, io non lo do, terminò il moschettiere».
L’Elvetico diventò rosso come un fringuello; aveva la bella uniforme
indorata. D’Artagnan indossava una specie di pastrano bigio; l’Elvetico
era alto sei piedi, d’Artagnan appena cinque: l’Elvetico si reputava in
casa sua, d’Artagnan gli pareva un intruso.
«_Folete_ uscire di qua? urlò il forestiere, picchiando forte col piede
come uno che principii a andare davvero per le furie.
«Io? niente affatto!
«Eh! basta andare a cercare man-forte, suggerì un cameriere, il quale
non si poteva capacitare che quell’uomiciattolo contrastasse il posto a
quell’omone.
«Tu, urlò d’Artagnan oramai più incollerito, afferrando per le
orecchie il garzone, tu comincerai da star qui; e non ti muovere, o
che ti strappo quel che ti ho già preso. Voi, illustre discendente di
Guglielmo Tell, farete un fagotto dei vostri abiti, che sono nella mia
stanza e mi danno impaccio, e partirete subito a procurarvi un altro
albergo».
Lo Svizzero si mise a ridere fortemente.
«Io _pardire! e perghè?_
«Ah! va bene, disse d’Artagnan; allora, venite meco a fare un giro, e
vi spiegherò il resto».
La locandiera, che conosceva d’Artagnan per lama fina, si diede a
piangere, e a svellersi i capelli.
Questi si volse dalla parte della bella piangente.
«Dunque, mandatelo via, signora!
«_Oipò!_ replicò lo Svizzero, a cui era bisognato un dato tempo per
comprendere la proposizione fattagli dal moschettiere, oipò! prime, chi
siete per proborre un gire con voi?
«Sono tenente dei moschettieri di Sua Maestà, e in conseguenza vostro
superiore in tutto; solamente, siccome qua non si tratta di grado, ma
di biglietto di alloggio, voi conoscete l’usanza: venite a procacciarvi
il vostro; il primo che qui torni riprenderà la sua camera».
D’Artagnan condusse fuori lo Svizzero, ad onta delle lamentazioni della
locandiere, la quale in fondo si sentiva propendere il cuore all’antico
amore, ma non avrebbe sgradito di dare una lezione all’orgoglioso
moschettiere che le avea fatto l’affronto di ricusare la sua mano.
I due avversari se ne andarono direttamente ai fossi Montmartre.
Annottava quando vi giunsero. D’Artagnan pregò civilmente l’Elvetico di
cedergli la stanza e non farsi più vedere: questi rifiutò con un moto
della testa, e sguainò la spada.
«Allora dormirete qui; disse d’Artagnan, è un brutto alloggio, ma io
non ci ho colpa, voi lo avete voluto».
E levò il ferro esso pure, e lo incrociò con quello del nemico.
Avea che fare con un pugno duro, ma la sua agilità superava qualunque
forza.
La draghinassa del Tedesco non incontrava mai quella di d’Artagnan.
Lo Svizzero ricevè due stoccate innanzi di accorgersene a motivo del
freddo. Però ad un tratto la perdita del sangue e la debolezza da
questa prodottagli lo obbligarono a sedersi.
«Là! gridò d’Artagnan, ve lo avevo detto? ci avete guadagnato di molto!
ostinataccio!... Fortunatamente per voi, sarà il male tutto al più di
una quindicina di giorni. State costì, e vi manderò subito i vostri
panni per mezzo del cameriere.... A rivederci.... Oh! appunto, pigliate
alloggio in via di Montorgueil al _Gatto che passeggia_; ci si ha buona
tavola, se è sempre la medesima ostessa. Addio».
E se la ribattè allegro e svelto a casa; inviò le sue robe allo
Svizzero, che il garzone trovò nello stesso posto ov’ei lo aveva
lasciato, tuttavia dolente della fermezza riscontrata nel suo
avversario.
Il cameriere, la locandiera, tutti in somma, ebbero per d’Artagnan i
riguardi che si avrebbero per Ercole s’egli ricomparisse sulla terra a
ricominciare le sue dodici fatiche.
Ma egli, quando fu solo con l’albergatrice, le disse:
«Ormai, bella Maddalena, sapete che distanza corre da uno Svizzero a
un gentiluomo. Voi vi siete contenuta da vera locandiera. Peggio per
voi, giacchè mediante questa condotta perdete la mia stima e la mia
ricorrenza. Ho scacciato quel Tedesco per umiliarvi, ma non istarò più
qui: non tengo dimora là dove ho disprezzo.... Ohi, giovanotto, portate
la mia valigia al _Moggio di Amore_ in via dei Bordonesi. Signora,
addio».
E bisogna credere che pronunciando tali parole D’Artagnan fosse ad
un tempo e maestoso e commovente. La donna gli si buttò ai piedi,
gli chiese scusa, e lo trattenne, ahimè! con dolcissima violenza. Che
diremo di più? scorreva il girarrosto, friggeva la padella, Maddalena
lacrimava; d’Artagnan sentì la fame, il freddo e l’amore tornargli
tutti insieme; perdonò, e perdonando rimase là.
Ed ecco il come egli dimorasse nella strada Tiquetonne all’albergo del
Granchio, o _de la Chevrette_.