nato e allevato in Parigi, il suo vero nome era _Giornovichi_.
Giustezza, purità, eleganza era il distintivo carattere di questo
abilissimo violinista: egli riusciva particolarmente nel genere
brillante e piacevole: per il corso di dieci anni l'entusiasmo dei
francesi per Jarnowick fu di moda, ma quindi disparve al segno che
questo gran virtuoso fu obbligato a lasciare la Francia, e nel 1782 era
egli al servigio del principe reale di Prussia. Il maestro Wolf, nella
relazione de' suoi viaggi, descrive i trasporti co' quali sentivasi ogni
volta questo virtuoso in Berlino, dove egli lo conobbe. Vi sono di lui
impresse 7 sinfonie, e 9 concerti di violino: egli è morto in
Pietroburgo nel 1804. Ecco alcuni aneddoti intorno a questo celebre
artista. Un dì trovandosi egli presso Bailleux editore e mercante di
musica, ruppe per inavvertenza un vetro. _Chi spezza i vetri li paga_,
gridò Bailleux. _È ben giusto_, ripigliò Jarnowick, _che bisogna
darvi? — Trenta soldi. — Prendete, ecco tre lire. — Ma non mi trovo di
che darvi il resto. — Ebbene, siamo saldi_, replicò Jarnowick, e
spezzonne nel tempo stesso un altro. In un viaggio ch'egli fece a Lione,
annunziò un concerto a sei franchi per biglietto. Vedendo che non si
presentava alcuno, stabilì di trar vendetta dell'avarizia de' Lionesi;
rimise perciò all'indomani il concerto, e a tre franchi per biglietto.
Questa volta vennero in folla: ma al momento di dar principio, non si
vide Jarnowick e venne avviso ch'egli era partito per le poste.
_Kosolowiski_ compose la musica funebre, che fu eseguita nella chiesa
cattolica di Pietroburgo nel 1804, per l'esequie di Jarnowick, e cantata
da' migliori musici, tra' quali la cel. Mad. Marà.
JOMMELLI (Niccola) nacque nello stesso anno che Gluck nel 1714, in
Aversa, città nelle vicinanze di Napoli, dove studiò i primi elementi
della musica sotto il canonico Muzzillo. In età di sedici anni fu messo
in educazione in Napoli, nel conservatorio de' _Poveri di Gesù_, e di
poi nell'altro _della pietà_ sotto i bravi maestri Prota e Feo: ma non
contento ancora di questi, cercò il Jommelli d'apprender da Leo il
grande, il sublime della musica, e ben si scorge dagl'intendenti, che
egli ha fatto grandissimo studio sulle carte del gran Leo, e che spesso
ha rivestito di miglior colorito gli stessi disegni del suo precettore.
Costui già uomo di una riputazione ben stabilita, e superiore
all'invidia, nel 1736 in occasione, che si concertava una cantata del
Jommelli in casa di una di lui discepola, trasportato dal piacere, e
quasi fuor di se, _Signora_, le disse, _non passerà molto, e questo
giovane sarà lo stupore, e l'ammirazione di tutta Europa._ Leo andò
dunque più volte a sentir quella musica nel teatro nuovo, predicando,
che i suoi presagi si sarebbero in brieve avverati. L'_Odoardo_ scritto
da Jommelli all'età di 24 anni pel teatro de' Fiorentini ebbe maggior
incontro: la fama cominciò a divulgare il suo nome fra gli esteri, e fu
chiamato in Roma nel 1740, sotto la protezione del cardinale duca di
York. Scrisse ivi il _Ricimero_, e nel seguente anno l'_Astianatte_ pel
teatro di Argentina col più felice successo. Nell'anno stesso chiamato
in Bologna scrisse l'_Ezio_, e mentre colà dimorava non trascurò di
frequentare il P. Martini: giuntovi appena andò egli a ritrovarlo senza
farsi conoscere, pregandolo di ammetterlo tra' suoi scolari. Gli diede
il Martini un soggetto di fuga, e nel vederlo così eccellentemente
eseguito: _Chi siete voi_, gli disse, _che venite a burlarvi di me? anzi
vogl'io apprender da voi._ — _Sono Jommelli, sono il maestro, che deggio
scriver l'opera in questo teatro: imploro la vostra protezione._ Il
severo contrappuntista, _gran fortuna_, rispose, _del teatro di avere un
maestro come voi filosofo; ma gran disgrazia è la vostra di perdervi nel
teatro in mezzo ad una turba d'ignoranti corruttori della musica_.
Jommelli confessava di aver molto appreso da quest'illustre maestro, e
specialmente _l'arte d'uscire da qualunque imbarazzo_, o aridità, _in
cui si fosse ridotto un maestro, e di trovarsi in un nuovo spazioso
campo a ripigliare il cammino, quando si credea, che più non ci fosse
dove andare_. Espressioni sincere, dice il Mattei, che io ho inteso più
volte da lui medesimo, ed egualmente mi confessava, che al Martini
mancava il genio, e che suppliva coll'arte laddove mancava la natura.
Dopo di avere scritto il Jommelli nuovamente in Roma ed in Napoli con
incredibili applausi, fu chiamato in Venezia, ove la sua _Merope_ ebbe
tal riuscita, che quel Governo, per quivi stabilirlo, lo diè per maestro
al _Conservatorio delle figliuole_, per il quale scrisse varj pezzi di
musica sagra, e deesi tra questi rimarcare il _Laudate pueri_ a due cori
di 4 soprani e 4 contralti, la cui esecuzione, dopo quasi 70 anni ch'è
scritto, riempie tuttora di ammirazione, e di diletto e il volgo, e i
dotti; egli è un capo d'opera di espressione e d'armonia. Nel 1749,
scrisse l'_Artaserse_ per l'Argentina in Roma, e l'oratorio della
_Passione_ per il cardinale di York: fu chiamato in quello stesso anno
in Vienna, per scrivervi l'_Achille in Sciro_ e la _Didone_. Fu
incredibile il piacere del Jommelli, che desiderava di abboccarsi col
gran Metastasio, prender lumi da lui, come quegli che co' suoi drammi
avea contribuito a far tant'alto levare la musica. Con lui passò egli
tutto il tempo che dimorò in Vienna, e vantavasi quindi molto più aver
egli appreso dalla conversazione di quel divino poeta, che dalle lezioni
del Feo, del Leo, del Martini. Egli stesso fatti aveva de' buoni studj e
componeva con felicità de' buoni versi. Profittò ancora più dopo alcune
istruzioni del Metastasio, ed ecco come della sua musica della _Didone_,
composta in Vienna, scrisse allora quel gran poeta alla sua principessa
di Belmonte: _Andò in iscena la mia Didone, ornata d'una musica, che
giustamente ha sorpresa ed incantata la corte. È piena di grazia, di
fondo, di novità, di armonia, e sopra tutto di espressione. Tutto parla
sino a' violoni, e a' contrabassi. Io non ho finora in questo genere
inteso cosa, che m'abbia più persuaso._ In un anno e mezzo di sua dimora
in Vienna, Jommelli ebbe più volte l'onore di accompagnare al cembalo
l'Imperatrice M. Teresa, la quale fece levar via lo sgabello
senz'appoggio, e sostituire una sedia per lui: lo colmò di doni, tra'
quali un anello col di lei ritratto guernito di grossi brillanti. Il
gran Lambertini nel 1750 vacando il posto di maestro di S. Pietro, volle
che l'occupasse il Jommelli, a preferenza di tanti bravi concorrenti sì
romani, che esteri: ed egli nel solo spazio di tre anni, dopo i quali
rinunziò a quell'onorevole posto, arricchì di moltissime carte la musica
di chiesa. Può leggersene il lungo catalogo nell'elogio di lui scritto
dal Mattei, a cui ci rimettiamo eziandio per il rimanente delle sue
composizioni da teatro e da chiesa, scritte dopo quell'epoca per le
Corti di Stuttgart, di Madrid, di Lisbona, di Torino e di Napoli. Ma
Napoli questa ingrata patria, Napoli fu l'occasione della morte di sì
grand'uomo. La sua _Ifigenia_ scritta per quel teatro nel 1773, e
pessimamente eseguita in sua assenza, diè campo alla malevolenza e
all'invidia di scagliarsi contro al suo autore come già per vecchiezza
rimbambito e disutile. Il disgusto ch'egli ne risentì, malgrado la sua
filosofica moderazione, gli cagionò un accidente di apoplesia, da cui
non perfettamente rimesso scrisse tuttavia il divino suo _Miserere_
tradotto in versi italiani dal Mattei, a due voci, col solo
accompagnamento di due violini, violetta e basso, capo d'opera
dell'arte, ed immortale come lo _Stabat_ del Pergolese, di cui poteva
veramente vantarsi l'autore: _Exegi monumentum ære perennius... Non
omnis moriar_. Era scorso già un anno, quando un secondo colpo di
apoplesia lo tolse di vita a' 25 agosto del 1774. Fu egli di ottimi
costumi, buon cristiano, buon cittadino, e di una coltura non ordinaria
fra le persone del suo mestiere. In mezzo a' furori dell'invidia, ei non
seppe dir mai una parola contro di alcuno: modesto ne' suoi giudizj,
superiore alla rivalità non negò i dovuti elogj ai gran maestri suoi
contemporanei. Egli era di grande e corpulenta persona; il dot. Burney,
che lo vide ne' suoi viaggi, dice ch'ei singolarmente rassomigliava a
Hendel, ma che era molto più di costui pulito ed amabile. La di lui
musica si distingue per uno stile tutto suo proprio, per una
immaginazione sempre feconda di nuovi concetti sempre lirici, e di voli
veramente pindarici: egli passa da un tuono all'altro d'una maniera
tutta nuova, inaspettata e dottamente irregolare: se pecca alle volte di
troppa arte e difficoltà, _la sua difficoltà è del genere di quella di
Pindaro; non tutti sono in grado di comprender Pindaro e molto meno
d'imitarlo_. Pindaro vola per mezzo alle nubi, chi si fiderà di
seguirlo? _diceva Orazio_. (_Mattei, elog. di Jomm._) Ecco quel che
conciliò al Jommelli gli elogj de' conoscitori e de' filosofi, e gli fè
perdere alle volte quelli del volgo.
JONES (William), musico dei nostri giorni in Londra, ove nel 1786 diè al
pubblico: _Treatise on the art of music, etc._ cioè: _Trattato della
musica, e Corso di lezioni disponenti alla pratica del basso continuo, e
della composizion musicale_ (_V. Monthly Review, 1786_).
JONES (Eduardo), circa 1790, pubblicò in Londra: _Musical and Poetical
Relics etc._ cioè: _Avanzi di musica e di poesia de' poeti del paese di
Galles, conservati o per tradizione, o per i MSS. autentici, che non
sono stati sinora pubblicati_. Quest'opera, di cui si trova una ben
dettagliata analisi nel _Monthly Review_, mese di gennaro 1786, contiene
de' materiali preziosi per l'antica storia della poesia e della musica,
e del paese di Galles, su la quale evvi una particolar dissertazion
dell'A. in fronte dell'opera.
JORISSEN (Gius.), abbiamo di costui una Dissertazione col titolo: _Nova
methodus surdos reddendi audientes_, Halæ 1757; nella quale vi ha molte
osservazioni sulla propagazione del suono per mezzo di materie solide
(_Chladni, Acoust. p. 317_).
JORTIN, dottore in musica a Londra nello scorso secolo, di cui vi ha una
_lettera sulla musica degli antichi Greci_, nella seconda edizione del
saggio di Avison (_V. Burney, Diss._).
JOSQUIN Desprez, in latino _Jodocus Pratensis_, nato nel Belgico circa
1450, è stato riguardato come il più abile maestro dell'antica scuola
fiamminga: ammirato da' suoi contemporanei, servì di modello a' suoi
successori. I didattici del suo secolo e quelli delle generazioni
d'appresso, appoggiarono i precetti loro sulla di lui autorità ed
esempj. _Heyden_, _Glareano_, _Zarlino_, _Artusi_, _Cerone_, _Zacconi_,
_Berardi_, _Bononcini_, e fin anco il _P. Martini_, a' nostri giorni, lo
citano a ciascun foglio: se oggidì non è più alla cognizione che di
pochi eruditi, si è perchè nello spazio di tre secoli, che sono scorsi
dalla di lui morte, la musica ha subito infinite rivoluzioni: perchè
generalmente i musici hanno pochissimo zelo di sapere tutto quel che
riguarda la storia dell'arte loro, e perchè la mancanza di buoni libri
su tale argomento, specialmente nella nostra lingua, ne renderebbe loro
l'istruzion malagevole, quando anche ne avrebbero la voglia. _Forkel_
nella eccellente sua _Storia della musica_ (in tedesco, Lipsia 1790) dà
dei lunghi dettagli intorno a Josquin e le sue composizioni. _Adamida
Bolsena_ dice ch'egli fu nella cappella pontificia al tempo di Sisto IV,
cioè dal 1471 sino al 1484.
I
IBICO, uno de' principali poeti lirici della Grecia, nacque in Messina
da un cittadino di Reggio. Egli, come tutti i poeti di que' tempi, era
ancora eccellente musico. Neante di Cizico ed Euforione presso Ateneo
(_lib. 4, e 14_), affermano ch'egli fu inventore d'un istrumento
triangolare di quattro corde che rendeva un suono acuto, ed a cui si diè
poi il nome di _Sambuca lirofenicia_. Ibico fu ucciso da' ladri in un
bosco della Calabria quattro secoli innanzi l'era volgare. Dicesi che
sorpreso da costoro, e sul punto di essere ucciso, vide egli passare uno
stuolo di grue: _oh cielo!_ sclamò, _voi sole sarete testimoni della mia
morte._ I ladri essendo di poi assisi nel teatro, videro passare alcuni
di questi uccelli, e sovvenendosi delle parole d'Ibico, dissero fra loro
come per ischerno, ecco _le grue d'Ibico_. Il loro detto svegliò negli
astanti la memoria del perduto poeta, ed il sospetto del delitto: i
ladri furono arrestati, esaminati, convinti e condannati, onde restò in
proverbio _le grue di Ibico_, presso a' Greci e a' Latini giureconsulti,
per dinotare una cosa per convincenti indizj manifesta (_Fabric. B. G.
t. 14_).
IPPASO di Metaponte filosofo musico e scolare di Pitagora, fioriva
cinque secoli prima innanzi l'era cristiana. Teone di Smirna (_cap. 12,
Harmon._) narra ch'egli, e Laso d'Ermione ritrovarono gl'intervalli del
loro maestro col porre or più, or meno d'acqua in diversi bicchieri, e
formando così il diapason, il diatessaron ec. (_V. Requen. t. 1, p.
174_). Più conforme al vero è forse però l'altra invenzione dello stesso
Ippaso, che ci viene narrata da uno scoliaste di Platone in un frammento
pubblicato recentemente dal Morelli (_Ex Bibl. Ven. D. Marci præf._).
Prendeva egli quattro piatti di bronzo del medesimo diametro, ma di
grossezza diversa, sicchè il primo forse sesquiterzo del secondo,
sesquialtero del terzo, e doppio del quarto, battendo questi quattro
piatti formava una sinfonia, o accordo. Questi ed altri fatti degli
antichi, fanno vedere quanto grossolanamente eglino pensassero nella
parte acustica, e come opinassero su le armoniche proporzioni.
IRHOV (Gugl.), nel 1728 pubblicò a Leyde _Conjectanea in Psalmorum
titulos_, in 4º. In questo trattato intraprende a provare che la musica
artificiale non deriva da' Greci; ma da' popoli Orientali, e
principalmente dagli Ebrei o Caldei: che da quest'ultimi l'apprese
Pitagora, e ci vengono i più antichi nomi dei musicali istromenti.
ISOUARD (Nicolò), nato in Malta circa 1775, di una ricca e distinta
famiglia, fece i suoi primi studj in Parigi del latino, del disegno, e
delle matematiche, e da M. Pin apprese a sonare il forte-piano, ma
scoppiata essendo la rivoluzione, lasciò Parigi nel 1790, e tornò in
Malta. Suo padre lo applicò allora al commercio, ma il suo gusto
naturale, e le buone accoglienze che gli venivano fatte nelle compagnie
per la sua abilità sul cembalo, lo impegnarono a proseguire i suoi studj
di musica; Vella e Azopardi, noto pel suo trattato di composizione
furono quivi i suoi maestri. Da Malta passò in Palermo alcuni anni, come
giovane di banco presso il Sig. Mattei negoziante; nelle sue ore d'ozio
continuava i suoi studj sotto la direzione del Sig. Amendola valente
maestro palermitano, e allora fu che ebbi l'onore di conoscerlo, e
sentirlo sonar più volte. Quindi si rese egli in Napoli presso Cutler ed
Heigelin, negozianti tedeschi, ma non ostante la perseveranza dei suoi
parenti a dirigerlo verso il commercio, il suo irresistibil pendio alla
musica fecegli compire questi studj in quella città sotto il cel. Sala.
Mediante la principessa di Belmonte, a cui era stato raccomandato,
ottenne dal gran Guglielmi, che colà allora ritrovavasi, alcuni consigli
per applicare alla composizione drammatica le cognizioni da lui
acquistate sotto i maestri di contrappunto. La brama di farsi un nome
nella musica lo decise allora, malgrado il volere de' suoi parenti, ad
abbandonar il commercio per seguir senz'ostacolo la nuova carriera, alla
quale destinavasi. Passò in Firenze, e vi scrisse la sua prima opera
l'_Avviso ai maritati_, il cui prodigioso successo vie più il confermò
nella sua risoluzione, solo, per non opporsi al padre, prese il partito
di dare in appresso tutte le sue opere musicali sotto il nome di
_Nicolò_, che gli è rimasto e sotto il quale è generalmente conosciuto.
Il gran maestro dell'ordine di Malta Rohan sentito avendone i successi,
lo richiamò presso di se, e dopo la morte di San Martino lo nominò
maestro di cappella dell'ordine, impiego ch'egli esercitò sino
all'arrivo de' Francesi. L'ordine essendo stato abolito in quell'epoca,
il gen. Vaubois, che avevalo conosciuto e mostrato avevagli particolar
benevolenza, lo condusse seco a Parigi come suo secretario. Sia per
seguire il suo proprio gusto, sia per rendersi utile alla sua numerosa
famiglia emigrata seco da Malta, si risolse a darsi interamente alla
scena francese, e ne studiò i modelli nelle partiture di Monsigny, e di
Gretry, di cui ammirava i capi d'opera. Egli riconosce l'acquisto delle
cognizioni nell'arte di applicare la musica alla poesia drammatica,
all'intima unione ch'egli ha fatta con M. Hoffman, ed a' consigli di
quest'illustre letterato. Egli aveva scritto in Malta messe, salmi e
mottetti per la cappella di S. Giovanni, e otto diverse cantate composte
d'ordine di S. A. E. il gran maestro Rohan: più opere in Italia per i
teatri di Firenze, di Livorno, ec. e dal 1802 sino al 1811 molte opere
in Francia, di cui la più parte ha ottenuto il più gran successo.
Possiede in oltre al più alto grado l'arte di sonar il piano-forte, e
l'organo, come ancora l'armonica e molti altri strumenti.
IUNKER (Carlo-Luigi), nato a Æringen, fu prima precettore nel
_Filantropino_ di Heidesheim, e dopo il 1779 cappellano della corte a
Kirchberg. Egli si è reso illustre per molte opere di teoria e di
pratica e di storia musicale. Nel 1776, diè al pubblicò in lingua
tedesca la _Biografia di 20 compositori_; nel 1777, _Un Abbozzo o Saggio
di musica, in 8º_. Nel 1778 _Considerazioni sulla Pittura, sulla Musica
e la Scultura, in 8º._ Nel 1782 _Alcuni principali doveri di un Maestro
di Cappella, o direttor di musica, in 12º_. Nel 1786, _Sul pregio della
Musica_. Oltracciò nelle _Mizzellaneen artistichen ec._ ossia
_Miscellanee di alcuni soggetti d'arte di Meusel_ vi ha di lui una
_Dissertazione sulla musica vocale_, tom. V; Nel Museo per gli artisti
del medesimo autore, _Osservazioni sull'arte musica in un viaggio da
Augusta a Monaco_, pag. 20; _Osservazioni ec. in un viaggio a
Ludwisburgo e Stutgart_, pag. 69; _Della ricompensa dell'Arte_, p. 3;
_Notizie di Giov. Marziale Greiner_, p. 25; _Giovani musici del nostro
tempo_, p. 27; _Registro delle belle cappelle in Monaco_, p. 31 in
lingua tedesca. Tra le sue composizioni vi sono impressi _due Concerti
per il forte-piano, con accompagnamento, ed alcune fantasie per lo
stesso instromento_.
K
KAHLER (Martino), Dott. in medicina della R. accademia svedese, negli
Atti della quale trovasi un di lui _Trattato sulla malattia detta il
ballo di s. Vito, e sulla maniera di guarirla per mezzo della musica_.
Egli racconta di essere stato nella Puglia l'anno 1756, di avere
osservato esattissimamente questa malattia, e prova che essa non deriva
già dal morso della tarantola, ma di una specie d'ipocondria ed isterìa
propria degli abitanti del golfo di Taranto. Egli dà la storia di tal
malattia, che dura spesse volte due e anche tre anni o più: che in una
data stagione, e principalmente nel giugno chi ne è affetto, risente più
forti i sintomi della medesima: che cade allora nell'animo suo ch'egli
sia stato morso dalla tarantola, ed è opinione comune non potersi questo
male guarire se non colla musica: probabilmente, dice l'A., perchè
Galeno l'adoperò già come rimedio contro il morso delle vipere,
scorpioni ec. Viene dunque un sonatore: l'infermo comincia a far le
battute, poi v'aggiunge urla e strida, e si mette finalmente a ballare.
Quanto più inveterata e grave è la malattia, tanto più dura il ballo, e
delle volte per due ore continue. Se il musico falla un tuono, il
ballatore manda un grido fierissimo ed assume un aspetto orrendo. D'indi
in poi, l'ammalato dee per tre giorni ballare ogni dopo pranzo, e a ciò
lo muove una certa musica particolare. Se finiti i tre giorni non sente
più sì fatto bisogno, egli è libero d'ogni incomodo, e sta benissimo di
salute per un anno intiero: tornata poi la stagione, ricomincia la
stessa pratica. Sono cotesti musici per lo più medici giurati.
Soggiornando il D. Kahler a Taranto fece venire a se due del paese onde
imparare tal musica. Una fanciulla, la quale non si seppe mai se fosse
ammalata, passò a caso per quella stanza, e tosto sentiti quei suoni si
diede a ballare tre intieri quarti d'ora. Possono vedersi le ragioni
dell'A. in quel suo trattato, o presso quello _Dell'influenza della
musica_ ec. del D. Lichtenthal p. 54, per provare che non è se non
pregiudizio, l'attribuire tutti questi sintomi al morso della tarantola,
e che siano piuttosto gli effetti d'una particolare specie d'ipocondria,
a guarir della quale giova molto la musica.
KAISER (P. L.). Nato a Francfort, viaggiò per due volte in Italia per
apprendervi il buon gusto della musica: nel 1784 vi si fece distinguere
per la squisitezza della sua maniera nel sonare il forte-piano, e delle
sue composizioni, nelle quali riconoscevasi facilmente lo stile di
Gluck, che egli prese ad imitare. Stabilitosi quindi a Winterthur nella
Svizzera, sino al 1790 pubblicò colà _Canzoni allemanne con melodie.
Omaggio al ritratto del Gluck_, nel Mercurio allemanno del 1786; _Due
sonate in sinfonie pel cembalo, con accompagnamento di un violino e due
corni_, Zurigo 1784. ec.
KALKBRENNER (Cristiano), nato a Munden nel 1755, dall'età di 14 anni
diessi esclusivamente allo studio della musica sotto il cel. Emmanu.
Bach, tra' di cui numerosi allievi si distinse al segno di esser
ricevuto ancor assai giovane nella cappella dell'elettore di
Hassia-Cassel. Dominato da una focosa immaginazione, e divorato
principalmente dalla nobile ambizione di accrescere le sue cognizioni
musicali, si rese alla corte di Berlino, ove la regina e 'l principe
Arrigo, fratello del gran Federico, gli affidarono la direzione del
teatro francese, per cui compose egli moltissime opere con incredibil
successo. Nel 1796, percorse alcuni circoli della Germania, e come da
gran tempo lo bramava, viaggiò ancora per l'Italia e quindi si rese in
Francia. Parigi divenne il termine de' suoi viaggi e de' suoi successi.
Ricevuto poco dopo all'Accademia imperiale di musica, vi scrisse diverse
opere in musica. Egli morì li 10 agosto 1806, di sua età 51. Possedeva a
fondo la teoria dell'arte, e pubblicò primamente in Berlino: _Traité de
accompagnement_: _Traité de la fugue et du Contrepoint, d'apres le
sisteme de Richter_, in Parigi: opera mediocre, che può riguardarsi come
un ristretto di quella di Fux. Vi ha di lui in oltre: _Histoire de la
Musique, in 2 volu. in 8.º, a Paris 1802_. L'autore, benchè tedesco,
l'ha scritta in lingua francese non ispregevole: ella è piena di
ricerche curiose, ma l'A. non ebbe il tempo di terminarla: vi si
desidera la porzione più interessante, quella cioè che da Guido d'Arezzo
si estende sino a' nostri tempi. Nella storia della musica dei Greci
l'A. non si allontana in oltre da' comuni pregiudizj. _Federico
Kalkbrenner_ suo figliuolo nato nel 1784, è riguardato in Parigi come
uno de' migliori allievi di M. Adam sul forte-piano, di cui vi sono
impressi concerti, capricci e sonate a quattro mani pregiatissime, e
alcuni drammi in musica.
KAUSCH (Giov. Gius.), dottore in Filosofia e in medicina, nato a
Loewenberg nel 1751, è autore d'una Dissertazione molto interessante
intitolata: _Psychol. Abhandlung etc._ cioè: _Riflessioni psicologiche
sull'influenza de' suoni, e particolarmente della musica sulle affezioni
dell'anima_, a Breslavia 1782, ed un'altra _Sullo scopo immediato delle
belle arti, in 8º_.
KEEBLE (John), organista della chiesa di S. Giorgio in Londra, dopo il
1759, era allievo del cel. Pepusch, quel gran partigiano della musica
greca. Keeble adottò il sentimento del maestro, e l'ha sviluppato in
un'opera assai ben scritta, che fu impressa in Londra nel 1784, col
titolo: _The theory of harmonics; or an illustration of the Grecian
harmonica, in two parts. Teoria della musica, o spiegazione di quella
dei Greci, 2 vol._ Nel 1º tomo tratta dell'armonia secondo i principj
del preteso Euclide, d'Aristosseno e di Bacchio il seniore, nel 2º vol.,
dell'armonia, ch'egli stabilisce su i principj della ragione (_V.
Monthly Review 1785_).