CASTEL (Luigi Bertrando), geometra e filosofo nato a Montpellier nel

1688, fecesi gesuita nel 1703. Fattosi conoscere da Fontenelle e dal p.

Tournemine per alcuni abbozzi, che annunziavano i più gran successi,

costoro il chiamarono dalla provincia nella Capitale nel 1720, e

sostenne quivi l'idea che i suoi Saggi dato avevan di lui. La sua

_Mattematica universale_ nel 1728, in 4º, fu applaudita in Inghilterra e

in Francia; la società reale di Londra aprì le sue porte all'autore. Il

suo _Clavecin oculaire_, di cui annunziò il progetto sino dal 1725, e ne

sviluppò tutta la teoria all'ill. Presidente de Montesquieu ne' sei

ultimi volumi del giornale di Trevoux del 1735, servì a far conoscere la

tempra del suo spirito naturalmente facile e fecondo nell'inventare.

Egli fu trasportato dalla vivacità di sua immaginazione, e passò la più

parte di sua vita nell'esercizio quasi meccanico del suo _Clavicembalo

oculare_, progetto che fece allora gran rumore, ma fu ben tosto messo in

oblio qual progetto bizzarro e impossibile ad eseguirsi: “Non vi ha

sorta alcuna di assurdità (dice su questo proposito il ginevrino

filosofo) a cui le osservazioni fisiche non abbian dato luogo nella

considerazione delle belle arti. Nell'analisi del suono si sono trovati

i medesimi rapporti che in quelli della luce. Ben tosto si è

spiritosamente abbracciata cotesta analogia, senza imbarazzarsi

dell'esperienza e della ragione. Lo spirito di sistema ha confuso tutto,

e in mancanza di saper dipingere all'orecchie, si è pensato di cantare

agl'occhi. Io ho visto quel famoso clavicembalo, sul quale pretendevasi

far della musica per mezzo de' colori; ma ciò era lo stesso che mal

conoscere le operazioni della natura nel non iscorgere, che l'effetto

de' colori consiste nella loro permanenza, e quello de' suoni nella loro

successione”. (_V. Essai sur l'origine des langues cap. 16._) Il padre

Castel non proponeva da principio i suoi sistemi che come ipotesi: ma

poco a poco egli credeva di venire a capo di realizzarli: Montesquieu lo

chiamava _l'arlequin de la philosophie_. Bisogna non per tanto

convenire, che questa chimera del suo clavicembalo ha prodotto delle

scoverte utili (_Veggasi quì l'articolo del p. la Borde_). Sarà anche

utile il leggere quel che ne ha scritto l'ab. Arteaga, nell'indicare

l'analogia e la relazione tra i colori e i tuoni musicali secondo i

principj del Newton e del Mairan, benchè convenga poi che

nell'esecuzione il Gesuita mostrò più ingegno che giudizio (_V. tom. 1

delle rivoluz. in not. p. 10._) Il p. Castel morì in Parigi nel 1757. Se

gli attribuiscono due lettere contro la lettera di Rousseau su la musica

francese scritte a nome di un accademico di Bordeaux, e pubblicate nel

1754, a Parigi in 12º. Abbiamo ancora di lui: _Dissertation

philosophique et littéraire?, où par les vrais principes de la

geometrie, on recherche si les regles des arts sont fixes ou

arbitraires_, 1738, in 12º. In questa dissertazione il p. Castel, per

farsi vie meglio intendere, applica i suoi principj alla Musica; e

scelse tanto più volentieri quest'arte, in quanto non compose egli la

surriferita dissertazione se non in occasione di alcune conferenze avute

con Rameau: vi si trovano delle buone osservazioni su la maniera di usar

le regole, e quando il gusto ed il genio ci obbligano a trasgredirle.

Dicesi inoltre che il Rameau si sia servito del p. Castel, perchè

raffazzonasse le sue opere di teoria musicale, ove effettivamente si

scorge una certa tintura geometrica, di cui non era capace l'artista.

CASTILLON (Mr. du), della real accademia di Berlino, autore di una

Memoria _sur les flûtes des Anciens_, letta nella pubblica adunanza di

Gennaro 1774. Egli fa precedere una notizia di molti autori che hanno

trattato dello stesso argomento, benchè con poco buon esito, tali sono

stati un Tanneguy Le Fèvre, quel letterato così celebre per le belle

opere e per la dotta figlia ch'ei diè alle lettere; tale un Bartholin e

più altri: e ciò per avere scritto di un'arte, di cui eglino eran poco

intendenti. _Ma siete voi Musico?_ Se io rispondessi, egli dice, che

nella mia gioventù le mie dita impararono con arte il manico di un

violino, e la tastatura di un cembalo, mi si replicherebbe senza dubbio

che un cembalo ed un violino non sono un flauto. Dirò adunque che io non

sono stato costretto di andar molto lungi per trovare un pò di

letteratura unita alla teoria della musica ed alla pratica del flauto.

L'autore procura di provare che gli antichi non avevano che delle spezie

d'oboè, cioè di Flauti che risonavano per via di linguette; che questi

flauti erano di due sorti, l'una avente la linguetta a scoverto, come

nei nostri oboè; l'altra con la linguetta occulta, presso a poco come

nelle trombette dei ragazzi. Questa _Memoria_ vien terminata con la

spiegazione di alcuni passaggi degli Antichi, e con alcune riflessioni

sopra diverse parti degli flauti degli antichi, e sopra i differenti

nomi dati a questi flauti, nomi che spesso non sono che degli epiteti

poetici (_V. Tom. 30 des Mem. de l'Acad. de Berlin 1774._).

CASTRO DE GISTAU (Salvadore), d'una nobil famiglia aragonese, nacque in

Madrid nel 1770. Come la più parte de' spagnuoli, egli sonava sin da

ragazzo la chitarra. Questo passatempo nazionale sviluppò il suo gusto

particolare per la musica, che in breve tempo lo mise nel numero degli

amatori ricercati nella società. Fornito d'una viva fantasia, si avvide

che la chitarra poteva pretendere ad altri vantaggi oltre a quelli di

accompagnare il canto degli amanti spagnuoli: fecene adunque uno studio

particolare, e applicossi a quello dell'armonia e della composizione,

senza voler sortire dalla classe degli amatori. Un talento così ben

formato non tardò a farlo ricercare in tutti i circoli, ove gli artisti

ragionavano de' suoi successi, ma Mr. Castro, come lo ha scritto Mr. de

Boufflers (_pag. 479 del Mercurio di Francia del mese di giugno 1809_),

sapeva, che i più piccoli appartamenti si convengono alla chitarra; che

essa non vi fa mai più chiasso di quello che se le domanda; e che con la

voce la meno forte fa le veci d'un'amica modesta, sempre attenta a dar

risalto alla sua amica, senza pretendere di rivolgere a se l'attenzione.

Conoscendo dunque tutto il merito di tale istrumento, e scegliendo

giudiziosamente i luoghi ove può far meglio intenderla, Mr. Castro non ha

mai avuta pretenzione che quella di non farsi sentire se non in un

salone della famiglia, o nel modesto asilo dell'amicizia. Ciò non

ostante, l'incantatrice sua maniera di sonarla lo ha fatto desiderar per

ogni dove, e specialmente in quei luoghi, come in Francia, ove i

successi della chitarra si limitavano a darle la riputazione di uno

strumento ingrato. A lui deve quest'istrumento il diritto a nuovi

titoli, che con la sua abilità gli ha acquistati: giunto appena in

Francia, la musica contò realmente un istrumento di più. Invitato a

farlo sentire a Bayonne in un concerto, egli vi eseguì a solo differenti

pezzi, che servirono di misura del suo gusto e del suo talento. Questo

successo gli preparò la più favorevole accoglienza in Parigi, dove si è

stabilito, e dove vien ricercato dalla miglior compagnia: egli vi ha

avuto degli illustri scolari. La premura di piacere a tutti avevagli

fatto comporre e pubblicare un giornale di chitarra. Quest'opera ha il

singolar merito di dare in ciascun numero un pezzo spagnuolo, un

italiano, un altro di canto dell'una e dell'altra lingua con

accompagnamento, e un pezzo di chitarra, ma scelti sempre nelle

composizioni che meglio caratterizzano il gusto particolare di ciascuna

delle due nazioni, e che vie più si risentono delle abitudini e de'

costumi del paese. Mr. Castro non limita i suoi travagli alla

pubblicazione del suo Giornale: egli prosiegue quelli della

composizione. Le sue opere hanno un carattere d'originalità ben marcata,

che le faranno ricercar sempre da quegli, i quali amano che la musica

esprima bene i sentimenti che ella dee dipingere; e Mr. Castro si mostra

da dovvero dipintore, nello scrivere un accompagnamento o dei temi,

ch'egli sviluppa con tutta la grazia che risiede nella sua feconda

immaginazione.

CASTRO (Rodrico de), medico giudeo nel Portogallo, fece i suoi studj in

Salamanca, e vi si distinse talmente con la sua assiduità e le sue

cognizioni, che ottenne la dignità di dottore. Verso il 1594, egli si

stabilì ad Hambourg: esercitò quivi l'arte sua con molto successo sino

al 1627, in cui morì alli 20 di giugno. Oltre a molte opere, egli

pubblicò nel 1614 a Hambourg, il suo _Medicus politicus_, il di cui

capitolo decimo quarto del quarto libro tratta dell'utilità della musica

nella cura delle malattie.

CATALANI (la Signora), celebre cantatrice italiana attualmente in

Inghilterra, brillò grandemente nel 1807, nei concerti di Parigi. Niuna

l'uguaglia nelle arie di bravura, ma lascia molto a desiderare dalla

parte dell'espressione.

CATALISANO (Il P. Gennaro), nato in Palermo da un padre maestro di

musica bravo contrappuntista, ma di poco gusto nelle sue composizioni:

da costui apprese egli i primi elementi di quest'arte, ma entrato quindi

nell'ordine dei Minimi, dopo quivi compito il corso de' studj, si diede

intieramente a quello della musica. Portatosi in Roma divenne maestro di

cappella della chiesa nazionale di sant'Andrea delle Fratte del suo

ordine, e quivi pubblicò per le stampe una _Grammatica Armonica

Fisico-matematica ragionata su i veri principj fondamentali

teorico-pratici_, Roma 1781, in 4º con varj esempj e figure in rame.

L'autore suppone i suoi proseliti iniziati nelle mattematiche, o almeno

istruiti del libro quinto di Euclide. Quindi prende egli cominciamento

da quanto appartiene alla musica, rimettendo al fine le matematiche

nozioni. Cinque capitoli abbraccia l'opera, tre appartenenti al musicale

sistema, e due relativi alla matematica. Nel primo capitolo tratta della

generazione delle consonanze e delle dissonanze in forza delle

proporzioni armonica, aritmetica e geometrica, e de' fenomeni

fisico-armonici. Si riserba però a spiegare nell'ultimo capo le

proporzioni matematiche. Nel cap. secondo tratta de' precetti

particolari dell'armonia, e della maniera di comporre a più parti. Nel

cap. terzo spiega i noti artifizj dell'imitazione, del canone e della

fuga. Nel capitolo quarto tutto si occupa in trovare dati numeri un

mezzo geometrico, aritmetico ed armonico. Nel quinto s'ingolfa

nell'immenso mare delle proporzioni numeriche. Leggiadria di stile,

colta favella, chiarezza e precisione d'idee, buon metodo, tutto è da

desiderarsi in quest'opera. Lo spirito dell'autore agghiaccia quello de'

suoi lettori; invano vi cercherebber eglino di che trarre il loro

profitto. Senza gusto, senza genio, per la teoria egli copia Mersenne,

Rameau e alcun altro più usato: per la pratica dice quel che altri ne

hanno già detto e nulla più. Tale in somma è il suo libro, che poche

persone a mio credere, aver potranno la pazienza di leggerlo; nè l'avrei

avuta io stesso, se non portasse in fronte l'approvazione di sommi

uomini, come un Jacquier suo confratello e di gran nome fra'

mattematici, un Sabbatini illustre fra' scrittori didattici di

quest'arte, ed alcuni altri. Con queste lettere di raccomandigia può

viaggiar quanto vuole il suo libro, ma difficilmente troverà ricapito

presso gl'intendenti e gli uomini di gusto; lungi dal poter ritrarne la

gioventù studiosa dell'armonia una chiara ed utile istruzione. Il pad.

Catalisano morì in Palermo nel 1793, poco meno che sessagenario.

CATEL (Mr.), nato a Parigi nel 1770, allievo di Gossec e professore

d'armonia e di accompagnamento nel Conservatorio, ha composto un gran

numero di opere musicali in differenti generi; ma quel che gli ha fatto

maggior nome si è il _Trattato d'armonia_, che ha pubblicato nel 1802,

adottato dai direttori del Conservatorio per servire all'istruzione.

“Questo Trattato, dice M. Choron (_dans la préfac. aux Princip. de

composit._), contiene una teoria della scienza armonica, che da alcun

tempo in quà, ha fissato l'attenzione degli artisti, e che non può far a

meno di non divenire classica. Essa consiste a non considerar come

accordi propriamente detti se non quelli, che non hanno bisogno di

preparazione alcuna. M. Catel gli chiama accordi naturali, il loro

impiego dà l'armonia naturale. L'armonia artifiziale si deduce da

questa, mediante il ritardo di una o più parti, che si prolungano su gli

accordi seguenti. Questa teoria è straordinariamente semplice e

luminosa, e mi è stata sommamente utile.” Quest'idea propriamente

parlando, è un'estensione di quel principio del contrappunto, che la

dissonanza non è se non la prolungazione della consonanza; ma applicato

alla scienza degli accordi, ne ha fatto in certo modo una scienza

dell'intutto nuova. Noi ignoriamo se questa teoria appartenga in

proprietà a M. Catel, o pur la debba alla scuola d'onde è sortito; ma

essendo stato egli il primo ad enunciarla d'una positiva maniera, deesi

a lui appartenere l'onor dell'invenzione. Mr. Choron ha aggiunto alcune

nuove ed interessanti considerazioni sopra questa materia ne' suoi

_Principes de harmonie et d'accompagnament à l'usage des jeunes élèves_.

Le composizioni di Mr. Catel consistono in una massima quantità di musica

istrumentale, sinfonie, concerti ec. e in tre drammi: la _Semiramide_,

l'_Albergo di Bagneres_ e gli _Artisti per occasione_. De' due primi

possono leggersene i saggi ed il giudizio nel libro intitolato: _Rapport

et discussions pour les prix dècennaux_, Paris 1810 in 4º.

CAVALIERI (Bonaventura) nacque in Milano nel 1598, e giovanetto entrò

ne' gesuiti (non nell'ordine de' gesuati, come dicono alcuni dizionarj,

che più allora non esisteva). Fu celebre mattematico del suo tempo,

della quale scienza fu professore primario nell'università di Bologna

fin dal 1629. Morì di podagra nel 1647. Egli era stato discepolo del

Galileo, e fu sommamente amato da tutti i letterati ed intimo amico di

Castelli, Torricelli e dello stesso Galileo, che nelle opere sue

grandemente lo loda. Tra le altre sue opere è molto stimata quella che

ha per titolo: _Centuria di varj problemi per dimostrare l'uso e la

facilità de' Logaritmi nella Gnomonica, Astronomia, Geografia ec.,

toccandosi anche qualche cosa della Meccanica, arte militare e Musica_,

Bologna 1639, in 12º. Il dotto ab. Frisi ha scritto un erudito elogio

del Cavalieri, Milano 1778, in 8º, in cui lo difende contro alcuni

attacchi del Montucla.

CAVALIERE (Emilio del), celebre compositore del sec. 16º, nato in Roma,

si conta fra quegli che cercarono i primi di levar l'arte in Italia. La

corte di Firenze vi contribuì moltissimo nominandolo nel 1570, al posto

di maestro di cappella. Egli fu il primo a tentar l'impresa nel genere

delle rappresentazioni teatrali scegliendo il più semplice della

pastorale, e due componimenti di questa specie intitolati _la

Disperazione di Sileno_, ed _il Satiro_, lavorati da Laura Giudiccioni

dama lucchese, mise egli sotto le note fin dall'anno 1590. Ma non

essendo fornito abbastanza di quel talento, nè di quella cognizione

della musica antica, che bisognava per così gran novità, e ignorando

l'arte d'accommodar la musica alle parole nel recitativo, altro non fece

che trasferir alle sue composizioni gli echi, i rovescj, le ripetizioni,

i passaggi lunghissimi e mille altri pesanti artifizj, che allora nella

musica madrigalesca italiana fiorivano; onde mal a proposito, dice l'ab.

Arteaga, è stato costui annoverato fra gli inventori del melodramma da

quegli Eruditi, che non avendo mai vedute le opere sue, hanno creduto

che bastasse a dargli questo titolo l'aver in qualunque maniera messo in

musica alcune poesie teatrali. Quel ch'è certo si è, secondo Burney, che

il suo Oratorio _Anima e corpo_ è il primo dramma religioso ove il

dialogo si trova in forma di recitativo, e fu rappresentato in Roma nel

mese di febbrajo dell'anno 1600.

CAVALLI (Francesco), veneziano, è uno dei primi che abbiano composto in

Venezia delle grandi opere drammatiche. Egli era maestro di cappella

della chiesa di san Marco. Nel 1637, cominciò a faticar pel teatro, e

continuò, per più di trent'anni, ad arricchirlo di buone opere, tali

sono _le Nozze di Teti e di Peleo_, nel 1639, _la Didone_ nel 1641, _il

Romolo ed il Remo_ nel 1645, _l'Elena rapita da Teseo_ nel 1653,

_Scipione Africano_ nel 1654, _Pompeo_ nel 1666, ec. ec. Scheibe, che

possedeva l'originale di una di queste opere, dice in una nota del suo

_Musico critico_: “Egli è stato eccellente nel suo tempo; i suoi

recitativi sorpassano tutto quello che ho visto d'un Italiano in questo

genere. Egli era ardito, nuovo, pieno di espressione, ei sembra essere

il primo che per esprimere certe passioni, si è servito della mutazione

del genere di tuono. Gl'Italiani, più che oggidì, dovevano allora aver

fatto stima della diversità delle voci, poichè si trovano in questo

delle voci di tenore e di basso ec.” Il cav. Planelli assicura in oltre

nel suo _Trattato dell'opera in musica_, che “l'opera _Giasone_ del

Cavalli è la prima dove si trovi alla fine di alcune scene, la parola

_Aria_ in fronte dei pezzi staccati, ne' quali signoreggiavano sì il

canto, come gl'istromenti, e che prima di lui, le opere erano

interamente formate di un serio recitativo, cui sostenevano

gl'istrumenti ed alcuna volta interrompevano”. Presso Baglioni, _cose

notabili della città di Venezia_, trovansi eziandio due passaggi, in cui

l'autore rende giustizia ai gran talenti del Cavalli. Il primo, p. 206,

dice così: “Per le sue dilettevoli composizioni fu chiamato alla corte

di Francia, alla corte di Baviera, dove diede gran saggi della sua

virtù”. Il secondo alla pag. 208, è come siegue: “Francesco Cavalli

veramente in Italia non ha pari, e per isquisitezza del suo canto e per

valore del suono dell'organo, e per le rare di lui composizioni, le

quali in stampa fanno fede del di lui valore”. La lista delle costui

opere finisce all'anno 1666, ma troviamo che Giovan Fil. Krieger

l'incontrò ancor vivente in Venezia nel 1672, e profittò delle sue

lezioni per perfezionarsi nella sua arte. (_V. Flor. della poes. e della

mus., e Marpurg Beytræge, t. II._)

CAYLUS (Anna-Claudio-Fil. conte di), nato nel 1692 e morto a Parigi nel

1765, celebre viaggiatore ed antiquario. Dopo lunghi viaggi in

Costantinopoli ed alle rovine di Troja tornò in Francia nel 1717, e andò

due volte in Londra. Divenuto sedentario, non fu nel suo riposo perciò

meno attivo, occupossi della musica, del disegno e della pittura. In più

di quaranta dissertazioni lette da lui all'Accademia le arti e le

lettere danno uno scambievole soccorso allo scrittore; tra gli scritti

da lui pubblicati alcuni ve n'ha sulla _Musica degli Antichi_, sul quale

argomento aveva a lui diretta un'eruditissima lettera il suo amico l'ab.

d'Arnaud. Il suo epitafio composto da Diderot è singolare: _Ci-gît un

antiquaire, acariâtre et brusque: — Oh! qu'il est bien logé dans cette

crache etrusque_: “Quì giace un antiquario un pò ritroso e brusco: — Oh

quanto ei bene alloggia in quel vecchio vaso etrusco.”

CAZA (Francesco), uno de' letterati italiani del quindicesimo secolo che

co' loro scritti diedero opera al rinnovamento della musica. Egli è

autore di un Trattato _sul Canto figurato_: fan di lui menzione

l'Arteaga (_tom. 1, p. 196_) e 'l Bettinelli (_Risorgim. d'Ital. tom.

II, p. 157, not. 6._)

CELIO AURELIANO, antico medico Africano, secondo il Reinesio, fioriva

verso il quinto secolo dell'era volgare. Nei suoi cinque libri

_Tardarum passionum_, ossia _delle malattie croniche_ tratta egli

dell'applicazione della musica alla medicina come antichissima, e

riferisce che Pitagora si fu il primo, che l'abbia impiegata apertamente

per guarire le malattie. Egli inoltre dice di avere osservati i buoni

effetti della musica nell'ischiade, e che quando si cantava o suonava

sopra le parti dolorose, saltellavano palpitando, e si allentavano e si

ammollivano a misura che svanivano i dolori. (_V. Lichtenthal p. 62, e

Fabric. Bibl. lat. t. 2, L. IV, c. 12._)

CELESTINO, maestro di concerto nella cappella del duca di Meklenbourg

Schwerin dopo il 1781, era uno de' più grandi violinisti de' nostri

giorni. Wolf nel suo viaggio parlando di lui, dice così: “Per giudicare

del carattere di un pezzo di musica non gli abbisogna che un solo colpo

d'occhio su lo spartito; egli suona con precisione in tutti i tuoni con

la più pura intonazione.” Nel 1770 viveva in Roma, dove Burney il

conobbe come sonatore principale degli _a solo_ in quella patria della

musica. Vi sono di lui de' pezzi per il canto manoscritti, ed oltre a

ciò si sono pubblicati a Berlino nel 1786 due trio per violini e

violoncello di sua composizione.

CERF DE LA VIEUVILLE (Gio. Lorenzo), guardasigilli del parlamento di

Normandia, nato a Rouen morì ivi nel 1717 nel fiore de' suoi giorni che

si abbreviò, per quanto si crede, coll'eccessivo travaglio. Di lui si ha

una _Comparazione tra la musica italiana e la musica francese contro il

parallelo degli Italiani e de' Francesi_, in 12º. Lo stile dell'opera di

Cerf, sparso di aneddoti sul dramma francese, è vivissimo, e l'autore fa

ogni sforzo per veder di sostenere l'onor della patria, con ardor non

minore di quello siasi mostrato di poi in contrario dal cel. Rousseau,

che anch'egli preferisce di gran lunga la musica italiana. L'abbate

Raguenet era quegli che aveva attaccata la musica francese, ed esaltata

l'italiana; e a dir vero, bisogna esser privi di orecchio ed avere

sconcertati i sensi per non convenir seco di parere e di gusto. Ciò non

ostante il Cerf volle sostenere il suo paradosso armonico, e pubblicò in

difesa del medesimo _altri due libri_. Il medico André, che allora era

associato al _Giornale degli Eruditi_ pose in ridicolo questi due libri

dopo aver parlato con molta lode di quello dell'abb. Raguenet. Cerf,

piccato al vivo, rispose con un opuscolo intitolato: l'_Arte di

screditare ciò che non s'intende, ovvero, il Medico Musico_;

libricciuolo pieno di tutta l'acrimonia, che ne promette il titolo

stesso. Diceva Fontenelle, che se alcuno per estrema vivacità e

sensibilità aveva meritato il nome di pazzo perfetto, e di pazzo di

testa e di cuore, questi era la Vieuville. Ma siccome la follia esclude

la ragione e non l'ingegno, le Cerf ne aveva molto, ed anzi tanto che

non aveva poi senso comune.

CERONE (Pietro), autore classico di musica, come lo chiama il Requeno,

avvengacchè per isbaglio lo dica di sua nazione, cioè Spagnuolo, forse

perchè in tal linguaggio scrisse costui la sua opera (_V. Saggi tom. II,

pag. 388._) Egli era di Bergamo, e fioriva sulla fine del 16º secolo e

su i principj del seguente. La musica era allora caricata dalle tante

difficili inezie, che poteva paragonarsi agli anagrammi, ai logogrifi,

agli acrostici, alle paranomasie e simili scioccherie, ch'erano in voga

presso a' poeti dell'antiscorso secolo: queste e più altre fantasie

chiamavansi _enimmi del canto_ con vocabolo assai bene adatto. Chi

volesse sapere più alla distesa a quali strani ghiribizzi si conducevano

in que' tempi i musici, vegga il libro XXII, della dottissima benchè

prolissa opera di Pietro Cerone, intitolata: _El Melopeo y Maestro,

Tractado de musica theorica y pratica_, Napoles 1613, in fol., nella

quale saggiamente intraprende egli la riforma di quel gotico

contrappunto, onde meritamente ha ritratti gli elogj dell'Arteaga, del

Martini, del Choron, del Requeno e di quanti altri hanno scritto sulla

storia dell'arte. Egli è anche autore delle _Regole per il canto fermo_,

Napoli 1609.

CERRETO (Scipione), napoletano, è l'autore di un'opera intitolata:

_Della pratica musica vocale e stromentale_. Napoli 1601 in 4º. Questo è

un pregevole libro: vi si trovano de' contrappunti molto ben fatti.

Zacconi li ha riferiti nella sua _Pratica di musica_, seconda parte.

CERUTTI (Giacinto), abbate romano, pubblicò in Roma nel 1776, una nuova

edizione corretta e più leggibile del _Gabinetto armonico di Bonanni_

sotto il titolo di _Descrizione degli stromenti armonici di ogni genere

del padre Bonanni, ornata con 240 rami_, in 4º. Quest'opera contiene

molte dottissime ricerche su gl'istromenti antichi, per il gabinetto che

se ne formò nel secolo 17º presso al collegio romano. (_V. Forkel_)

CESTI (Marc-Antonio), francescano di Arezzo, maestro di cappella

dell'Imperatore Ferdinando III, era discepolo di Giacomo Carissimi. Egli

contribuì molto ai progressi del teatro drammatico in Italia, riformando

la monotona salmodia, che allora vi regnava, e trasportando e adattando

al teatro le cantate inventate dal suo maestro per la chiesa. Cavalli,

che travagliava in quella medesima epoca (1650) insieme con lui per le

opere in Venezia, ebbe ancora parte a questo miglioramento: V.

_Cavalli_. Le opere che Cesti ha date al teatro di Venezia, sono:

_Orontea_ 1649; _Cesare amante_, 1651; la _Dori_, 1663: quest'ultima

ebbe il più grande successo, ed ebbe moltissime repliche non che in

Venezia, ma eziandio in tutte le altre gran città dell'Italia; _Tito_,

1666; _La schiava fortunata_, 1667, da prima in Vienna, e quindi a

Venezia nel 1674, (Ziani ebbe parte in questa composizione); _Argene_,

1668; _Genserico_, 1669; e nello stesso anno, _Argia_. Egli dee avere

composto in oltre la musica del _Pastor fido di Guarini_. Il numero

delle cantate ch'egli ha posto in musica, è infinitamente più grande.

Questo si è quello che l'abbate d'Oliva, allievo di Cesti, uomo dotto ed

eccellente compositore, che viveva nel 1700, affermò al maestro di

cappella Giovanni-Valerio Meder. Lo stesso abbate ne citava

principalmente una che cominciava da queste parole: _O cara libertà che

mi ti toglie_? Adami, nelle _Osservazioni_, dice che Cesti era nato in

Firenze, e che Papa Alessandro VII lo aveva ricevuto nel 1660, come

tenore nella cappella pontificia.

Dizionario storico-critico degli scrittori di musica e de' più celebri artisti, vol. 2 Di tutte le nazioni sì antiche che moderne · 第 3 / 18 段