È facile vedere in quali rapporti stesse questa condizione di cose col
colonato.
Questa istituzione è stata oggetto di tante indagini, che sarebbe
inutile ripetere lo studio analitico fatto già tante volte e da
tanti[962]. Basterà quindi accennare al suo carattere generale e alla
sua funzione sociale tanto più che questo lavoro non si occupa di
proposito del colonato, ed è il caso di accennare alla sua ragione
determinante solo in quanto essa coincide con la causa dissolvente
dell’economia a schiavi, ed elimina la schiavitù, almeno come
istituzione più generale, mettendo il colonato al suo posto e facendo
compire in buona parte dal colonato la funzione economica prima
esercitata dalla schiavitù.
Come si vede dal riassunto delle spiegazioni date al sorgere del
colonato, la ricerca è stata piuttosto di carattere storico-giuridico
che storico-economico, benchè, per forza delle cose, abbia dovuto
a mano a mano acquistare questo carattere, che diventa sempre più
notevole ne’ più recenti scrittori.
Come accade di tutte le trasformazioni, anche il colonato appare
nella tradizione letteraria e ne’ monumenti legislativi quando è già
bello e formato, e costituisce un rapporto sociale rilevante, che il
potere pubblico vuole regolare, innovare e rendere stabile e capace di
speciali conseguenze giuridiche.
Ciò posto, il proposito di accertare storicamente, in determinati
luoghi e tempi, con dati positivi della tradizione letteraria e della
legislazione, il diretto e consapevole sorgere del colonato portava a
scambiare il modo di formazione con la causa del suo sorgere e le forme
legali, che assunse, con lo stesso modo di formazione.
E, per questa via naturalmente si incorreva nel difetto della
unilateralità, che talora veniva rimproverato a’ predecessori da chi
veniva dopo di loro, eppure incorreva alla sua volta nello stesso
difetto[963].
La causa delle cause del servaggio, che si sdoppia in tante altre cause
secondarie e si rivela in tante manifestazioni particolari e locali è
l’impoverimento del mondo romano, che si è innanzi rilevato.
“Un considerevole capitale — osserva un autore già altre volte
citato[964] — è condizione indispensabile a menare innanzi le
intraprese nelle regioni d’economia a schiavi. Un capitalista che
impiega il lavoro libero ha bisogno per sopperire alle sue forze di
lavoro di una somma sufficiente a covrire l’ammontare de’ loro valori
durante l’intervallo che corre dal principio del loro lavoro sino alla
vendita de’ prodotti che ne ricava. Ma il capitalista che impiega
il lavoro degli schiavi non ha bisogno soltanto di questa somma,
rappresentata in questo caso dal vitto, vestito e ricovero forniti
agli schiavi durante il periodo corrispondente, ma, oltre a ciò, di
una somma sufficiente ad acquistare le stesse sue forze di lavoro. Per
menare innanzi, quindi, una data intrapresa, è ovvio che chi impiega
schiavi, avrà bisogno di un capitale maggiore di quello occorrente a
chi impiega il lavoro libero„.
Così l’eliminazione della schiavitù, sia sotto forma di vendita degli
schiavi, sia sotto forma di rinunzia a ricostituire la scorta degli
schiavi, costituiva una maniera di liberare il proprio capitale per
utilizzarlo altrimenti o di sopperire alla sua deficienza.
E il servaggio, a differenza del lavoro libero che richiede un capitale
minore del lavoro schiavo ma pur ne richiede uno, non ne esigeva
nessuno. Ciò che spiega maggiormente come e perchè il servaggio si
costituisse prima e preferibilmente ne’ più estesi latifondi. Mentre
l’imperatore o altri proprietari avevano — il primo per il suo
potere politico e il secondo per il carattere quasi di circoscrizione
amministrativa assunto dal fondo — l’autorità e il mezzo di ritenere il
colono nel fondo, ne avevano anche maggiore necessità, perchè quanto
più grande era il fondo, tanto maggiore doveva essere il capitale
necessario a coltivarlo.
La coltivazione in grande, fatta direttamente da parte del proprietario
o a mezzo di _conductores_, si esercitava su di una parte del fondo,
sulla parte migliore, intorno alla _villa_; e i coloni, accasati
talvolta sulle parti più lontane o più scadenti del latifondo,
erano i subaffittuarî o gli elementi complementari della coltura
del fondo[965]. E questi coloni, oltre all’utilizzare le terre meno
feconde, sussidiavano con l’opera loro anche la coltivazione diretta,
cosa la cui utilità veniva già molto tempo innanzi, rilevata da
Columella.
Date le condizioni de’ tempi e delle cose, pel proletario, che non
avrebbe facilmente trovato ad allogarsi, il colonato, nella forma non
coattiva sotto cui sorgeva o si sviluppava, rappresentava forse la
sola maniera possibile di assicurarsi l’impiego del proprio lavoro e
la sussistenza. A misura che il disordine e le vessazioni crescevano,
poteva in dati casi risolversi in un rapporto di protezione[966].
In tanti casi, è vero, ciò voleva dire, aumentare gli organi delle
prepotenze e moltiplicare le vessazioni; ma l’interesse stesso del
padrone doveva talvolta valere al colono di schermo; e, anche quando
ciò restava solo una speranza ingannatrice, i diversi organi di
prepotenza finivano talvolta, come pure accade, per neutralizzarsi tra
loro.
Il colonato quindi rappresentava, nella maggiore parte de’ casi, per i
padroni la maniera più utile, se non la sola, di mettere a profitto i
propri fondi e per i coltivatori forse la sola maniera di provvedere al
proprio sostentamento.
Costituiva il punto di minima resistenza della vita economica del
tempo, il centro di gravità della produzione, una necessità sociale;
ed i rapporti economici si ricomponevano e si riadagiavano quindi,
in maniera prevalente se non universale, su quella base. L’enfiteusi
stessa, pur nella costruzione giuridica diversa, richiama il colonato,
e mostra un altro aspetto di una stessa causa economica.
Gli schiavi fuggiaschi e quelli manomessi che non trovavano lavoro,
i barbari accolti per necessità politica nel territorio dell’Impero e
quelli attratti per coltivare le terre abbandonate: tutti, con diversi
nomi, sotto diverse forme rientravano nella categoria generale del
colonato.
Nel settentrione e nel mezzogiorno, in paesi di popolazione
relativamente densa e relativamente rada, dovunque il capitale
difettasse o fosse inadeguato alla coltura, sorgeva o risorgeva e si
diffondeva il colonato.
E dico che risorgeva, riferendomi anche alle più antiche forme di
servaggio, le quali sono state evocate a proposito del colonato, ma non
già per evocarle, alla mia volta, come un modello che, artificialmente
e consapevolmente imitato, avrebbe portato alla diffusione del colonato
e del servaggio in cui esso si tradusse.
Sarebbe assai arduo il dire se ne’ paesi di arretrato sviluppo
economico l’antico servaggio riuscì a persistere, più o meno larvato.
Il nuovo servaggio, in ogni modo, non sorgeva per forza di espansione
di questi residui di un remoto passato; ma perchè, per un fenomeno
di regresso economico, si riproduceva quella stessa deficienza di
capitali, quello stesso scarso svolgimento delle forze produttive,
che, come si è visto in principio di questo lavoro, faceva preludere
all’evoluzione economica col servaggio e ve lo manteneva, dove un più
maturo e più rapido sviluppo economico era impedito.
L’antico servaggio quindi non giova a chi vorrebbe servirsene per
indurne la continuità storica col colonato e la sua diffusione, dirò
così, epidemica; serve invece benissimo a mostrare come il verificarsi
di una condizione economica analoga a quella che l’aveva prodotto
nell’antichità, tornava a produrlo nello sfasciarsi del mondo antico,
al sorgere dell’Evo medio.
E tante cause secondarie che, per via più o meno indiretta, si
ricongiungevano alla causa accennata, contribuivano vie maggiormente a
diffondere e ad acclimatare il servaggio.
In quello stato sociale malsicuro, con un’organizzazione politica
oppressiva all’interno e fiacca all’esterno, che suscitava rapine, che
lasciava l’adito aperto ad invasioni, come non dovea essere malsicuro
il possesso di schiavi, pronti alla fuga, pronti all’insidia e alla
rivolta?
Si diradava quindi questa specie d’_instrumentum vocale_ insieme a
quelle altre specie che costituivano la pastorizia e che avevano, a
preferenza di ogni altra industria, bisogno di sicurezza per sussistere
e progredire.
E, tra il declinare della pastorizia e le condizioni poco adatte
all’ampliamento di colture intensive, tra le importazioni di frumento
rese sempre più difficili, riprendeva piede, dove e come poteva, la
coltura de’ cereali, a cui, come già Columella[967] aveva osservato
alcuni secoli prima, era tanto adatta l’opera del colono quanto era
disadatta quella dello schiavo; e tanto più disadatta, quanto più aveva
a fare con un suolo esaurito.
Questi nuovi rapporti economici, sorti così per necessità obbiettiva
nel processo della storia e resi obbligatori, prima ne’ fondi
imperiali per autorità di principe o prepotenza di ufficiali, e poi
negli stessi latifondi per prepotenza di proprietarî, avevano la loro
ultima sanzione per prepotenza di legge. Allora, a poco a poco, la
prescrizione, la discendenza, tutto concorreva ad allargare il ceto
de’ coloni, ridotto ad una classe chiusa se si trattava d’impedirne
l’uscita, aperta se si trattava di ampliarla come che sia, sopra
tutto con gli equivoci legali e gli atti di violenza che, dato il
riconoscimento legale della categoria, servivano a procacciare servi,
anche meglio che prima non avevano potuto servire a procacciare
schiavi.
Tutte quelle ragioni, che avevano portato ad irrigidire in un congegno
legale l’attività industriale, fomentate dallo stimolo di assicurare
l’esazione de’ tributi, puntelli allo Stato tarlato e crollante,
conducevano a rendere rigida e immutabile anche quella nuova formazione
economica sociale che doveva dare a tutti alimento.
Il servaggio, qual’era omai il colonato, diveniva così, sempre più,
non l’espressione di un’attività più feconda, suscitata da’ tributi o
dal bisogno di una cultura intensiva; ma il fenomeno più perspicuo di
un collasso sociale, di un estenuarsi graduale delle forze economiche.
Quelle norme, che alle stesse classi dominanti erano o sarebbero
sembrati vincoli in tempo e in luogo di grande sviluppo economico,
erano ora una necessità economica, una forza, un mezzo di vita.
Dove forse il capitale era meno raro, od altre condizioni capaci
di agevolare la cultura potevano dispensare dalla costituzione
del servaggio, la stessa legge, nello stesso interesse delle
classi dominanti, teneva il colonato ne’ termini di un’istituzione
contrattuale[968]; ma quelle condizioni venivano meno, ed ecco
che subentrava subito il servaggio[969], procedendo sempre, sempre
allargandosi, ricacciando nell’ombra la schiavitù coll’abbassarne e
menomarne la funzione.