XVI.

Nel mondo antico, come in quello moderno, la civiltà sorgeva e

ascendeva a forme più alte ne’ paesi, dove si riesciva ad accumulare

maggiore ricchezza e si costituivano così centri più o meno popolosi

e classi più o meno larghe, che, emancipate dal bisogno di attendere

a un lavoro materiale onde rimanesse assorbita ogni loro attività,

potevano elevare il loro tenore di vita e crearsi bisogni di carattere

superiore, trovando modo di soddisfarli[908].

Dato lo scarso sviluppo delle forze produttive, che toglieva il modo di

sopperire in maniera facile e soddisfacente a’ bisogni più immediati

di tutti, un sistema sociale, ove ognuno fosse obbligato a provvedere

da sè alla propria sussistenza, sarebbe stato un inceppo allo sviluppo

di più alte forme di civiltà e avrebbe costituita la condizione di una

permanente mediocrità.

Il parassitismo oggi, dato lo sviluppo delle forze produttive,

capaci di sopperire a’ bisogni universali, non costituisce per noi

una condizione relativa di civiltà; anzi è causa di una relativa

sosta del progresso morale e intellettuale; ma nell’antichità si

presentava come una condizione obbiettiva di progresso, che trovava

la sua manifestazione e il suo strumento successivamente, con vicenda

continua, in popoli diversi, a misura che un processo intimo di

degenerazione, facendo luogo ad una sopraffazione esterna, dava all’un

popolo sull’altro le condizioni della supremazia politica e della

superiorità civile.

La guerra e l’arte di rendere più o meno stabili e fruttifere le sue

conseguenze erano il mezzo per accentrare in un popolo la ricchezza di

molti popoli, in una classe la ricchezza dello stesso popolo sovrano.

Su questa base si era sviluppata la civiltà ateniese; su questa base,

in ambiente più vasto, con maggior forza assimilatrice e per più lunga

durata si era sviluppata la civiltà romana, riassumendo e propagando

tutte le civiltà precedenti.

Senonchè, questo parassitismo, per quanto glorioso e benemerito

della civiltà, aveva in sè stesso i germi della sua distruzione; e, a

lungo andare, per la sua persistenza, pel suo abuso e per il lavoro

improduttivo necessario a sorreggerlo, si risolveva in una causa di

enorme depauperamento, tanto più grande e sensibile quanto minore era

la potenzialità produttiva del mondo antico.

L’Impero romano era una forma di organizzazione politico-sociale troppo

costosa e dissipatrice di forza.

Nella forma più appariscente e diretta, i paesi dominati dovevano

cominciare dall’alimentare buona parte della popolazione di Roma e poi

anche di Costantinopoli, ciò che, già sin dalla fine della repubblica,

importava una spesa, che, per quanto calcolata approssimativamente, si

può considerare abbastanza notevole[909].

Ma tutto ciò si poteva dire ben poco in proporzione al resto.

A misura che il lusso, lo spreco e la corruzione crescevano, si turbava

sempre più ogni possibile equilibrio tra la produzione e il consumo;

e il lavoro improduttivo e le classi semplicemente consumatrici si

sviluppavano in ragione inversa e a danno del lavoro produttivo. E il

danno immediato e diretto scompariva quasi di fronte a quello mediato

e indiretto, ma infinitamente maggiore. L’accumulo della ricchezza

destinata allo sperpero non era cercato alla produzione, ma alla

speculazione, sotto forma di commerci, di appalti e specialmente di

usura, esercitata a larga base e con raffinata durezza sopra tutto

verso i provinciali e fomentata e sorretta dalla prevalente posizione

politica.

Cresceva, moltiplicandosi e diffondendosi fuor d’ogni misura, la

categoria degl’intermediari di ogni risma, che se, talvolta, come

commercianti, davano un qualche impulso alla produzione, assai più

spesso come pubblicani, affittuari, usurai, inceppavano lo sviluppo

naturale della ricchezza, e, per soverchia avidità, ne inaridivano le

fonti al modo stesso del selvaggio che per cogliere più agevolmente i

frutti abbatte l’albero dal tronco.

Nel periodo epico della conquista e in quello che lo seguì più da

vicino fu come una gozzoviglia gigantesca, resa più dolce da una felice

spensieratezza de’ vincitori, mentre nello strepito della grande orgia

perivano soffocati o si perdevano inascoltati i lamenti degli oppressi

e le preoccupazioni dell’avvenire.

Ma, come una Nemesi seguace, inesorabile, sorgente dalla forza

stessa degli elementi e ad essi indissolubilmente congiunta, la carie

procedeva lenta, implacabile, senz’arrestarsi mai, segnando i giorni

omai contati di quell’organismo nell’aspetto sempre più fiorente e

sempre più ròso di dentro.

L’Impero aveva cercato di apportare qualche rimedio alle rapine, alle

ruberie, alle vessazioni delle provincie; ma, anche quando vi era

riuscito, si poteva dire che avesse curato il male alla superficie.

Certamente esso non aveva potuto, nè poteva mutare radicalmente tutta

quella viziosa organizzazione economico-sociale.

Se la piccola e la media proprietà, come del resto è naturale, non

erano assolutamente, nè ovunque scomparse[910], i latifondi nondimeno

perduravano e progredivano anche, specie nelle regioni più ubertose

come l’Africa[911]. Così, molte volte, la piccola e la media proprietà,

anche perdurando, erano sopraffatte dalla concorrenza soverchiante,

dal peso delle imposte, da’ danni de’ tempi incerti per essi più

sensibili, dal cancro del debito; e così della proprietà finivano per

conservare l’apparenza più che non la sostanza, anche quando dal novero

de’ proprietari non passavano in quello degli affittuari, rimanendo con

questa mutata qualità sul loro antico podere.

L’Impero si era venuto e si veniva in tal modo a trovare faccia a

faccia con un proletariato già numeroso e forse sempre crescente;

ed esso stesso era stato obbligato a mantenere, a rendere stabili,

ad accrescere e ad allargare quelle forme di assistenza[912], che

assorbivano, per via diretta e indiretta, col loro effetto immediato e

con la loro ripercussione, tanta parte delle risorse del dominio.

Una delle stesse maggiori benemerenze dell’Impero, il consolidamento

e lo sviluppo di una regolare amministrazione, si era convertito in

un’altra fonte di aggravi e di spese, e la gerarchia era divenuta

sempre più numerosa e complicata sino a raggiungere forme e proporzioni

straordinarie. Infatti, ne’ tempi più avanzati dell’Impero, lo Stato

si sentiva spinto ad accrescere le sue funzioni ed estendere la

sua azione, e si cercava d’altra parte nella gerarchia l’unità del

dominio, che si sfaldava e si disgregava da tutte le parti premuto da

forze esterne e dissolto dal formarsi che facevano più autonomi e più

coerenti aggregati sulla base di rapporti etnici e di sviluppati centri

e rapporti locali.

La forza armata di terra e di mare aveva dovuto poi ricevere uno

sviluppo considerevolissimo per proteggere i vasti confini dell’Impero,

assicurare la quiete interna e la regolare funzione di servizi

pubblici inerenti alla soddisfazione de’ più elementari bisogni della

popolazione e dello Stato.

L’esercito era divenuto stanziale, e le legioni da cinquanta ridotte

a diciotto dopo Azio, indi avevano cominciato a risalire sino a

raggiungere il numero di ventitre, di venticinque, di trenta, poi di

trentatre tra Settimio Severo e Diocleziano, e dopo questo si erano

accresciute sino ad arrivare a sessantacinque. E intorno alle legioni

si aggruppavano e si diramavano le flotte, le truppe ausiliarie, le

truppe accasermate in Roma, le milizie provinciali e municipali[913].

In quel progressivo disgregarsi del dominio l’esercito, come il

maggiore e più diffuso corpo organizzato, diveniva il creatore e la

base del potere politico. Chi legge il Codice teodosiano vede come

l’esercito dava la sua impronta alla stessa amministrazione civile, e

intorno ad esso si aggruppavano e si condensavano, come a centro, tutte

le altre funzioni e attività dello Stato.

Un prospetto[914] tratto dalla _Notitia dignitatum_ lascia vedere,

anche ammettendo che l’effettivo non rispondeva pienamente a’ quadri,

come questa forza armata si stendeva per tutto l’Impero quale una vasta

rete di ferro; e il suo costo — retribuiti com’erano i pretoriani

a settecentoventi denari, le coorti urbane a trecentosessanta e i

legionari a dugentoventicinque[915], oltre gli eventuali aumenti di

paghe e i donativi — era tutt’altro che indifferente.

Le imposte escogitate a tenere insieme questa macchina immane

dell’Impero con i suoi parassiti, i suoi sostegni, le sue dissipazioni

dovevano per necessità crescere oltre misura; e più pesanti e più

deleterie le rendevano i sistemi vessatori di esazioni, che, rilevati

tante volte, hanno reso quasi un luogo comune questo argomento.

A misura che si procede verso il periodo più avanzato dell’Impero si ha

il senso di tutto questo disagio, che lasciava la sua impronta su tutte

le manifestazioni della vita, anche le più ingannevoli e simulatrici di

un fasto apparente; e, per quanto se ne vogliano ritenere caricate le

tinte, si ha l’impressione della povertà crescente di capitali, dello

stremarsi delle energie produttive, dell’esaurimento della ricchezza.

L’Impero aveva per molto tempo instaurata la pace, ma, come l’uomo

che sente nel momento di riposo tutta la stanchezza di uno sforzo

eccessivo, in quello stesso periodo di pace le popolazioni dovevano

cominciare a sentire gli effetti del malessere che covava segreto.

Le grandi razzie delle guerre fortunate e quelle de’ primi tempi del

dominio avevano alimentato in maniera fittizia l’economia pubblica

del popolo dominante e larvata così la realtà delle cose, ma la realtà

delle cose, in quel riprendere che la vita faceva regolarmente il suo

corso, aveva il sopravvento, e le riserve già esauste non davano altro

alimento o lo davano appena.

D’altra parte, nell’ambito stesso dell’Impero e per effetto della nuova

organizzazione, veniva sorgendo e si diffondeva un tenore di vita più

alto. Il vasto sviluppo della rete stradale, i comuni rapporti con

Roma, centro e luogo di convegno universale, il commercio, l’esercito

creavano correnti di scambio, dove più, dove meno forti, persistenti

o intermittenti; e tutto ciò, con la conoscenza di nuovi usi e di

nuovi prodotti, con l’allargarsi degli orizzonti e il progredire della

vita civile creava nuovi bisogni, solleticava nuovi desideri e quindi

suscitava nuove attività e nuovi rami di produzione. Per quanto lo

sviluppo limitato dell’industria antica e il suo esercizio per opera di

artigiani non fosse molto favorevole alla sua facile diffusione su zone

più larghe e al suo rapido innesto in diversi paesi[916], in maniera

sia pure lenta e in proporzioni sia pure modeste, almeno le arti e

i mestieri rispondenti a’ nuovi più impellenti bisogni riescivano

a trapiantarsi. Se ne’ paesi, ove la tradizione di certi rami di

produzione mancava od era stenta, i Romani, direttamente almeno, non

riescivano a suscitarli; dove l’industria era bene avviata esercitavano

su di essa la loro azione con la crescente dimanda e la maggiore

esportazione[917]. Il lusso delle corti e delle classi abbienti, la

necessità di rifornire regolarmente la vasta gerarchia e gli eserciti

disseminati pel territorio dell’Impero, spingevano, poichè non si

poteva più provvedere in forma tumultuosa col diritto di guerra, ad

assicurare cespiti continui di rifornimento, anche, all’occorrenza,

sotto gli auspici e la direzione dello Stato.

Così l’esigenze di alcuni e il bisogno di altri, la ricchezza di

questi e l’indigenza di quelli, la tradizione incoraggiata e fomentata

e la facilità d’assimilazione, erano come tante forze cospiranti che

suscitavano, per quanto certe condizioni sfavorevoli lo permettevano,

la produzione e obbligavano a mettere in movimento il lavoro quelli che

dell’opera altrui avevano d’uopo per sopperire a’ propri bisogni, ed

erano costretti a ricorrere al lavoro libero, unico rifugio di chi, non

riescendo a collocarsi tra gli abbienti o tra i loro parassiti, doveva

al lavoro domandare i mezzi di sussistenza.

Uno sguardo infatti alle condizioni dell’Impero fa scorgere questo

generale allargarsi di una operosità produttrice, che, se molte volte

non aveva il rigoglio de’ paesi ricchi, rivelava nondimeno delle forze

quasi dovunque messe in movimento, sia pure per soddisfare in forme

rudimentali alle esigenze della vita sociale.

Le proporzioni e le forme precise di questa produzione non si lasciano

rigorosamente stabilire e determinare[918]; e probabilmente incorre

in un’esagerazione chi, quasi spostando nell’antichità, con criteri

anacronistici, un’immagine magari assai attenuata dell’industria

moderna, dà all’industria di questo periodo come impronta generale il

tipo della fabbrica[919] e le concede uno sviluppo e una proporzione

maggiore di quella che potè avere.

Le fabbriche non mancarono, e n’ebbero non poche anche lo Stato e la

casa imperiale[920], senza tuttavia che la fabbrica — come del resto

lo fa ammettere anche lo stremarsi de’ capitali e il decrescere della

ricchezza — costituisse il tratto caratteristico della produzione del

tempo.

E ciò s’accorda anche meglio con la diffusione sempre maggiore del

lavoro libero, non inconciliabile con l’esistenza della fabbrica, ma

pur meglio rispondente, per l’antichità, ad altre forme dell’attività

produttrice de’ manufatti.

Nella stessa tradizione letteraria il lavoro libero si affaccia già non

di rado.

Vespasiano si rifiutava di adottare il congegno suggerito da un

meccanico a trasportar con poca spesa delle colonne in Campidoglio per

non togliere una fonte di guadagno al popolino, che dunque lavorava per

mercede[921].

Il padre dello stesso imperatore era un imprenditore di lavori

agricoli[922]. Il padre di Massimo era un fabbro, o, secondo altri, un

costruttore di veicoli[923]. Mario, uno de’ trenta tiranni, fu ucciso

da un operaio, che aveva già lavorato nella sua officina[924]. Il

padre di Pertinace era un negoziante di legname e aveva in Liguria un

esercizio, che Pertinace, divenuto imperatore, seguitò a menare innanzi

per mezzo de’ suoi servi[925].

L’_Historia Augusta_ accenna, a più riprese, ad operai lavoranti per

mercede[926].

Il diffondersi del lavoro manuale è pure mostrato dalle imposte

che lo colpivano[927]. In Oriente i Romani l’avevano trovate

e le avevano mantenute. Caligola tassava con misura generale i

salari de’ facchini[928]. Alessandro Severo, nell’atto stesso che

riordinava corporativamente arti e mestieri, imponeva sugli operai

che l’esercitavano un’imposta di cui si serviva per costruire le

terme[929]. Dello stesso imperatore è detto, come una particolarità,

che adoperò de’ servi suoi come cuochi, panattieri, pescatori,

gualcherai e bagnini[930]; il che lascia supporre che altri si fossero

serviti e si servissero per quelle incombenze di mercenarî, servi o

liberi, non importa.

Le corporazioni di mestieri che, perdendo il carattere indistinto

e non bene definito dell’epoca repubblicana[931], venivano insieme

sviluppandosi e acquistando uno schietto carattere corporativo e si

avviavano a diventare una parte sempre più importante o integrale

dell’ingranaggio dell’economia pubblica e dello Stato: le corporazioni

di mestiere, con questa nuova fase della loro vita, mostrano,

anch’esse, quale funzione prevalente esercitasse il lavoro mercenario e

come surrogasse il lavoro servile.

Più volte, innanzi, si è rilevato come il vero elemento della

trasformazione economica, che menava alla fine della schiavitù, stesse

nel carattere mercenario, che progressivamente veniva assumendo il

lavoro, e che lo stato libero o servile del mercenario costituiva

un’accidentalità, mentre, in ogni caso, si venivano separando

e contrapponendo la materia di lavoro e la mano d’opera prima

appartenenti ad una sola persona, e si procedeva verso il salariato,

dove e quando condizioni diverse, sotto la forma dell’artigianato

e della produzione domestica, non riunivano di nuovo, ma in maniera

diversa, materia di lavoro e mano d’opera.

Tuttavia la composizione delle corporazioni è tale che se ne rileva non

solo il progresso del lavoro mercenario, ma il fatto ch’erano i liberi

ad esercitarlo.

Liberi erano i componenti le corporazioni di barcaiuoli del Rodano

e della Saona[932] e, in generale de’ _navicularii_ incaricati

de’ pubblici trasporti[933]; liberi i membri de’ collegi de’

_pistores_[934]; liberi gli operai delle fabbriche d’armi[935], delle

zecche[936]; e “dovunque — crede poter soggiungere il Waltzing[937] —

anche nelle manifatture e nelle cave, i lavoratori erano uomini liberi.

Gli schiavi non sembra che facessero parte d’alcuna corporazione [di

mestiere s’intende]; ove se ne trovano, bisogna ammettere che sono di

proprietà del collegio o dello Stato. Tali erano quelli che lavoravano

incatenati ne’ panifici, nelle manifatture e nelle miniere. Occorre

aggiungervi i condannati o _servi della pena_.

La moneta d’oro e d’argento e indi quella d’ogni specie, fabbricata

da schiavi e liberti imperiali, prima sotto la direzione di liberti

imperiali e poi di un procuratore della moneta, al quarto secolo è già

fabbricata da liberi[938].

In più larga misura e in maniera più particolareggiata possiamo vedere

nell’epigrafi il crescere e il diffondersi del lavoro libero, che,

per opera d’ingenui e massimamente di liberti, sorge e si sviluppa dal

lavoro servile o s’insinua e si sovrappone ad esso, assimilandoselo e

disgregandolo per mutarne in ultimo la funzione e la fisonomia.

Se noi potessimo stabilire l’ordine cronologico di queste iscrizioni,

vedremmo probabilmente, in maniera più distinta, come l’elemento libero

e specialmente i liberti si sovrappongono gradualmente ma continuamente

agli schiavi nell’esercizio de’ mestieri, ma d’ordinario non ci è

possibile ricostruire quell’ordine cronologico. Tuttavia, anche senza

di ciò, questa concorrenza dell’elemento libero e del servile si

riflette sotto altra forma nelle epigrafi.

Gli uffici, che importano una dipendenza continua e assoluta,

continuano ad essere coverti esclusivamente o quasi da’ servi: così

l’ufficio di _vilicus_[939], di _actor_[940], di _exactor_[941] e tutti

quegli altri che si riferiscono specialmente a servigi domestici e

ordinari, tali che esigono un’assoluta dipendenza[942].

In questi casi per la più stretta dipendenza, per la continuità

del servizio, per la minore facilità di potere utilmente commettere

sottrazioni a proprio vantaggio, il servo presentava de’ vantaggi che

lo facevano preferire al libero. Si aggiunga che, riferendosi questi

uffici alle case de’ ricchi, il possesso de’ servi era imposto anche da

ragioni di fasto e di etichetta.

Quando invece si trattava di ufficî, che non importavano un legame

di stretta dipendenza e un rapporto continuo, i servi cominciano

a divenire meno frequenti e si alternano con i liberti e anche con

gl’ingenui.

Ma anche qui sopraggiungono altre distinzioni.

L’elemento libero cerca naturalmente di occupare a preferenza

le professioni e le arti meglio retribuite, meno faticose, più

considerate. Così la medicina, prima retaggio quasi esclusivo de’

servi, viene esercitata in prevalenza da liberi[943].

In moltissimi casi poi ricorrono indistintamente gli uni e gli altri,

servi e liberti, mostrando anche meglio la concorrenza dell’elemento

libero, che cedeva al bisogno e alle difficoltà de’ tempi e scendeva

sempre più a livello de’ servi per eliminarli surrogandoli[944].

I liberti sopra tutto compariscono con la maggiore frequenza

esercitando tutti i mestieri. La mancanza dell’indicazione specifica di

liberti e del nome del patrono desta molte volte il dubbio, se abbiamo

proprio a fare con un manomesso; ma il nome ci dice che se, come di

frequente può accadere, non si ha a fare con un manomesso, si ha a fare

con un suo discendente; il che ci mostra come tutto l’elemento servile

che, per le manumissioni penetrava nella classe de’ liberi, seguitava

l’esercizio del proprio lavoro manuale, reso quasi ereditario nelle

loro famiglie. E così, anche per questa via, il lavoro libero riceveva

sempre più diffusione ed incremento.

E bisogna notare pure come, sotto la pressione costante delle

nuove abitudini e per i vantaggi che l’esercizio di un’arte poteva

procacciare, il pregiudizio contro il lavoro manuale perdeva sempre più

la sua forza.

I collegi, che già in Pompei[945] raccomandavano candidati, divengono

molte volte una forza e hanno attestati di considerazione e di

onore[946], ricevono lasciti.

L’esercizio de’ mestieri doveva sembrare omai a molti così poco atto

a diminuire la loro considerazione personale e il loro prestigio

morale, che in tante lapidi sepolcrali si aveva cura d’indicarlo con

frasi talvolta amplificative. Molte altre volte questa indicazione

era fatta in forma che meglio dava all’occhio con appositi anaglyfi

rappresentanti i ferri del mestiere e gli strumenti professionali[947].

Ma l’importanza, la diffusione, e la frequenza del lavoro mercenario,

prestato e retribuito in tutte le forme, ci son mostrati in tutta

la loro estensione dall’_Edictum de pretiis rerum venalium_ di

Diocleziano[948], che ci mostra così, come in un quadro sinottico,

la funzione sociale varia, attiva e molteplice del lavoro mercenario

all’aprirsi del quarto secolo (301 d. C.), tempo della promulgazione.

Mentre da un lato l’Editto prende a considerare e a regolare i prezzi

de’ prodotti già belli e compiuti, dall’altro attende a regolare i

prezzi della mano d’opera nelle varie sue forme e vi porta la stessa

cura minuziosa, la stessa diffusione analitica che aveva portata

nell’elenco de’ generi di consumo e de’ manufatti. Il lavoro del

contadino, del muratore, del falegname, quello del fornaciaio, del

mosaicista, del pittore d’ornato e di figure, del costruttore di

veicoli e di barche, del fabbro, del fornaio, del mattonaio, del

mulattiere, dell’asinaio, del conduttore di camelli, del veterinario,

del flebotomo, del barbiere, del tosatore di pecore, vi sono tutti

destintamente considerati[949]. Segue poi l’elenco de’ lavori in

metallo[950], a cui fanno seguito, alla loro volta, i lavori de’

formatori, de’ portatori d’acque, dell’espurgatore di cloache,

dell’arrotino[951], e poi, in tutte le loro suddivisioni e distinzioni,

il lavoro degli scritturali, quello de’ sarti, degl’insegnanti, degli

avvocati[952], nella cui immediata vicinanza, senza criterio di ordine,

si parla de’ bagnini[953]. E finalmente l’Editto, riprendendo, dopo

essere passato a considerare altri manufatti, le mercedi del lavoro,

si occupa de’ ricamatori, de’ tessitori di seta e di lana e de’

gualchierai[954].

Si è cercato, naturalmente, di mettere a profitto il tasso de’

salari stabilito dall’Editto per dedurre quale fosse la condizione

delle mercedi a quel tempo; ma se ne sono tratte le più disparate

conseguenze.

L’Editto fissa mercedi di proporzioni assai diverse per i diversi

generi di lavoro; ma fanno difetto i termini di paragone, a cui

riferirli per trarne analoghe conseguenze.

Il salario giornaliero dell’operaio di campagna, fissato nell’Editto

a venticinque denari[955], cioè a cinquantaquattro press’a poco de’

nostri centesimi, è stato messo in relazione col salario giornaliero

di un lavoratore comune, valutato da Cicerone[956] a dodici assi,

uguali press’a poco a sessantadue e mezzo de’ nostri centesimi. Ma si

è fatto osservare[957] che questa costanza approssimativa del salario

dopo tre secoli circa è soltanto apparente, quando si valuti in oro il

valore del denaro posto a base della tariffa dioclezianea; giacchè, con

questo calcolo, il salario giornaliero al tempo di Cicerone veniva a

corrispondere a più di ottantuno centesimi, al tempo di Luciano a più

di settantatre centesimi e al tempo di Diocleziano a soli cinquantadue

centesimi. La condizione de’ lavoratori quindi sarebbe divenuta molto

peggiore al tempo di Diocleziano, tanto più che era salito il prezzo

del grano e quello del vino.

Una valutazione critica de’ prezzi dell’Editto di Diocleziano suggeriva

ad un autore la conclusione che il salario in moneta del giornaliero ai

tempi di Diocleziano è, rimpetto al minimo necessario per l’esistenza,

di alcuni centesimi più elevato che non i corrispondenti recenti salari

della Germania e dell’Italia[958].

Se non che non è sfuggito che nell’Editto di Diocleziano si tratta

di misura massima del salario, ciò che impedisce di considerarlo come

salario effettivo o di prenderlo come medio.

Inoltre, come si è accennato altra volta, il dato ciceroniano è

così vago, e non si saprebbe da due dati isolati e disparati trarre

conclusioni sode e positive sull’oscillazione de’ salari nelle due

epoche lontane.

Un accenno di Plinio[959] rileva la facoltà di procurarsi la mano

d’opera, pure a prezzo assai conveniente, ma l’accenno si riferisce

alla sola Nicomedia, al tempo di Traiano, e non possiamo dire se e in

quanto si riproducesse la stessa condizione di cose col variare de’

luoghi, de’ tempi, de’ rapporti di popolazione e della richiesta di

braccia.

Intanto, se da questo lato l’Editto poco ci giova ad intendere le

condizioni del lavoro e de’ lavoratori del suo tempo, ci fornisce altri

elementi per formarcene da un altro punto di vista un concetto.

La tariffa stabilisce da un lato i prezzi de’ prodotti già belli e

compiuti e dall’altro quelli della mano d’opera ad essi relativa. Da un

confronto degli uni con gli altri appare come solo in limitati campi di

produzione si danno esclusivamente i prezzi de’ manufatti, senza dare

parimenti quelli della mano d’opera adibita a confezionarli. Accade

così per i lavori in cuoio, i prodotti di pelo di capra e di camello,

i piccoli manufatti di legno e di osso come spole, pettini, aghi,

stacci e finalmente il materiale da scrivere. Ogni altra cosa rientrava

nell’ambito della materia grezza[960].

Ora, anche senza voler venire a conclusioni assolute sullo sviluppo

dell’industria, ciò prova che, nell’economia del tempo, accanto alla

vendita de’ manufatti compiuti, vigeva ancora diffusa e limitata la

produzione casalinga (_Hausfleiss_) e quella forma che ne costituiva

uno stadio appena superiore e consisteva nell’assoldare, sotto varie

forme, un operaio per fargli trasformare la materia prima, fornita

da chi la prendeva a salario (_Lohnwerk_). Questa locazione d’opera,

atteggiata in varie forme, sia come lavoro a giornata che come lavoro a

cottimo, era prestata, secondo i casi, nella residenza del committente

e dell’operaio, ed era retribuita semplicemente in danaro, o in

contanti e generi, o secondo l’opera prestata o con una combinazione di

queste varie specie di retribuzione.

E tutte queste varietà di prestazioni d’opera e di retribuzioni

ricorrono tutte nell’Editto di Diocleziano, anche e specialmente quella

più antica e rudimentale del compenso in generi e contanti.

Se nell’epoca imperiale romana lo sviluppo della ricchezza fosse stato

progressivo anzi che regressivo; se vi fosse stato un’accumulazione

anzi che uno sperpero di capitali, vi sarebbe stato luogo sulle rovine

dell’economia servile a un vero sviluppo d’industria capitalistica, di

cui il tempo anteriore aveva dati gli accenni e creati i rudimenti.

L’economia a schiavi si dissolveva inesorabilmente; ma, se la ricchezza

accentrata in un numero relativamente ristretto di persone e la

contrapposizione di proprietari e proletari spingeva verso l’economia

del salariato e ne abbozzava le linee; l’insufficienza de’ capitali

disponibili spingeva verso una forma di economia più regressiva ancora

dell’economia a schiavi, verso il servaggio e i fenomeni ad esso

corrispondenti.

Se, come accadde per l’industria della macinazione, si fossero potute

usufruire tecnicamente le forze naturali per sostituirle agli schiavi,

vi sarebbe stata ancora una via di progresso; ma l’impiego delle forze

naturali si limitava ad una delle più semplici e rudimentali, all’uso

delle cadute d’acqua per i molini; e le fabbriche, invece di estendersi

e dare la loro impronta all’industria, rimanevano come un accessorio

dell’industria agricola, ne’ poderi, ove erano sorti specialmente

sotto forme di fabbriche di laterizi, e seguivano l’agricoltura nel suo

declinare.

Vi era così prima una sosta e poi un regresso, un processo

d’involuzione economica, che, nell’agricoltura si traduceva nel

servaggio, nell’industria si rivela con la persistenza e la prevalenza

della produzione casalinga e di quelle forme di locazione d’opera che

la completavano e l’integravano.

E tutta quella organizzazione pubblica della produzione che appare

nelle fabbriche dello Stato e della casa imperiale; tutta quella

disciplina rigorosa, ferrea, che tende a regolare e dominare,

irrigidendole, le forze produttive e le funzioni sociali; son fatti

che hanno la loro ragione d’essere e la loro spiegazione in quella

crisi enorme della schiavitù che si dissolveva, mentre erano manchevoli

e deficienti alcune delle condizioni necessarie allo sviluppo del

salariato.

Il pagamento de’ tributi, ora richiesto e mantenuto in natura, ora

permesso in contanti, è uno de’ sintomi di questa crisi economica, dove

il vecchio e il nuovo sono in contrasto e predomina qualche cosa _che

non è nero ancora e il bianco muore_.

Lo stesso Editto di Diocleziano, verosimilmente, come scopo immediato

ebbe l’intento di “ristabilire con un provvedimento governativo il

rapporto, secondo cui le merci dovevano essere scambiate con la moneta

convenzionale svilita. Secondo ogni verosimiglianza si voleva rialzare

artificiosamente la piccola moneta che era ricaduta al suo reale valore

dopo che aveva cessato di funzionare come moneta divisionale[961]„.

Ma, in realtà, l’Editto è un sintomo anch’esso della più vasta crisi

economica accennata e contro cui inutilmente si tentava reagire con

quella costrizione diretta.

La nuova fase della corporazione, riconosciuta, disciplinata e resa

organo ufficiale della vita economica dello Stato, che vi costringe

come in una cerchia di ferro tutti i rami d’attività più indispensabili

alla vita sociale, si spiega appunto con questa necessità obbiettiva di

assicurare le condizioni d’esistenza sotto una organizzazione politica

e giuridica, di cui veniva meno ogni giorno la base economica.

Quelle forme di coazione e d’intervento dello Stato, specialmente nella

composizione e nella funzione delle corporazioni, ristabiliva, sotto

altri aspetti, quella continuità di azione e quella dipendenza assoluta

e diretta, che costituivano uno de’ pochi vantaggi della schiavitù.

Il moltiplicarsi delle attribuzioni dello Stato e la sua funzione

assorbente si spiegano in questa, come in tutti gli altri casi simili,

con una reazione dell’ordine politico sull’ordine economico e con la

necessità che, nella trasformazione del modo di produzione, chiama

lo Stato, l’unico potere costituito, a servire come di centro delle

energie che sorgono, e di quelle che si disgregano e che hanno tutte,

le une e le altre, bisogno di qualche cosa, che sia come un centro di

attrazione e un punto di applicazione.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 68 / 73 题