Queste nuove correnti morali, queste nuove istituzioni e le nuove
funzioni che schiavi e liberti compivano nella vita economica e
civile indicavano, anche alla superficie, in forma più apparente la
trasformazione che avveniva nell’ordinamento e nella funzione della
schiavitù. Ma, già si è accennato, mentre ciò avveniva alla superficie,
come effetto che riassumeva e conservava le energie trasformatrici
e reagiva alla sua volta su di esse, altre cause intime, lente ma
continue, remote ma non interrotte, scalzavano l’istituto stesso dalle
fondamenta.
Allargando successivamente le sue conquiste, Roma poteva dire d’avere
abbracciato e compreso nel suo dominio tutto l’antico mondo civile; e
quelle parti del più lontano Oriente, che potevano aspirare a questo
titolo senza appartenere al suo dominio, erano, si può dire, fuori
della sua sfera d’azione.
Gli schiavi di maggior pregio, quelli che più potevano servire a’
bisogni del lusso, all’esercizio delle arti e de’ mestieri, alle
stesse pratiche più complicate dell’agricoltura e a tutte in genere
le funzioni della vita civile, erano venuti appunto da questi paesi
civili, forniti in numero prevalente dalle lunghe guerre.
Ma, col finire delle guerre e con l’assodarsi della conquista, questa
sorgente era venuta a cessare almeno in maniera continua e regolare.
Le guerre a’ confini, oltre che più rare, erano fatte di solito con
popolazioni barbariche o quasi. In tempi più tardi la migliore gioventù
di questi stessi popoli veniva reclutata per l’esercito; ma, anche
quando prima riesciva di trarne alimento per la schiavitù, il loro
impiego, per le limitate loro attitudini, doveva essere ristretto alle
occupazioni più semplici, che non richiedevano particolare abilità e
lungo esercizio tecnico, bensì la semplice forza materiale.
Ora ciò veniva a coincidere proprio con un periodo, in cui la vita
romana aveva maggiori esigenze di lusso e di raffinatezza e tutte le
sue forme divenivano più elette e più complesse.
Le case perdevano sempre più l’antico aspetto rozzo e la prima
semplicità per ornarsi di dipinti, di fregi, di sculture, crescendo di
mole e di varietà architettonica. I mobili, gli utensili, le stoviglie,
i tessuti, le vesti, i mille gingilli ed amminicoli, che servivano ad
abbellire e fornire le case e ad ornare le persone, avevano sempre più
l’impronta del buon gusto, o, almeno, del lusso[886].
Ora lavori di questo genere depongono di una tecnica assai progredita,
anche messa a confronto di quella odierna[887].
La ceramica acquistava nell’epoca imperiale romana una diffusione
sempre maggiore, in grazia del suo uso pratico, e un’ornamentazione
sempre più complicata[888]. Se talvolta mancavano i dipinti,
subentravano in cambio i fregi plastici, che attirano la nostra
attenzione per la stessa loro difficoltà[889]. I lavori in bronzo, in
argento, in legno, i gioielli, la lavorazione delle pietre preziose
esigevano cura e perizia[890], tanto che alcuni di quei lavori possono
essere talvolta definiti come miracoli di pazienza[891]. La pittura
decorativa, sempre più diffusa, se anche poteva essere costretta
nelle forme e nei procedimenti del mestiere, richiedeva esperienza;
e il mosaico, se pure si riduceva a un procedimento di riproduzione
meccanica, era tutt’altro che scevro di difficoltà[892].
È stato osservato, è vero, che lo stesso minuzioso lavoro di pazienza
qualche volta fa supporre l’opera dello schiavo[893]; ma, anzitutto
questa pazienza non era poi tanto comune in servi spesso animati da
un sordo rancore che si sfogava nella stessa cattiva esecuzione del
lavoro, e poi, in ogni modo, alla pazienza bisognava che si aggiungesse
l’educazione tecnica, tanto maggiore quanto più si trattava, anche in
oggetti di ceramica, di lavori fatti a mano[894]. Erano dunque più
qualità, ciascuna non comune, che si dovevano combinare insieme; e
non si potevano trovare nel servo maldestro e recalcitrante preso in
campagne contro popoli barbarici.
Nella stessa agricoltura le relazioni più facili e frequenti da regione
a regione portavano all’introduzione di nuovi strumenti agricoli[895],
di nuove culture e di pratiche agricole più complicate. La stessa
redazione di scritti dove l’agricoltura veniva trattata da un punto
di vista teorico accenna al bisogno ed allo sforzo di superare almeno
il più rozzo e rudimentale empirismo. Ora alcuni lavori — e qualche
scrittore lo nota[896] — esigevano cura, interesse, perizia; come
nota del pari il malgoverno che gli schiavi facevano degli strumenti
agricoli[897] sia per impulso di dispetto che per avere pretesto
di riposo. Bisognava tra l’altro, per ciò, possedere in doppio
gl’istrumenti agricoli.
La stessa rarità di queste attitudini e di queste qualità negli schiavi
faceva poi che, anche quando accadesse di trovarle, il prezzo ne saliva
molto alto.
Ciò spiega la varietà grande del prezzo degli schiavi, che — lasciando
stare i prezzi d’affezione eccezionali ed elevatissimi[898] — differiva
del doppio e anche di più secondo l’età, l’educazione, la professione,
al punto da duplicare il valore dello stesso schiavo dopo avere
sviluppato in lui certe attitudini[899].
Così Columella[900] dava pel suo tempo a un buon vignaiuolo il prezzo
di ottomila sesterzi, notando che se ne potevano avere a minor ragione,
ma la vigna poi ne sentiva i tristi effetti.
Al qual proposito si può notare come i prezzi, che ricorrono nel
Digesto, toccano o superano questa cifra quando se ne parla in via di
esemplificazione[901]; ma restano notevolmente inferiori, quando si
accenna a casi concreti. Si aggirano allora intorno a’ dieci _solidi_
per schiavi inferiori a’ dieci anni, a’ venti per quelli superiori,
raggiungendo i trenta per quelli che avevano una professione e i
cinquanta e i sessanta solidi, se questa professione era quella di
_notarius_ o di medico rispettivamente. Il prezzo degli stessi eunuchi
è di trenta, di cinquanta, di settanta solidi secondo l’età e la
capacità professionale[902].
Ora, anche senza volere di soverchio generalizzare questi dati, merita
considerazione il fatto che, pur nel restringersi del numero degli
schiavi, il loro prezzo non saliva molto alto; e deve poter valere
come un indizio dell’uso sempre più scarso, del bisogno sempre meno
avvertito degli schiavi, della concorrenza loro fatta dal lavoro
libero, che si cercava disciplinare e, si direbbe meglio, reggimentare.
La diminuzione degli schiavi è dimostrata anche dalla menzione più
frequente del _plagiato_ e dell’allevamento.
Già Augusto avea dovuto far perquisire gli _ergastula_ per rivendicare
in libertà uomini liberi rapiti e ridotti in servitù[903]. La frequenza
ed il rigore delle leggi contro il _plagiato_[904] durante il periodo
imperiale mostra la persistenza del male e la insufficienza della
minaccia, anche aggravata da pene severe.
L’allevamento degli schiavi poi, come mi è accaduto di avere altrove
notato[905], non è utile e non si raccomanda, dove vi è una larga
importazione di schiavi e sono aperti mercati che sopperiscono alla
richiesta. Ne’ casi di vietata o limitata importazione, invece,
l’allevamento diviene un’industria e viene a tenere in vita la
schiavitù, là dove il graduale esaurimento del suolo e la scarsa
produttività del lavoro servile l’eliminerebbe lentamente. In tali
condizioni avviene come una divisione di lavoro nella stessa schiavitù:
i paesi più esauriti o meno fecondi, che sogliono pure essere più
sani de’ piani opulenti ma spesso avvelenati, alimentano schiavi per
fornirli a paesi, dove l’allevamento trova un ostacolo nella maggiore
mortalità o riesce inadeguato alla richiesta[906].
In Columella già l’allevamento degli schiavi è oggetto di suggerimenti
insistenti[907], quali mancano negli scrittori anteriori d’agricoltura
e che trovano la loro spiegazione appunto nell’èra di pace inaugurata
da Augusto. E il gran numero di epigrafi, che ci attestano delle unioni
di schiavi, ci fanno vedere come il suggerimento s’imponesse anche per
i tempi posteriori; tanto più che in paesi di coltura estensiva, dove
la terra coltivabile o i pascoli superavano l’impiego, l’allevamento
doveva presentare inconvenienti relativamente minori.
Con la decrescente importazione, l’allevamento era un mezzo inevitabile
di reintegrare, anche ne’ limiti dello scemato bisogno, l’elemento
servile, che, per giunta, aveva una quota di mortalità molto elevata,
come è risaputo e facile ad arguirsi da esempi analoghi e come
ci lasciano ragionevolmente indurre le stesse epigrafi funerarie
dell’epoca imperiale romana, ove gli schiavi appariscono d’ordinario
defunti in età non avanzata.
E questa mortalità, mentre direttamente stremava la schiavitù,
aprendovi vuoti che l’allevamento non riusciva a colmare, accresceva
l’alea del possesso degli schiavi e costituiva così uno de’ maggiori
inconvenienti della schiavitù, che ne avea tanti, come si è visto, e
a cui si aggiungeva sotto l’Impero la delazione, frenata e repressa,
è vero, dalle leggi ne’ casi ordinari, ma solleticata e incoraggiata
invece ne’ casi — e non eran pochi — in cui entrasse l’interesse del
sovrano e dello Stato.
E mentre così la schiavitù, per fatto suo proprio e per i suoi rapporti
all’ambiente, seguitava sempre più ad intristire, maturavano sempre
più, d’altra parte, e spiegavano un’azione vieppiù grande e continua le
cause, che dovevano generalizzare il lavoro libero, suscitato del resto
e reso indispensabile per azione riflessa dallo stesso decadere della
schiavitù, dal lavoro libero scalzata.