XIV.

È appunto, quando Roma poteva dire di avere realizzato e reso stabile

il suo dominio universale, e mentre una nuova coscienza morale e

religiosa si veniva sempre più sviluppando in quell’organismo politico

che abbracciava tutti i popoli con la tendenza a fonderli in uno;

è appunto in quel tempo e in quell’Impero che sorse e cominciò a

dilatarsi il Cristianesimo, avvalendosi dello stesso gigantesco sistema

di comunicazioni e di scambi organizzato sotto gli auspici romani;

assimilandosi le forme più elevate di vita intellettuale e morale a

cui aveva approdato l’antichità attraverso la sua civiltà più volte

millenaria; adoperando gli stessi strumenti di cultura, che l’antichità

aveva elaborati e temprati.

Con un sentimento di tolleranza, ch’era al tempo stesso superstizione

e strumento di regno, Roma aveva non solo rispettate, ma spesso anche

accolte le divinità de’ vinti, implorandone il patrocinio e prendendole

essa stessa sotto la sua protezione.

Questa tendenza ad accogliere tutte le religioni era, in gran parte, il

prodotto dello stato rudimentale delle vedute cosmogoniche, che faceva

identica, pur sotto aspetto diverso, la coscienza religiosa e fomentava

e rendeva possibile l’ipotesi della coesistenza di culti differenti.

Ma il fatto stesso dell’accogliere come in una vasta classificazione,

una accanto all’altra, le diverse divinità, non poteva non avere una

profonda azione sulle vicende della speculazione e delle credenze;

e il concetto, più o meno accessibile e più o meno sviluppato, che

una forza unica o un’unica divinità si riflettesse ne’ molteplici

numi e che le religioni emanassero da un comune bisogno, il quale si

manifestava sotto parvenze diverse ne’ diversi popoli, doveva portare

ad un processo di eliminazione ed unificazione, e il più frequente e

più persistente commercio materiale e morale de’ popoli doveva spingere

a soddisfare ed esternare in forma più omogenea il bisogno e il

sentimento comune.

La società del più antico periodo imperiale riflette appunto uno

stadio notevole di questo processo[857]. Mentre l’Olimpo ufficiale

si arricchiva di nuove divinità, qua e là, tra i sapienti de’ centri

più civili si affacciava il sorriso superiore dello scettico; tra gli

elementi più superstiziosi della folla, ricca e povera, cittadina

e campagnuola, si facevano strada, raccomandati da riti bizzarri,

culti orientali; e, in anime più buone ed elevate, il processo di

unificazione si compiva cercando di dare alla coscienza religiosa un

contenuto e una base prevalentemente morale, sorretta da una concezione

religiosa ora monoteista, ora panteista, più spesso dominata dallo

sforzo di conciliare monoteismo e politeismo, conservando la varietà

antropomorfica sotto forma di potenze demoniache[858], e, assai più

appresso, di santi.

Il prevalere del Cristianesimo rappresenta il compimento di quest’opera

di fusione e il trionfo del lungo lavoro di trasformazione nelle

istituzioni religiose e nelle coscienze.

Come è stato ben detto in maniera molto sintetica, “occorreva la

mediazione della religione monoteista ebraica per far rivestire al

monoteismo erudito della filosofia volgare greca la forma sotto la

quale soltanto poteva aver presa sulle masse. Una volta trovata questa

mediazione, non poteva divenire religione universale che nel mondo

greco-romano, continuando a svilupparsi, per fondersi finalmente, nel

sistema d’idee a cui aveva approdato quel mondo„[859].

La nuova corrente religiosa, la quale aveva il segreto del suo avvenire

in un largo e inspirato senso umano, emancipato da riti e da formule,

rifletteva, sotto forma di sentimento, l’elevazione morale, raggiunta

dal mondo nelle manifestazioni più alte della vita e della speculazione

e costituiva la forma, sotto la quale la nuova coscienza poteva e

doveva concretarsi e divenire universale. La stessa ingenua semplicità,

ch’essa portava nella concezione del mondo e dell’esistenza, ne

faceva la forza; e la mirabile concordia del pensiero e della vita

apparsa nel suo fondatore, la toglieva anche meglio dal novero delle

pure astrazioni per darle i vantaggi e la potenza suggestiva di una

manifestazione viva e personale, a cui il martirio, il miracolo e

tutto un ciclo di soavi leggende davano la potenza fascinatrice atta a

conquistare la fantasia e il cuore del popolo.

Che infatti la propaganda cristiana reclutasse i suoi seguaci tra

gli elementi più bassi della popolazione, ci viene espressamente

attestato[860]; uno de’ rimproveri, che le si faceva, era anzi appunto

questo. Ma non bisogna credere che anche tra questi elementi e tra i

servi si facesse sempre strada così facilmente e senza contrasto.

Il misoneismo caratteristico delle classi sociali più depresse e

meno rese proclivi dalla cultura alla varietà d’adattamento creava

un inciampo al diffondersi del Cristianesimo, tanto più quanto la

credulità faceva prestare più facile orecchio alle stranezze, alle

parvenze odiose, sotto cui lo presentava l’ira e la preoccupazione

degli interessati e la stessa azione inconsapevolmente alteratrice

della fama. La fatica che il Cristianesimo durò a penetrare nelle

campagne trova appunto in questo la sua spiegazione.

Accadeva di questa corrente religiosa, quello che accade di altri

grandi movimenti religiosi, politici e sociali e in cui riesce

difficile spiegarsi alla bella prima la difficoltà, che trovano a

propagarsi tra le masse idee e correnti favorevoli a’ loro interessi

considerati sotto forma astratta e generale.

“Ecco un problema presso che insolubile per quelli che costruiscono la

storia assumendone come elemento dinamico alcune idee generali operanti

sotto forma di astratte categorie sugli uomini concepiti come masse

indistinte. Invece il problema trova agevole risposta per chi risolve

quelle masse indistinte ne’ loro elementi discreti, in individui, che

pensano, operano e si muovono nelle condizioni concrete di vita della

quale vivono„[861].

A questa stregua si può più oculatamente considerare quale azione

avesse la nuova corrente religiosa tra gli schiavi e sulla condizione

loro.

Quell’inesausto fervore di fede, di cui ci parla la tradizione del

movimento cristiano, e la suggestione ch’esso esercitava spingendo

fino al martirio, doveva determinare volta a volta nelle conventicole

cristiane un caldo ambiente morale, una corrente di fraternità;

e sotto l’impulso dell’ascetismo trionfante, assorti nel pensiero

dell’eternità, ond’era sopraffatta questa dimora passeggiera sulla

terra, una corrente di sentita fratellanza si stabiliva tra i fedeli e

cancellava, per un momento almeno, le differenze tra ricchi e poveri,

nobili e plebei, servi e padroni.

Degli schiavi vi avevano anche la loro parte, e il martirio di qualcuno

di loro, che ne rifletteva la pura luce sugli altri e faceva oggetto di

venerazione la loro tomba, non era senza significato[862].

Ma questi erano i giorni aurei e brevi del Cristianesimo primitivo,

povero ancora di seguaci e di beni, ricco di schietti entusiasmi.

Era il tempo de’ pochi eletti, le cui anime erano state prima tocche

dalla voce divina, perchè erano fatte per accoglierla.

Quanto più il movimento si allargava, per le immistioni continue di

elementi estranei, per le inevitabili concessioni al mondo esterno, più

ne discendeva l’atmosfera morale.

Gl’interessi terreni, piccoli e grandi ma prepotenti e continui,

deprimevano gli entusiasmi, ristabilivano di nuovo i rapporti un

momento oscurati nella conventicola tra padroni e servi.

A misura poi che entravano gli elementi delle classi superiori,

rifoggiavano la corporazione cristiana nel senso de’ loro pregiudizi

e de’ loro interessi, fondando una gerarchia del resto indispensabile

alla funzione della congrega; e gli elementi inferiori, specie i servi,

dovevano trovarsi a disagio.

Quegli stessi consigli di sommissione dovevano spesso riescire

irritanti per i servi.

L’antagonismo inevitabile e persistente tra padroni e servi si spostava

anche nel campo religioso; e, come i servi divenivano cristiani quando

i padroni erano pagani, così talora restavano o ridivenivano pagani,

quando i padroni si facevano cristiani.

L’ostilità de’ servi, a cui allude anche Tertulliano, attesta questo

fatto e ne ha spiegazione.

Questa ostilità degli schiavi, sorretta da un attaccamento al

Paganesimo, o presentata almeno sotto questa parvenza, apparve più

volte sotto la forma più recisa ed aperta[863]. E il sospetto, mai

bandito o sempre rinascente, delle denunzie servili, manteneva un

abisso tra servi e padroni, e concorreva, insieme all’interesse e al

pregiudizio di classe, a precludere o a rendere difficile a’ servi

l’entrata nell’associazione cristiana.

Inoltre, se nell’opera assidua di fusione, il Cristianesimo,

assimilandosi parte della mitologia e della liturgia pagana,

v’insufflava uno spirito nuovo, tal’altra n’era sopraffatto e non

restava che la faccia del vaso senza contenuto.

Finalmente, com’è stato osservato[864], l’azione della nuova coscienza

che si era formata, anche quando operava nella forma di fede religiosa

cristiana, operava interrottamente e sopratutto individualmente.

Quando andava per ridursi in un indirizzo stabile, per concretarsi

in un’istituzione, in una regola fissa ed universale, gli interessi

sociali presenti prendevano il sopravvento e l’azione della corrente

religiosa, anzi che modificare, ne restava modificata.

Il Cristianesimo, nella sua forma più schietta, popolare e suggestiva,

incarnava la coscienza universale, che si era formata nell’ambito

dell’Impero e rispondeva alle nuove condizioni di questo, che veniva

sempre più attenuando il suo carattere di dominio esclusivo romano

per acquistare un’impronta tutta sua, consentanea alla fusione e alla

risultante de’ suoi varî elementi.

In questa opposizione dell’uomo al cittadino, della vita individuale

alla politica, della religione allo Stato, che si presentava come

opposizione anche quando voleva sembrare od essere semplicemente

distinzione, stava il germe del contrasto tra il movimento cristiano

e l’Impero. La riluttanza al culto degl’imperatori ed altri fatti

consimili n’erano piuttosto i fenomeni e gli incidenti. Roma, magari

inconsapevolmente, combatteva nel Cristianesimo la forma e il riflesso

di quella potenza trasformatrice e dissolvente, che sottraeva allo

Stato il monopolio e il prestigio della religione, e, facendone base

di un organismo crescente nell’organismo dello Stato e a detrimento di

questo, dava al mondo romano, alla società universale dell’Impero un

altro centro che non fosse il potere politico dell’Impero.

E la lotta fu dura ed acre, finchè la tradizione cittadina romana

rimase viva e salda; ma, a misura che questa periva e scompariva

assorbita nel vasto organismo dell’Impero, la nuova religione appariva

come un principio unificatore, come il terreno comune de’ vari

popoli dell’Impero, sempre più alieni da un’organizzazione politica,

che perdeva ogni giorno più la sua ragione d’essere e diveniva

un’istituzione, sotto molti aspetti, parassitaria.

Fare allora del Cristianesimo la religione di Stato potè parere quasi

come sposare a’ suoi destini quelli dell’Impero e dare a questo una

nuova base, piegandolo, come sostegno e rappresentante della nuova

coscienza del mondo imperiale concretata nella nuova religione, ad

apparire di nuovo come la forma costituzionale organica del mondo

antico.

Così l’Impero, nell’atto stesso che rinnegava la tradizione romana

abbandonandone perfino la sede primitiva, si manteneva fedele a’ suoi

metodi di adattamento e di rinnovazione e prolungava indefinitamente la

sua esistenza.

Intanto, col suo legale riconoscimento e col suo avviamento graduale

verso la forma di religione ufficiale, il Cristianesimo era tratto

sempre più a costringersi e plasmarsi entro i termini de’ rapporti

sociali contemporanei, accentuando quella contraddizione tra

l’insegnamento teorico e la pratica della vita, che si riflette nel

pullulare di alcune sètte, nelle recriminazioni de’ rigoristi, nel

recalcitrare de’ Padri e dignitari della Chiesa in lotta con la potestà

civile, nella degenerazione dagli stessi membri della Chiesa denunziata

dalla gerarchia ecclesiastica.

Le condizioni de’ tempi e la insormontabile forza delle cose vincevano

allora e sopraffacevano la teorica virtù de’ precetti, dando uno

spettacolo, in cui doveva vedere tutto una parata d’ipocrisia chi non

riesciva a vedervi il germe ineluttabile del contrasto.

Così il secolo quarto e i successivi, accanto alle forme più elevate di

predicazione morale e ad individui che ne costituivano l’incarnazione

e il vivo esempio, presentavano tutte le forme della corruzione e della

decadenza[865].

Così accadeva che, sotto imperatori cristiani, la legislazione

regolatrice della condizione de’ servi costituisse, talora, una sosta,

talora anche un regresso rimpetto alla legislazione d’imperatori

pagani[866].

E, infatti, è proprio sotto Costantino, cioè mentre la religione

cristiana, trionfando delle persecuzioni e degli ostacoli, otteneva il

suo riconoscimento ufficiale; è proprio allora che una nuova sorgente

di schiavitù veniva sancita e si rincrudivano le disposizioni sulla

schiavitù.

Aggravando le norme del S. C. Claudiano, attenuato da Alessandro

Severo[867], Costantino comminò la morte alla libera che sposasse il

proprio servo, riservando il rogo a costui[868].

A risolvere la controversia tra due litiganti sulla proprietà del servo

fuggitivo, decretò che come mezzo d’indagine s’adoperasse la tortura

dello stesso schiavo conteso[869].

Mentre la giurisprudenza classica avea conservato il carattere

imprescrittibile della libertà, e dal dissoluto Caracalla, autore

di norme felicemente contraddittorie a favore della libertà degli

schiavi[870], sino al dispotico Diocleziano, si vietava la vendita del

libero fatta da sè stesso[871] e specialmente quella de’ figli fatta

dal padre[872]; sotto Costantino, con un passo reazionario, si veniva a

sancire il diritto padronale di chi avesse raccolto un esposto[873].

Quest’ultima disposizione, che uno storico antico spiegava con lo stato

di disagio dovuto in gran parte al peso crescente e soverchiante delle

imposte[874], veramente s’era insinuata come una misura inevitabile per

ovviare a’ peggiori effetti delle esposizioni d’infanti, dopo che per

altre vie si era cercato di sovvenire all’alimentazione della prole de’

poveri[875].

Ma si vede, intanto, anche da questo come le riforme fossero

determinate da concrete condizioni sociali e come il Cristianesimo,

accettato nella sua parte liturgica e formale sempre più prevalente,

si spuntava nel tentativo di riformare la società sulla sua base

morale; e, a misura che progrediva come associazione organizzata,

come chiesa costituita, si compenetrava con l’ordinamento legale

dell’ambiente circostante, oscurando la forza nativa de’ precetti

astratti e cercando di attenuare, con restrizioni mentali, sottintesi e

distinzioni scolastiche, il dualismo inconciliabile tra una coscienza

morale ridotta in gran parte allo stato di pura teoria e un’azione

pratica, che, se talvolta per impulso e favore di condizioni esterne

ne realizzava qualche conseguenza, molte altre volte ne riusciva la

negazione.

Si riusciva così ad una specie di compromessi, come quello tipico di

Costantino, che vietava d’imprimere il marchio sul volto, “figurato ad

immagine della bellezza celeste„, ma non rinunziava ad imprimerlo sulle

mani e su’ polpacci![876].

Quindi per secoli ancora, nello stesso diffondersi del Cristianesimo

e nel progresso del suo carattere ufficiale, continuavano la schiavitù

con i suoi inevitabili malanni e gli spettacoli orrendi del circo[877],

minati pur sempre dalle cause intime, già prima accennate e sempre

persistenti e più attive, che cercavano un’espressione nella coscienza

cristiana come altra volta l’aveano cercata nelle teorie filosofiche

e si servivano, quando se ne offriva il modo, de’ nuovi istituti e

de’ nuovi organi di pubblico potere e di vita sociale per tradursi in

realtà.

In tal modo l’eliminazione della schiavitù, qualche volta inceppata,

riprendeva per necessità di cose il suo corso. Le stesse necessità

quotidiane di vita, inconsapevolmente, ne realizzavano le condizioni.

Si faceva via mediante privilegi, concessioni, attenuazioni e

miglioramenti, che, nella mente di chi li consentiva, potevano

muovere da un criterio d’opportunità o da un proposito di sorreggere

una istituzione vacillante, ma riuscivano, nondimeno, a puntellare,

fors’anche nell’oggi la schiavitù per isvolgere in essa un germe di

disorganizzazione e di trasformazione.

I costosi giuochi del circo declinavano, condannati in forma più

manifesta e consapevole dagl’interpreti di una più elevata coscienza

morale, scalzati al tempo stesso, senza che altri forse se ne

avvedesse, dal disagio crescente, dal venir meno delle magistrature,

della gerarchia, dell’ordinamento politico, ch’erano stati ad essi

occasione, condizione ed impulso.

La coscienza giuridica, sempre più svolta, cercava poi forme più

coerenti ed organiche nell’opera di codificazione, e al lavorìo

singolo, frazionario, inconsapevole, attraverso cui la giurisprudenza

e la legislazione aveano lentamente ma continuamente fatto il loro

cammino, faceva succedere l’opera consapevole di chi di quel lavorìo

può abbracciare tutti i risultamenti; alla casistica sostituiva la

regola, all’analisi la sintesi, alla induzione la deduzione.

Questa fase dell’evoluzione giuridica, che si compiva specialmente

sotto Giustiniano ed è stata a questo rinfacciata come una colpa ed

un errore[878], era la necessaria successione dello stadio riflesso

a quello spontaneo. La funzione legislativa veniva, per questa via,

talvolta a perdere del suo valore pratico e della sicurezza nelle

applicazioni a’ casi singolari, ma, in cambio, si colmavano lacune,

si generalizzavano casi specifici, si allargavano conseguenze di

esperimenti, si svecchiavano forme e si eliminavano norme ed istituti,

ch’erano omai semplici sopravvivenze.

Sotto Teodosio quindi, e assai più e specialmente sotto Giustiniano,

quando era anche progredita di tanto la formazione degli elementi

costitutivi della schiavitù, si vede riassunta, svolta, completata

l’opera della giurisprudenza e della legislazione miglioratrice della

condizione degli schiavi[879].

Si riproducono e si svolgono gli antichi postulati sull’indole

tutta civile della schiavitù contraria al diritto naturale[880],

si abolisce il S. C. Claudiano[881]; si abolisce la servitù della

pena[882]; si ribadiscono e si allargano le cause di liberazione[883],

e, inspirandosi sempre al _favor libertatis_, si eliminano inceppi

alla manumissione[884], che non adempiono più una funzione utile,

o distinzioni fatte per creare incapacità politiche e gradazioni

nell’esercizio de’ diritti de’ cittadini, che non aveano più

significato dopo l’allargamento del diritto di cittadinanza a tutti gli

abitanti dell’Impero, la mutata organizzazione de’ poteri pubblici e

l’accentramento della vita politica nel palazzo imperiale.

Del pari col sostituirsi che la Chiesa faceva al foro, col divenire,

ch’essa faceva, il massimo organo di relazione, il più continuo e più

generale luogo di convegno, era naturale che divenisse più frequente

e prevalente la forma di manumissione ecclesiastica, già sancita

da Costantino[885] e preferita per il suo rito più semplice, per il

prestigio che acquistava dall’ambiente mistico, ove si compiva, per

la protezione divina, che, anche se non impetrata, sembrava esserle

inerente, e aveva più valore quando più vacillavano le istituzioni

civili.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 66 / 73 题