Suscitato e preparato dall’intimo antagonismo e da’ contrasti sempre
crescenti e più aperti tra la metropoli e le provincie, la grande
possidenza e la piccola, i benestanti e i proletarî, gli schiavi e i
padroni, i dominatori e i dominati, l’Impero sorgeva come una forma
di governo meglio rispondente alle nuove proporzioni del dominio e
alla modificata composizione del corpo sociale, come un organismo
politico in cui le antitesi e i dissidî dell’èra repubblicana potevano
e dovevano trovare, se non la loro risoluzione, almeno un qualche
componimento, un relativo stato di equilibrio.
L’Impero trovava la sua ragion d’essere e il segreto della sua vita e
del suo avvenire, se anche i suoi strumenti non ne avevano chiara e
piena coscienza, in un compromesso, imposto dalla forza delle cose,
promosso o bene accolto da varî elementi del dominio, accettato o
tollerato, come una inevitabile necessità, da altri. Esso è stato
bene considerato come una diarchia, ove il potere era diviso ed
equilibrato tra il senato come rappresentante dell’aristocrazia
romana e l’imperatore come rappresentante del popolo; ma il popolo
andrebbe veramente inteso in senso assai largo, e si potrebbe vedere
nell’imperatore il rappresentante, magari talvolta inconsapevole e
implicito, di tutti i molteplici elementi, che, come i provinciali,
gli stessi servi, i dominati in generale non avevano un modo diretto
di determinare l’indirizzo politico dello Stato, di far sentire
regolarmente e con utile effetto la propria voce, di resistere a
quella ristretta classe di persone, che da Roma e dalla zona più
vicina sfruttava ogni maniera di soggetti e monopolizzava il potere,
facendo della legge e del governo l’espressione e lo strumento de’ suoi
interessi. Nell’intuizione di queste molteplici solidarietà, in questo
largo consenso d’interessi l’Impero aveva il suo sostegno, e, quanto
più il senso della sua utilità si diffondeva in una più estesa cerchia
di persone e l’utilità nell’esperienza si rendeva più evidente e più
certa, più l’istituzione metteva radici e acquistava vigore.
Questo potere, prima di divenire, come poi fece, un’istituzione,
aveva i caratteri e le forme di un’egemonia personale, e si affermava
e operava per vie e con forme, che stavano di mezzo tra le private
e le pubbliche, tendendo a dare apparenza di rapporti e funzioni
private a certe funzioni e ingerenze di carattere pubblico ma inerenti
alla persona del principe; mentre gli stessi rapporti e funzioni di
carattere privato riescivano spesso, anche senza volerlo, ad assumere
carattere pubblico.
Per realizzare le condizioni necessarie all’esercizio dell’egemonia
personale, il principe aveva bisogno di una larga categoria di persone,
che non vivessero di vita autonoma, ma fossero come la proiezione
della sua persona e le sue braccia allungate e che, pur valendo
all’occorrenza come funzionarî, rimanessero avvinti a lui da un legame
di stretta dipendenza e da lui riconoscessero la propria posizione e la
ragione della loro azione.
Niente meglio de’ liberti e degli schiavi, secondo i casi e la natura
più o meno subordinata e rilevante delle funzioni, poteva sopperire a
questo bisogno.
Essi costituivano anche un elemento affatto scevro di tradizioni non
solo repubblicane ma politiche, e come tali avevano il vantaggio di
essere migliori e più sicuri strumenti in mano del principe nella
sua lotta, se anche non più aperta, pur sempre persistente, in forma
coverta, con le classi dominanti che avevano perduto il monopolio del
potere.
Ciò spiega anzi un’apparente contraddizione nel trattamento fatto
a’ liberti sotto l’Impero, che, mentre già dalle origini fecondava e
favoriva il potere effettivo de’ liberti, ne deprimeva la condizione
politica, togliendo loro, come pare, il diritto di voto, escludendoli
dalle legioni, esigendo per le stesse flotte, dopo che divennero un
vero servizio militare, l’origine libera e precludendo loro l’adito
alle magistrature e a’ sacerdozî[807].
La ragione di queste restrizioni stava appunto, a quanto sembra, nel
proposito d’impedire che, mediante le numerose manumissioni, i privati
si creassero delle clientele capaci di spiegare un’azione anche nel
campo della politica e che i liberti, entrando nel pieno esercizio
de’ diritti politici, si avvezzassero a vedere nel potere imperiale un
antagonista anzi che un rappresentante e un protettore.
Al dubbio potere da conquistare nel campo della politica e
dell’amministrazione cittadina, in un periodo in cui il principato
mirava a farsi sempre più incombente e soverchiante, i liberti
dovevano anteporre il largo posto ad essi fatto nella gerarchia della
casa imperiale, nella gestione delle finanze, nell’amministrazione
e talvolta nel governo stesso delle provincie imperiali[808], che,
compenetrandoli col potere imperiale, li veniva a rendere al tempo
stesso strumenti e partecipi di esso.
Con la riforma compiuta da Adriano nel campo dell’amministrazione
imperiale, è vero, i posti più perspicui toccano ormai all’ordine
equestre, e i liberti passano in second’ordine[809], riservati a
uffici subordinati. Ma, anzitutto, l’ordine equestre stesso non era
assolutamente chiuso a’ manomessi, che avevano il modo di elevarsi ad
esso gradualmente; e poi, se anche sfuggiva loro di mano il monopolio
del potere formale concesso dalla gerarchia, erano ben lontani dal
perdere quella potenza effettiva che nella società e più nella corte
era loro assicurato dalla ricchezza, dalla versatilità e varietà di
attitudini e da quella agilità di espedienti e di modi, da quel fare
insinuante e spesso insidioso, a cui si erano bene addestrati negli
anni di servitù e che ora portavano seco nella vita come un’arma,
l’arma più maneggevole e adatta in un tempo e in una vita come quelli
di Roma imperiale.
Essi traevano partito dal proprio ingegno, dalla giovinezza
degl’imperatori, dalle loro debolezze, dalle rivalità, dalle ambizioni,
dalla passione delle donne loro familiari per ordire tutta una
trama d’intrighi, di cui le fila erano in mano loro e ch’essi così
intrecciavano e svolgevano a loro talento.
“La massima parte de’ principi — poteva dire Plinio[810] a Traiano
— mentre erano padroni de’ cittadini, erano servi de’ liberti:
governavano secondo i loro suggerimenti, secondo i loro cenni; per
mezzo loro sentivano, per loro mezzo parlavano; per mezzo loro si
chiedevano le preture e i consolati, anzi si impetravano da loro„.
Infatti lo stesso regime sagace di Augusto e quello severo di
Tiberio aveano dato l’esempio, il primo, delle rapacità di Licinio e
l’altro della potenza di Severo, di Thallo, di Nomio; ma l’invadenza,
contenuta sotto questi primi principi, avea vinto ogni ritegno sotto
Caligola, sotto Claudio specialmente e sotto Nerone; e, frenata
talvolta da qualche imperatore più savio o più energico, era sempre
pronta a eccedere di nuovo con imperatori del genere di Domiziano,
di Commodo[811] e di Elagabalo[812]. Anche imperatori buoni, come M.
Aurelio, non riuscirono a contenere ne’ giusti termini i liberti; e, in
ogni caso, pur sapendo contenerli, li tenevano sempre in onore. Così
Adriano[813], così Traiano, di cui Plinio[814] soggiungeva: “Tu rendi
anche a’ tuoi liberti grandissimo onore, ma sempre come si conviene a
liberti e credi che basti se abbian fama di gente proba ed economa„.
La condizione di fatto, che schiavi e liberti acquistavano e
mantenevano nelle case de’ potenti e specialmente alla corte
imperiale e nelle sue dipendenze, assicurava loro una prevalenza e un
prestigio, che si sovrapponeva alla loro condizione legale e la faceva
dimenticare.
Che importava che lo stato servile impedisse loro di partecipare
all’esercizio di diritti politici resi sempre più nominali e illusorî,
se potevano, con i vantaggi e con l’irresponsabilità di un governo
indiretto, recarsi il potere effettivo nelle mani? Che importava se,
ricordo di un tempo passato, la loro pelle serbava ancora le tracce
della mano fustigatrice del padrone? Anche a questo sapeva portar
rimedio l’arte della teletta, fatta dal tempo sempre più dotta di
espedienti e ricca di cosmetici. E, intanto, senatori e magistrati e
potenti facevano ressa alla porta o nell’anticamera del favorito[815],
cercando che il loro ossequio non passasse inosservato, o sollecitando
un’udienza, ora, quasi per rappresaglia, concessa a fatica e con
tutte le forme atte a far sentire la superiorità dell’ignobile
figlio della fortuna, la quale, obbedendo al suo capriccio, l’aveva
prima bistrattato, facendolo nascere in basso, e poi l’aveva col
suo noncurante sorriso lanciato in alto per tenervelo su in bilico
e precipitarlo ancora all’occorrenza, se il vento del successo o
l’umore bizzarro del padrone turbava quel pericoloso e sapiente giuoco
d’altalena e gli faceva perdere l’equilibrio.
I liberti intanto, e in dati casi anche gli schiavi, costretti dalla
loro stessa inferiorità legale ad appagare per altre vie il loro
desiderio di ascendere e migliorare il proprio stato, mettevano a
profitto tutti i mezzi di far fortuna.
Della loro posizione alla corte e del favore imperiale si servivano per
accumulare fortune talora enormi[816], fatte mediante ruberie o con la
vendita della loro mediazione alla turba de’ postulanti.
Fuori anche del parassitismo, studiosamente coltivato e abilmente
usufruito, essi rappresentavano l’elemento più industrioso e sapiente
nell’arte di scovare le vie del guadagno e venirne a capo con la
mercatura specialmente e poi con tutte le altre forme di operosità, in
cui essi facevano talora da pionieri e tal’altra da emuli del lavoro
libero.
Si vedevano così servi, che veramente si potevano dir tali solo di
nome, fatti indipendenti, o quasi, da’ padroni, forti delle sostanze
accumulate e che ampliavano sempre più l’uso de’ vicarii, sorti come
uno de’ cespiti del peculio, come un mezzo di speculazione, e poi
convertiti in surrogati de’ servi ed estesi sino al punto da dare al
servo stesso una servitù talvolta anche numerosa[817].
I liberti poi tendevano a costituire essi stessi una classe media,
in cui intanto s’insinuavano in ogni maniera, e che penetravano da
tutti i lati, elevandosi sino ad essa, colmandone i vuoti crescenti,
dominandola con la potenza del danaro.
L’_augustalità_, un’istituzione ibrida, le cui origini non si lasciano
determinatamente seguire e che, senza avere scopi e funzioni religiose
o civili nettamente definite, avea le apparenze delle une e delle
altre, era una forma di organizzazione de’ liberti, fuori delle cariche
municipali e di contro all’ordine investito dell’amministrazione
ne’ municipî, su cui si vennero anche modellando e rifoggiando
organizzazioni simili formate non più da liberti. Questa organizzazione
non aveva una vera e reale sfera di azione nella vita giuridica ed
amministrativa del paese, ma dava modo a’ liberti di costituire un
_ordine_, che tra il decurionato e la plebe de’ municipî simulava la
posizione tenuta a Roma dall’ordine equestre tra l’ordine senatorio
e la plebe, e dava modo a’ liberti di sentirsi non più come elementi
disgregati ed erranti nella compagine dell’Impero romano, ma come
una classe solidale; li ricongiungeva all’autorità e alla persona
dell’imperatore, da cui improntavano il nome quasi a suggello di
protezione e di nobiltà; e li metteva in grado, mediante i donativi,
le largizioni e gli spettacoli di accaparrarsi il favore della folla
e crescere d’importanza, gareggiando vittoriosamente con gli altri
cittadini in quella funzione di beneficenza decorativa, a cui pareva
si andassero sempre più riducendo le funzioni e la ragione d’essere di
molte cariche.
A prescindere dall’importanza e dalla potenza raggiunta dagli schiavi
nello stesso stato di servitù e che costituiva un fatto sempre meno
infrequente, anche nel campo della vita privata, col crescere delle
fortune, cui essi erano preposti in qualità di _actores, vilici_, ecc.;
lo stato sociale raggiunto da’ servi sotto forma di liberti non poteva
fare a meno di riflettersi sulla generalità de’ servi per mutare sempre
più il concetto teorico della schiavitù e degli schiavi.
Veramente, come già innanzi si è osservato, moltissime volte accadeva
che il servo manomesso, o semplicemente innalzato su’ suoi compagni
di servitù, a disdire e disconoscere la sua origine ignobile, non
trovasse miglior modo che rinnegare ogni solidarietà con i suoi
uguali di un tempo e affettasse e ostentasse verso di loro dispregi
e, all’occorrenza, un contegno inumano. Ma ciò non toglieva che gli
altri considerassero, moralmente, a una stregua schiavi e manomessi
per confonderli in un solo sentimento di sprezzo o per guardarli con un
solo senso di timore, e, in altri casi, per vedere in essi una sola e
medesima natura umana piegata dagli eventi a vari atteggiamenti e varie
fortune.
Così, a misura che da’ bassifondi della società, dove i servi erano
relegati, se ne staccavano più elementi per ascendere all’alto, si
attenuava la rigidità di questa stratificazione e si costituiva, sempre
più saldo e perspicuo, un legame di continuità.
La ostinata distinzione delle classi sociali e la loro ripugnanza a
fondersi, in nessuna cosa forse più dura e meglio si mostra che ne’
matrimonî, dove l’ostacolo, che viene dalla disparità della condizione
sociale, è mantenuta dal costume, anche quando vien meno la legge che
la prescrive.
È tanto più notevole quindi l’imbattersi in matrimonî misti, non solo
di schiavi e liberti, ma di persone di condizione rispettivamente
libera e servile.
Non saprei dire se e in quanto, come si è accennato[818], questi
matrimonî divenissero più frequenti nell’ambiente cristiano e per opera
del nuovo movimento religioso, tanto più che ne mancano vere prove, e
il sentimento religioso cristiano, quando era più fervido e sentito,
tendeva a distogliere da ogni specie di rapporto sessuale.
Si può osservare invece, come queste unioni coniugali miste sorgevano
e si rendevano relativamente frequenti prima e fuori dell’azione del
movimento cristiano.
I _servi pubblici_, che dalla stessa natura de’ loro rapporti sono
messi in una posizione di fatto più elevata rispetto a’ servi comuni,
ci offrono già esempî di unioni con donne libere[819].
Il connubio poi tra ingenui e libertini ebbe il suo giuridico
riconoscimento e la sua forza legale per opera di Augusto nel
736/18[820].
Che le unioni coniugali anche di servi privati con donne di condizione
libera non dovessero essere rare sin da’ primi tempi dell’Impero, ce
lo lascia argomentare il senatoconsulto Claudiano, deliberato sotto
Claudio nel 53 d. C.[821] e poi ripetutamente richiamato in vigore[822]
con maggiore severità.
E del resto, a confermare questa ragionevolissima induzione, soccorrono
le epigrafi, che ci dànno, con la prova, l’esempio di queste unioni tra
liberi e servi[823], talvolta della casa imperiale[824], tra padrone e
servi, specialmente schiave liberate e fatte spose[825].
Sono naturalmente semplici vestigi di tanti altri casi forse, di cui la
memoria non venne fermata, od è andata perduta.
Intanto, il fatto che non solo questi rapporti si creavano, come
la tradizione letteraria assevera, per rilassatezza di costumi,
ma divenivano vere unioni stabili, il che è altra cosa; e non solo
ciò avveniva, ma se ne prendeva atto pubblicamente nell’iscrizione
sepolcrale e se ne formava come il documento; tutto questo attesta
una corrente nuova d’idee, tutta una serie di pregiudizi vinti, un
lungo cammino fatto per colmare la voragine già esistente tra liberi e
schiavi.