XII.

Suscitato e preparato dall’intimo antagonismo e da’ contrasti sempre

crescenti e più aperti tra la metropoli e le provincie, la grande

possidenza e la piccola, i benestanti e i proletarî, gli schiavi e i

padroni, i dominatori e i dominati, l’Impero sorgeva come una forma

di governo meglio rispondente alle nuove proporzioni del dominio e

alla modificata composizione del corpo sociale, come un organismo

politico in cui le antitesi e i dissidî dell’èra repubblicana potevano

e dovevano trovare, se non la loro risoluzione, almeno un qualche

componimento, un relativo stato di equilibrio.

L’Impero trovava la sua ragion d’essere e il segreto della sua vita e

del suo avvenire, se anche i suoi strumenti non ne avevano chiara e

piena coscienza, in un compromesso, imposto dalla forza delle cose,

promosso o bene accolto da varî elementi del dominio, accettato o

tollerato, come una inevitabile necessità, da altri. Esso è stato

bene considerato come una diarchia, ove il potere era diviso ed

equilibrato tra il senato come rappresentante dell’aristocrazia

romana e l’imperatore come rappresentante del popolo; ma il popolo

andrebbe veramente inteso in senso assai largo, e si potrebbe vedere

nell’imperatore il rappresentante, magari talvolta inconsapevole e

implicito, di tutti i molteplici elementi, che, come i provinciali,

gli stessi servi, i dominati in generale non avevano un modo diretto

di determinare l’indirizzo politico dello Stato, di far sentire

regolarmente e con utile effetto la propria voce, di resistere a

quella ristretta classe di persone, che da Roma e dalla zona più

vicina sfruttava ogni maniera di soggetti e monopolizzava il potere,

facendo della legge e del governo l’espressione e lo strumento de’ suoi

interessi. Nell’intuizione di queste molteplici solidarietà, in questo

largo consenso d’interessi l’Impero aveva il suo sostegno, e, quanto

più il senso della sua utilità si diffondeva in una più estesa cerchia

di persone e l’utilità nell’esperienza si rendeva più evidente e più

certa, più l’istituzione metteva radici e acquistava vigore.

Questo potere, prima di divenire, come poi fece, un’istituzione,

aveva i caratteri e le forme di un’egemonia personale, e si affermava

e operava per vie e con forme, che stavano di mezzo tra le private

e le pubbliche, tendendo a dare apparenza di rapporti e funzioni

private a certe funzioni e ingerenze di carattere pubblico ma inerenti

alla persona del principe; mentre gli stessi rapporti e funzioni di

carattere privato riescivano spesso, anche senza volerlo, ad assumere

carattere pubblico.

Per realizzare le condizioni necessarie all’esercizio dell’egemonia

personale, il principe aveva bisogno di una larga categoria di persone,

che non vivessero di vita autonoma, ma fossero come la proiezione

della sua persona e le sue braccia allungate e che, pur valendo

all’occorrenza come funzionarî, rimanessero avvinti a lui da un legame

di stretta dipendenza e da lui riconoscessero la propria posizione e la

ragione della loro azione.

Niente meglio de’ liberti e degli schiavi, secondo i casi e la natura

più o meno subordinata e rilevante delle funzioni, poteva sopperire a

questo bisogno.

Essi costituivano anche un elemento affatto scevro di tradizioni non

solo repubblicane ma politiche, e come tali avevano il vantaggio di

essere migliori e più sicuri strumenti in mano del principe nella

sua lotta, se anche non più aperta, pur sempre persistente, in forma

coverta, con le classi dominanti che avevano perduto il monopolio del

potere.

Ciò spiega anzi un’apparente contraddizione nel trattamento fatto

a’ liberti sotto l’Impero, che, mentre già dalle origini fecondava e

favoriva il potere effettivo de’ liberti, ne deprimeva la condizione

politica, togliendo loro, come pare, il diritto di voto, escludendoli

dalle legioni, esigendo per le stesse flotte, dopo che divennero un

vero servizio militare, l’origine libera e precludendo loro l’adito

alle magistrature e a’ sacerdozî[807].

La ragione di queste restrizioni stava appunto, a quanto sembra, nel

proposito d’impedire che, mediante le numerose manumissioni, i privati

si creassero delle clientele capaci di spiegare un’azione anche nel

campo della politica e che i liberti, entrando nel pieno esercizio

de’ diritti politici, si avvezzassero a vedere nel potere imperiale un

antagonista anzi che un rappresentante e un protettore.

Al dubbio potere da conquistare nel campo della politica e

dell’amministrazione cittadina, in un periodo in cui il principato

mirava a farsi sempre più incombente e soverchiante, i liberti

dovevano anteporre il largo posto ad essi fatto nella gerarchia della

casa imperiale, nella gestione delle finanze, nell’amministrazione

e talvolta nel governo stesso delle provincie imperiali[808], che,

compenetrandoli col potere imperiale, li veniva a rendere al tempo

stesso strumenti e partecipi di esso.

Con la riforma compiuta da Adriano nel campo dell’amministrazione

imperiale, è vero, i posti più perspicui toccano ormai all’ordine

equestre, e i liberti passano in second’ordine[809], riservati a

uffici subordinati. Ma, anzitutto, l’ordine equestre stesso non era

assolutamente chiuso a’ manomessi, che avevano il modo di elevarsi ad

esso gradualmente; e poi, se anche sfuggiva loro di mano il monopolio

del potere formale concesso dalla gerarchia, erano ben lontani dal

perdere quella potenza effettiva che nella società e più nella corte

era loro assicurato dalla ricchezza, dalla versatilità e varietà di

attitudini e da quella agilità di espedienti e di modi, da quel fare

insinuante e spesso insidioso, a cui si erano bene addestrati negli

anni di servitù e che ora portavano seco nella vita come un’arma,

l’arma più maneggevole e adatta in un tempo e in una vita come quelli

di Roma imperiale.

Essi traevano partito dal proprio ingegno, dalla giovinezza

degl’imperatori, dalle loro debolezze, dalle rivalità, dalle ambizioni,

dalla passione delle donne loro familiari per ordire tutta una

trama d’intrighi, di cui le fila erano in mano loro e ch’essi così

intrecciavano e svolgevano a loro talento.

“La massima parte de’ principi — poteva dire Plinio[810] a Traiano

— mentre erano padroni de’ cittadini, erano servi de’ liberti:

governavano secondo i loro suggerimenti, secondo i loro cenni; per

mezzo loro sentivano, per loro mezzo parlavano; per mezzo loro si

chiedevano le preture e i consolati, anzi si impetravano da loro„.

Infatti lo stesso regime sagace di Augusto e quello severo di

Tiberio aveano dato l’esempio, il primo, delle rapacità di Licinio e

l’altro della potenza di Severo, di Thallo, di Nomio; ma l’invadenza,

contenuta sotto questi primi principi, avea vinto ogni ritegno sotto

Caligola, sotto Claudio specialmente e sotto Nerone; e, frenata

talvolta da qualche imperatore più savio o più energico, era sempre

pronta a eccedere di nuovo con imperatori del genere di Domiziano,

di Commodo[811] e di Elagabalo[812]. Anche imperatori buoni, come M.

Aurelio, non riuscirono a contenere ne’ giusti termini i liberti; e, in

ogni caso, pur sapendo contenerli, li tenevano sempre in onore. Così

Adriano[813], così Traiano, di cui Plinio[814] soggiungeva: “Tu rendi

anche a’ tuoi liberti grandissimo onore, ma sempre come si conviene a

liberti e credi che basti se abbian fama di gente proba ed economa„.

La condizione di fatto, che schiavi e liberti acquistavano e

mantenevano nelle case de’ potenti e specialmente alla corte

imperiale e nelle sue dipendenze, assicurava loro una prevalenza e un

prestigio, che si sovrapponeva alla loro condizione legale e la faceva

dimenticare.

Che importava che lo stato servile impedisse loro di partecipare

all’esercizio di diritti politici resi sempre più nominali e illusorî,

se potevano, con i vantaggi e con l’irresponsabilità di un governo

indiretto, recarsi il potere effettivo nelle mani? Che importava se,

ricordo di un tempo passato, la loro pelle serbava ancora le tracce

della mano fustigatrice del padrone? Anche a questo sapeva portar

rimedio l’arte della teletta, fatta dal tempo sempre più dotta di

espedienti e ricca di cosmetici. E, intanto, senatori e magistrati e

potenti facevano ressa alla porta o nell’anticamera del favorito[815],

cercando che il loro ossequio non passasse inosservato, o sollecitando

un’udienza, ora, quasi per rappresaglia, concessa a fatica e con

tutte le forme atte a far sentire la superiorità dell’ignobile

figlio della fortuna, la quale, obbedendo al suo capriccio, l’aveva

prima bistrattato, facendolo nascere in basso, e poi l’aveva col

suo noncurante sorriso lanciato in alto per tenervelo su in bilico

e precipitarlo ancora all’occorrenza, se il vento del successo o

l’umore bizzarro del padrone turbava quel pericoloso e sapiente giuoco

d’altalena e gli faceva perdere l’equilibrio.

I liberti intanto, e in dati casi anche gli schiavi, costretti dalla

loro stessa inferiorità legale ad appagare per altre vie il loro

desiderio di ascendere e migliorare il proprio stato, mettevano a

profitto tutti i mezzi di far fortuna.

Della loro posizione alla corte e del favore imperiale si servivano per

accumulare fortune talora enormi[816], fatte mediante ruberie o con la

vendita della loro mediazione alla turba de’ postulanti.

Fuori anche del parassitismo, studiosamente coltivato e abilmente

usufruito, essi rappresentavano l’elemento più industrioso e sapiente

nell’arte di scovare le vie del guadagno e venirne a capo con la

mercatura specialmente e poi con tutte le altre forme di operosità, in

cui essi facevano talora da pionieri e tal’altra da emuli del lavoro

libero.

Si vedevano così servi, che veramente si potevano dir tali solo di

nome, fatti indipendenti, o quasi, da’ padroni, forti delle sostanze

accumulate e che ampliavano sempre più l’uso de’ vicarii, sorti come

uno de’ cespiti del peculio, come un mezzo di speculazione, e poi

convertiti in surrogati de’ servi ed estesi sino al punto da dare al

servo stesso una servitù talvolta anche numerosa[817].

I liberti poi tendevano a costituire essi stessi una classe media,

in cui intanto s’insinuavano in ogni maniera, e che penetravano da

tutti i lati, elevandosi sino ad essa, colmandone i vuoti crescenti,

dominandola con la potenza del danaro.

L’_augustalità_, un’istituzione ibrida, le cui origini non si lasciano

determinatamente seguire e che, senza avere scopi e funzioni religiose

o civili nettamente definite, avea le apparenze delle une e delle

altre, era una forma di organizzazione de’ liberti, fuori delle cariche

municipali e di contro all’ordine investito dell’amministrazione

ne’ municipî, su cui si vennero anche modellando e rifoggiando

organizzazioni simili formate non più da liberti. Questa organizzazione

non aveva una vera e reale sfera di azione nella vita giuridica ed

amministrativa del paese, ma dava modo a’ liberti di costituire un

_ordine_, che tra il decurionato e la plebe de’ municipî simulava la

posizione tenuta a Roma dall’ordine equestre tra l’ordine senatorio

e la plebe, e dava modo a’ liberti di sentirsi non più come elementi

disgregati ed erranti nella compagine dell’Impero romano, ma come

una classe solidale; li ricongiungeva all’autorità e alla persona

dell’imperatore, da cui improntavano il nome quasi a suggello di

protezione e di nobiltà; e li metteva in grado, mediante i donativi,

le largizioni e gli spettacoli di accaparrarsi il favore della folla

e crescere d’importanza, gareggiando vittoriosamente con gli altri

cittadini in quella funzione di beneficenza decorativa, a cui pareva

si andassero sempre più riducendo le funzioni e la ragione d’essere di

molte cariche.

A prescindere dall’importanza e dalla potenza raggiunta dagli schiavi

nello stesso stato di servitù e che costituiva un fatto sempre meno

infrequente, anche nel campo della vita privata, col crescere delle

fortune, cui essi erano preposti in qualità di _actores, vilici_, ecc.;

lo stato sociale raggiunto da’ servi sotto forma di liberti non poteva

fare a meno di riflettersi sulla generalità de’ servi per mutare sempre

più il concetto teorico della schiavitù e degli schiavi.

Veramente, come già innanzi si è osservato, moltissime volte accadeva

che il servo manomesso, o semplicemente innalzato su’ suoi compagni

di servitù, a disdire e disconoscere la sua origine ignobile, non

trovasse miglior modo che rinnegare ogni solidarietà con i suoi

uguali di un tempo e affettasse e ostentasse verso di loro dispregi

e, all’occorrenza, un contegno inumano. Ma ciò non toglieva che gli

altri considerassero, moralmente, a una stregua schiavi e manomessi

per confonderli in un solo sentimento di sprezzo o per guardarli con un

solo senso di timore, e, in altri casi, per vedere in essi una sola e

medesima natura umana piegata dagli eventi a vari atteggiamenti e varie

fortune.

Così, a misura che da’ bassifondi della società, dove i servi erano

relegati, se ne staccavano più elementi per ascendere all’alto, si

attenuava la rigidità di questa stratificazione e si costituiva, sempre

più saldo e perspicuo, un legame di continuità.

La ostinata distinzione delle classi sociali e la loro ripugnanza a

fondersi, in nessuna cosa forse più dura e meglio si mostra che ne’

matrimonî, dove l’ostacolo, che viene dalla disparità della condizione

sociale, è mantenuta dal costume, anche quando vien meno la legge che

la prescrive.

È tanto più notevole quindi l’imbattersi in matrimonî misti, non solo

di schiavi e liberti, ma di persone di condizione rispettivamente

libera e servile.

Non saprei dire se e in quanto, come si è accennato[818], questi

matrimonî divenissero più frequenti nell’ambiente cristiano e per opera

del nuovo movimento religioso, tanto più che ne mancano vere prove, e

il sentimento religioso cristiano, quando era più fervido e sentito,

tendeva a distogliere da ogni specie di rapporto sessuale.

Si può osservare invece, come queste unioni coniugali miste sorgevano

e si rendevano relativamente frequenti prima e fuori dell’azione del

movimento cristiano.

I _servi pubblici_, che dalla stessa natura de’ loro rapporti sono

messi in una posizione di fatto più elevata rispetto a’ servi comuni,

ci offrono già esempî di unioni con donne libere[819].

Il connubio poi tra ingenui e libertini ebbe il suo giuridico

riconoscimento e la sua forza legale per opera di Augusto nel

736/18[820].

Che le unioni coniugali anche di servi privati con donne di condizione

libera non dovessero essere rare sin da’ primi tempi dell’Impero, ce

lo lascia argomentare il senatoconsulto Claudiano, deliberato sotto

Claudio nel 53 d. C.[821] e poi ripetutamente richiamato in vigore[822]

con maggiore severità.

E del resto, a confermare questa ragionevolissima induzione, soccorrono

le epigrafi, che ci dànno, con la prova, l’esempio di queste unioni tra

liberi e servi[823], talvolta della casa imperiale[824], tra padrone e

servi, specialmente schiave liberate e fatte spose[825].

Sono naturalmente semplici vestigi di tanti altri casi forse, di cui la

memoria non venne fermata, od è andata perduta.

Intanto, il fatto che non solo questi rapporti si creavano, come

la tradizione letteraria assevera, per rilassatezza di costumi,

ma divenivano vere unioni stabili, il che è altra cosa; e non solo

ciò avveniva, ma se ne prendeva atto pubblicamente nell’iscrizione

sepolcrale e se ne formava come il documento; tutto questo attesta

una corrente nuova d’idee, tutta una serie di pregiudizi vinti, un

lungo cammino fatto per colmare la voragine già esistente tra liberi e

schiavi.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 64 / 73 题