Come bene è stato notato[786], nella condizione giuridica dello schiavo
vi era una latente, ma intima contraddizione, destinata a balzar fuori
e ad apparire più stridente ad ogni occasione.
Lo schiavo era un uomo considerato e destinato a funzionare come una
cosa.
In quanto gli era attribuito il _commercium_, lo si riconosceva come
dotato di una capacità giuridica, ma, in quanto era privo di ogni
diritto politico e privato, personale e patrimoniale, anche il suo
_commercium_ rimaneva privo di giuridico effetto per farne una persona,
ed era non più che un istrumento e un mezzo d’acquisto in mano del suo
padrone.
Era una cosa, ma faceva parte de’ _familiares_, ed era ammesso a
prender parte a’ _sacra familiaria_.
Era un semplice _instrumentum vocale_, ma la manumissione poteva farne
un cittadino, dotato di diritti politici che nella sua discendenza si
venivano sempre più ampliando sino a cancellare il vizio d’origine.
Questo dissidio tra la legge che ne faceva una cosa e la natura che
ne aveva fatto un uomo era destinato a venire sempre più in luce
col sopravvenire di tutte le condizioni e gli eventi, che davano
rilievo e modo e necessità di esplicarsi alla persona umana dello
schiavo, smentendo così e rendendo con la forza de’ fatti praticamente
contraddittorie e insostenibili, nella vita e nella logge, le premesse
giuridiche e le loro ben congegnate deduzioni logiche.
A misura che i primi angusti confini dello Stato romano si
allargavano, i contatti e i rapporti con altri popoli e il variare
delle condizioni di vita esigevano un terreno comune per le mutue
relazioni e conducevano i Romani ad ampliare e innovare lentamente, ma
continuamente, le forme, le modalità, i criteri informatori della loro
coscienza giuridica e della espressione legislativa ch’era sorta sotto
l’azione di ristretti bisogni e per sopperire alle necessità di uno
sviluppo economico limitato e di una corrispondente vita civile.
Le analogie e le differenze con le norme regolatrici della vita
giuridica di altri popoli erano fatte per modificare, dal punto di
vista teorico, il concetto assoluto che i Romani avevano del loro
diritto cittadino, del loro statuto personale, del loro ius civile
insomma; e le norme, che erano talora costretti ad adottare come
un termine medio tra i loro istituti giuridici e quelli stranieri,
iniziavano e proseguivano un lento lavoro di reciproca assimilazione
e di fusione, per cui il diritto particolare de’ Romani avrebbe
preso posto sotto il _ius gentium_, come una categoria teoricamente
subordinata; e l’uno e l’altro, per una elaborazione successiva,
generalizzando ancora, avrebbero condotto al concetto del _ius
naturale_.
Quell’angusto modo di vedere, figlio di anguste condizioni di vita, che
concepiva il solo cittadino come subbietto di diritti e faceva della
qualità di uomo e di cittadino un tutt’uno, non allargando la qualità
di cittadino ad ogni uomo, ma contraendo la qualità di uomo in quella
di cittadino; era destinato prima a modificarsi e poi a sparire sotto
l’azione di successive e sempre nuove esperienze offerte da un più
largo campo di esistenza e da nuove condizioni di vita.
A questo punto la natura umana dello schiavo doveva non solo
riconoscersi, ma affermarsi esplicitamente. Era intanto questa
un’affermazione destinata a reagire sulla condizione dello schiavo e
a servire come leva al miglioramento della sua condizione giuridica
e punto di applicazione ed espressione teorica delle nuove esigenze
sociali; ma non era che il riflesso e il contraccolpo di tanti fatti
e avvenimenti della vita pratica, che aveano nella realtà elevata
o modificata la condizione e la funzione degli schiavi, e, per un
processo d’induzione promosso da lunghe, non interrotte esperienze,
portavano, attraverso una serie di azioni e reazioni di carattere
morale, a quel nuovo concetto della schiavitù.
Una delle particolarità notevoli della manumissione degli schiavi a
Roma, anzi la più notevole era questa: che il manomesso non otteneva
semplicemente, col suo affrancamento, di rompere l’immediato legame
di dipendenza che l’univa al padrone, ma, con lo stato di libertà,
acquistava il mezzo di farla valere, di esercitarne gli attributi
mediante il diritto di cittadinanza che acquistava al tempo stesso pel
fatto dell’affrancamento.
Questa misura, in cui, al suo tempo, Dionigi di Alicarnasso[787]
scorgeva semplicemente un motivo di opportunità politica della classe
patrizia e che giustificava con una ragione astratta di ordine teorico,
doveva avere avuto cause più varie e complesse. Prevalenti tra queste
erano forse stati il bisogno, a cui accenna anche l’antica tradizione
sulla fondazione della città[788], di rinsanguare la popolazione spesso
poi stremata da guerre continue e la necessità di offrire a’ liberti
un modo di proteggere da sè stessi il proprio stato di libertà ed
esercitare i propri diritti civili anche indipendentemente dall’antico
padrone; il che, nel corso della discendenza, con l’affievolirsi e
lo sciogliersi de’ rapporti di patronato, scalzava il fondamento e
la ragione dell’antica clientela e finiva col fare de’ discendenti
degli schiavi un elemento avverso alla nobiltà, se anche, come Dionigi
vorrebbe, i padroni avevano cercato e trovato, immediatamente, un
appoggio politico negli schiavi appena affrancati.
In ogni modo, senza volere qui ancora insistere sulle probabili e varie
ragioni del conferimento della cittadinanza agli schiavi manomessi e
considerandone invece le conseguenze, è agevole scorgere e valutare
tutto l’effetto morale del vedere il servo di ieri, divenuto oggi
cittadino, prendere posto ne’ comizi insieme al suo vecchio padrone e
concorrere con esso al governo de’ più alti interessi dello Stato.
È vero, era precluso a’ libertini l’adito alle alte magistrature; era
chiuso il senato; si cercava di tenerli ricacciati in una tribù urbana
per contenerne l’effettiva azione politica e scemarne l’importanza;
ma a tutto ciò corrispondeva una tendenza ne’ libertini di guadagnare
terreno, di farsi innanzi; e lo stesso provvedimento di ridurli in una
tribù urbana era stata una misura di reazione contro la politica del
censore Appio Claudio, che, avendo vanamente tentato di aprire loro la
via del senato, li aveva intanto sparsi per le tribù rustiche[789].
Si faceva, è vero, all’occasione valere come una macchia la loro
origine, ed erano fatti segno all’ostentato disprezzo delle classi più
elevate[790]; ma intanto guadagnavano importanza e potere effettivo
nella vita pratica, acquistavano credito e considerazione nelle classi
medie della popolazione, esercitavano una funzione notevole nella
flotta, ed erano alla vigilia di avere, con l’avvento dell’Impero, un
largo posto nella gerarchia amministrativa.
Nelle congiure tramate e nell’infuriare de’ dissensi civili si faceva,
poi, assegnamento sugli schiavi, si prometteva la libertà in premio
della loro partecipazione[791], e così, a scopo partigiano sì, ma pur
sempre si chiamavano i servi a dignità di cittadini o si mettevano
contro cittadini[792]. Lo Stato stesso, durante le guerre puniche,
era costretto dalla deficienza di combattenti ad armare schiavi, che
così si trovavano elevati a quella che pareva la più alta funzione
del cittadino e il fondamento di ogni altra dignità, il servizio nelle
legioni.
Oltre a questi casi straordinari, che per sè soli dovevano
potenzialmente rilevare la condizione morale de’ servi, rivelando
in essi praticamente l’identità umana, v’era l’aspetto, sotto cui
si presentava la schiavitù nella sua nuova fase determinata dalle
conquiste oltremarine.
Agli schiavi rozzi e incolti de’ tempi più antichi succedevano schiavi
provenienti da paesi di cultura greca, appartenenti spesso alle più
elevate classi della popolazione, che vincevano per coltura, per
tratto, per forme i loro nuovi padroni, e li costringevano a meditare
sulla vicenda delle sorti umane; tanto più quanto anche cittadini
romani, fatti prigionieri in guerra e non riscattati, dovevano
richiamare a’ loro congiunti e concittadini un simile stato di cose.
Il _jus postliminii_ introdotto negli istituti giuridici provava
appunto che la schiavitù poteva essere un triste accidente ed una fase
passeggera della vita, non già una distinzione naturale.
La diffusione del lavoro servile e la più larga importazione di schiavi
aveva peggiorate le condizioni di costoro, dove erano incettati e
adoperati in gran numero, lontano dagli occhi del padrone, per essere
sfruttati sino all’estremo sotto la pressione della concorrenza e
col fine unico della speculazione. Ma dove avevano seguitato a formar
parte dalla casa in numero piuttosto ristretto, partecipando alla vita
della famiglia, il livello intellettuale più alto del servo, la sua
capacità ad adempire funzioni più importanti ed il riflesso morale
della sua origine sulla presente sua condizione, erano tutte cose che
ne dovevano migliorare il trattamento. Il loro ufficio di precettori,
per quanto vi si potesse annettere poca importanza, li collocava in una
posizione speciale verso i padroni giovanetti che avevano educati ed
istruiti. Le delicate funzioni che esercitavano dirigendo aziende del
padrone, maneggiandone il danaro, conducendo, vicino e lontano[793],
speculazioni per suo conto, non possono essere ricordate senza pensar a
un sentimento reciproco di fiducia e di attaccamento e a una mitezza di
trattamento[794].
“Contro il rigore del concetto giuridico della servitù — si è
notato[795] — è rilevantissimo in Plauto il contrasto del fatto, e,
ancor più, l’affermarsi man mano nel diritto della contraddizione
insita nello stesso rapporto di servitù. Difatti lo schiavo è bene
spesso negli ordinari rapporti della vita assunto dal padrone a
consigliere ed amico: convive colla famiglia, e prende parte alle
gioie e ai dolori di questa; è dato o compagno o custode ai figli del
padrone, e in ogni caso il padrone conta su di lui come su di una forza
tutta e assolutamente in suo favore. E l’intimità del servo col padrone
arriva bene spesso a tal segno, che il servo pone nelle cose di questo
lo stesso interessamento, e maggiore che in quelle che fan parte del
suo peculio, come se egli pure vi avesse parte. Se il padrone è figlio
di famiglia, allora la confidenza e l’intimità da questo accordata al
servo arriva talvolta a strani eccessi, sicchè padroni e servi insieme,
da pari a pari, o persino invertito il rapporto che li lega, si dànno a
sollazzi e bagordi„.
La più elevata funzione e la maggiore importanza di mansioni a lui
affidate, oltre all’elevare la sua posizione verso il padrone,
innalzava il servo anche verso tutti gli altri negli ordinari
rapporti della vita, e lo metteva talvolta al disopra de’ liberi. Le
funzioni adempiute da’ servi pubblici come esecutori degli ordini
de’ magistrati, cui erano addetti; la parte importante che i servi
avevano nelle società de’ pubblicani[796] e il potere loro di premere,
costringere, angariare, all’occorrenza, contribuenti e debitori, li
doveva mettere tante volte in condizione di guardare i liberi dall’alto
in basso e di affermare su loro una superiorità reale, che li vendicava
dell’inferiore condizione giuridica con la realtà del fatto concreto.
Con la più larga e più indefinita sfera d’azione, poi, che il più
esteso dominio romano creava a’ magistrati, con l’affacciarsi prima
incerto e poi sempre più ricorrente e sicuro de’ poteri personali,
si rendeva sempre più frequente il caso di schiavi, che, degnati di
tutta la fiducia del padrone, divenuti le sue braccia allungate e,
all’occorrenza, i suoi complici, potevano atteggiarsi ad autocrati e
sogghignare come di una distinzione bizantina dello stato di servitù e
di libertà.
La corte, più o meno numerosa, di Silla e di Verre ce ne porge
l’esempio; e del resto i servi erano strumenti tanto più adatti de’
liberi a tutti gli scopi e a’ voleri dei poteri personali, che, col
crescere di questi, cresce il loro impiego e la loro forza sino ad
avere un massimo e regolare sviluppo con l’avvento dell’Impero.
La funzione trasforma e foggia l’organo a suo modo, e la diversa
distribuzione delle funzioni sociali non poteva fare a meno di
riflettersi sul modo di considerare comparativamente i servi ed i
liberi.
La marcata distinzione sociale tra il libero che vive del lavoro altrui
o lavora sul suo, signore nella sua casa e nel suo campo, indipendente
da ogni potere estraneo nella vita privata, e lo schiavo considerato
e adoperato come _instrumentum vocale_ accanto alla bestia di lavoro,
veniva ad attenuarsi e forse a sparire col crescere del proletariato
e il diffondersi del lavoro salariato. Con la parte sempre più larga
fatta al lavoro salariato, liberi e servi dovevano spesso trovarsi
allo stesso livello, a compiere opere di uno stesso genere, in servizio
d’altri, senza che nè le loro condizioni di vita, nè la loro posizione
morale presentassero una differenza veramente notevole. In questo
caso, se il consorzio de’ servi abbassava in qualche modo i lavoratori
mercenarî, la comunione di vita e d’opera insieme con i liberi elevava
un po’ i servi, e ne faceva in un certo senso tutta una classe. Così,
se in Italia la possibilità del parassitismo privato e pubblico,
l’esercizio più diffuso de’ diritti politici facevano meglio distinti e
non di rado anche avversi il proletariato e la schiavitù, in provincia,
come per es. in Sicilia, l’uno e l’altra avevano tali contatti e tale
comunione di modi di vita che l’insurrezione ne faceva tutto un solo
elemento ribelle[797].
Anche la condizione de’ liberti non poteva fare a meno di esercitare
un’azione sul modo di considerare gli schiavi.
I liberti cominciavano a costituire, come avvenne poi — e ce lo
attestano le epigrafi — in grado sempre più rilevante sotto l’Impero,
l’elemento più attivo e industrioso della cittadinanza. La necessità
della vita li obbligava ad esercitare i mestieri anticamente esercitati
durante la schiavitù e a rendersi operosi per sopperire a’ proprî
bisogni, per fare fronte alle gravezze imposte da’ patroni. La stessa
condizione d’inferiorità morale dovuta alla loro origine li ricacciava
con più forza nel mondo degli affari, come accade di tutti gli elementi
colpiti d’incapacità politiche; e, poichè la legge Claudia interdiceva
all’ordine senatorio il commercio, i liberti divenivano prestanomi
e intermediarî di membri dell’ordine senatorio per esercitarlo.
Con l’importanza poi sempre crescente della proprietà mobile, la
considerazione e la potenza de’ liberti, che, per via diretta o
indiretta, a nome proprio o d’altrui n’avevano quasi il monopolio,
cresceva di quanto cresceva la potenza del danaro, di cui essi erano i
più autentici rappresentanti.
Molti di questi liberti, come tutti i nuovi arrivati, cercavano,
quando, fatta la fortuna, volevano circondarsi di prestigio morale,
di far dimenticare la loro origine accentuando il loro distacco dagli
schiavi, ostentando dispregio per loro, trattandoli male[798]. Ma, se
ciò accadeva a’ liberti che salivano per fortuna e per posizione più
in alto, gli altri, come lo mostrano le epigrafi dell’epoca imperiale,
erano costretti ancora a serbare con gli schiavi gli antichi rapporti,
a fare in certo modo vita comune con loro e ad elevarli quindi per
riflesso.
Inoltre, indipendentemente dal contegno che i liberti potessero serbare
verso gli schiavi, il semplice loro movimento continuamente ascendente,
la vista di antichi schiavi liberati, innanzi alla cui porta facevano
ressa persone del più elevato grado sociale per mendicare prestiti,
come appresso, nell’epoca imperiale specialmente, vi andrebbero per
mendicare favori, si doveva naturalmente riflettere sugli schiavi, di
cui si poteva dire che avessero _in potenza_ il potere che i liberti
avevano _in atto_.
S’intende bene allora quale azione dovesse avere tutta questa serie
di fatti nel formare una nuova coscienza, che non poteva tardare a
sorgere, come riflesso necessario di una mutata condizione di cose.
E una delle prime e più compiute espressioni di questa nuova coscienza
ce la dà un tratto veramente notevole di Dionigi d’Alicarnasso[799],
tanto più notevole forse quanto più dimessa è l’indole dello scrittore.
Anacronistico anche questa volta, Dionigi mette in bocca nientemeno che
a Servio Tullio parole, che sembrano un’anticipazione di quelle usate
da Seneca verso gli schiavi e che suonano così: “Innanzi tutto disse
di meravigliarsi di quelli che si sdegnano, se credono che i liberi si
distinguono da’ servi per natura e non per vicenda di fortuna; e poi,
non giudicano quanto sieno degni di onore gli uomini da’ costumi e
dalle maniere, ma dalle prosperità, pur vedendo che cosa oscillante e
instabile è la fortuna e che a niuno anche veramente felice è agevole
il dire sino a quando essa durerà. Credeva che dovessero considerare
quante città greche e straniere dalla servitù erano passate alla
libertà e quante dalla libertà alla servitù....„.
Naturalmente a nessuno può mai venire in mente di attribuire valore
storico a questo preteso discorso di Servio Tullio, ma esso può valere
come un segno della coscienza dello scrittore e de’ suoi tempi; ed è
tanto più notevole che Dionigi abbia potuto attribuire a Servio idee ed
espressioni come queste.
Questa nuova coscienza, riflesso e conseguenza della nuova vita e delle
nuove esperienze, era l’indice della rivoluzione morale generata dalla
rivoluzione economica e che, quanto più si svolgeva, appariva come
l’opera di un puro processo ideale, sorto in maniera indipendente e che
seguitava ad esercitare la sua azione come tale.
Veramente questa trasformazione morale, di cui non sempre i posteri
hanno saputo vedere l’origine indiretta e remota e di cui tanto meno
potevano vederla i contemporanei, distinta quanto più ne era la radice,
seguitava poi ad operare inconsapevolmente e continuamente, anche come
schietto movente morale, sotto forma di spontaneo impulso individuale e
di sanzione dell’opinione pubblica. La rivolta del sentimento pubblico,
avvenuta ne’ primi tempi dell’Impero, contro il decretato supplizio
de’ molti schiavi ritenuti solidalmente responsabili dell’ignorato
assassino del padrone e di cui Tacito[800] ci ha tramandata la memoria,
può valerci d’esempio.
Lo stoicismo, processo ideale che, mediante e attraverso le cumulate
esperienze della vita e della storia, attraverso le differenze
accidentali e le analogie sostanziali de’ popoli assorgeva al concetto
di uomo e di una vita morale superiore ed emancipata dagli ordini
giuridici e politici e dalla stessa vita pratica; non faceva che
tendere a divenire sempre più l’espressione rigida e schematica di
questo stato di cose e di coscienza.
Intanto la stessa azione della nuova vita trasformata e sintetizzata
nel sentimento di forma inconsapevole e spontanea, trovava fomite e
concorso in moventi utilitarî, in costrizioni esterne, che talvolta si
larvavano della tendenza morale disinteressata, tal’altra ingenuamente
si mostravano per quello che erano.
Uno schiavo era poi, infine, una proprietà che, quanto si era meno
opulenti e dissipatori, più voleva essere curata e tenuta da conto,
non foss’altro che come il resto di quell’_istrumentum vocale_ sotto
cui Varrone comprendeva gli schiavi. E quando il prezzo degli schiavi
saliva, o, per ragioni diverse, lo schiavo costava molto, la cura
doveva raccomandarsi da sè. Il vignaiuolo, a cui Columella[801]
assegnava un prezzo di ottomila sesterzi, non lo si poteva vedere, in
qualunque maniera, andare a male senza rincrescimento.
Anche le rivolte servili, di cui l’eco si faceva lontana ma che pure
durava, non v’erano state inutilmente, e qualche insegnamento ne veniva
da esse e dalla reazione sorda o palese, lenta ma continua, che a
quella era succeduta.
Catone, poi, nelle agevolezze concedute agli schiavi cercava e
confessava, senza peritanza, una ragione ed un fine di utilità[802].
Varrone[803] parlando de’ sorveglianti dice che “non bisogna conceder
loro di condursi in modo da tenere in freno gli schiavi con la frusta
piuttosto che con le parole se anche sia possibile riuscirvi in ugual
modo. Nè si debbono tener molti schiavi della stessa nazione. Da ciò
massimamente vengono de’ danni domestici. I preposti debbono essere
resi più alacri con premi e si deve fare in modo che abbiano peculio e
serve ad essi congiunte, da cui abbiano figli. Con ciò si rendono più
stabili e più attaccati al fondo. È per questi rapporti famigliari che
gli schiavi epiroti sono più raccomandati e più cari. Debbono essere
anche allettati i preposti con l’usar loro qualche tratto d’onore, e,
se vi sono operai migliori degli altri, bisogna discorrere con loro sul
da fare, perchè, quando si fa ciò, son condotti meno a credere d’essere
tenuti in dispregio dal padrone e pensano invece d’essere avuti in
conto da lui. Si ottiene pure che mettano più impegno nel loro compito
con l’essere più liberali verso di loro sia ne’ cibi che nelle vesti
e condonando qualche lavoro e facendo loro qualche concessione, come
lasciare che possano pascere nel fondo qualche animale proprio e simili
altre cose, così che, se accada di comandar qualche cosa di più gravoso
o di castigarli, ciò, consolandoli, ridesti in loro il buon volere e la
benevolenza verso il padrone„.
E Columella non solo raccomanda di riparar bene i servi dal freddo,
nell’interesse stesso del padrone, ma dà sul loro trattamento questi
più generali suggerimenti.
“Quanto agli altri servi sono da seguire questi precetti, che io non mi
pento mai di avere osservati, in modo che con gli schiavi di campagna,
i quali non si conducevano male, io discorrevo più spesso che non con
gli schiavi di città, e, vedendo che l’affabilità del padrone alleviava
la loro perpetua fatica, celiavo talvolta con loro e più ancora
permettevo che essi celiassero con me. Spesso faccio anche come se mi
consigli con alcuni di loro su’ nuovi lavori, quasi con persone più
perite..... Allora vedo che anche si accingono più volentieri all’opera
che credono deliberata insieme a loro e intrapresa secondo il loro
avviso„[804].
Quanto peggiore anzi era la condizione degli schiavi, tanto più
Columella suggeriva di evitare loro maggiori aggravi e alleviarne il
disagio, in quanto fosse possibile. Così per gli schiavi incatenati
diceva[805]: “Tanto più diligente deve essere la sorveglianza del
padre di famiglia su questa categoria di servi, perchè non sieno
maltrattati nelle vesti e nelle altre provvisioni, quanto più, soggetti
come sono a maggior numero di persone quali i fattori, i capi d’arte,
gli ergastolarî, sono più soggetti ad abusi e si rendono ancora
più pericolosi se stizziti dalla crudeltà e dall’avarizia. Così il
padrone diligente chieda tanto a loro come a’ servi non incatenati,
cui si può aggiustare più fede, se ricevono tutto quanto egli ha
loro assegnato. Assaggi egli stesso se son buoni il loro pane e la
loro bevanda: veda le vesti, i manicotti, i calzari. Spesso dia loro
modo di fare le loro doglianze su quelli che li aggravano con la
crudeltà o con la frode. Anche noi talora rendiamo ragione a quelli
che muovono giuste doglianze, allo stesso modo che castighiamo quanti
provocano sedizioni nella servitù e calunniano i loro preposti: del
pari premiamo gl’industriosi e i solerti. Alle donne più feconde, che
occorre ricompensare quando hanno raggiunto un certo numero di figli,
concediamo talvolta il riposo e anche la libertà dopo che ne hanno
allevati parecchi. Giacchè a quelli che aveano tre figli toccava il
riposo e a chi ne aveva più la libertà. Queste cose e la giustizia e
la solerzia del padre di famiglia conferiscono assai ad accrescere il
patrimonio„.
Notevole anche è quanto dice Columella, dove, trattando de’ compiti
della moglie del fattore (_vilicus_), le suggerisce di visitare al
mattino la fattoria per vedere se vi sono ammalati o finti ammalati.
“E, se anche comprenderà che si tratta di una finta malattia, conduca
nondimeno il servo, senz’altro, all’infermeria; giacchè giova meglio
che, stanco dal lavoro, se ne stia quieto e custodito uno o due giorni
e non che, oppresso dalla soverchia fatica, finisca col recare qualche
danno reale„[806].
Parrà forse difficile a spiegare come, mentre da un lato si veniva
così rilevando il concetto dello schiavo e si vedeva la necessità di
migliorarne il trattamento, mettendo anche all’occasione in pratica
il precetto, d’altra parte, proprio in questo periodo, ci vengono
segnalati casi di singolari maltrattamenti degli schiavi e atti di
raffinata crudeltà.
Eppure le due cose sono meno inconciliabili di quel che sembri a prima
vista.
La critica di una istituzione sorge all’apparire de’ giorni di
malessere che ne iniziano la decomposizione, e come effetto di
quell’intima dissoluzione che trova nella critica un aiuto e un
mezzo atto ad accelerarne il cammino. Ma, per ciò stesso, la critica
precorre la reale e completa fine dell’istituzione che mira a scalzare,
e i nuovi indirizzi morali e le teorie, che costituiscono il lato
positivo della critica, riflettono una realtà non ancora maturata
ma che diviene. Al medesimo tempo i rimedî, che, nell’ambito degli
stessi antichi orizzonti morali, si escogitano come mezzi termini tra
il passato e l’avvenire, o come puntelli d’istituzioni crollanti,
non sempre riescono ad avere una pratica applicazione, nè l’hanno
contemporanea ed universale. Come in tutti i periodi di transizione,
vi è, ad un tempo, conflitto e coesistenza di elementi diversi,
anacronistici nella loro identità cronologica, congiunti nel tempo ma
disgiunti e opposti nello spirito che gli anima; e lo stesso processo
di dissoluzione, che avanza, moltiplica gli inconvenienti che fanno
l’istituzione sacra alla morte, ne accentua le anomalie, ne rende
più stridenti i contrasti, dando così a tali periodi storici quel
particolare aspetto di confusione, in cui il misoneismo e l’angustia
d’orizzonti fanno vedere a molti contemporanei come l’apocalittica fine
di un mondo, col quale non finisce una delle forme della vita ma la
vita stessa.
Se in alcuni casi, in determinate condizioni, molte cose consigliavano
e conducevano a trattar meglio gli schiavi, in certi altri il disagio
economico crescente, la minore produttività del lavoro servile, la
reciproca concorrenza col lavoro libero costringevano ad usufruire sino
all’estremo e senza riguardi gli schiavi e, sopratutto, a ridurne il
costo di mantenimento.
Altre volte il maltrattamento degli schiavi poteva essere effetto di
varietà di temperamento ne’ padroni, le quali erano più forti, nella
loro reazione, de’ nuovi influssi morali.
In altri casi se il valore degli schiavi era una ragione di cura
maggiore per le modeste fortune, non poteva avere lo stesso effetto
nelle enormi fortune, i cui proprietarî dissipavano, senza un pensiero
al mondo, la forza e la vita de’ loro schiavi, così come dissipavano e
profondevano le altre loro ricchezze.
Quella disparità crescente di fortune, che si risolveva in una
degenerazione progressiva di ricchi e di poveri, e ch’era un lievito di
vizî e di corruttele, impronta di un mondo destinato a sfasciarsi per
risorgere trasformato, portava anche come conseguenza lo spettacolo di
deformità morali invincibili, che, con la loro ombra, doveano meglio
mettere in luce ed evocare gli ideali nuovi e l’opera di rinnovazione
morale.
Lo stesso venir meno di quel fondamento della schiavitù, che, involuto
nella tradizione, ne costituiva la legittimazione non solo giuridica
ma anche economica e morale, doveva dar ansa alla reazione sorda
e individuale, occulta e incoercibile, degli schiavi e fecondare
contrasti che terminavano con atti di crudeltà.
Così tutto, il bene e il male, la sevizia e l’indulgenza, l’allentarsi
del rapporto sotto un’azione morale e il suo incrudelirsi per effetto
di una necessità presente, tutto concorreva a minare la schiavitù.
Erano tanti germi di dissoluzione, che si apparecchiavano meglio a
fruttificare sotto l’Impero, ambiente favorevole al loro svolgimento.