L’Italia peninsulare ogni giorno più si sentiva spinta a rivolgersi
ad altre nazioni per provvedere al suo bisogno di cereali[532]:
successivamente e in varia misura, si volgeva alla Sardegna,
all’Africa, all’Egitto, alla Spagna, alla Gallia, alla Beozia,
alla Cilicia, alla Siria, alla Brittannia perfino in tempi più
avanzati[533]; ciò che era al tempo stesso un indizio e un fomite
dell’abbandono graduale della coltura cereale, la quale ogni giorno più
cedeva il posto a un impiego della terra più remunerativo.
Già Catone, nello scrivere il suo trattato sull’agricoltura,
determinando l’utilità decrescente delle varie colture, metteva
in primo luogo la vigna, poi l’orto irriguo, e successivamente il
saliceto, l’oliveto, il prato, il campo frumentario, la selva cedua,
l’arbusto, la selva ghiandifera[534].
E appresso, nel trattato di Varrone, un interlocutore, rilevando
che non tutti s’accordavano nella classificazione di Catone, metteva
in cima ad ogni coltura il prato[535], il che mostra che, da Catone
a Varrone, col progresso del tempo, la pastorizia aveva sempre più
acquistato il sopravvento sull’agricoltura.
Col divenire che Roma faceva un centro sempre più popoloso e
importante, il territorio, su cui aveva un’azione più diretta,
trasformava le sue colture, mercè una graduale selezione, per servire
a’ bisogni ognora crescenti e più vari della popolazione cittadina.
Le terre meno lontane e più adatte s’avviavano a fornire fiori, frutta,
legumi[536].
L’oliveto e la vigna, sotto l’impulso della crescente richiesta di olio
e di vino, erano tratti ad estendersi. Vi era, è vero, chi riteneva che
la vigna “divorasse il suo prodotto col suo “stesso dispendio„[537];
ma non mancava chi soggiungeva che, specialmente quando si posseggono
le cose inservienti alla cultura della vigna, questa non teme il
dispendio[538]. E Columella, prendendo le mosse dal prodotto minimo di
una vigna, mostrava che, mentre il capitale impiegato con l’interesse
del 6% avrebbe reso millenovecentocinquanta sesterzi all’anno, la
vigna, nella peggiore delle ipotesi e con un vignaiuolo costato
ottomila sesterzi, ne rendeva duemilacento[539].
Vi erano pure allevamenti, che, iniziati forse per mero diletto e per
il ristretto uso della casa e del podere, si allargarono, sopratutto
in vista della città crescente, sino a divenire importanti riprese del
podere o la sua produzione principale.
Oltre all’allevamento di animali da tiro e da soma, l’allevamento di
volatili, di api, di animali selvatici e qualche volta anche le piscine
erano capaci di dare guadagni non lievi[540].
Di queste ville, come si chiamavano le sedi di tali allevamenti, se ne
citava qualcuna che rendeva cinquantamila sesterzi; in un’altra, nella
Sabina, a poca distanza da Roma, la sola vendita de’ tordi avea reso
sessantamila sesterzi, il doppio di quel che aveva reso l’intero fondo
di Varrone, dell’estensione di duecento iugeri, su quel di Rieti[541].
I pavoni, in un caso citato da Varrone[542], rendevano 600.000
sesterzi. I colombi raggiungevano talvolta prezzi eccezionali[543]. In
un piccolo fondo di un iugero, nell’agro falisco, l’allevamento delle
api dava un reddito di diecimila sesterzi[544].
Così la cultura arborea da un lato, dall’altro gli allevamenti di tutte
le forme restringevano la cultura de’ cereali, sviliti di prezzo,
importati da regioni straniere, e si manteneva ancora in Italia là
dove, come nella valle del Po, vi era ancora una popolazione di coloni,
o dove l’importazione era difficile, o il terreno dava molto prodotto
come in Etruria, nell’agro di Sibari e in luoghi simili[545].
Intanto, la cultura arborea, dell’olivo specialmente, come la
pastorizia esigevano un concorso di persone minore che non la cultura
de’ cereali.
Per un oliveto di dugentoquaranta iugeri Catone calcola cinque operai,
tre bifolchi, un asinaio, un pastore, un porcaio, in tutto tredici
persone, di cui gli ultimi sette erano adoperati alla custodia e
all’uso di tre paia di bovi, alcuni asini e cento pecore[546]. Per
cento iugeri di vigna lo stesso Catone riteneva necessari sedici
uomini, tra cui il _vilicus_ e la _vilica_ e quattro uomini addetti
alla custodia e all’uso di due bovi e tre asini[547]; e per Saserna
bastavano otto operai soltanto[548].
È vero che Varrone[549] dà un valore relativo a questi calcoli, ma,
anche accettandoli con le debite riserve, resta sempre che il numero
delle braccia si andava limitando, e tanto più forse, quanto la
pastorizia più estesa forniva bovi da lavoro.
Quanto alle pecore era vario il numero de’ custodi. Varrone[550]
suggeriva un pastore per ogni ottanta pecore, Attico per ogni
centinaio; ma, quando sorpassavano il migliaio, lo stesso Varrone
osservava che se ne poteva ben ridurre il numero.
Per una mandra di cinquanta cavalli Varrone[551] fissa due uomini. Un
piccolo servo bastava poi alla cura degli asini[552]. E talora alla
custodia delle greggi e degli armenti venivano appunto adoperati donne
e fanciulli[553].
Durante questa metamorfosi dell’economia agricola e nel periodo che la
precedette e la preparò, tutto favoriva l’impiego sempre più diffuso
della schiavitù.
Il gravoso servizio militare, che distraeva i proprietari dalla
cultura de’ fondi, li obbligava a surrogare l’opera loro con altra
ugualmente stabile; e l’opera de’ servi doveva avere carattere di
continuità più di quella del lavoratore mercenario, a prescindere dalla
considerazione che, dal tempo di Polybio, già i minori abbienti stessi
erano arrolati[554], e dopo Mario l’esercito si reclutava anche tra i
proletari[555].
La stessa media e piccola proprietà dunque era spinta a far uso di
schiavi.
Che se alcuni fondi erano siti in luoghi remoti e lontani da centri che
potessero fornire l’opera mercenaria, l’impiego degli schiavi diveniva
una inevitabile necessità. Come mostra l’aneddoto di Attilio Regolo,
il mercenario, nell’assenza del padrone, facilmente abbandonava il
fondo[556] e contro lui non vi era, quando v’era, che un’azione civile,
mentre v’era ben altro modo di ricondurre al podere il servo fuggitivo.
I latifondi poi, che si andavano formando, per la loro destinazione a
pascoli o per la loro situazione in luoghi di recente dissodati e per
la loro stessa estensione, si trovavano assai spesso lontani da centri
abitati ed esigevano, per tante ragioni, la presenza e l’assistenza
continua di quell’_instrumentum vocale_, che, secondo l’espressione di
Varrone[557], erano gli schiavi.
Tanti degl’inconvenienti dell’opera servile non potevano ancora essere
sentiti e sensibili, in questo periodo, ne’ latifondi.
Si è già altrove rilevato, come l’opera degli schiavi è poco
produttiva, e s’accorda male con la coltura de’ cereali, la quale esige
un lavoro da un lato discontinuo, e, dall’altro, in date ricorrenze,
contemporaneo di molti.
Quanto alla scarsa produttività, essa è risentita quanto più i
prodotti, invece che al consumo, sono destinati ad essere messi
in circolazione sotto forma di merce; e inoltre la possibilità,
esistente in questo periodo più remoto, di avvicendare la terra e
mettere successivamente a coltura larghe estensioni di terre incolte,
dissimulava, se non elideva, la scarsa produttività del lavoro
servile. La varietà poi delle colture e dell’impiego del latifondo, ove
s’introducevano anche forme più o meno rudimentali d’industria, dava
agio di tenere variamente occupati nel corso de’ mesi gli schiavi, onde
il fondo era dotato. Ove poi si consideri come la pastorizia dilagava
continuamente, soverchiando ogni altra forma d’uso della terra, sarà
facile rilevare che una funzione continua e quasi inerte, come quella
de’ custodi del bestiame, poteva meglio essere disimpegnata da servi
che non da liberi. Per giunta, in uno stadio molto rudimentale della
pastorizia, si lasciava che tutto andasse innanzi e si svolgesse, si
può dire, automaticamente; e questi custodi di greggi e di armenti,
lasciati allo stato semi-selvaggio tra boschi e lande erbose, erano
talora abbandonati a sè stessi[558], perché provvedessero, alla peggio,
con ogni espediente e, all’occorrenza, anche con le rapine a’ bisogni
dell’esistenza. Questo sistema, naturalmente, era possibile assai più
con i servi che non con elementi liberi.
E a questa opportunità, per le condizioni del tempo sentita, di
impiegare schiavi, corrispondeva anche la facilità di ottenerli.
Le guerre fortunate e le conquiste si risolvevano in una sorgente
feconda di schiavi.
Lasciando stare i tempi più remoti, tra la sola fine del sesto e il
principio del settimo secolo di Roma, stando alla tradizione liviana,
erano stati ridotti in ischiavitù nel 544/210 dieci mila prigionieri
di guerra, nel 546/208 quattromila, nel 552/202 milledugento,
nel 554/200 trentacinquemila, nel 557/197 cinquemila, nel 564/190
millequattrocento, nel 587/167 centocinquantamila[559].
Il tempo successivo, che dischiuse a’ Romani le porte dell’Oriente e
vide le clamorose sconfitte d’incursioni barbariche e il consolidamento
e l’ampliamento del dominio romano in ogni verso, rese più feconda la
messe di schiavi[560].
Senza aspirare a determinare, con la precisione di cifre facilmente
illusorie, la popolazione servile[561], si può avere una idea del suo
sviluppo dal prodotto della tassa imposta alle manomissioni, la cui
sola introduzione è un sintomo per sè notevole, e che nello spazio di
centoquarantotto anni, dal 397/357 al 545/209, rese quattromila libbre
pesanti d’oro[562]. Ed è dalla fine del sesto secolo che la schiavitù
prende uno sviluppo anche maggiore.
Su’ prezzi medi di uno schiavo in questo periodo non è facile
pronunziarsi[563]; ma dovettero essere assai oscillanti.
Se di Catone è riferito che non pagava mai uno schiavo oltre le
millecinquecento dramme[564] e che, nella sua riforma del tributo,
considerò come oggetto di lusso uno schiavo al disotto di venti anni
del valore di diecimila sesterzi[565], il costo degli schiavi al suo
tempo non doveva essere elevato; e delle oscillazioni a cui potè andare
incontro e del livello a cui talvolta potè discendere, vale a darci
un’idea, la notizia che, nel bottino fatto nel Ponto da Lucullo, gli
schiavi si vendevano sino a quattro dramme[566].
Questa instabilità di prezzi, che, a lungo andare, avea anche i suoi
inconvenienti, doveva, nondimeno, specie ne’ primi rinvilii eccitare
tanto più il bisogno già sentito di schiavi.