Se la conquista dell’Italia aveva apportata una tale metamorfosi
nell’industria agricola, anche maggiore fu la rivoluzione che nelle
abitudini, ne’ sistemi di vita, nelle norme generali della condotta
doveva introdursi per il contraccolpo di questa trasformazione e per il
successivo estendersi del dominio fino a’ paesi di cultura greca e poi
oltre il mare sino all’Oriente.
Tutte le raffinatezze del vivere, ignote o quasi a’ Romani, si
offrivano loro con l’attrattiva, la seduzione di una cosa nuova, a
cui era assai difficile il resistere; e tanto più difficile quanto
più si presentavano insieme le tentazioni e i mezzi di appagarle. Se
il trionfo di Papirio[567] avea recato a Roma gran copia di argento,
i trionfi successivi, da quello di Flaminino a quello di Silla[568],
riempirono d’oro l’Erario, e si stabilì un regolare riflusso di
ricchezza, sotto tutte le forme, dal mondo romano alla sua capitale.
Il denaro, smunto alle provincie, cercava dovunque un impiego,
negli appalti, nelle imprese commerciali, nell’esercizio dell’usura
a danno degli stessi provinciali; ma il declinare della ragione
dell’interesse[569] mostra che il capitale rimaneva ancora superiore
alla possibilità dell’impiego; e, sia in quanto produceva ingenti
lucri, sia in quanto rimaneva improduttivo, tendeva a disperdersi in
spese improduttive, a soddisfare quella voga crescente del lusso, che
diveniva sempre più un’abitudine e un bisogno.
La nuova e vecchia nobiltà, patrizia e plebea, di cui era stato già un
vanto la residenza in campagna e la cura dell’agricoltura, distolta da’
campi anche per la nuova fase dell’economia agricola, cercava dimora
stabile nella città; e, sotto l’impulso delle nuove forme di vita, le
case si ampliavano e si ornavano e le esigenze crescevano con vicenda
assidua e incalzante.
Volgere la larga massa di numerario e la ricchezza accumulata ad
una diretta produzione industriale, era cosa, oltre che prematura,
difficile e lenta; più facile e spedito era dirigerla al commercio,
che raccoglieva qua e là l’esuberanza della produzione più o meno
progredita. Così, pur tendendo a trasformarsi, restava ancora base
della produzione il lavoro casalingo. In queste condizioni il crescere
delle esigenze della casa importava necessariamente un aumento del suo
personale; e, quanto più, in quella vita sempre maggiormente mossa, gli
aggregati gentilizî si scioglievano e si allentavano i gruppi familiari
più numerosi e complessi, si doveva sentire il bisogno di supplire
all’elemento familiare meno numeroso con l’opera di un elemento
estraneo acquisito ch’era appunto la schiavitù[570].
Così, il bisogno dell’indispensabile come quello del superfluo, il
più elevato tenore di vita e l’abitudine del fasto, tutto contribuiva
a diffondere e moltiplicare anche nella vita cittadina quel numero
preponderante di schiavi che si era insinuato nella vita rurale e ne
formava omai la caratteristica.
A custodire l’entrata, ad annunziare, ad introdurre i visitatori,
a regolare i ricevimenti era adoperato uno schiavo[571].
L’alimentazione, quanto più crescevano il lusso della tavola e lo
sfoggio dell’etichetta, teneva occupata una vera coorte. A cominciare
da’ più umili e più travagliati, che, faticosamente, con un metodo
affatto primitivo, riducevano il frumento in farina, si andava sino
al maggiordomo, attraverso tutta una serie di servi incaricati della
cantina, della provvista del pane, della preparazione con tutta una
gerarchia di cuochi, di sotto-cuochi, di guatteri, a cui facevano
riscontro nella sala della mensa il direttore, quelli che preparavano
la tavola, i letti, gli scalchi, i distributori, i pregustatori, i
coppieri, i valletti posti a piedi de’ commensali e pronti ad ogni
loro cenno. La stanza da letto, il guardaroba, la toletta tenevano
occupata altra gente di servizio. Le donne poi si circondavano di
un vero stuolo, a cominciare dalle addette all’opere indispensabili,
come la tessitura e il cucito, per arrivare a quelle occupate in tutti
gli amminicoli che il gusto, la moda, la raffinatezza e spesso anche
la depravazione sapevano suggerire. Se nasceva un bimbo in una casa
magnatizia, non era appena nato che già era circondato di nutrici e di
tutta una comitiva di persone che gli stessero attorno per curarlo,
cullarlo, addormentarlo, mantenergli intorno il silenzio, mentre
dormiva.
A tutti questi si aggiungevano gli altri servi, che attendevano a
funzioni speciali necessarie a’ bisogni della casa e delle persone,
come il fabbro di varie specie, il gualcheraio, il barbiere, e, secondo
la grandezza e la magnificenza della casa, il giardiniere, il medico,
il copista, il segretario, il cassiere, i suonatori, i cantanti, i
bagnini.
Nè questa torma di servi si conteneva e finiva nella casa, ma seguitava
anche fuori, o che occorresse rischiarare la via al padrone e a’
suoi visitatori di notte, o che occorresse condurlo in lettiga, o
che bisognasse, specie in tempo di elezioni, rammentargli i nomi di
quelli in cui s’imbatteva e cui era opportuno anticipare il saluto o
ricambiarlo con la familiarità del conoscente.
Farsi precedere e seguire da una torma di servi era, a poco a poco,
divenuto come un segno di distinzione, un modo di darsi maggiore
importanza, e allora in quella gara di fasto e di vanità diveniva anche
questa una ragione per moltiplicare i servi e spiegarli come un indice
della propria opulenza[572].
L’elenco così minuzioso e differenziato delle varie categorie di
servi è stato in buona parte condotto sulle tracce epigrafiche, che
ci rimangono, dell’ordinamento della casa imperiale e sugli scrittori
dell’epoca imperiale; ma in parte se ne trova riscontro anche negli
scrittori dell’ultimo periodo dell’epoca repubblicana, a cui la materia
poteva dare occasione a farne cenno. Non di rado parecchie di quelle
funzioni ed incombenze, che sono enunciate con nomi distinti, si
trovavano raccolte in una stessa persona[573], tanto più quanto era
meno considerevole la casa; ma, con le ingenti fortune che si erano
venute cumulando negli ultimi tempi della repubblica, la tendenza a
questa divisione di lavoro, e si potrebbe talora dire anche d’ozio, si
faceva sempre più insistente. Cicerone[574] stesso trovava di cattivo
gusto l’affidare a un solo schiavo funzioni disparate.
D’altra parte tutte quelle opere gigantescamente faticose, come le
gettate in mare, l’artificioso mutamento dell’aspetto de’ luoghi e
le opere di genere voluttuario, quali i giardini con i loro parchi,
le loro piscine e tutte le bizzarrie e gli abbellimenti suggeriti dal
capriccio, di luculliana memoria, lasciano concepire e travedere lunghe
torme di schiavi messi per lunga durata, senza interruzione e senza
tregua, a domare con la crudele ostinazione dell’uomo l’inerte e dura
resistenza della materia bruta.
I giuochi del circo, poi, gli spettacoli gladiatorî, caratteristici
della vita romana, che, a preferenza di ogni rappresentazione teatrale,
divennero la vera festa nazionale romana[575], importavano un altro
notevole aumento di schiavi, una requisizione permanente destinata a
rinnovarsi continuamente.
I funerali, il conferimento di magistrature, la ricorrenza di solennità
cittadine divenivano tutti occasione e fomite di questi tragici
giuochi; e, a misura che il gusto stracco si sentiva stuzzicato da
quell’aere sensazione del sangue versato per trastullo e l’uso si
estendeva da’ più a’ meno ricchi, dalla capitale alle provincie,
crescevano queste legioni di dilettanti della morte, di cui ben presto
i padroni stessi avrebbero poi fatto una così amara esperienza.
La schiavitù, così, si diffondeva e sviluppava straordinariamente,
alimentata dalle guerre e dalla pirateria, fecondata, in città e in
campagna, da una nuova fase della vita economica, adoperata, nella
complicazione crescente de’ rapporti sociali, alla soddisfazione de’
moltiplicati bisogni, impiegata dallo Stato stesso nel vario estendersi
delle sue funzioni, dalle società e da’ privati nella gestione delle
loro industrie e de’ loro commerci, divenuta mezzo di produzione in
mano di alcuni, strumento e fomite di raffinatezza in mano di altri
e, in mano a molti altri, materia prima di speculazione, come oggetto
d’incetta, mezzo di scambi, investimento e forma notevolissima di
proprietà mobiliare e mezzo di far valere e mettere in movimento ogni
altro genere di ricchezza.