V.

Se la conquista dell’Italia aveva apportata una tale metamorfosi

nell’industria agricola, anche maggiore fu la rivoluzione che nelle

abitudini, ne’ sistemi di vita, nelle norme generali della condotta

doveva introdursi per il contraccolpo di questa trasformazione e per il

successivo estendersi del dominio fino a’ paesi di cultura greca e poi

oltre il mare sino all’Oriente.

Tutte le raffinatezze del vivere, ignote o quasi a’ Romani, si

offrivano loro con l’attrattiva, la seduzione di una cosa nuova, a

cui era assai difficile il resistere; e tanto più difficile quanto

più si presentavano insieme le tentazioni e i mezzi di appagarle. Se

il trionfo di Papirio[567] avea recato a Roma gran copia di argento,

i trionfi successivi, da quello di Flaminino a quello di Silla[568],

riempirono d’oro l’Erario, e si stabilì un regolare riflusso di

ricchezza, sotto tutte le forme, dal mondo romano alla sua capitale.

Il denaro, smunto alle provincie, cercava dovunque un impiego,

negli appalti, nelle imprese commerciali, nell’esercizio dell’usura

a danno degli stessi provinciali; ma il declinare della ragione

dell’interesse[569] mostra che il capitale rimaneva ancora superiore

alla possibilità dell’impiego; e, sia in quanto produceva ingenti

lucri, sia in quanto rimaneva improduttivo, tendeva a disperdersi in

spese improduttive, a soddisfare quella voga crescente del lusso, che

diveniva sempre più un’abitudine e un bisogno.

La nuova e vecchia nobiltà, patrizia e plebea, di cui era stato già un

vanto la residenza in campagna e la cura dell’agricoltura, distolta da’

campi anche per la nuova fase dell’economia agricola, cercava dimora

stabile nella città; e, sotto l’impulso delle nuove forme di vita, le

case si ampliavano e si ornavano e le esigenze crescevano con vicenda

assidua e incalzante.

Volgere la larga massa di numerario e la ricchezza accumulata ad

una diretta produzione industriale, era cosa, oltre che prematura,

difficile e lenta; più facile e spedito era dirigerla al commercio,

che raccoglieva qua e là l’esuberanza della produzione più o meno

progredita. Così, pur tendendo a trasformarsi, restava ancora base

della produzione il lavoro casalingo. In queste condizioni il crescere

delle esigenze della casa importava necessariamente un aumento del suo

personale; e, quanto più, in quella vita sempre maggiormente mossa, gli

aggregati gentilizî si scioglievano e si allentavano i gruppi familiari

più numerosi e complessi, si doveva sentire il bisogno di supplire

all’elemento familiare meno numeroso con l’opera di un elemento

estraneo acquisito ch’era appunto la schiavitù[570].

Così, il bisogno dell’indispensabile come quello del superfluo, il

più elevato tenore di vita e l’abitudine del fasto, tutto contribuiva

a diffondere e moltiplicare anche nella vita cittadina quel numero

preponderante di schiavi che si era insinuato nella vita rurale e ne

formava omai la caratteristica.

A custodire l’entrata, ad annunziare, ad introdurre i visitatori,

a regolare i ricevimenti era adoperato uno schiavo[571].

L’alimentazione, quanto più crescevano il lusso della tavola e lo

sfoggio dell’etichetta, teneva occupata una vera coorte. A cominciare

da’ più umili e più travagliati, che, faticosamente, con un metodo

affatto primitivo, riducevano il frumento in farina, si andava sino

al maggiordomo, attraverso tutta una serie di servi incaricati della

cantina, della provvista del pane, della preparazione con tutta una

gerarchia di cuochi, di sotto-cuochi, di guatteri, a cui facevano

riscontro nella sala della mensa il direttore, quelli che preparavano

la tavola, i letti, gli scalchi, i distributori, i pregustatori, i

coppieri, i valletti posti a piedi de’ commensali e pronti ad ogni

loro cenno. La stanza da letto, il guardaroba, la toletta tenevano

occupata altra gente di servizio. Le donne poi si circondavano di

un vero stuolo, a cominciare dalle addette all’opere indispensabili,

come la tessitura e il cucito, per arrivare a quelle occupate in tutti

gli amminicoli che il gusto, la moda, la raffinatezza e spesso anche

la depravazione sapevano suggerire. Se nasceva un bimbo in una casa

magnatizia, non era appena nato che già era circondato di nutrici e di

tutta una comitiva di persone che gli stessero attorno per curarlo,

cullarlo, addormentarlo, mantenergli intorno il silenzio, mentre

dormiva.

A tutti questi si aggiungevano gli altri servi, che attendevano a

funzioni speciali necessarie a’ bisogni della casa e delle persone,

come il fabbro di varie specie, il gualcheraio, il barbiere, e, secondo

la grandezza e la magnificenza della casa, il giardiniere, il medico,

il copista, il segretario, il cassiere, i suonatori, i cantanti, i

bagnini.

Nè questa torma di servi si conteneva e finiva nella casa, ma seguitava

anche fuori, o che occorresse rischiarare la via al padrone e a’

suoi visitatori di notte, o che occorresse condurlo in lettiga, o

che bisognasse, specie in tempo di elezioni, rammentargli i nomi di

quelli in cui s’imbatteva e cui era opportuno anticipare il saluto o

ricambiarlo con la familiarità del conoscente.

Farsi precedere e seguire da una torma di servi era, a poco a poco,

divenuto come un segno di distinzione, un modo di darsi maggiore

importanza, e allora in quella gara di fasto e di vanità diveniva anche

questa una ragione per moltiplicare i servi e spiegarli come un indice

della propria opulenza[572].

L’elenco così minuzioso e differenziato delle varie categorie di

servi è stato in buona parte condotto sulle tracce epigrafiche, che

ci rimangono, dell’ordinamento della casa imperiale e sugli scrittori

dell’epoca imperiale; ma in parte se ne trova riscontro anche negli

scrittori dell’ultimo periodo dell’epoca repubblicana, a cui la materia

poteva dare occasione a farne cenno. Non di rado parecchie di quelle

funzioni ed incombenze, che sono enunciate con nomi distinti, si

trovavano raccolte in una stessa persona[573], tanto più quanto era

meno considerevole la casa; ma, con le ingenti fortune che si erano

venute cumulando negli ultimi tempi della repubblica, la tendenza a

questa divisione di lavoro, e si potrebbe talora dire anche d’ozio, si

faceva sempre più insistente. Cicerone[574] stesso trovava di cattivo

gusto l’affidare a un solo schiavo funzioni disparate.

D’altra parte tutte quelle opere gigantescamente faticose, come le

gettate in mare, l’artificioso mutamento dell’aspetto de’ luoghi e

le opere di genere voluttuario, quali i giardini con i loro parchi,

le loro piscine e tutte le bizzarrie e gli abbellimenti suggeriti dal

capriccio, di luculliana memoria, lasciano concepire e travedere lunghe

torme di schiavi messi per lunga durata, senza interruzione e senza

tregua, a domare con la crudele ostinazione dell’uomo l’inerte e dura

resistenza della materia bruta.

I giuochi del circo, poi, gli spettacoli gladiatorî, caratteristici

della vita romana, che, a preferenza di ogni rappresentazione teatrale,

divennero la vera festa nazionale romana[575], importavano un altro

notevole aumento di schiavi, una requisizione permanente destinata a

rinnovarsi continuamente.

I funerali, il conferimento di magistrature, la ricorrenza di solennità

cittadine divenivano tutti occasione e fomite di questi tragici

giuochi; e, a misura che il gusto stracco si sentiva stuzzicato da

quell’aere sensazione del sangue versato per trastullo e l’uso si

estendeva da’ più a’ meno ricchi, dalla capitale alle provincie,

crescevano queste legioni di dilettanti della morte, di cui ben presto

i padroni stessi avrebbero poi fatto una così amara esperienza.

La schiavitù, così, si diffondeva e sviluppava straordinariamente,

alimentata dalle guerre e dalla pirateria, fecondata, in città e in

campagna, da una nuova fase della vita economica, adoperata, nella

complicazione crescente de’ rapporti sociali, alla soddisfazione de’

moltiplicati bisogni, impiegata dallo Stato stesso nel vario estendersi

delle sue funzioni, dalle società e da’ privati nella gestione delle

loro industrie e de’ loro commerci, divenuta mezzo di produzione in

mano di alcuni, strumento e fomite di raffinatezza in mano di altri

e, in mano a molti altri, materia prima di speculazione, come oggetto

d’incetta, mezzo di scambi, investimento e forma notevolissima di

proprietà mobiliare e mezzo di far valere e mettere in movimento ogni

altro genere di ricchezza.

Il tramonto della schiavitù nel mondo antico · 第 57 / 73 题